Achille e la tartaruga

Giovedi 22 settembre appuntamento al centro di mediazione. Oramai bazzico da un po’ da queste parti. Ho persino capito dove parcheggiare senza dover pagare. Significa essere di casa.

Il centro si trova in una palazzina uffici appena fuori le vecchie mura della città. E’ una zona costruita con il boom edilizio degli anni 60. L’edificio si affaccia nella piazza del vecchio ospedale. Da un ventennio ne hanno fatto uno più grande fuori città. In realtà, a guardarlo, il vecchio sembra più nuovo del nuovo, come spesso accade alle strutture pubbliche di ultima generazione. E’ un posto a cui sono affezionato, ci sono nato e quando ci passo davanti lo sento come uno di famiglia.

La palazzina del centro di mediazione è molto più recente. Una struttura moderna cemento e vetro. Ha l’affaccio nella piazza, ma si entra da un ingresso laterale. Il granito grigio scuro a pavimento e pareti fa l’ingresso un po’ buio e tetro. C’è un corridoio molto lungo che porta ad un ascensore.

La pulsantiera dell’ascensore indica il nono piano. In realtà i piani sono solo quattro. Un fatto singolare, un guasto elettronico. Forse l’ascensorista aveva delle velleità non compiute. Da quando frequento il centro questa cosa mi fa sorridere. Mi piace pensare che l’ascensorista sognasse di arrivare al cielo.

Arrivo sempre per primo, mi fanno accomodare nella solita stanza in fondo a destra. Ci sono le quattro sedie pronte, senza tavolo. C’è una nuova nota di colore. Le sedie non sono tutte nere. Nella posizione dove in genere siedono le mediatrici, ci sono due sedie gialle. Un giallo intenso, quasi fluorescente.

Caratterialmente amo sparigliare, avrei voluto sedermi su una delle sedie gialle, scombinando gli equilibri. Il pensiero mi ha sfiorato con un ghigno. Mi diverte molto cambiare le carte in tavola, ma non è cosa gradita alle donne ed io ne aspetto tre. Sarebbe incauto. Sotto sotto le donne sono conservatrici, apprezzano i cambiamenti quando sono loro a determinarli. Lascio perdere.

A differenza delle scale condominiali, la stanza è luminosissima. C’è una grande finestra che Lorenza mi spalanca per cambiare l’aria, dice. Mi chiede se ho problemi a rimanere da solo con la porta chiusa. In attesa che arrivino tutti, lei finisce altro.

  • Dove mi metti sto. Le dico.

Mi sono ricordato di quello che mi diceva mia madre. Pare che da piccolo, mi lasciasse per terra a giocare, su di una coperta. Si allontanava, non mi sentiva fiatare per ore, tanto che si dimenticasse di me. Poi preoccupata, tornava e mi ritrovava nella stessa posizione a giocare o magari addormentato, riverso per terra. Mi sono sempre sopportato bene, col tempo ho notato che non è una gran cosa in termini di carriera e vantaggio sociale. Nel mondo esterno vince chi scalcia e chi picchia più forte. Mia moglie in questo è una professionista, lei vive uno stato di guerra continuo con qualunque cosa le capiti a tiro. Farebbe causa alle mosche.

Dopo l’ennesima gomma di automobile che forava prendendo lo spigolo del marciapiedi mi chiamò al telefono comunicandomi l’intenzione di voler fare causa al Municipio. Il motivo: ‘’fanno i marciapiedi troppo larghi’’. La cosa preoccupante era che non fosse per nulla una battuta.

In quindici anni mi è capitato molte volte di mettere la mano sulla fronte e chiudere gli occhi. In quella posizione, ho capito che se fai una lieve pressione sul bulbo oculare con le palpebre chiuse, riesci a scacciare i pensieri che ti infestano la mente. Me ne faceva venire parecchi.

Sono state due ore toste questa volta. Lorenza ed Antonella si sono stancate molto.

Nei giorni precedenti riportavo BBBBB a casa dopo l’allenamento grazie alle indicazioni di Lorenza e con il gentile aiuto di mia moglie che evitava di andarci. Lei un po’ lo ingannava di proposito. Gli diceva che sarebbe andata a riprenderlo e poi mi presentavo io, da solo. Non è riuscita a dirgli ‘’viene tuo padre’’, in sintesi.

La prima volta ho dovuto faticare a convincerlo a seguirmi. Il fatto che lei gli promettesse di tornare a prenderlo ha creato qualche problema.

Ho dovuto usare un po’ di risolutezza di fronte al suo diniego. Gli ho preso la borsa e ho cominciato a camminare:

Peperino: Dai su, forza.

BBBBB: No, viene la mamma, me lo ha promesso.

Paperino: Non viene ti dico, ci siamo messi d’accordo, lei non può.

BBBBB: No, non voglio.

Paperino: Dai su, dai ti porto io. Non cambia nulla, che vuoi che sia. Dai ciccio forza.

BBBBB: No

Alla fine la mia risolutezza ha avuto la meglio. BBBBB è testardo ma bonaccione.

Purtroppo arrivato a casa si è messo a piangere. La forzatura evidentemente lo ha fatto stizzire.

Lei forse non aspettava altro. Mi ha chiamato, rimproverandomi.

Sono sicuro che lo ha fatto con i ragazzi presenti. Mentre mi parlava pensavo ai ragazzi che sentivano, ho cercato di minimizzare e di non farla alterare ulteriormente. Avrebbe denunciato il mio comportamento a Lorenza e Antonella, ha detto. Avrei fatto un abuso a suo modo di vedere.

Così è stato.

Non va bene così, ha detto Lorenza. Con i ragazzi siate chiari. Non va bene ingannarli.

Benedizione! ho pensato.

Ho rincarato.

Paperino: Scusami, ma dimentichi che è mio figlio? Posso dire a mio figlio di entrare in auto? O no? Non l’ho mica torturato. E poi se torna a casa e piange non puoi telefonare per rimproverarmi davanti a loro. Devi esser certa che non farei mai del male a mio figlio. Se fai così alimenti il loro distacco. Dai un alibi ai loro comportamenti.

Moglie: Non sono modi! Obbligare un ragazzo ad entrare in auto! Già è successo l’altra volta, lo hai anche spinto con la mano! Ero presente!

Paperino: Ma non l’ho spinto.

Moglie: Meno male che ci sono loro! Verranno a testimoniare. Si, hai messo la sua testa giù e lo hai obbligato ad entrare.

Paperino: Ma non dire fesserie.

Lorenza: Ma quanto sono grandi sti ragazzi?

Paperino: BBBBB è quasi quanto me, secondo te posso averlo messo di peso in auto?

Moglie: Lo hai fatto.

Paperino: Ma cosa dici? Se tu gli fai pensare che il fatto che venga con me è solo una possibilità, non cambierà mai. Se gli prometti che lo vai a riprendere e poi non vai, non va bene. Se mi rimproveri davanti a loro, dai forza al loro comportamento. A parti invertite stai tranquilla che mi sarei incazzato con loro. Altro che rimproverarmi. Avresti dovuto dirgli: ‘’ti è andata bene che papà non ti ha dato un ceffone’’. Quello è tuo padre e vai in auto con lui senza tante storie. Ci vuole tanto?

Moglie: Se loro non vogliono non puoi obbligarli, stanno soffrendo.

Antonella: Lui sta tentando di dirti che forse dovreste essere più collaborativi davanti a loro. Mostrarvi uniti almeno su queste cose.

Sono mesi che vado avanti così, ci vuole forza a sopportare tutto questo. Me la sta facendo pagare in questo modo. Più mostro attaccamento ai ragazzi, più gode del fatto che mi rigettino.

E’ vergognoso che tutto questo possa accadere. Sbotto.

Paperino: Ti sei fatta una domanda? Perché stanno venendo con me ora e prima non lo facevano? Perché per un anno non son venuti e vengono proprio ora? Te lo sei chiesto? Tu che dici che fai di tutto per farli venire con me! Come mai ora? Avanti, hai una risposta? Perché hai aspettato che lo dicesse un giudice? Perché non prima? Un anno è passato. Cosa è cambiato? Perché quando ti ho invitata io, qui, al centro di mediazione, non ci sei venuta? Cosa è cambiato, me lo sai dire?

Moglie: No, io sto insistendo…

Paperino: Ecco! Brava!!!!! Finalmente… Stai? Cosa? I-n-s-i-s-t-e-n-d-o!!! Questa è la parola magica. Se avessi insistito prima, oggi non saremmo qua! E se i ragazzi non fanno quello che diciamo, devi insistere di più, non rimproverarmi!

Antonella e Lorenza mi lasciano parlare, non aggiungono altro.

Moglie: Ma che dici, io ho fatto di tutto per convincerli.

Fiato sprecato, penso. Mi son dovuto sorbire le solite accuse stupide. Non avrei fatto il padre, sarei stato assente, non ho capacità di dialogo coi ragazzi. Lei non può fare per me, se non son capace di riattivare il dialogo, lei cesserà di essere disponibile come lo è stata finora. Lei ha sempre invogliato i ragazzi a stare con me, ma contro la loro volontà, decisi a non vedermi, nulla ha potuto. La causa di questo rigetto dei miei figli è il mio cambiamento. Farnetica di una mutazione genetica, proprio. I ragazzi non mi riconoscono, avrebbero difficoltà di riconoscimento causato dalla mia mutazione. Roba da laboratorio, insomma. Questo il succo dei discorsi. Stomachevole. Quando discussione mi prende lo stomaco, divento intollerante.

Lorenza e Antonella la riempiono di complimenti per lo sforzo che sta facendo. La stanno lavorando, penso. Tra un po’ le assestano il colpo. Ed il colpo arriva. Lo sferra sempre Lorenza.

Lorenza: Perché non facciamo che i ragazzi facciano i compiti con il padre?

Moglie: Beh… si certo se vogliono, per me ben venga.

Lorenza: (Rivolta a me) Per te potrebbe andare?

Paperino: Ci mancherebbe. Li ho sempre fatti i compiti con i miei figli, mi piacerebbe eccome.

Lorenza: Ecco allora dobbiamo provarci. Magari in qualcosa dove tu non riesci ad assisterli. Che ne so, la matematica per esempio!

Moglie: Si, la matematica non è proprio il mio forte.

Lorenza: Ecco, magari il padre ingegnere, potrà fare qualcosa per loro.

Moglie: Quello che non ha mai fatto!

Paperino: Ma perché devi dire queste cose? Io facevo i compiti con i ragazzi ogni sera. Te lo sei dimenticato? Tornavo alle 8 e dalle 8 in poi AAAAA mi ripeteva tutto. Dov’eri tu?

Moglie: mah.

Come si fa a difendersi da tutto ciò? Che chance hai contro qualcuno che dice delle cose non vere sul tuo conto? Posso accettare un giudizio. Il giudizio dà fastidio ma bisogna accettare che qualcuno veda le cose in maniera diversa. Io mi ritengo affettuoso, lei può pensare diversamente. Mi vede arido. D’altra parte se ci separiamo, non la pensiamo allo stesso modo su tante cose. Non posso accettare che si menta su fatti oggettivi. Che io facessi i compiti con i ragazzi non è una roba opinabile. E’ un dato. Mentire sul proprio conto può essere un gesto istintivo per difendersi. Mentire sul conto degli altri è il male. Lo fa qualcuno che vuole il tuo male. Accadeva quasi ogni giorno che io studiassi coi ragazzi. Non sporadicamente.

Il dialogo costruisce, lo scontro distrugge.

Il dialogo c’è se i due interlocutori vogliono affermare le proprie ragioni, anche diverse e contrastanti. Se uno dei due più che affermare le proprie ragioni vuole il male dell’altro, il dialogo cessa, inizia lo scontro. Chi più chi meno, ci si rimette entrambi. E’ una legge della fisica. Nessuno dei due esce indenne. Nel nostro caso ci rimettono i figli che sono in mezzo.

Lorenza e Antonella ci danno appuntamento dopo quasi tre settimane. Poi comprendo che avremo degli incontri singoli in mezzo. Ci assegnano un compito.

Pensare una modalità di affido. Quanti giorni da me, quanti da lei. Arrivare al prossimo incontro con una proposta di gestione settimanale dei ragazzi. Nel frattempo, far sì che mi vedano e senza inganno. Anche per fare dei compiti, magari.

Sabato BBBBB ha una partita. Ne approfitto, mi faccio prestare la moto da mio fratello e lo vado a prendere in moto. Esce sorridendo. Non cambia però, risponde sempre a monosillabi.

Si fa male al tallone durante la partita. Mi precipito a vedere che si è fatto. Mi sembra contento delle attenzioni, ma il suo atteggiamento è costante.

Nell’intervallo della partita vado a cambiare la moto con l’auto. Non fa la doccia e sudato in moto si ammazzerebbe. Lo riaccompagno in auto, siede sempre al sedile di dietro, come fossi il suo autista. Ascolta musica.

