Il nonno

Mio padre ha 88 anni. Abita in una casa di campagna che si è costruito nel 1970, proprio in previsione di passarci la vecchiaia. Mia madre è morta in un incidente stradale fine anni ottanta. Lui guidava, ma non ebbe responsabilità. Nell’incidente furono tamponati da un’altra auto che correva a 200 km orari e chi guidava, ubriaco, aveva perso il controllo.

Mio padre rimase in coma per qualche giorno, poi si riprese. Mia madre non ce la fece da subito.

E’ rimasto vedovo a 61 anni, ma non si è più legato a nessuna altra donna. Non ho capito come mai. E’ stato sempre molto riservato in proposito. Di fatto ha continuato a vivere nella sua casa, da solo. Un uomo forte, senza dubbio. Una volta provai a parlare della cosa, il suo commento fu:- ”alla mia età non ha senso”.

Oggi mi ritrovo a fare il suo ospite e lui il mio. Sono cresciuto in questa casa, ma proprio dopo la morte di mia madre sono andato a vivere per conto mio, prima per studio e poi per indipendenza personale.

Il giorno del patatrak familiare, andato via da casa ho fatto la scelta di venire a vivere da lui per più di un motivo.

Avevo bisogno di sentirmi in un ambiente che mi proteggesse e dove mi sentissi in qualche modo considerato. Mio padre ha sempre avuto un debole per me e il suo affetto in quel momento è stato fortemente lenitivo.

Aveva bisogno lui di qualcuno. E’ molto seguito dalle sorelle di mia madre che gli fanno compagnia a pranzo e alla domenica, ma a 88 anni ha necessità di essere seguito un po’ più da vicino.

Non ho spese. In questo momento è un toccasana.

Lui, sebbene abbia ancora il piglio dell’uomo indipendente ha i problemi della senilità, dimentica le cose. Il fornello acceso, le luci accese, l’acqua che scorre. Dopo quello che ho visto in questi mesi, il fatto che non abbia fatto qualche disastro in casa o che non si sia fatto del male è davvero un miracolo. La sua vista è ridotta al lumicino e comincia ad aver bisogno di aiuto un po’ per tutto.

Mi fa molta tenerezza. Da piccolo nutrivo un grande rispetto nei suoi confronti ed un timore reverenziale. Spesso era in ansia per il lavoro, mi ricordo di averlo incrociato più di qualche volta di notte. Rientravo da una festa, oppure semplicemente mi svegliavo per bere un po’ d’acqua, lui era lì, seduto al tavolo del soggiorno. La faccia visibilmente preoccupata, carta e penna tra le mani. Qualche anno dopo mi ha insegnato a far così per combattere l’insonnia. Scriversi tutto quello che c’è da fare al giorno dopo. Ed in effetti non so se è accaduto per somiglianza genetica, ma il sistema ha funzionato perfettamente, anche contro la mia di ansia.

Una delle prime considerazioni che ho fatto quando sono andato via da casa, un po’ anche per lenire la grande sofferenza di stare lontano dai miei ragazzi, è che mi dava felicità godere della vicinanza di mio padre.

E’ un vecchietto mite ormai, con cui tutti trovano piacevole conversare. In 88 anni ne ha viste di cose e le sa raccontare molto bene.

Forse non siamo stati mai così vicini. Entrambi molto indipendenti e molto riservati, abbiamo condotto vite parallele, ma sempre a contatto. Lui è dotato di un grande magnetismo e mi ha sempre dato immensa energia in ogni situazione della vita, specie nei passaggi difficili.

Mi ha dato tanto e non solo materialmente. Aveva la capacità di intervenire al momento giusto e nel modo giusto.

Nei primi giorni di allontanamento da casa abbiamo parlato molto. Mi ha chiesto di spiegargli i motivi. Mi ha fatto sfogare, credo. Ha provato a convincermi a tornare sui miei passi, poi, credo che si sia convinto a lasciarmi stare, pensando che così potessi decantare l’arrabbiatura. E’ stato dolce, considerando la sua veneranda età. Ha cercato di intervenire, parlando con i miei suoceri. Purtroppo si è scontrato con la grettezza di mia suocera che gli ha chiuso il telefono in faccia.

Anche in questa occasione, come del resto nel corso di tutta la sua vita, nessun brutto commento. Mi ha raccontato che gli è stato chiuso il telefono in faccia senza possibilità di parlare. Era molto turbato per questo, ma mi ha detto:

-‘’ forse ho sbagliato il momento e non mi sono saputo presentare. Mi avrà preso per qualcun altro’’.

Per lui è stato sempre così. Se qualcosa non va è perché non siamo stati abbastanza bravi per farla andare come pensavamo. In 88 anni non l’ho mai sentito esprimere giudizi su qualcuno.

Da quel tentativo di mediazione fallito sul nascere è passato un po’ di tempo e non si dà pace. Ogni tanto a sera quando mi vede giù, mi ripete: -‘’vuoi che riprovi a parlare io con i tuoi suoceri per vedere almeno di non coinvolgere i ragazzi nella separazione?’’

Lo devo tranquillizzare, né più ne meno di come si può tranquillizzare un bambino di 5 anni.

-‘’Papà stai tranquillo. Purtroppo non c’è molto da fare al momento, ma col tempo le cose si sistemeranno’’.

Le mie parole per fortuna lo rasserenano per un po’. Poi ritorna a bomba:

-‘’ma potremmo invitare i ragazzi qui in campagna a cena un giorno. Possono portare anche qualche amico se vogliono. Chiamerei il ristorante e farei preparare qualcosa di speciale. Che cosa piace a loro?’’

– ‘’Papà lo sai che non riesco a parlare con loro. Figurati se vengono qui a cena o pranzo.’’

Il suo volto si oscura.

-‘’ Ma pensi che non ci sia proprio nulla da fare? Ma perché fanno così? Che strano, non mi vogliono vedere proprio? ’’

– ‘’Papà non è colpa loro. Non ce l’hanno con te. Sono andato via da casa e l’hanno presa male. Con calma passerà’’.

-” E se vado io a casa a trovarli?”

Non posso dirgli altro. Ma ha 88 anni, non è stupido.

Stasera si era visibilmente commosso per questo motivo. Mi ha schiantato il cuore.

Ho preso il cellulare e scritto un messaggio ai ragazzi, un mezzo rimprovero e una ennesima richiesta di mandare almeno un messaggio al nonno.

Silenzio ancora.

Il giorno del suo ottantottesimo compleanno, su mia insistenza lo hanno fatto. Lui non vede più molto bene e ogni tanto mi chiedeva di rileggerglielo. Il giorno dopo raccontava a chiunque incontrasse l’evento come se avesse ricevuto la visita del Papa.

Per fortuna alla sua età si diventa resilienti, ma mi auguro che veramente le cose cambino, soprattutto per i miei ragazzi. Magari, mio padre, così come dimentica i fornelli accesi, dimentica  di morire.

Mi ha sempre detto che il tempo è galantuomo. Spero che un galantuomo come lui abbia il  tempo.

Un uomo migliore

 

 

Se una cosa conta davvero per te, anche se hai poche possibilità di successo , devi provarci lo stesso. Elon Musk.

Mi sono sentito come Don Abbondio su quel ramo del lago di Como o comunque nelle sue vicinanze, mentre Manzoni presentava e descriveva la pochezza del personaggio: ”Carneade chi era costui!” diceva il prelato.

Elon Musk… chi è costui… Cacchio, come Don Abbondio, no. Divento mediocre, penso.

Probabilmente se chiedo al collega che è qui accanto a me, che ha 16 anni di meno, è in grado di snocciolarmi vita morte e miracoli di questo Elon. O forse no, mi lascio una possibilità.