Paperino: Che ascolti?

BBBBB: Video su facebook.

Paperino: Ahhhh… se mi iscrivessi a facebook solo per te? Mi daresti l’amicizia?

BBBBB: No.

Paperino: Come no? Lo farei solo per te, mono amico.

BBBBB: non do l’amicizia ai parenti.

Paperino: Ma noi siamo parenti stretti!

BBBBB: Peggio.

 

Achille era veloce, velocissimo. Pare che fosse il più veloce dell’antichità. La tartaruga l’animale più lento che l’uomo conoscesse.

Achille correva dieci volte più veloce. Fecero una gara un giorno. La tartaruga partiva con dieci metri di vantaggio ed era sicura che Achille non l’avrebbe mai presa.

Achille fece 10 metri per raggiungerla, la tartaruga ne fece uno più avanti ed Achille non la raggiunse.

Achille Fece un metro per raggiungerla e la tartaruga fece 10 cm in avanti, nello stesso tempo.

Achille percorse come un fulmine i 10 cm e la tartaruga si spostò di un centimetro.

Forse Achille non prenderà mai la tartaruga nel paradosso di Zenone.

Mi piacque molto quando lo lessi al liceo. Al di là del significato filosofico mi piaceva pensare che Achille e la tartaruga si divertissero un mondo  sulla spiaggia.

A me basta una spiaggia e le mie due tartarughe. Inseguire non mi pesa.

Maga Lorenza

Sabato, 8 giorni fa, ho fatto shopping con mio figlio AAAAA.
Siamo andati in moto in un centro commerciale. Gli ho chiesto se dovesse comprare qualcosa visto che sarebbe iniziata la scuola dopo poco. Farà il secondo liceo scientifico, al primo anno ha chiuso con una media del 9,2. E’ bravo il mio piccolo uomo. Da me ha ereditato la rapidità nei conti e la dedizione allo studio, dalla madre l’ordine. E’ venuto fuori un bel soldatino, forse troppo. Se acquistasse un po’ di elasticità col tempo, mantenendo queste propensioni, verrebbe fuori una roba da scintille. Lo spero per lui.
Da un po’ che andiamo insieme in giro, in moto. Lui è serissimo con il suo casco con la bandiera inglese. Si impegna in tutto ciò che fa, fortunatamente.
Non mi sembra vero di portarlo con me. Per fortuna ci parliamo come se nulla fosse accaduto. C’è sempre la stessa confidenza ed ho ritrovato le stesse lunghezze d’onda. Purtroppo accade che quando si accorge di essere troppo rilassato, riprenda un po’ le distanze.
Abbiamo lasciato la moto vicino alla rastrelliera nel parcheggio. Finalmente a passeggio con i caschi in mano, spalla a spalla come non succedeva da un anno e come un padre e un figlio.
Ho cercato di non far trasparire la mia emozione, volevo che tutto apparisse naturale e che sembrasse una cosa normale, nonostante il tempo passato.
Mi sono perso i suoi quattordici anni, l’età in cui si cambia. Cambiano i gusti nel vestire soprattutto. Gli ho chiesto cosa volesse vedere. Fino ad un anno prima era tutto scarpe sportive, tute e pantaloncini. Adesso lo vedo un po’ più fashion. A quell’età è importante sentirsi come gli altri. Mi porta in un negozio che non avevo mai preso in considerazione. Effettivamente dentro c’è una marea di ragazzi della sua età e anche un po’ più grandi che provano e affollano i camerini.
AAAAA: Vorrei prendere un pantalone
Paperino: quale ti piace? Scegli?
Vedo che adocchia un paio di modelli
Paperino: Prendili, tranquillo, se ti piacciono tutti e due prendili entrambi, provali magari.
Andiamo insieme a fare la fila ai camerini. Io faccio il porta caschi. Si chiude la tenda alle spalle. Dopo un po’ sbircio. E’ a terra, sta litigando per togliere il pantalone. E’ un déjà vu. Vederlo accartocciato che tenta di sfilarsi il pantalone dal piedone mi fa ridere. Fa il 43 ormai. Mi ricorda quando era piccolo piccolo e tentava di svestirsi da solo. Un po’ di quello è rimasto per fortuna. Rimango a guardarlo un po’ con la testa che fa capolino dalla tenda del camerino.
Mi ricordo di quello che mi ripeteva mio padre. Per far le cose non serve la forza. Usiamo la forza quando rinunciamo ad usare il cervello.
Paperino: Piano! Con intelligenza, non con la forza!
Si spaventa, era a terra di spalle, non si era accorto che stessi appollaiato lì.
Ridiamo.
Finalmente prova il pantalone. E’ troppo grande.
Non mi pare vero di fare il personal shopper. Vado a prendergli le altre taglie e mi faccio dare le robe che ha già provato. Così, su e giù per qualche minuto.
In breve mi riempio di grucce e vestiario. Mai ero stato così bene a fare l’attaccapanni.
Uscito dai camerini passiamo alle maglie e alle felpe. Ci sono ancora i saldi . Ne prende un po’ per lui e gli chiedo di scegliere qualcosa anche per il fratello. In questi negozi, la roba con i saldi costa davvero poco. Non avrà una durata infinita, ma tanto i ragazzi lo bruciano in breve tempo il vestiario.
Abbiamo trascorso un’ora così ed è stata un’ora bellissima. Purtroppo si fa tardi, vedo che è agitato. Credo debba uscire con gli amici, non lo trattengo.
Paperino: Devi tornare a casa?
AAAAA: Si
Paperino: ok, ti accompagno.
Al giorno successivo gli ho chiesto se volesse pranzare con me, mi ha risposto che ancora non se la sentiva.
Al Giovedì successivo, primo giorno di scuola.
Mi sono proposto di accompagnarli al mattino. Mia moglie mi ha detto che BBBBB non voleva venire con me e che comunque lei non avrebbe rinunciato ad accompagnarli.
Il primo giorno non se lo sarebbe perso.
Moglie: Se ci tieni fatti trovare a scuola
Paperino: sotto casa no?
Moglie: Già sta agitato BBBBB , non è il caso che ti faccia vedere.

Con questo atteggiamento di mia moglie non ne verrò mai fuori. Spero che al centro di mediazione riescano a fare qualcosa. Ci ho pensato a lungo poi ho deciso che al mattino avrei preso dei cornetti, sarei andato a casa e fatto in bocca al lupo ai ragazzi. Quello che è importante, mi hanno sempre detto, è che sentano che io ci sia. Andare a scuola potrebbe creare tensione, specie con la presenza di mia moglie. Con le piazzate si esalta.
Così ho fatto. Ho preso il cornetto alla nutella per AAAAA che è pazzo per il cioccolato e la brioche con la palla per BBBBB . Lui è un buongustaio ma di roba salata prevalentemente. Disdegna un po’ crema e cremine.
Alle 7,05 scrivo a mia moglie su whatsapp.
Paperino: Prendo dei cornetti ai ragazzi.
Non mi risponde, lo fa verso le 7,20. Non so se volutamente.
Sono appena uscito dal bar pasticceria vicino alla mia ex casa. Ho preso il caffè macchiato come ai vecchi tempi ed un bicchiere di acqua gassata.
Ho la busta con i due cornetti in mano, arriva la risposa di mia moglie.
Moglie: No. Hanno finito di fare colazione ora.
Immaginavo, penso.
Paperino: Entro dal cortile, te li lascio, li mangeranno dopo magari. Gli do il mio in bocca al lupo e vado.
La mia ex casa é al piano rialzato. C’è un piccolo giardino condominiale. Mi avvicino, mia moglie mi vede dalla finestra , mi apre la porta. Non mi fa entrare, si ferma lei sulla porta.
Moglie: Quello ora si è nascosto in bagno! Perché sei venuto?
Paperino: Volevo dargli un in bocca al lupo. I cornetti se hanno fatto già colazione, li mangeranno dopo.
Moglie: AAAAA! Vieni!
Chiama mio figlio più grande ad alta voce, esce anche lui sul ballatoio.
Non c’è miglior modo di far sentire qualcuno inopportuno se non lasciarlo sul pianerottolo.
Paperino: Ehi! Buongiorno.
Faccio per dargli un cinque e ricambia.
Paperino: In bocca al lupo. Ti ho portato i cornetti. Dai in bocca al lupo da parte mia a tuo fratello.
AAAAA: Ok grazie.
Vado via.
Mi chiedevo se fosse la cosa giusta. Andato via da casa, penso che fosse il giusto.
Ho fatto il mio e non penso di averli turbati. Un po’, sono io turbato. Ho scorza per sopportare. Mi dispiace per la stupidità di mia moglie che mi avrebbe potuto far entrare in casa. Sarebbe stato un bel gesto distensivo, ma pazienza.
Al pomeriggio, al centro di mediazione, si gioca la partita di ritorno.
All’andata, Lorenza e Antonella avevano costretto mia moglie al catenaccio difensivo. Poi Lorenza con un gran colpo di testa aveva fatto gol. Mia moglie si era impegnata a consegnarmi le mie cose.
Così è stato. Anche se a consuntivo, quando ho potuto aprire per bene i pacchi mi sono accorto che ha trattenuto un cronografo, la fede nunziale ed un altro mio anello di valore. Probabilmente ha trattenuto le cose che le piacevano. Non potevo aspettarmi un atteggiamento ”british” da lei. Nemmeno ad un incontro con la bandiera bianca alzata.
Lorenza e Antonella mi avevano stupito durante il primo match. La fanno sfogare e , quando meno se l’aspetta, le piazzano il colpo. Formidabile.
Una volta ho avuto la fotuna di veder giocare il più grande calciatore di tutti i tempi, secondo il mio modesto parere, almeno. Parlo di Diego Armando Maradona ovviamente. Lo vidi in uno Juventus Napoli . Ero studente a Milano, tifoso della Juventus. Ogni tanto riuscivo ad andare al comunale di Torino per vedere una partita.
Quella volta ero eccitatissimo. Maradona lo avevo visto in tv e mi piaceva da matti. Ero curioso di vederlo dal vivo. Il calcio in tv sta al calcio dal vivo in uno stadio come la pornografia sta ad una scopata vera.
Allo stadio respiri l’aria frizzante, la tensione e la partecipazione degli spettatori gonfia l’ambiente.
Quel giorno Maradona era marcato da Dario Bonetti. Un marcantonio di uno e novanta con una faccia non proprio da Carmelitano Scalzo. Certamente in campo non professava la misericordia.
Bonetti menò per tutta la partita quel poveretto di Maradona con dei calci pazzeschi. Sono sempre stato un gran tifoso della Juve ma quel giorno ero lì per vedere il più grande.
Ogni volta che Maradona si avvicinava alla palla, Bonetti era dietro, sicuro e puntuale come la morte. Con una randellata da paura buttava giù il funambolo.
Quello, senza una smorfia, rotolava giù e si rialzava più guizzante di prima.
Fu così per quasi tutta la partita. Poi l’incredibile. Penso di aver capito in quel momento cosa potesse essere il genio. Il genio presenta sempre tre caratteri. La perfezione, la rapidità  e l’imprevedibilità.
Ti rendi conto che sei davanti a qualcosa di geniale quando vedi fare ciò che nessuno mai penserebbe. Avviene in un attimo , poi realizzi che quanto hai visto è perfetto.
Un passaggio dalla difesa verso Diego che si stacca improvvisamente da Bonetti. Il difensore ne perde per un microsecondo il controllo e non riesce a beneficiarlo della sua attenzione misericordiosa. Maradona, libero per un attimo, blocca la palla in un modo contrario alle leggi della fisica e senza guadare, dipinge una parabola in avanti. La palla sale in cielo veloce. Ricadendo, finisce esattamente sui piedi di un suo compagno di squadra, trenta metri più avanti. L’epilogo è ovvio, palla in rete. La parte dello stadio Napoletano esplode, la restante parte, in silenzio, penso che faccia la stessa cosa che faccio io. Riguarda in testa il replay di un gesto atletico e stilistico che è una meraviglia. Per me che ero un imbianchino del calcio, corrispondeva ad aver visto Picasso dipingere.
Lorenza è la mia Maradona in questo momento. Fa parlare mia moglie, la stanca, la intenerisce fino alle lacrime e poi quando è morbida e malleabile al punto giusto piazza il colpo.
Lorenza: Allora BBBBB lo va a prendere il padre al calcio. Gli porta un regalino magari. Che ne dite?
Fino a quel momento mi ero esacerbato a sentire le minchiate di mia moglie. Oltre ad affermare che sono stato un padre assente è arrivata anche a negare che la sera in cui sono andato via da casa, mi avesse tirato un ceffone. Lo fa per la causa in corso. Ora ho da pensare ai ragazzi . A lei si penserà dopo.
Lorenza mi aveva fatto un lancio alla Maradona. Dovevo andare in porta.
Paperino: Certo che ci vado. (Rivolto a mia moglie) Tu però devi dirgli: “torni con papà, punto”. Non lo devi chiamare e se lui chiama per essere preso, devi dire che non puoi.
Moglie: Ma se non vuole tornare con te?
Lorenza: E’ il padre! Troverà lui il modo di convincere il ragazzo. Non è mica un estraneo!
Mia moglie è scettica e smarrita. Sembra il mio cane quando gli toglievo l’osso dalla bocca e fingevo di tirarlo lontano. Si guarda in giro non sapendo cosa fare.
L’osso dalla bocca gliel’ha tolto maga Lorenza sfruttando un attimo di distrazione.
É strano come le cose si concatenino bene quando abbiamo un’aura positiva intorno.
Al venerdì chiedo a mia moglie informazioni degli allenamenti. Per una speciale congiuntura collegata alla magia del giorno prima, i ragazzi hanno allenamento alla stessa ora. É la mia occasione. Propongo a mia moglie di poter accompagnare entrambi. Come al solito non mi dà conferma subito. Aspetta di chiedere al piccolo se è d’accordo . Finalmente arriva la risposta.
Moglie: Si, vengono con te. Poi fammi sapere se vogliono tornare tutti e due con te.
Vorrei mandarla a cagare. Ma non serve. Chi se ne frega. Al pomeriggio prendo tutti e due i ragazzi. Riporto in auto BBBBB dopo 9 mesi.
Arrivo sotto casa e mando un sms ad AAAAA. Sono fuori, vi aspetto.
Arriva prima AAAAA e dietro di lui vedo la testa nera del mio orsetto. Ha sempre l’aria di chi è lí per caso e un incedere faticoso. Un tempo mi faceva incazzare, oggi mi fa impazzire. MI manca molto.
Entrano in auto con la solita composizione, AAAAA seduto davanti e BBBBB sprofondato sul sedile di dietro.
Paperino: ehi!!!!! Abbiamo un grande ospite oggi! Abbiamo un ospite speciale! Che bello!!!! Il mitico BBBBB é con noi!
Faccio lo stupido come ai vecchi tempi. Lo guardo nello specchietto. Sorride, poi é come se si calasse una maschera. Ha una smorfia, come di pianto. Guardo AAAAA che mi siede accanto. Mi offre la nuca. Non vuole farmi vedere che sorride ed è felice. Gira la faccia verso il finestrino per non mostrarmi la sua gioia.
É una gioia incatenata la loro. Devo essere felice ugualmente e pensare a sciogliere queste catene. Provo anche un grande dispiacere però.
Cerco di essere normale durante il tragitto. Faccio battute, li provoco. Hanno rimesso entrambi l’armatura. Rimango per l’allenamento, poi BBBBB finisce e siede sulla panchina. Non fa doccia. C’è da aspettare almeno una mezz’ora il fratello. É una occasione troppo grossa. Mi ci appiccico come una cozza e lo crepo. Lui é un orsetto, non si arrabbia. Parto con mille domande.
Che fai? Come stai? Andiamo qui? Andiamo lì? Che fa adesso questo tuo amico? Che fa quell’altro?
Mi risponde sempre con non so, no … Ad un certo punto mi gira le spalle, ma parla e rimane lì con me. Continuo il mio pressing. Ho la sensazione che voglia che lo tempesti. L’unica domanda a cui non risponde é
Paperino: BBBBB, ma sei arrabbiato con me?
Silenzio. Ma è un silenzio assenso e si capisce bene.
La felicità e l’infelicità purtroppo, non sono cose che ti capitano. Le devi decidere. Quando hai dei figli piccoli, spesso, sei tu a decidere per loro . Ai miei ragazzi ora, penso sia imposto di essere infelici .
Paperino: sai cosa mi manca ?
BBBBB: no
Paperino: le tue briciole nell’auto.
Se ti compro un panino, me le fai due briciole in auto?
BBBBB: non ho fame.
Paperino: dai!
BBBBB: ho detto nooooo!
Paperino: e se ti prendo le patatine?
BBBBB: non le voglio.
Paperino: io voglio le tue briciole però .
Mi serve qualche altro assist, maga Lorenza.