Allo stesso tempo ho avuto un moto di compassione per Elon… se è famoso nella vita, avrà certamente realizzato robe importanti ed invece il suo nome viene associato ad una frase insignificante . Mi sforzo, non riesco ad identificare il lampo di genio contenuto nelle parole.

Molta gente è alla ricerca della frase ad effetto, ma cosa vorranno comunicare?

Un tempo si aspettava di aprire un bacio Perugina per leggere qualcosa che ti potesse cambiare l’esistenza! Ne abbiamo lette tutti di cazzate sulla velina bianca del cioccolatino.

Ma era un rito. Si apriva, si mangiava, si leggeva… meglio se in compagnia per condividere e dire in coro : che cazzata! Ciò che rendeva alte le aspettative era solo la ritualità e non il contenuto del messaggio. Come quando da laico partecipi ad una messa. Anche se la predica non ti dice nulla o ti delude, ti appaghi della ritualità dell’evento.

Oggi sembra che si vogliano ‘’Bacioperuginare’’ tutti. Il cioccolatino è lo smartphone e la velina il messaggio alla comunità del social. Uno dei personaggi più presenti in queste citazioni è Albert Einstein, pace all’anima sua. Gli vengono attribuite frasi di ogni tipo. Ogni tanto penso che se potesse ascoltare l’utilizzo delle sue parole avrebbe gli stessi rimorsi di chi ha inventato l’atomica senza rendersi conto di poter steminare una infinità di persone.

Un tempo la notorietà veniva dai media, giornali, tv etc. Oggi c’è la possibilità di essere qualcuno in una comunità, autoproducendosi. Con i social hai il tuo bel bacino di utenza. Se hai un pubblico e ti cibi del suo consenso, periodicamente devi apparecchiare la tua presenza. Come per i vip, è necessario far parlare di sé in qualche modo. E’ fondamentale richiamare l’attenzione su di se ogni tanto. Da qui il bisogno dello slogan. Quando qualcuno non ha proprio un cazzo da dire, ha esaurito le foto, i commenti su qualche argomento, tira fuori la michiata della settimana e la espone.

Questa fresca fresca di stamattina: Se l’unico strumento che hai in mano è un martello, ogni cosa inizierà a sembrarti un chiodo. Abraham Maslow, altro sconosciuto.

Dopo questa, comincio a sentire un senso di nausea per le volte che mi sono permesso di fare una citazione latina. Mi sento come se inconsciamente abbia anche io partecipato a questo festival dell’idiozia.

Il mondo è pieno di ‘’Bacioperugini’’ e non lo sospettavo.

Poi mi guardo dentro e intorno.

Faccio considerazioni acide perché mi rode.

Quando ti rode, te la prendi con la prima cosa che ti salta al naso.

Quando sei solo, un’ immagine tenera come quella di due persone che si vogliono bene e godono di una cazzata scritta in un cioccolatino , amplifica la tua frustrazione.

Anzi, la banalità dell’empatia altrui ti da la misura del tuo isolamento.

Mi ripeto quello che mi dico da un po’.

L’unico modo per risalire la china è quello di provare ad essere un uomo migliore.

Un uomo migliore non si arrabbia perché nessuno lo ha avvisato che la partita del figlio  era stata spostata al giorno precedente e lo viene a sapere per caso.

Un uomo migliore non si arrabbia se va a vedere suo figlio che gioca e arrivano i nonni a portarglielo via.

Un uomo migliore non si arrabbia se suo figlio gli nasconde lo sguardo e lo evita.

Un uomo migliore non si arrabbia mai, forse.

Bugiardo

Penso di non avergli mai mentito, nemmeno su babbo natale. Evitavo di parlarne pur di non raccontargli frottole. Non amo proprio mentire. Oggi nuovamente l’accusa più brutta: bugiardo.

Me lo aveva già detto quando la madre gli raccontava che non passavo nemmeno i soldi per mangiare. Dovetti portargli le copie dei bonifici fatti e fargli vedere che non ero io a mentire.