‘mbare

Oggi al centro di mediazione eravamo in quattro, per la prima volta. Arrivo alle 9,30, puntuale come mio solito, ma l’appuntamento è alle 12.

Mi riceve Lorenza e mi dice che ho sbagliato di sole due ore e mezza. Fingo indifferenza ma dentro di me mi maledico.

Paperino: Poco male, ritornerò le dico.

Ritorno alle 12. Anche questa volta puntuale, ma del puntuale giusto.

Lorenza mi fa accomodare nella solita stanza in fondo al corridoio.

Quattro sedie e la finestra spalancata. Aspetto. E’ la condanna dei puntuali attendere.

Forse questo che vivo è un girone dantesco ed essendo stato ritardatario in un’altra vita, per contrappasso mi tocca aspettare tutti.

Non ho controllato l’ora, mia moglie arriva dopo solo qualche minuto. Tutto sommato in orario per una non puntuale. Lorenza fa accomodare anche lei. Accenno un saluto, non risponde, si siede.

La stanza finisce col riempirsi con Antonella, cui mia moglie richiede nome e cognome.

Vorrà vedere se qualche sua amica la conosce, penso.

Se fosse stato un Burraco, io avrei fatto coppia con Lorenza, mia moglie con Antonella. Mancavano tavolo e carte però. Lorenza con i sui fogli poggiati sulle gambe continua a darmi un senso di precarietà e ansia, ho la sensazione che le scivolino. Il suo equilibrio mentale non fa scopa con quello fisico.

Prima Lorenza e poi Antonella ci spiegano a grandi linee cosa è la mediazione e quale è il loro compito in quella sede. Ci danno la parola. Suona il gong e il match nei primi minuti scorre abbastanza liscio con mia moglie che fa da mattatrice. Nei primi minuti rimango un po’ in silenzio. Ogni tanto guardo fuori dalla finestra. C’è una luce forte. Mi dà grande serenità la luce. Le stronzate che spara mi deprimono e quando non ne posso più, sposto lo sguardo verso la finestra e cerco una ricarica. Socchiudo gli occhi e mi lascio accecare.

La luce è il respiro della mente, te la ossigena.

Lorenza rilegge le disposizioni del giudice per contestualizzare il discorso. Al cospetto di mia moglie, Pindaro risulta un tipo inquadrato. Dopo un po’ che parla, avrà pensato bene di farle circoscrivere il discorso.

Iniziamo a parlare dei ragazzi, poi inevitabilmente finiamo a parlare di soldi. Si lamenta che non le ho versato ancora il mensile. Il giudice ha stabilito che io debba farlo entro il quindici del mese. Secondo lei non devo arrivare troppo sotto al quindici. Si lamenta di questo.

Non so in base a quale ragionamento, ma vista la pervicacia con cui insiste vedo che Lorenza cerca di accontentarla. Capisco che è un suo modo per mettere l’incontro in un canale sereno.

Accontentarla per questa stronzata per poi cercare di pretendere qualcosa di più importante, forse.

Lorenza: Allora vediamo di parlare di questi aspetti pratici anche. Possiamo definire il giorno in cui si versa questo assegno?

Guardo Lorenza stranito.

Paperino: Il giudice lo ha già stabilito. Ha detto entro il quindici e così sarà. Non mi hanno versato ancora lo stipendio, appena lo fanno, verso.

Moglie: Non è vero, lo fa per dispetto!

Paperino: Senti, parli tu di dispetto che da un anno non mi restituisci le mie robe? Il giudice ha stabilito che versi entro il quindici ed entro il quindici li avrai.

Antonella e Lorenza fanno un po’ da arbitri cercando la ragionevolezza di entrambi. Ci riescono. Succede anche l’incredibile, Lorenza le fa addirittura promettere che al prossimo incontro mi restituisce le mie cose. Due avvocati non erano riusciti in un anno. Penso di averla guardata con la stessa ammirazione con cui gli antichi ateniesi guardassero il loro grande stratega Temistocle. Speriamo che accada ora, soprattutto per un trapano molto costoso, prestatomi, che devo restituire.

Arriviamo alla nota dolente. I ragazzi.

Mia moglie precisa che non è vero che le cose stiano male, anzi, migliorano. Con AAAAA, il più grande dei due, mi sento e mi vedo. Per BBBBB ci vuole pazienza effettivamente. La causa del distacco per lei sono io. Non so fare il padre, non l’ho mai fatto. Non sono riuscito e non riesco a tenere un dialogo con loro. Lei può insistere, ma se non riesco ad instaurare un dialogo con i ragazzi è colpa mia, lei certo non può fare per me. Questo il succo.

Un anno di cattivo sangue pesa. Mi ero ripromesso di stare tranquillo. Se ti pestano i piedi riesci a stare tranquillo, spesso. Se hai un secchio pesante sulle spalle e ti pestano i piedi, è molto più difficile stare tranquilli, ti incazzi. Se hai un peso così grande dovrebbero fare molto più attenzione a non pestarti i piedi. In quel caso il peso moltiplica la stizza. Un anno di cattivo sangue lo sento tutto, non basta la luce a trattenermi. Le rispondo.

Sono innumerevoli le volte che ha fatto in modo che i ragazzi si allontanassero. Cito quelle che non può confutare. Una su tutte è quando ha detto al piccolo che non volessi mandarlo in vacanza. Non mi parla ormai da tre mesi. L’ultimo messaggio che mi ha mandato è

– Perché non vuoi mandarmi in vacanza?

Chi glielo può aver detto? E perché?

Le ricordo che pur sapendo che il più grande non volesse che andassi ai colloqui scolastici, appena mi ci ha visto ha pensato bene di avvertirlo.

La incrocio nei corridoi della scuola e dopo un minuto mi arriva il messaggio con gli insulti di mio figlio.

Le ricordo che i ragazzi mi hanno accusato di non dar loro i soldi per mangiare.  Questo stupidaggine non poteva venire se non da lei, quando non ho mai mancato in questo.

Lei prima si dimena e dice che sono solo un falso, poi, quando Antonella le chiede di ricostruire gli episodi, non può far altro che confermare.

Guardo anche Antonella. Cazzuta! penso.

I modi non sono quelli detti da lui però, chiosa mia moglie con un tentativo ridicolo di alleggerire.

Lorenza e Antonella la hanno incalzata:

– Ma se i ragazzi decidono di non andare a scuola, per te possono farlo? Ci sono delle cose per le quali è giusto che i ragazzi abbiano autonomia, altre no.

– Ma ci dici che tuo marito non fa quello che dovrebbe fare per riaprire il dialogo con i ragazzi. Per te cosa c’è che non fa e dovrebbe invece fare?

– La tua famiglia dovrebbe fare un passo indietro. Dovete ricreare la genitorialità voi due.

– Se il padre perde autorevolezza in questo momento, tra un po’ che diventano più grandi è probabile che non riconosceranno neanche più la tua. Sarà un problema grosso per loro, non per tuo marito. A noi di Paperino ce ne può fregare di meno. Questo deve essere chiaro per te e per lui. A noi interessano loro.

Penso di aver mantenuto la calma. Ho alzato un po’ la voce, ma non ho perso le staffe.

La questione si è necrotizzata sul solito punto. Gli episodi sono tanti ma il punto è uno solo. Per mia moglie i ragazzi devono decidere loro, se vedere o meno il padre. Non è una roba da poter imporre. In realtà il fatto che non mi vogliano vedere avvalora la sua tesi che sono uno stronzo, non solo come marito ma anche come padre. Se è stronzo come padre, figuriamoci quanto lo è stato come marito. Uno stronzo al quadrato!

Dopo due ore di conversazione Lorenza e Antonella sono esauste. La fatica ad ascoltare due persone che litigano deve essere notevole. Ci diamo appuntamento per il giovedì successivo.

Il compito è quello di cooperare. Ci vuole uno sforzo.

Esco, tutto sommato è andata bene. Mia moglie è stata messa abbastanza alle strette.

Me lo hanno detto chiaramente, non parteggiano per me. Parteggiano per i ragazzi e forse sanno che devono passare attraverso il convincimento di mia moglie a collaborare.

Mi rimane addosso un senso di amarezza. Sono state le parole su BBBBB a farmi male. Sul fatto che non mi veda come un buon padre a detta di mia moglie. Nel pomeriggio ho cercato di ripercorrere la conversazione. C’era qualcosa che mi infastidiva e non capivo cosa. Come se mi sfuggisse un dettaglio. Avevo un ronzìo in testa, una incompletezza.

Poi capisco cosa è. Mi ricordo di aver detto che non è una cosa educativa che i ragazzi possano decidere se rispondere o meno al telefono anche ad un nonno di novanta anni e addirittura scegliere se fargli gli auguri per il Natale o per il Compleanno.

Mia moglie ha risposto :

Il nonno! Il nonno non si mai interessato ai nipoti, giusto mo’ si interessa?

Apro il telefono e cerco i messaggi più vecchi di mio figlio BBBBB.

Dopo Natale lo rimproveravo per sms del fatto che non rispondesse al Nonno che non gli avesse fatto gli auguri per Natale.

Mi rispose:

Il nonno non si è mai interessato a noi, solo ora si interessa?

Ho studiato a Milano. Venivo da una piccola città di provincia ed i primi tempi andavo i giro e mi ubriacavo della enormità della grande città. Ero affascinato da tutto quel movimento.

Mi sembrava di essere stato scaraventato dal nulla in un quadro futurista.

Vivevo in un pensionato universitario con amici provenienti da tutte le parti di Italia. Studenti come me.

Feci amicizia con un ragazzo di Catania, Raffaele. Ho sempre avuto un grande feeling con i siciliani.

Mi piace molto l’accento e in generale ho incontrato persone ironiche e di una profondità non comune. (E poi se penso al cannolo e alla cassata…)

Camminavamo per Via Torino ed il mio amico Raffaele, studente di economia ma appassionato di arte, mi invita ad entrare in una chiesa. Santa Maria presso San Satiro (Bramante), dice l’insegna all’esterno. Una chiesa insignificante rispetto alla grandezza del vicino Duomo, ma Bramante è stato uno dei più grandi architetti, penso.

Entriamo e mi invita al centro della navata subito dopo l’ingresso.

Non c’è nessuno. Niente rende l’atmosfera raccolta e mistica quanto una chiesa vuota.

Sarà che è l’uomo che ne guasta l’aria. Siamo bravi a fare i contenitori, poi ci perdiamo quando dobbiamo riempirli di contenuti.

Raffaele: ‘mbare (‘’compare’’), dimmi una cosa, quanto è lunga questa chiesa?

Effettivamente l’esterno era piuttosto piccolo ed angusto mentre all’interno pareva molto lunga.

Paperino: Dai, che ne so, dove vuoi arrivare?

Raffaele: mbare, tu dimmi, quanto ti pare lunga?

Paperino: Beh è lunga… 50 mt?

Mi prende sotto braccio e ridendo mi porta dietro all’altare.

Raffaele: Continua, vai in fondo ora.

Me lo dice ridendo e la cosa mi fa stare in ansia, sembra tanto uno scherzo.

In quegli anni gli scherzi in pensionato erano anche feroci.

Mi muovo con circospezione e lentamente. Lui rimane fermo, io cammino ma sono a tre quarti, tenendo d’occhio lui. Un passo in avanti ed uno sguardo a lui.

Dopo poco mi rendo conto che la chiesa finisce. C’è una parete. Quella che sembra una lunga navata non è altro che un dipinto con il disegno prospettico.

Come un cieco, allungo il braccio per vedere che effettivamente ci sia muro e non spazio.

Il mio amico ride piegato in due.

Io guardo quel miracolo pittorico. Vado su e giù dalla navata una decina di volte. Non potevo credere di essere stato ingannato a quel modo.

Comincio a ridere anche io. Della prospettiva avevo sentito parlare sui libri di scuola. Non c’erano quei dipinti nella mia piccola città del sud.

Su e giù per la navata. Non la finivo più e ridevo, ridevo.

San Satiro mi dava l’idea che ci fosse sempre una possibilità, bastava provare a guardare le cose in modo diverso. Negli anni successivi, quando avevo qualche scoramento, quando le cose non mi giravano come volessi, quando ero triste, prendevo il metrò, scendevo in piazza Duomo e facevo visita a San Satiro. Entravo nella chiesa, sostavo nella navata centrale e guardavo in fondo. Facevo un sorriso, un pensiero a Raffaele e al suo ‘mbare. Poi uscivo. Era un modo di resettare e provare a guardare tutto in modo differente.

Così oggi ho toccato con mano che le parole su mio padre, non sono state un pensiero originale di mio figlio BBBBB. Mi si è riaccesa la speranza.

Penso a San Satiro e Raffaele, sorrido.

Mi do uno schiaffetto e mi dico ‘mbare, forza.

Il pianerottolo

E’ arrivato il momento di frequentare il centro di mediazione. Mia moglie il 2 settembre, io il 3.

Da qualche giorno, improvvisamente il suo atteggiamento si è modificato.

Da un paio di giorni ha preso addirittura a scrivermi dei consigli per approcciare i ragazzi.

Le scrivo:

  • BBBBB non mi ha dato la risposta, lo porti tu al calcio?
  • Si con te non vuole venire, vai a vedere l’allenamento comunque.
  • Digli che dopo dobbiamo firmare, così riesco ad avvicinarmi.
  • Ok

Mi consiglia di andare all’allenamento! Ma come…è un anno che vado su e giù dai campi sportivi per vedere i figli da lontano. Ci vuole pazienza per non mandarla a quel paese. Oggi, dovendo dare evidenza dei comportamenti, mi consiglia di andare all’ allenamento. E’ un anno che guardo i miei figli attraverso una recinzione. Devo ignorare, non ho alternative. Mi devo concentrare sull’obiettivo. La polemica non serve, la polemica non serve, la polemica non serve, la polemica non serve, La polemica non serve….

  • BBBBB ha finito?
  • Ancora no
  • Torna con te? Hai chiesto?
  • Gli ho scritto un sms, non mi ha risposto, ma lo riporto io.
  • A me aveva detto di no
  • Ma se non vieni, se ne torna con me!
  • Tu chiedi se non vuole, non lo forzare, io aspetto nascosta. Se dice di no, mi chiami e arrivo. Se lo forzi addio.
  • Ma che devo forzare?
  • Hai firmato?
  • No, se viene lui firmo. Gli ho scritto che ci andiamo insieme
  • Ma chiedilo!
  • Non mi ha risposto ti dico.
  • Di persona, chiediglielo.
  • Ancora non lo ho visto. Sta giocando.
  • E vai no?
  • Dove devo andare? E’ nel campo!
  • Che modi, che sta soffrendo mica è un gioco!
  • Ma di che parli?
  • Firma sto cazzo di cartellino, che dispetto fai?
  • Nessun dispetto, ci vado con mio figlio a firmare!
  • Vai a firmare, poi ti avvicini e gli dico che hai firmato!
  • Forse non sono stato chiaro.
  • Almeno vede un po’ di amore.

La polemica non serve… la polemica non serve.. la polemica non serve…

  • Non riesco a spiegarmi, evidentemente.
  • Con AAAAA sei andato, perché per BBBBB no? No, sei proprio tu che non capisci
  • Sarà.
  • Gìovedi parlo con Lorenza.
  • Certo, parlaci … Vedi un po’ se c’è lei, perché mi ha chiamato un’altra dal centro di mediazione, non so se incontreremo lei.
  • Chi sia, sia! AAAAA non lo hai portato a firmare? Hai firmato e basta!
  • Si ma BBBBB non lo vedo dal 2 giugno e non lo sento, vorrei vederlo, è una buona occasione.

 

  • E certo!
  • Quindi invoglialo.
  • Avvicinati ora!
  • Certo che mi avvicino, aspetto che finisca. Gli dici che firma con me, perfavore?
  • Fai un po’ tu anche, io lo ripeto tutti i giorni ora tocca a te
  • Certo, non basta dire
  • Non ho problemi caro mio, fai tu qualcosa, piuttosto, invece dei ricatti, Paperino
  • I ragazzi si educano.
  • Con Amore, e a te chi ti educa? Loro sono educatissimi. Lo sanno tutti.

La polemica non serve, la polemica non serve, la polemica non serve….

  • Educare è tante cose.
  • Si certo tantissime cose, incomincia ad educare te. Educati! Io sono dietro al parcheggio fatemi sapere.

La polemica non serve, la polemica non serve, la polemica non serve, la polemica non serve, la polemica non serve….

 

Finalmente finisce l’allenamento e vedo il piccolo più da vicino.

Sono quasi tre mesi. Devo contare. Si, tre mesi. La matematica è sempre stata un appoggio per me, quando faccio conti mi ritrovo, mi aiuta nei momenti in cui posso perdermi. Era il due giugno, giorno del mio compleanno e della sua cresima.

Oggi finalmente lo rivedo. E’ la mia fotocopia il piccolo. Come vedermi allo specchio, ma 33 anni prima. Siamo diversi per tante cose, ma non fisicamente.

Se ci mettessero vicino sembrerebbe di vedere l’effetto del tempo su una fotografia.

Vado davanti alla porta degli spogliatoi. Non può sfuggire.

  • Ciao BBBBB come stai?

E’ sorpreso, non se l’aspettava di vedermi piombare addosso.

Abbassa la testa.

Vedere un figlio con la testa abbassata è davvero una brutta cosa. Come un cucciolo bastonato.

Quando sei genitore, quello che desideri veramente è che i tuoi figli camminino col petto in fuori e con la gioia di vivere. Vederlo chino così, mi spezza le gambe. Che questo accada a mio figlio è una cosa che mi toglie il fiato. Sento il peso della cosa, ma ormai non mi smuovo. E’ l’effetto del dispiacere.

Il dispiacere è un dolore che si prolunga nel tempo, non ti smuove in apparenza. Sedimenta, granello dopo granello si deposita, lento si indurisce e aumenta di spessore. Non lo rimuovi più un dispiacere così lungo, diventa una coltre, pesa e ti indurisce.

Gli parlo con la quiete di un sedimento:

  • Sono venuto per firmare il cartellino, mi accompagni?
  • Io ho firmato già.

Con la testa bassa fatico a sentire le sue parole, ma almeno mi risponde.

  • Si lo so, ma vorrei andarci con te in segreteria.
  • No, non voglio.
  • Dai accompagnami, ci mettiamo cinque secondi.
  • No, ho firmato io.
  • Dai BBBBB, accompagnami, che vuoi che sia!
  • No, non mi va.

Lui cammina ed io lo inseguo.

Arrivati davanti al cancello della scuola calcio, si ferma.

  • Dai BBBBB… Dai su… non ci vuole nulla.

Finalmente cede e mi segue. Non mi guarda mai, ha sempre la testa giù o in un’altra direzione.

  • Perché fai così? Sei arrabbiato?
  • Si
  • E perché, che ho fatto per farti arrabbiare così?

Non risponde. Il tratto che facciamo è breve e non riesco a parlargli oltre.

Entriamo in segreteria. Salutiamo e firmo il cartellino della federazione.

Usciamo. Lui corre avanti.

  • Ti accompagno io a casa?
  • No, torno con la mamma, viene lei.

Prende il telefono e chiama, credo chiami lei.

 

Mi scrive mia moglie su whatsapp:

 

  • BBBBB mi ha chiamato
  • Hai parlato?
  • Ho parlato, se non venissi e gli dicessi di venire con me, sarebbe meglio.
  • Chiedi
  • Ho chiesto, dice che gli hai detto che lo prendi tu. Quindi non viene con me.
  • Non è cosi
  • Così mi ha detto. Se gli dici che non puoi venire è meglio
  • Non viene perché non vuole, non perché ci sia io.
  • Fai come credi, io ritengo che sbagli. Fammi sapere che intenzioni hai. Se ci sei tu, lui non verrà mai.
  • Ci vuole pazienza devi chiedere ogni giorno.

Ci vuole pazienza, ecco qua. Devo chiedere ogni giorno. E’ un anno che telefono, mando messaggi, inseguo e tento di avere un contatto.

Ma la polemica non serve, la polemica non serve, la polemica non serve, la polemica no serve.

  • Devo andare via?
  • Io sto fuori tu chiedi
  • Ho chiesto ti ho detto
  • Se vuole venire con te vado via.
  • Ancora? Ha detto che non viene perché devi venire tu! Questo è quello che dice.
  • Non vuole allora.
  • Ma no? Pensavo volesse sai? Se gli dici che non vieni rimango e lo porto io. Altrimenti saluto e vado. Mi dici cosa fai per favore?
  • Alla fine è arrivata. Ha preso BBBBB e sono andati via.
  • Erano qualche metro in là e ho detto:
  • BBBBB ti scrivo e ti telefono, mi risponderai?
  • Se ho tempo.
  • Se hai tempo, certo. Ciao BBBBB.
  • La mia fotocopia si è allontanata senza salutare.

Il 3 settembre sono stato al centro di mediazione. Ho incontrato la collega di Lorenza, Antonella. Era stata lei  che mi aveva fissato l’appuntamento per telefono.

Siamo entrati nella solita stanza, c’era anche Lorenza con noi. Mi ha chiesto di raccontare alla sua collega, a grandi linee, l’ultimo anno e i motivi per cui mi ero rivolto loro in precedenza.

E’ stata tosta. In certi momenti il ricordo mi stringeva la gola e dovevo fare una piccola pausa.