Che disagio quella volta. Che umiliazione. In auto con mio figlio e con le carte della banca. Dei documenti di una banca per dimostrare la innocenza a mio figlio? Mi vergognai. Servì anche a poco .Sua madre, bontà sua, temo che subito dopo gli abbia insinuato in testa che quei documenti erano falsi. Almeno così urlava a me al telefono e sicuramente i ragazzi sentivano.

Quella volta però, si era accorto che l’accusa mi aveva ferito. Avvertii chiaramente il suo imbarazzo nel vedermi a disagio. Ero  debole ai suoi occhi e forse non ci era abituato.  Oggi avrei preferito uno ‘stronzo’ o un ‘bastardo’. Poteva essere un segno della sua rabbia che veniva fuori.

‘Bugiardo’ invece. Perchè figlio mio? Nessuna risposta. Quando ti ho mentito? Ancora nulla.

Mi fa male. E’ l’accusa preferita da mia moglie in questi mesi. E’ come avere la certezza che mia moglie si è impadronita della sua mente e lo abbia ormai manipolato.

Mi sarei voluto inginocchiare e dirgli che sono lo stesso papà con cui solo cinque mesi prima era inseparabile. Abbracciarlo e stringerlo forte.

Perché mi sta facendo questo?

Allo stesso tempo penso, perché non dovrebbe fartelo?

E’ normale che i tuoi figli siano arrabbiati con te. Loro vogliono il loro papà a casa e tu non ci sei. Vuoi che non siano arrabbiati con te? Me lo aveva detto anche la mia psicologa.

Ha studiato per questo, qualcosa saprà. Per un attimo ho trovato anche un senso ai soldi che spendo. Vedi? A qualcosa serve.

A volte mi piacerebbe non essere così razionale. Vorrei abbandonarmi a qualcosa di eclatante.

Possibile che bisogna sempre ragionare? Fare la vittima aiuta, è lenitivo.

Ti accorgi che  sei adulto forse proprio perchè se fai la vittima non ti considera nessuno. Un tempo mi sarei messo nel letto e avrei fatto l’ammalato. Mia madre mi avrebbe coccolato e forse anche mio padre si sarebbe fermato a chiedermi qualcosa tornato da lavoro.  Il massimo in cui posso sperare è una telefonata dall’ufficio per sapere che cazzo di fine ho fatto.

Dicono che  non si deve gettare la spugna. Non lo farò. Oggi sono stanco però.

 

La vita al giro di boa

 

I primi passi sono sempre i più pesanti.

Cominci la corsa, muscoli freddi, spingi, i polmoni reclamano aria.

Devi superare la malavoglia.

Quanto è passato, sarà mezz’ora?

Solo cinque minuti.

Hai fretta che passino tempo e chilometri.

Il primo sudore ed il pensiero fisso alla metà corsa, da lì si torna indietro.

L’andata è come correre in salita, ti pesa.

Incontri un cagnetto, abbaia e ti infastidisce .

Arrivi a metà corsa finalmente, giri i tacchi e torni .

Il tratto è in piano ma è come se imboccassi una discesa.

La corsa ti viene da sola, non devi spingere, non soffri .

Il percorso è lo stesso, hai meno forza nei muscoli ma si è trasferita nella testa.

Il respiro migliora, la corsa è più leggera.

Forse potevi allungarti di più, aumentare i chilometri, la gamba c’è, c’è il fiato ed improvvisamente anche la voglia.

C’è di nuovo il cagnetto incazzato, ma sai che non morde.

Lo guardi e sorridi.

Quando arriverai al traguardo probabilmente non avrai più forza né nelle gambe né nella testa e vorrai che finisca.

Per ora ti godi la strada che conosci e scopri  cose che all’andata non avevi visto. Ti meravigli.

Passo dopo passo pieno di te con gli occhi  ai fiori su un balcone, al cancello di una casa in cerca dei dettagli che ti eri perso.