Il dispiacere è sedimentato ma evidentemente a mescolare, ancora si smuove un po’.

Non hanno fatto commenti, mi hanno detto di aver sentito mia moglie al giorno prima.

Stavolta il loro normale lavoro di mediazione coincide con un mandato del tribunale. Ci sentiranno insieme e poi forse sentiranno anche i ragazzi. Ho avuto solo conferma che mia moglie non fosse contenta di stare lì. L’obiettivo comune, mi hanno detto, è quello di ‘normalizzare’ i rapporti con i miei figli. Obiettivi concreti mi ha detto Lorenza.

Inizio l’ennesimo percorso. Adesso c’è Antonella. Un’ altra persona. Non mollerò, mi conosco. Non conosco rassegnazione se qualcosa mi interessa. Ho fatto tanti gradini finora.

Sono passato da un’amica psicologa con cui ho fatto terapia di coppia subito dopo la separazione, Maria. E’ stata Cassandra, mi preannunciò che avrei avuto problemi con i ragazzi, dato il carattere di mia moglie.

Poi è stata la volta del counseling. Katia, mi ha dato una grande mano. Mi ha fatto capire che avevo da lavorare solo su di me, se non avessi potuto avere un contatto coi ragazzi. Se avessi ritrovato me stesso, non sarei stato da solo. Poi Lorenza, il centro di mediazione. La svolta forse. Mi sono sentito come sulla scala mobile, salivo trasportato e non facevo alcuna fatica.

Adesso mi sento come se fossi su un pianerottolo. Riposo e prendo fiato prima di ripartire.

Ho smesso di restare appeso ad una risposta, ad un messaggio o ad una telefonata che non c’è mai stata. La mancanza è come guardare nella tromba delle scale mentre sali, ti paralizza. Io ho ancora da salire invece. Meglio non guardare e cominciare a riorganizzare la mia vita.

Anche la tromba delle scale è diversa quando la guardi dal pianerottolo. Riesci ad affacciarti con più tranquillità.

Comincerò dalla confezione di spazzolini da tre che avevo preso il giorno dopo essere andato via da casa. Per quando verranno a dormire da me, mi dissi. Comincerò con lo scartare quella e pensare di comprarne un’ altra quando saranno pronti a venire.

E’ quello che ho tenuto a precisare a Lorenza e Antonella l’altro giorno. Non ce ne sarebbe stato bisogno, ma ho detto loro per dirlo anche a me:

  • Che sia chiaro, per me il problema è risolto quando i miei ragazzi verranno con me con la stessa tranquillità con cui stanno con la madre.

La polemica non serve, ma non ci sono sconti.

Venerdì ho appuntamento con mia moglie al centro, da Antonella e Lorenza. Vedremo.

Il complotto

Sono due giorni che esco con mio figlio più grande, AAAAA. Andiamo insieme al garage, prendiamo la moto. Il primo giorno l’ho guidata io fino ad un grande spiazzo. Sono sceso, gliel’ho data e gli ho detto.

  • Vai, non avere timore. E’ come la bici.

Avevo una paura fottuta che si facesse male, ma ho fatto finta di nulla.

E’ partito un po’ impacciato poi ha cominciato a girare. Aveva il sorriso stampato in faccia, anche se il volto era sempre un po’ teso per la prova.

Da quando è piccolo è sempre stato un tipo prudente. Lo soprannominavo prudentino. Prima di fare una cosa ci pensava, ci pensava. E’ sempre stato un gran fifone.

Agli acquascivoli, in bici e in qualunque cosa ci fosse un po’ di rischio. Lui, se non si sente confidente con ciò che deve fare, non lo fa. Cercare di convincerlo è come tirare un mulo che non si vuol muovere.

Adesso, quando gioca a calcio, sta cominciando a mettersi in barriera sui calci di punizione.

In passato mi faceva ridere, perché quando la squadra avversaria doveva tirare un calcio di punizione e c’era da formare la barriera per opporsi al tiro, lui finiva esattamente dalla parte opposta del campo. Aveva paura di beccarsi una pallonata. Acquisita la confidenza necessaria va come un treno.

Una volta lottai una intera mattinata per farlo salire su un acquascivolo. Era alto e faceva un po’ impressione. Quando finalmente ci riuscì, tra le urla della madre che non voleva che lo forzassi, non la smise più. Lasciammo l’acqua park per ultimi.

E’ un po’ diverso da me in questo.

A me la paura di aver paura fa un brutto effetto. E’ tanto forte il timore di rimanere bloccato dalla paura che spesso mi butto nelle cose come un kamikaze, pur di liberarmi dall’incubo. Qualche volta mi rompo le ossa.

Allo stesso modo con lo scooter. Il mio prudentino, dopo le prime incertezze, non ha finito più di girare.

Al giorno dopo abbiamo fatto un altro giro. L’ho portato al negozio per scegliere un casco. Quello che avevo era troppo largo per lui. Si è scelto un casco nero con la bandiera inglese. Molto carino. Quello con la bandiera italiana era finito ed ha ripiegato su quello con bandiera inglese.

Ho trattato sul prezzo, più che per avere i cinque euro di sconto, per fargli vedere che un prezzo è trattabile. Usciti dal negozio l’ho guardato, era tutto contento del suo nuovo casco, si vedeva dalla smorfia. Gli ho messo la mano in testa e gli ho scompigliato i capelli.

  • Ehilà! Che casco da gran figo che ti sei preso!

Rideva, ma metteva subito il freno.

Ancora è bloccato, ho pensato.

Ho avuto sensazioni fortissime a stare di nuovo con lui. Il dialogo non è cambiato molto rispetto a prima, è solo un po’ frenato. Forse lo sono anche io e non me ne rendo conto.

Non ritengo si debba essere ‘amici dei propri figli’. La confidenza ci deve essere ma il rapporto padre – figlio va conservato. Il ruolo va mantenuto. Quando ero a casa, facevo il matusa all’occorrenza e quando mi rendevo conto che avesse bisogno di una spinta, cercavo di lanciarlo.

Mannaggia, quando ci penso, non capisco cosa è andato storto.

Mi crea grande disagio interiore questa cosa. Forse questo è un freno che sente anche lui. Ma solo la pratica reciproca può farci accelerare.

Mentre girava in moto sul piazzale, gli ho scattato delle foto. Whatsapp non me lo ha ancora sbloccato, però gli ho inviato un sms.

Ha replicato:

  • grazie…

Ha aggiunto la faccina che ride.

Me la son guardata a lungo quella faccina.

Ho pensato anche tanto a cosa rispondere, poi ho scritto la cosa che mi veniva più facile.

  • ti voglio bene.

Mentre eravamo in auto che ritornavamo a casa gli squilla il telefono.

Sua madre. Dalla risposta ho capito che gli chiedesse come stesse andando.

In quel momento mi è salita di nuovo la nausea. Quella telefonata aveva il solo scopo di ricostruire un muro che stavamo smantellando.

Ho provato un forte senso di umiliazione.

Come se ci fosse del pericolo per mio figlio a stare con me. Avevo fatto i calli ai modi in cui mia moglie calpesta la sensibilità altrui, ma la mancanza di pratica mi aveva scoperto la pelle, evidentemente.

Ho lasciato stare. La miseria interiore è la cosa che mi rattristisce di più nell’uomo. Un uomo che non ha umanità, non è un uomo. E’ come un’ auto senza motore, non serve.

Da piccolo, mia nonna mi rimproverava se lasciassi qualcosa nel piatto o se buttassi del cibo nella spazzatura.

  • Noooooo, Paperinuccio! E’ ben di Dio, non si butta!

Vedere la miseria umana, è vedere buttato al cesso tutto il potenziale di umanità che ognuno di noi ha.

Ho rimosso il pensiero e mi sono di nuovo riconcentrato su mio figlio che nel frattempo aveva perso verve.

Si parlava di calcio, e dei nuovi giocatori comprati dalla Juventus. La nostra squadra.

Un tempo passavamo ore a parlare di calcio. E’ una passione insana che ci ha sempre legato.

Si cominciava da Maradona per finire inevitabilmente al mimo delle sue azioni durante l’ultima partita. In sostanza mi faceva i replay delle sue azioni in salotto. Uno spettacolo osceno in realtà, ma a me piaceva troppo. Adoravo la sua attenzione nei miei confronti e ricambiavo come se stessi vedendo un film di Tarantino.

Altro squillo del suo telefono. Cinque minuti dal primo.

Risponde immediatamente.

  • Ciao Nonna.

…. (non sento cose viene detto dall’altra parte)

  • Si si, tutto bene.

…..

  • Si si tutto ok, abbiamo finito ma siamo andati in giro per il casco. Ci sentiamo dopo.

Ha tagliato corto mio figlio.

Forse l’umanità che non hanno dall’altra parte del telefono, lui la ha. Anzi la ha, ne sono sicuro ed è la cosa che mi dà la forza di continuare. La devo proteggere perché deve diventare un uomo e non una bestia.

Sabato mio figlio è voluto tornare a fare un giro in moto.

Stavolta l’ho fatto guidare da subito. Abbiamo passato tutto il pomeriggio insieme. Avremo fatto una trentina di chilometri. Ne abbiamo approfittato anche per andare a comprare quaderni e penne per la scuola. L’ho fatto guidare tutto il tempo. Io ero dietro e gli davo consigli. Mi ascoltava attento.

Sta imparando.

L’ho accompagnato all’allenamento ed aspettato che finisse. L’ho riaccompagnato a casa.

E’ stato magnifico. Un po’, il fatto che diventi indipendente mi mette tristezza. Quando guiderà, svanirà la mia unica occasione di vederlo. Mi sto suicidando con le mie mani praticamente. Ci ho pensato, non posso tenerlo in gabbia per godermelo. Deve crescere e vivere i suoi quasi quindici anni, indipendentemente dalla separazione.

La moto è stato uno strumento per riavvicinarmi a lui, non può diventare la chiave di un paio di manette. Lo utilizzerò al meglio. Poi si vedrà.

Questa mattina mia moglie mi ha scritto su Whatsapp ed ho avuto la conferma che l’avvicinarsi del colloquio al centro di mediazione le sta mettendo addosso una paura fottuta. Mi vuol parlare in privato. Chissà che complotta. Non vuole lasciare traccia la stronza. Io continuo a farla cuocere:

Moglie:

Primo. Sei pregato quando chiamo di rispondere visto che è per sapere di mio figlio che fa, visto che non mi rispondeva o almeno di scrivere un messaggio .

Secondo. le volture dei contratti di casa le hai fatte?

Terzo. BBBBB domani gioca alle 17,30 potresti andare a vederlo così poi gli chiedi di andare a firmare il cartellino in segreteria, con lui.

(Nei giorni precedenti mi aveva chiesto di andare alla segreteria della scuola calcio per firmare il cartellino del piccolo. Avevo risposto che avrei aspettato di sentire mio figlio BBBB, che non vedo e non sento dal 2 giugno. Saremmo andati insieme a firmare. Questa cosa la sta scombussolando. Il fatto che i ragazzi debbano dare conto a me di qualcosa, la manda in bestia. Per lei devo stare in un angolo e pagare all’occorrenza)

Quarto. Prima che vada al Centro di Mediazione, Giovedì pomeriggio, dobbiamo incontrarci.

Quinto. Così porto le spese sostenute per i libri e dividiamo

Fammi sapere quando hai 5 minuti grazie.

E’ un bel modo per svegliarsi alla domenica mattina penso.

Mi ricordo di quello che mi ha catechizzato Lorenza.

  • Non rispondere subito. Prendi il tuo tempo e pensa. Quello che scrivo serve? O è solo un modo per sfogare rabbia? E’ utile al mio obiettivo? Fai una passeggiata e pensa a qualcosa che ti rasserena, poi rispondi.

Già, ma sono in auto. Non posso passeggiare.

Per rasserenarmi ricordo di mio nonno Onofrio. Quando ero piccolo, i genitori di mia madre vivano nella casa in cui abito ora. Mio nonno, da fabbro in gioventù, era finito in ferrovie dello Stato. Aveva fatto tutta la carriera fino a capo treno. Poi si era messo in pensione e si dedicava alla cura della terra intorno alla casa. Aveva l’uva da cui faceva il vino, e da cui continuo a farlo io con mio padre, un orto e un frutteto.

Passavo molto tempo con i nonni da piccolo e mentre lui lavorava i campi io saltellavo qua e là, intorno. Attrezzi, motori, alberi. Un parco giochi un po’ pericoloso ma pieno di giostre.

Mio nonno era un omone, e quando lo vedevo lavorare mi fermavo a guardarlo per la forza impressionante che sprigionava da quelle braccia. D’estate era a torso nudo, il che aumentava la bestialità dei movimenti.

Si svegliava alle cinque ed alle dodici era già ora di pranzo.

Mia nonna alle dodici in punto usciva sul patio della casa con una campanella. In dialetto:

  • Onofriuccio! E’ pronto.

Urlava, e suonava la campana.

Mio nonno qualsiasi cosa stesse facendo, lasciava immediatamente, come se fosse stato sotto ipnosi.

Sempre in dialetto:

  • Arrivo, ragazza!

La chiamava ragazza nonostante avessero più di sessanta anni.

Entrava in casa. Io lo seguivo perché non mi volevo perdere lo spettacolo.

Si avvicinava al frigo. Prima di aprire il frigo, strofinava la schiena come un orso allo spigolo del muro vicino. Si appoggiava con una mano al bancone vicino al frigo, come se le gambe da sole non riuscissero a mantenere la sua mole. Con l’altra mano apriva il frigo.

Da dentro, tirava fuori una bottiglia di vino rosso molto fredda e la posava sul banco.

Il frigo lo lasciava aperto. Al tempo non c’era l’aria condizionata e quella rappresentava una occasione per prendere un po’ di fresco nella calura estiva.

Prendeva poi una testa di sedano con le foglie e la poggiava vicino alla bottiglia.

Con un coltello modellava la parte di sotto della testa del sedano, lasciando intatte le foglie. Doveva infilarla a pressione nel collo della bottiglia lasciando le foglie fuori. Si veniva a creare una specie di filtro . Finito il lavoro di cesellatura, metteva la bottiglia alla bocca con una mano. Con l’altra mano si appoggiava sempre al banco.

Beveva a canna ciucciando attraverso il sedano. Ciucciava avidamente e faceva un rumore tipo il cra cra del rospo.

Bevuta con un sorso mezza bottiglia, la poggiava sul banco, con un braccio si asciugava la bocca e :

  •  Ahhhhhhhhhh!

Era uno spettacolo potentissimo ed io restavo in un angolo a guardare con gli occhi sgranati. Mi sentivo come Ulisse nella grotta di Polifemo per le proporzioni di forze in gioco.

Nulla ti dà serenità come la forza. Quando hai forza, hai la serenità di affrontare qualsiasi cosa, non temi nulla. Mio nonno era sereno.

Non era buddista mia nonno, ma aveva tanto l’aria di chi non se ne fotte niente di nulla.

Rispondo:

1 Quando hai chiamato ero fuori dall’auto che cercavo di cambiare dei soldi al bar. Sono rientrato, ho trovato la chiamata e AAAA mi ha detto ti ha chiamato la mamma, ma l’ho già chiamata io, voleva me.

2 . Per le volture, se ne occupa chi subentra che io sappia. Dimmi di che hai bisogno per farlo. Entro fine mese per favore, poi dovrò disdire

  1. BBBB gioca alle 17,30 ? Alle 17,15 lo vengo a prendere da casa.

O fammi sapere l’ora.

  1. Di cosa dovremmo parlare ?

(Ho fatto di proposito a dissimulare interesse per la cosa che invece era la più interessante delle cinque)

  1. Ho fatto delle spese anche io, poi conguagliamo.

Moglie: Certo quelle della scuola. Per quanto riguarda il casco o tutte le spese della moto non mi interessano, lo sai, già detto. Le volture le devi fare tu! BBBBB Non vuole venire con te.Ti fai trovare lì. Lo saluti e ti guardi l’allenamento, e poi gli chiedi di firmare così hai da parlare, hai un aggancio.

(Che donna viziata, pensa di poter comandare tutti a bacchetta, non ha capito nulla. E non gliene frega un cazzo dell’aggancio, vuole solo che firmi il cartellino)

  • Per il centro di mediazione poi ti dico, altrimenti farò io.

Aggiunge altrimenti lo farò io, vuol essere una intimidazione?

(Chissà che ha da dirmi. Sarà qualche macchinazione concordata con mia suocera. Mi vorranno dire di minimizzare i problemi coi ragazzi. Vogliono distorcere le cose e concordare la versione. Credo che sia questo. Non si spiegherebbe perché non scrive e non voglia lasciare traccia delle sue macchinazioni. Adesso cerca complicità.

Altrimenti farà lei, dice. Che donna falsa, che donne false. Perché chissà chi ha fatto fino ad ora!)

Simulo ancora disinteresse per l’argomento centro di mediazione. Ribolle.

  • Ma poi se ne torna con me BBBBB ?

Lei ritorna a bomba:

  • Chiedi anche al tuo avvocato. Dipende da te se andiamo al centro o meno.

Faccio ancora finta di nulla.

  • Cosa?

Cambia discorso anche lei.

  • Chiedilo tu a BBBB. Per ora dice no. Bisogna avvicinarlo con calma e amore.

Ripenso costantemente a nonno Onofrio che si strofina la schiena sullo spigolo del muro.

  • Che significa? Torna a piedi BBBB? O si presenta qualcuno di voi?
  • Bisogna fare con più pazienza quindi;

Nonno mio, aiutami tu. Mi strofino la schiena sul sedile dell’auto.

  • Devo domandare altrimenti se non vuole, vengo io
  • Perché non ho avuto pazienza?
  • Che c’entra c è ne vuole di più, chiediglielo tu.
  • Non risponde da mesi, lo sai bene, come chiedo?
  • Bisogna provare varie strade
  • Si come no

Meglio cambiare discorso.

  • Va bene, allora, fammi sapere che fai per le volture, di cosa hai bisogno. E cosa fai per le mie robe per favore, che ancora non mi hai restituito.
  • Devi fare tu le volture, se stacchi ti paghi gli allacci;
  • Vedremo
  • Vedi tu per le volture
  • Ti avviso che stacco, poi fai che vuoi
  • Tocca a te chiamare e le tue robe non ci sono più. Ciao. Qui non c è nulla più di tuo. Ciao. Le chiavi? Il telecomando?
  • Senti, non posso fare le volture, non posso tecnicamente, informati. Le deve fare chi subentra. Mio malgrado, sarò costretto a disdire i contratti se non ti muovi. Le chiavi appena ci vediamo te le do.
  • Ok. Chiedi al tuo avvocato per il centro di mediazione e fammi sapere che cavolo vuoi fare.

(Ritorna a bomba. E’ evidente che è quello il suo cruccio. Il resto solo provocazione)

  • Che voglio fare? Mica posso non andarci. Mario mi ha detto che ci devo andare e di corsa. È un ordine del giudice.
  • Certo, quello si.
  • E quindi?
  • Se vuoi ci incontriamo e ti dico.
  • Ma non capisco cosa. Che problema ci può essere?
  • Nessuno!
  • Che è tutto sto mistero?
  • Beh, fai che vuoi. Ciao.
  • Mah!

 

E’ turbata. Vuole cambiare le carte in tavola.

Ai tempi di nonno Onofrio era più semplice, una bella ciucciata, una strofinata e passava tutto.

Il mio cavallo di Troia

Adesso mi cerca lei.

Siamo stati convocati ufficialmente dal centro di mediazione. Il dott. Cittadini ci ha mandato direttamente lì, senza passare dal via.

La convocazione è arrivata per l’1 e il 2 settembre. Separatamente. Leggo tra le righe che è agitata. Capito?

Scrive su whatsapp:

  • Mi ha telefonato il centro di mediazione, devo andare giovedì pomeriggio ore 16,30, sarebbe meglio andare insieme. Quando torni fatti sentire che ti dico.

Ha paura la stupida.

Evidentemente si sente braccata e messa alle corde. Adesso deve dare conto a qualcuno di ciò che fa e crollano improvvisamente la sua arroganza e le sue miserie.

Sono stato qualche giorno fuori per lavoro, al rientro non l’ho chiamata e non la chiamerò. Che cuocesse nel suo brodo. Sta stronza.

L’ho pregata per un anno.

Un anno ho aspettato perché si potesse parlare con qualcuno per avere dei consigli, per capire cosa è bene per i ragazzi.

Un anno perché qualcuno aprisse la bocca per dire qualcosa di buon senso.

Un anno perché non fosse sempre tutto come dicesse lei, senza possibilità di replica, come in una dittatura.

Un anno per poter dire le mie ragioni ed essere ascoltato.

Un anno di attesa. Per reggere attese così lunghe corrodi il sistema nervoso, mi sono consumato.

Un anno senza i miei ragazzi.

Aveva il coltello dalla parte del manico e ne ha approfittato.

Che mi dicano che sbaglio adesso. Che mi dicano cosa ho sbagliato, e cosa non devo sbagliare.

Sarò tutto orecchie e metterò tutte le mie risorse a disposizione. Me lo diranno per aiutarmi, non per farmi del male.

Basta sentirmi dire che devo solo aspettare e che quanto accade è solo colpa mia.

Basta stare in un angolo a prendere schiaffi.

Basta vivere di pacche sulle spalle ed incoraggiamenti amichevoli.

Basta attese, Energie nervose per aspettare non ne ho più.

Basta approfittare dell’assenza per dire menzogne.

Basta umiliazioni.

Queste sono le speranze che nutro dal confronto che andrò a fare.

Non voglio stare in disparte e vedere i miei ragazzi cresciuti da altri senza poter mettere bocca in nulla. Io non voglio il male di nessuno, voglio solo fare il padre. Perché diavolo li avrei messi al mondo due figli?

Questa è una barbarie che è consentita da una legge che non c’è ed autorizza la follia di alcuni uomini e donne a servirsi dei figli per vendicarsi delle proprie frustrazioni.

Le rispondo via whatsapp:

  • Mi hanno convocato per venerdì e mi hanno detto che ci ascoltano separatamente.
  • Lo so, chiamami quando torni.

Non replico.

Questa improvvisa ricerca di complicità mi produce vero e proprio disgusto. Lo sento proprio sulla bocca dello stomaco. Ho anche la nausea che viene su dalla gola e mi impasta la bocca.

Adesso mi cerca per i ragazzi?

Lo so cosa non vuole. Non vuole che i ragazzi vadano al centro di mediazione.

Sarebbe disdicevole per loro e per lei.

E soprattutto non ammette che qualcuno possa dirle che quello che fa non va bene.

Per lei il problema non è che i ragazzi non vedano il padre. Questo no, questa è una cosa che se si risolve è bene, altrimenti si fa senza.

Me lo ha detto chiaramente e oltretutto aveva anche il benestare dell’assistente sociale a suo dire:

  • Signora, ci proviamo, se poi non si riesce, mica ci possiamo sparare! Hanno quindici anni quasi questi ragazzi. Devono decidere loro!

Questo quello che mi ha riportato lei e dubito fortemente che qualcuno lo possa aver detto. Ormai sono abituato a filtrare tutte le stronzate che spara. Chissà che le ha detto il dott. Cittandini e lei lo ha trasformato in un lasciapassare per la sua coscienza.

Capita a tutti di fare gli stronzi. A me qualche volta. Però io penso che bisogna avere la consapevolezza di farlo. Non puoi fare lo stronzo e non immaginare che qualcosa ti possa tornare indietro.

Accetti il rischio se ti conviene, ma il rischio lo devi conoscere.

Intanto mio figlio grande lo sto portando in auto agli allenamenti.

Parla.

Lo voglio dire piano piano. Che non si alzi troppo la voce, ho paura che se alzo la voce poi accada qualcosa e tutto ritorna come prima. Non sono più monosillabi. Cerca il discorso. E’ una cosa che mi sembra troppo bella per essere vera. Ho capito che qualcosa stava cambiando l’altro giorno.

Sono rimasto per tutto l’allenamento, speravo di poterlo riaccompagnare a casa, io. Non c’era il suo amico a cui davamo un passaggio. Saremmo stati io e lui soli.

Finito l’allenamento è uscito dal campo. Era stremato, stanno facendo una dura preparazione atletica e mio figlio, a differenza di me, suda come una fontana.

Ho incrociato il suo sguardo a distanza, mi ha fatto segno con il pollice vicino alla bocca che avesse sete.

In labiale da lontano gli ho detto:

GATORADE?

Va pazzo per il gatorade al limone.

Mi ha detto si con la testa.

Sono partito a razzo verso il bar per prenderglielo, sono scivolato.

Gli altri genitori hanno riso ed ha riso anche lui.

Non sono mai stato così contento di fare una figuraccia.

Gli ho portato il suo gatorade ed ancora sorrideva.

Continua a non rispondere al telefono e ai messaggi che gli invio. Però entra in auto e mi racconta. E’ un fiume in piena.

Sabato gli ho detto che vorrei fargli provare la moto. L’ho presa per lui a novembre scorso e tenuta in garage come una reliquia. E’ stato il mio cavallo di Troia, forse. Adesso ha fatto l’esame teorico per il patentino e deve fare la prova pratica. Gli ho detto che gli faccio fare delle guide.

Mi ha detto di si.

Gli ho detto che potremmo andare a comprare le cose per la scuola insieme.

Mi ha detto va bene.