La fatica di vivere  nel sudore della maglia che  senti solo se ti fermi. Mentre vai tu non avverti nulla , la vede solo chi ti guarda. Le macchie di sudore non le cancelli.

La vita è un po’ così, te ne accorgi bene al giro di boa.

Pazienza… che strana parola.

 

Ai messaggi qualche volta rispondevano.

Qualche volta ai messaggi sì, ma solo per ribadire un no, secco. Pazienza, mi dicevo, ci vuole pazienza.

Al più grande  avevo ‘wazzappato’ che  sarei andato a vederlo all’allenamento di calcio e come ogni volta mi ero proposto per riaccompagnarlo a casa. La risposta la conoscevo, ma questa volta, testuali parole: ‘’Non voglio domenica mi porti alla partita’’!

Ho riletto il messaggio più di una volta. Ho messo anche gli occhiali per leggere da vicino e sono stato attento a vedere che non ci fossero negazioni doppie nella  prima  frase. Il ”non voglio” era per l’allenamento, dunque! Nella frase successiva si leggeva chiaramente un ‘mi porti alla partita’! Il ‘non’ era nella principale precedente. Tra me e me facevo esegesi, analisi logica e un po’ di confusione: ma si sarà dimenticato un che?  Non voglio ‘che’ mi porti alla partita? O si è dimenticato una virgola e voleva distinguere le due cose? Voleva dirmi proprio quello. Mi accompagni alla partita.  E’ stata una botta al cuore. Una vampata di calore per tutto il corpo. Non ero preparato! Ridevo di gioia da solo.

Mi vuole… mio figlio mi vuole alla partita… Un pizzicotto per testare l’esistenza del momento ci stava tutto!

Ero stanco, avevo perso anche lo stimolo per cercare un accordo legale con mia moglie. Ma come posso accordarmi con lei se è più di un mese che non vedo e non sento gli ostaggi? Qualcuno deve dare conto di questo? Il mio avvocato mi diceva che non avrei potuto far nulla. Se avessi fatto intervenire i servizi sociali, probabilmente avrei reso più lungo un probabile riavvicinamento dei ragazzi. Avrebbe fatto pressione sull’altra parte per cercare di ricondurre il clan di mia moglie alla civiltà.

Devi avere pazienza, mi ripeteva.

Avevo provato anche a presentarmi a casa. Ero stato bloccato da mia moglie.

  • Se non te ne vai, chiamo i carabinieri!
  • Chiama chi vuoi, sono venuto a vedere i ragazzi che non sento e non vedo da giorni! Anzi chiamali pure i carabinieri, così certifichiamo la cosa.
  • Non ti puoi presentare così quando dici tu!
  • Ma come quando dici tu! Sono giorni che cerco di contattarli. Cosa devo fare ? Gli appostamenti? Ma possibile che non possa vedere i miei ragazzi? Che problema hai?
  • Sono loro che non ti vogliono vedere! Li devi rispettare!
  • Ma che intendi per rispettare, devo sparire?
  • Li devi rispettare e avere pazienza!

Vedi? Pensai. Lo dicono tutti. Pazienza.

  • Ho capito, ma ci voglio parlare. Non mi è stata data la possibilità in tanti mesi, posso provare a spiegarmi con loro e chiedere loro spiegazioni? Questa è una barbarie!
  • Adesso non puoi entrare, stanno dormendo, vieni più tardi.

Pazienza mi ripetevo, ci vuole pazienza. Mi ero presentato più tardi. Il piccolo era stato fatto uscire sfruttando un buco della mia pazienza. Di proposito, credo. Trovai il più grande seduto in cucina a studiare. In casa c’era anche la zia di mia moglie e ovviamente mia moglie.

Provai a parlargli ma ero continuamente interrotto da mia moglie. Dopo un po’ intervenne anche la zia di mia moglie. Sembrava un congresso o una tavola rotonda. Inutile dire loro che ero lì per cercare di parlare un po’ con mio figlio.