Ieri in auto, di sua iniziativa, mi ha raccontato dei suoi nuovi amici e dei professori che non ho avuto la possibilità di conoscere.

Ho fatto lo scemo come al solito e rideva.

Ci penso tutto il giorno ma come se fosse una cosa che sta accadendo a qualcun altro. Forse la voglio tenere lontana.

Ancora mi sto dando dei pizzicotti.

Ma che rimanga tra noi, potrei pensare che sia vero.

La muta della pelle

Dopo un po’ la pazienza diventa come la pelle morta, una muta di pelle che ti porti addosso. E’ il controstampo di te che cadrà. Ti rinnoverai. La tieni perché proteggi la pelle che è sotto, troppo cruda per esporla.

Con la mia muta di pelle sono andato in Banca. Il mio avvocato aveva chiesto all’avvocato di mia moglie di poter chiudere un conto cointestato. Mia moglie mi aveva informato che avrebbe potuto solo al 16 di agosto, al pomeriggio. Poi sarebbe stata troppo impegnata per farlo. E va bene. Al 16 di agosto ci vediamo in banca alle 15, avevo risposto.

Arrivo davanti alla filiale in pieno centro. Non c’è nessuno. Visto il gran caldo magari sarà entrata, penso. Entro.

Trovo mia moglie seduta alla prima scrivania davanti ad un impiegato della banca. Mi aspettano.

Si erano già portati avanti con il lavoro, pareva.

Neanche saluto l’impiegato che non conosco e mia moglie:

  • Qui risultano due chiavette per il conto on line. Tu quante ne hai?

Il tono investigativo di mia moglie che tanto mi irritava quando stavo a casa. La chiamavo la marescialla. Che rompicoglioni Gesù, mi ero disintossicato.

  • Una, ne ho avuta sempre una.

Rispondo di rimessa.

Guardo l’impiegato con faccia interrogativa. Non parla. Pare intimorito dal tono da Gestapo di mia moglie. Non ho idea a cosa si riferiscano. Ho sempre avuto una chiavetta con cui controllo il mio conto personale e quello cointestato. Sono nella stessa banca. Mi sforzo ma non mi ricordo dell’esistenza di un’altra chiave.

Finalmente dopo qualche secondo di silenzio interviene l’impiegato.

  • Qui risultano due chiavette. Lei ricorda il suo codice cliente?

Glielo dico. Per fortuna non ho problemi di memoria ancora.

  • Si, risulta questa chiavetta e poi ce ne è un’altra che risulta agganciata al conto cointestato e ad un altro conto.
  • Guardi io ho solo questa, non so per cosa è l’altra. Non l’ho mai avuta.

Mia moglie con tono intimidatorio.

  • Dobbiamo andare a fondo a questa cosa. (Rivolta all’impiegato). Questo, (indicando me) già mi ha portato via i soldi, ci manca che controlla i fatti miei!

In quel momento mi sento di fare una capriola all’indietro. Conoscevo bene quei modi arroganti, quel timore che il mondo trami contro di lei ed il suo fare intimidatorio.

Stando a casa mi ero creato una campana entro cui vivere fatta per lo più di silenzio ed indifferenza. Mi rimetto la vecchia maschera e fisso l’impiegato che fa finta di non sentire. E’ imbarazzato più di me, smanetta sul pc alla ricerca di non so quali codici.

Mi ha dato del ladro praticamente, devo pur dire qualcosa.

  • Guardate, cercate pure, ma io ho solo una chiavetta. Cercate e appurerete certamente quanto sto dicendo. C’è bisogno di questo per chiudere il conto?

– In teoria no. Se chiudiamo il conto, le chiavette si sganciano. La perdete, ma se non la usate poco importa.

  • NO! VOGLIO SAPERE SE QUESTO MI SPIA!

Mia moglie, quasi urlando.

– Già ha portato via i miei soldi. Se mi spia gli faccio passare i guai!

La guardo sbalordito. Non ho portato via alcun soldo ovviamente. Allude ai pochi risparmi che avevo sul mio conto personale, ma che erano miei. Per mia moglie oltre alla casa e tutto il contenuto le avrei dovuto lasciare anche i miei risparmi, credo. Meno male che c’è stata la sentenza di un giudice che non ha accolto questa sua richiesta strampalata.

L’impiegato sempre più imbarazzato ed intimorito pesta sulla tastiera. Credo voglia liberarsi anche lui di noi al più presto. Intuisco che è un amico di mio suocero perché ad un certo punto chiede a mia moglie di verificare se per caso la avesse il padre, la chiave. Magari è dell’altro suo conto, le dice.

Dopo quindici anni vengo a sapere che mia moglie ha un altro suo conto in quella banca.

Mi viene da ridere. Questa donna pensa che io la spii e mi nasconde proprietà e conti correnti da quindici anni. E’ una meraviglia tutto questo.

Ho dovuto anche far vedere a mio figlio i bonifici che effettuavo per dimostrare che non era vero che li lasciassi senza soldi. E’ una roba senza senso.

Mia moglie si allontana per parlare con il padre in gran segreto al telefono.

Torna e conferma che la chiave la ha il padre.

  • Bene, non avevo dubbi.

Dico, sorridendo ironico.

  • Bene, allora provvedo a chiudere il conto se mi date l’ok.

L’impiegato ha fretta di sbarazzarsi di noi.

  • Per me va bene.
  • Voglio essere sicura che non possa controllare i miei conti con la sua chiavetta!

Tuona ancora mia moglie.

Oramai rido. Guardo l’impiegato con la faccia sorridente. Lui però non si permette di contraccambiare. O è serietà, o ha i coglioni a terra o ha paura di far brutta figura con mio suocero che oltre ad essere un buon cliente, deve essere suo amico.

  • Senti, non sapevo nemmeno che tu avessi questo conto, come faccio a controllarlo con la mia chiavetta?
  • Si si, non mi fido di te. Siete tremendi voi, ci manca pure che mi spii oltre a derubarmi.

Butto le spalle in giù, non so più come replicare. L’impiegato, dopo aver smanettato un altro po’ dice a mia moglie di stare tranquilla. Con la chiavetta vedo solo il mio conto.

Conoscendola non è convinta ma non me ne frega assolutamente nulla. Ho solo voglia di sciogliere l’incontro.

Ci eravamo messi d’accordo per discutere dei ragazzi all’uscita dalla banca. Sento che non è un buon momento per parlare dei ragazzi. Ho già il disgusto sullo stomaco. Sarebbe meglio rimandare per essere più neutri per affrontare un discorso così importante. Significherebbe prendere un altro appuntamento e la cosa mi disturba ancora di più. Decido di affrontarla anche in quelle condizioni.

Nei giorni precedenti siamo stati convocati dall’assistente sociale del Comune.

Il giudice aveva inviato il provvedimento anche al servizio. Ci hanno chiamato per sentire i nostri problemi.

Intorno alle 12 dell’11 agosto mi arriva una telefonata da un certo Dott. Cittadini

  • Buongiorno Signore, sono il Dott. Cittadini, assistente sociale del Comune di Paperopoli. La chiamo per il provvedimento emesso dal giudice in merito alla sua separazione e alla situazione con i ragazzi che lei non riesce a vedere.
  • Ah si, mi dica pure.
  • Ho appena finito di sentire sua moglie, è andata via cinque minuti fa.Dovremmo incontrarci.
  • Mi dica lei. Io sono in città non mi muovo.
  • Guardi, noi potremmo vederci oggi, se le è possibile, altrimenti se ne parla il 29 perché poi io sono in ferie, signore.
  • Per me va bene anche oggi, vengo nel pomeriggio?
  • Guardi noi siamo qui fino alle 14.
  • Vengo subito allora, non c’è problema.

 

Mi dice l’indirizzo presso cui trovarlo e mi dirigo da lui.

Lorenza del Centro di Mediazione mi aveva spiegato che per prassi tutti i provvedimenti del tribunale passano dal servizio del Comune,  per essere poi smistati ai vari servizi di supporto.

Il centro è un edificio che mi sembra una scuola materna. L’accesso avviene attraverso dei cancelli in acciaio chiusi a chiave. Sembra di essere in un carcere. C’è una signora che ha un mazzo di chiavi da secondino in mano e prima di aprire chiede informazioni sul motivo della visita.

Dopo aver spiegato che ero stato chiamato dal Dott. Cittadini, apre e mi dice di proseguire per il corridoio. In fondo a destra.

Sono le indicazioni tipiche di un cesso, penso.

Busso ed entro nella stanza. Il Dott. Cittadini è un ragazzo, giovane, poco più di trenta anni, mi sembra. Alto, moro, con la barba, di bella presenza.

Mi chiama signore e alterna il lei al tu. Un po’ indeterminato.

Rompo gli indugi e gli chiedo di poterci scambiare del tu. Acconsente ma continua sempre a chiamarmi ‘signore’.

-Signore, raccontami un po’ dei problemi con i ragazzi. Dimmi tutto ciò che vuoi. Io ho parlato con tua moglie, e lei mi ha raccontato la sua storia. Ora vorrei sentire la tua.

Il ‘signore’ già è una parola che stride come un gesso sulla lavagna quando non scivola, accoppiato al tu, mi sembra di grattarci con un pezzo di ferro. Provo un senso di fastidio.

Questo tipo ha in mano molto di me, non posso consentirmi commenti fuori posto per ora, senza conoscerlo. Magari diventiamo amici più in là e posso fare qualche battuta. Per ora meglio mantenere un certo formalismo e sano distacco.

Racconto la mia versione dei fatti, lui mi ascolta.

E’ completamente diverso da Lorenza.

Con Lorenza mi sentivo al centro dell’attenzione mentre parlavo, della sua e della mia.

Con il Dott. Cittadini è sempre lui che tiene la scena. Nel momento in cui mi precisa che ha due lauree e qualche Master comprendo che ho di fronte un giovane. Sembra preparato ma denuncia un po’ di inesperienza.

In genere, sventola i propri titoli chi ha bisogno di ricordarlo anche a se stesso di averli. L’esperienza è ago e filo per cucire addosso un titolo, senza esperienza è solo carta da sventolare.

Non è una cattiva persona. Giovane e pieno di sé come è giusto essere alla sua età, sento che manca un po’ della profondità necessaria per contenere i miei problemi.

Come se avessi tanta roba da sistemare e solo una valigetta a disposizione di fronte a me.

Finisco il mio racconto e mi rendo conto che si finge mio complice. Lo fa per carpire quante più informazioni possibile, il suo intento è palese. Con me dà addosso alle moglie rompipalle, con le moglie dà addosso ai mariti stronzi. Sto al suo gioco, non ho voglia di mettermelo contro.

Mi ha dato un po’ di informazioni sul racconto di mia moglie. Lo sento indispettito perché pare che mia moglie si sia presentata al colloquio con la solita amica psicologa. Lui non deve averla presa molto bene. Da quanto ho capito, ha letto la cosa come una intimidazione nei suoi confronti. Ha messo la psicologa alla porta con fermezza. Almeno lui riesce a metterla in riga mia moglie.

Mi ha raccontato che l’ha intimorita per cercare di scuoterla. Le ha detto che se non si dà una mossa è costretto a segnalare la situazione al tribunale dei minori.

– Non lo farò mai, questo lo dico a te signore, ma è un modo per scuotere la signora.

Mi ha poi detto che mia moglie si dichiara follemente innamorata di me.

Il suo commento è stato:

  • Tutte uguali le donne, prima ti crepano e poi si dichiarano pentite.

Anche questo faceva parte del suo modo per instaurare un regime di confidenza. Almeno l’ho letta così. Mi è sembrato un pettegolezzo però, più che una confidenza.

Sia il pettegolezzo che la confidenza sono un flusso di informazioni. Con il pettegolezzo offri una informazione impersonale e la puoi dare a chiunque, con la confidenza offri anche un pezzo di te e lo fai con chi pensi che la tenga con cura.

Mi ha lasciato il suo numero di cellulare, è stato molto gentile. Non posso dirne male. Un ragazzo preparato ed entusiasta, solo un po’ crudo.

Quando andavo a parlare con Lorenza al centro di mediazione mi sembrava di fare una visita di quelle approfondite, come da uno specialista, con lui mi è sembrato di andare alla visita medica per il rinnovo della patente.

Al pomeriggio mi scrive con Whatsapp mia moglie:

  • Ti ha per caso contattato il dott. Cittadini?
  • Si, mi ha contattato, lo ho incontrato
  • Oggi?
  • Si mi ha telefonato e detto che aveva visto te. Sarei potuto andare oggi o il 29. Sono andato oggi.
  • Come sei rimasto d’accordo?
  • Sono rimasto d’accordo che devo farmi sentire dai ragazzi e provare a vederli e che tu mi aiuterai.
  • E del centro di Mediazione?
  • Non capisco, dopo Ferragosto li chiamo e provo a vederli. Che centro?

Fingo di non sapere nulla delle minacce che Cittadini ha fatto a mia moglie.

  • Per la famiglia. Non ti ha detto che avrebbe inviato le carte al Centro di Mediazione?
  • Non è lui il Centro di Mediazione?

Preferisco fare il vago, non voglio dare punti fermi a mia moglie. Credo che se si spaventasse un po’, la cosa avrebbe un buon effetto sulla sua disponibilità.

  • Lui è un assistente sociale.
  • Non abbiamo parlato di questo, mi ha detto che dobbiamo trovare una soluzione altrimenti deve prendere dei provvedimenti.
  • Allora sarebbe meglio risolvere da soli senza far coinvolgere queste parti per il bene dei ragazzi, con pazienza.
  • Li ha chiamati il giudice, lui dovrà relazionare.
  • Non sarebbero belle cose per i ragazzi, che non se lo meritano. Se hai dieci minuti, ti spiego. Forse non hai afferrato o non ti hanno spiegato. Tu quanto sei stato?
  • Un’ora.
  • Io tre, forse non hai capito tu.

Per mia moglie, qualsiasi cosa si misura di quantità. Anche una conversazione si misura a tempo. Non conta ciò che ti sei detto. Hai capito di più perché la conversazione è durata di più.

Non ha importanza se hai capito o meno un concetto, ma quanto tempo lo hai studiato.

Cittadini mi ha chiesto di smorzare i toni e lo faccio.

  • Senti, dammi una mano e vediamo di sistemare il tutto. Incominciamo dopo ferragosto. Senza polemiche e nulla. I ragazzi devono stare con me i fine settimana, lavoriamo per raggiungere questo obiettivo.
  • Devi arrivarci gradualmente, forse non hai capito.
  • Forse non hai capito tu. Bisogna darsi da fare e in fretta. Altrimenti mandano i documenti al tribunale dei minori. Non ti è chiara la gravità di quanto sta accadendo, forse, e di quanto è accaduto per un anno. Rimbocchiamoci le maniche e vediamo di sistemare.
  • Ma allora intanto basta che ti inizino a vedere, con calma, tu non hai capito.
  • Va bene, tutto va bene, purchè si inizi. Bisogna dare segnali di miglioramento
  • Poi ci aggiorniamo e se va al tribunale dei minori dipende da noi.
  • Certo, bisogna evitarlo a tutti i costi.
  • Ah meno male!
  • Settimana prossima aiutami ad incontrarli
  • I fine settimana alterni… questo non è stato stabilito dal giudice, vedi intanto di riavvicinarti che è già tanto o passare qualche ora con loro che già sarebbe molto, il resto si vede, ciao.
  • Certo, magari… sarei felice

Tutto questo è accaduto prima di Ferragosto. Il tenore dell’incontro dopo ferragosto, in banca, mi ha spiazzato. Temo di aver capito però.

Esiste la parte di mia moglie che deve rigare dritto. Probabilmente le hanno detto di non far la stupida sia il suo avvocato, sia il suo entourage. Ne va del buon esito della causa.

Anche ribadire all’assistente sociale che è innamorata di me ancora, fa parte del copione. La separazione con addebito che chiedono, funziona se lei fa la parte della innamorata, abbandonata. Recita il ruolo di vittima.

Intanto, quando meno te l’aspetti accade l’imponderabile.

Un mio amico mi manda degli screen shot tratti da facebook. Non sono iscritto a facebook e quindi posso leggere solo in questo modo.

Si tratta di mio cognato, fratello giovane (34 anni) di mia moglie proprietario del negozio di abbigliamento presso cui lei lavora.

E’ in vacanza a Porto Cervo, con la sua nuova fiamma, una giornalista che non conosco.

I suoi amici negozianti commentano e gli dicono di tornare presto perché mia moglie da sola al negozio non ce la fa, la vedono esaurita.

Il mio amico mi ha mandato le foto perché è una prova che mia moglie lavora al negozio. Lei nega di farlo, solo per spillarmi più soldi. Lavora in nero, non è assunta.

Con un ghigno mando le foto a Francesco, il mio migliore amico, avvocato. Non disturbo Mario, il mio avvocato nella separazione. E’ ferragosto quasi. Lo lascio in pace.

Francesco mi chiama.

  • Non pensi che possa servire nella causa? Gli chiedo.
  • Certo che serve. Non sapevo si fosse messo con Miriam.
  • La conosci?
  • Si, è una giornalista. Tu non la conosci?
  • No
  • Ah, sei uno dei pochi. Lo dice ridendo e capisco che è un commento ironico sulla facilità di cambio partner della ragazza.

Ridiamo pensando a mia suocera che fa tanto la castigatrice di costumi e si ritrova in casa il meglio della sregolatezza.

Dopo un paio d’ore mi telefona di nuovo Francesco.

  • Il diavolo a volte si diverte.
  • Ah si?

Rido. Lo conosco da troppo per non capire che ha qualche buona notizia da darmi.

  • Che bolle nella pentola del diavolo?

Ci sono alcune persone che sono sempre al centro della notizia. E se non lo sono, ci mettono poco ad entrarci. Francesco è uno di questi.

  • Mi ha chiamato un ex di Miriam, uno dei tanti! Ho commentato il fatto che si fosse messa con tuo cognato e sai che mi ha detto?
  • Cosa?
  • E’ indagato in una operazione dell’antimafia che riguarda lo spaccio di cocaina.
  • Nooooooooo….
  • Siiiiii… che coglione.
  • Ma come? E quando? Non so nulla!
  • Pare che siano riusciti a insabbiare la notizia ma è stato coinvolto con intercettazioni telefoniche in una grande operazione della procura. Verso fine maggio.
  • Quell’imbecille? L’antimafia? La cocaina? Non ci posso credere.
  • Così mi ha detto. Pare che siano andati a casa e l’abbiano perquisita anche.

Mio cognato vive in una dependance ricavata nella villa di mio suocero. Per un attimo il pensiero di mia suocera annusata dai cani dell’antidroga mi ha prodotto un brivido di piacere.

  • Ma tu guarda! Ma quello è un coglione. Possibile sia coinvolto in una roba del genere?
  • Guarda, vedo di verificare, ma questo amico mi ha detto che lui è a ruota per il consumo e pare sia finito nell’inchiesta proprio per le continue intercettazioni telefoniche che aveva con i venditori. Non so molto altro. Quando riapre il tribunale vedrò se riesco ad avere qualche informazione in più.

Rimango senza parole. Mio cognato è poco più che un ragazzo e non riesco ad immaginarlo in un tale casino e giro vizioso.

Faccio una rapida ricerca su internet. Il suo nome effettivamente compare tra gli indagati a piede libero di una maxi operazione dell’antidroga avvenuta verso fine maggio.

L’operazione coinvolge più province ed il suo nome compare solo nell’edizione del quotidiano della provincia limitrofa alla nostra. Nell’edizione della nostra provincia ci sono i nomi degli arrestati, ma non quello degli indagati a piede libero.

Collego anche il fatto che alla cresima di mio figlio piccolo, il due giugno, non fosse presente.

Mi dispiace per lui. Un ragazzo che si rovina la vita con la droga è sempre un peccato.

Poi penso al fatto che non abbia mai assunto mia moglie, dicendo che non ce l’avrebbe fatta a pagarle i contributi.

Penso alle tante volte in cui i miei ragazzi sono stati da lui in casa a giocare alla playstation .

Penso alle volte che mia moglie ha fatto accompagnare i miei ragazzi da lui in auto, facendoli sfilare davanti a me.

Penso alle volte che mia moglie e mia suocera hanno avuto da ridire sulla moralità della gente, per cose molto meno gravi.

Penso anche a qualche soggetto losco che girava intorno al negozio ogni tanto.

Penso tanto.

Non so gioire per le disgrazie altrui, ma francamente la notizia mi restituisce un senso di equilibrio nuovo. Non per la tragedia di mio cognato. L’ho visto crescere e realizzarsi, non posso essere contento di una sua disgrazia.

Sono contento come quando finivo un esercizio di analisi matematica molto complicato. Controllavo il risultato sul libro e coincideva con il mio.

E’ la vita che è un teorema esatto. Generalmente gli schiaffi che prendi sono proporzionali a quelli che hai dato. Troppe volte avevo sentito il clan di mia moglie fare i moralisti sulla condotta di vita altrui. Quanto accaduto è un riequilibrio che la vita si stava prendendo. Il risultato torna nella vita.

Ora c’è da preoccuparsi dei ragazzi. Non voglio speculare sulla notizia. Non posso nemmeno trascurarla. Se fossi stato a casa avrei dedicato attenzione alla cosa. Voglio fare come se fossi a casa. Da padre non mi sono dimesso.

Intanto fuori dalla banca alla prima parola di mia moglie contro me e i miei cari le ho fatto capire di sapere della cosa.

Non se l’aspettava, forse pensavano di aver insabbiato la notizia.

Mi ha minacciato. Mi ha detto che mi avrebbe querelato se avessi detto una cosa del genere in giro. Dopo, ho anche ricevuto la telefonata di mio suocero. Non ho risposto. Probabilmente voleva minacciarmi anche lui.

La cosa deve aver comunque scosso il clan.

In questi giorni mia moglie ci tiene a certificare che lei rivolge ai ragazzi le mie richieste con insistenza. Come se questo bastasse ad assolvere il suo impegno alla collaborazione.

Siamo rimasti d’accordo che invito i ragazzi e lei si fa parte diligente nel veicolare e sponsorizzare la richiesta. Ieri

  • Ho scritto ai ragazzi, non rispondono.
  • Non vogliono venire, evidentemente bisogna inventarsi altro;
  • Con questa autonomia che gli lasci non fai una buona cosa, più che ripetertelo all’infinito, non posso. Quando ci sarà bisogno di me, non potrò nulla.
  • Parli e basta, non ti fai venire idee e sai solo accusare, non fai altro.
  • Proverò con i segnali di fumo. Che idee posso trovare se non mi parlano, non mi rispondono, non li vedo.
  • Se facessi meno il professore. Se usassi meno arroganza e più amore forse ci riusciresti.
  • Certamente, hai tu qualche idea?
  • Bisogna trovare qualcosa come la moto per AAAAA anche per BBBBB. Pensa anche tu.
  • Fin tanto che nonni, zii, amici e tu vi sostituirete al padre, non servirà a nulla. Arriverà il momento che avranno bisogno del padre e non potrete più sostituirvi. Allora sarà dura. Ci sono delle cose che devono fare col padre, senza discussioni. Sottolineo ‘devono’.
  • Ma chi ti vuole sostituire, cerca di rientrare nel tuo ruolo che non hai saputo gestire. Tra l’altro con BBBB non hai mai avuto un gran rapporto. Poi è testardo. Pensa ad una idea piuttosto che addossare colpe. Buona giornata.
  • Non servirà solo l’idea. Non si comprano queste cose. Ci vogliono regole per i figli.
  • Regole che hanno più di ogni altro ragazzino, caro.
  • Ti dico solo ciò che penso vada fatto e tu non fai. Puoi solo tu adesso. Devi dirgli che devono vedere il padre come gli dici di fare i compiti, per ora. E’ una regola che non hanno. Non lasci scegliere se fare o meno i compiti. Invece lasci scegliere se vedere o meno il padre. Pensaci. A lungo andare questo diventerà un danno.
  • Pensa tu a quello che puoi fare e non fare l’arrogante.
  • Immediatamente, dare una regola senza discussioni. E’ semplicissimo. Ci vogliono meno di due secondi. Domani andate a trovare il nonno con vostro padre! Punto.

A parti invertite avrei fatto lo stesso. Più tempo passa, più gli fai fare ciò che vogliono, più sarà difficile.

 

Mi chiama Mario, il mio avvocato nella causa di separazione.

  • Paperino che è successo?
  • Perché?
  • Ho ricevuto una mail dall’avvocato di tua moglie.
  • Ah, e che dice?
  • Dice che tu ti approcci a lei con arroganza e la devi smettere altrimenti prenderà provvedimenti.

 

Una volta in un rettilario vidi un serpente, un pitone che cambiava pelle. La pelle morta si distaccava piano e tutta in un pezzo. Era squamata e opaca. Era tanto spessa e consistente che pareva che il serpente si stesse sdoppiando. Sotto, c’era la pelle nuova. Lucida, bella, color grigio verde. Sembrava metallizzata, conteneva un serpente nuovo.

Ogni tanto penso a come andrà a finire questa storia. Vorrei che i miei ragazzi un giorno leggessero di questa pelle che si sta staccando fatta di amore, rabbia, pazienza, tentativi, cose giuste e tanti errori del padre che non sarò più. Stanno cambiando loro e cambierò anche io inevitabilmente. Ci ritroveremo forse, ma saremo altri.

Questa pelle che si sta staccando la sto conservando in queste pagine, per loro.