Non era concesso. Una parola io e una loro. Un dibattito.

Mio figlio testa giù per non guardarmi negli occhi, mia moglie come piantone, la zia come deus ex machina.

La zia di mia moglie si distinse per due interventi davvero illuminanti.

Mentre chiedevo a mio figlio cosa sentisse nei miei confronti, cercavo di metter fuori la sua rabbia, si avvicinò col suo passo felpato ed intervenne per dirmi:

  • Ricordati che è morta la bisnonna e non sei venuto al funerale!

Era un incubo nell’incubo. Mio figlio chiuso a riccio e queste che incarnavano un oracolo. Ahivoglia a dirle, per favore, sono venuto per parlare con mio figlio, lasciatemi in pace qualche minuto! Nulla… di nuovo:

  • Ricordati che ha quattordici anni!

Seconda frase senza la quale non avrei davvero potuto proseguire la mia esistenza …!!!! Cazzo, la zia è un genio in questi momenti.

Niente, la mania di protagonismo del clan è troppa pensai, così come la pressione sul ragazzo. Meglio ritirarsi ed avere pazienza.

Mi sentivo come in carcere. Parli attraverso un vetro e sei sotto le telecamere dei secondini. In questo caso c’era un’ aggravante. I secondini intervenivano costantemente nel discorso e dicevano la loro. Pazienza! Mi dicevo, non c’è altro modo civile. Ci riproveremo.

Da mio figlio ne ricavai qualche monosillabo, un ‘’vaffanculo lasciami stare’’, un ‘’peggio per te che te ne sei andato’’, pochi sguardi e qualche lacrima.

Pazienza! Esclamai e me ne andai sconsolato.

Pazienza è una roba ambivalente, pensavo andandomene… pazienza la ha chi aspetta … pazienza! è una esclamazione di chi non aspetta più… di che pazienza mi sarei dovuto armare? Una parola per dire due cose opposte, che parola strana.

In seguito misi un un out- out. Posso cercare un accordo legale, ma solo se riacquisto un contatto con i ragazzi. Altrimenti si va dritto in tribunale e senza passare dal Via! Voglio proprio vedere cosa risponde mia moglie al giudice quando le verrà chiesto perché i ragazzi non hanno passato un giorno col padre in questi mesi, perché nemmeno uno scambio di auguri a natale, perché non gli rispondono al telefono?

Dopo qualche giorno mi fu chiarito da lei che:

‘sono stata parecchio a convincerlo ad andare domenica con te alla partita, ti prego però di non parlare e angosciarlo se non di cose leggere perché mi ha chiesto di dirti che non ha voglia di parlare di niente, altrimenti non verrà più la prossima volta’.

Persino la sorella di mia moglie in un messaggio ad un  amico comune:

Domenica il Padre lo accompagnerà alla partita. Il ragazzo e’ stato convinto dalla Madre.

Pensai, ma va? Si è capito che la madre ha ascendente sui figli?

E continuando nel messaggio: ‘’Speriamo che il Padre non lo ammorbi così che possa trovare il piacere di stare con lui’’.

Da premettere che mio figlio più grande, fino a qualche mese prima era la mia ombra. Avevamo un rapporto splendido. Adesso mia cognata esperta in analisi, mia moglie esperta in tutto e persino la zia di mia moglie, coordinatrice degli esperti, mi davano indicazioni e prescrizioni su come passare mezz’ora con lui.

Pazienza, mi ripetevo, devi avere pazienza.

Per ora… incartavo uno splendido ‘’mi accompagni alla partita’’ e me lo godevo con tanta impazienza!

Sineddoche di briciole

Sineddoche è una figura retorica che risulta da un processo psichico e linguistico attraverso cui, dopo avere mentalmente associato due realtà differenti ma dipendenti o contigue logicamente o fisicamente, si sostituisce la denominazione dell’una a quella dell’altra. (Treccani)

Ultimamente mi capita spesso di associare realtà differenti ma ahimè  poco contigue! 🙂

Scherzi, ma non troppo, a parte mi è venuta in mente questa figura retorica guardando delle briciole nella mia auto. La sineddoche era un  cavallo di battaglia del mio professore di italiano al liceo. Si eccitava parecchio nel pronunciarla e nell’esigere ragguagli riguardo la definizione e l’utilizzo.

Amava spiegare le figure retoriche e la sineddoche in particolare con gli occhi socchiusi e con pollice ed indice della mano destra uniti tra occhiali e naso, come a tenere tra di loro uno spillo. A volte pensavo che la sineddoche e le altre cose difficili che spiegava fossero il suo pungiglione. Era magro, con spalle piccole e curve come le ali di un insetto.

Le briciole, invece, sono il cavallo di  battaglia di mio figlio! Tutto ciò che produce macchie e disordine lo è.

‘Sineddoche di Briciole’ ho pensato. Me le ha lasciate mio figlio in auto l’ultima volta che ho passato un po’ di tempo con lui. L’ho accompagnato ad una partita di calcio ed al ritorno, sapendo che avrei fatto cosa gradita al suo palato, gli ho chiesto se volesse un panino o un toast. Era anche un modo per perdere un po’ di tempo e stare qualche minuto in più in sua compagnia.

Fatto il panino in salumeria, siamo rientrati in auto. Si è mangiato quel panino a modo suo, una battaglia campale che aveva lasciato sulla tappezzeria migliaia di briciole tra  morti e feriti. Tempo fa lo avrei rimproverato. Mi irritava la sua tranquillità nel gozzovigliare! Quel giorno non mi pareva vero di avere l’auto piena della sua sgarbatezza.

Era la parte per il tutto, il tutto che non c’era…. briciole, sineddoche di mio figlio, della sua paciosa tranquillità mentre consumava il panino strafottendosene dello sgretolamento.

Ho guardato e tenuto quelle briciole per giorni.

 

Il silenzio per me.

Il silenzio per me è come un frigo.

C’è una parte che apri e chiudi spesso,

la usi per tenere in fresco gli argomenti.

Hai diversi scomparti che  riempi di ascolto e vuoti per dialogo.

C’è una parte in cui congeli le emozioni,

non la apri quasi mai.

Ti da sicurezza che sia ermeticamente chiusa.

Ogni tanto controlli la chiusura,

apri solo per dare una sbirciata al contenuto,

verifichi se è il caso o meno di sbrinare.

Ci sono paure, dolori, frustrazioni.

Qualche volta riesci a scongelare qualcosa,

consumi e  ti ripeti: ”buono, ma fresco è un’altra cosa”.

Chiedi a loro, non a me.

Oramai sono giorni  che i miei figli non rispondono al telefono e raramente ai messaggi se non per comunicazioni in negativo, ossia per ribadirmi un no. L’altra sera dopo aver scritto numerosi messaggi al mattino e cercato di telefonar loro due o tre volte al pomeriggio, mio figlio quattordicenne mi risponde ai messaggi con un: volevi qualcosa?

Scrivo: volevo salutarti, vorrei sentirti. Che fai?

Lui risponde: a fine giornata, sto con amici.

A fine giornata è una rimprovero  tipico della madre , lui non se ne rende nemmeno conto che  parla con le parole della madre. Come se nei giorni precedenti non avessi fatto una quarantina di telefonate senza risposta. La risposta è tosta ed anche irrispettosa nei confronti di un padre. Mi sono accartocciato su me stesso. Mi sono ricordato della mia infanzia e sebbene mio padre lo avessi visto col cannocchiale perchè sempre fuori non mi sarei mai azzardato a dargli una risposta del genere, forse nemmeno  pensarla.

Nel periodo precedente gli unici momenti in cui vedevo i ragazzi erano le volte che li andavo a prendere dalla scuola calcio. Restavo ai bordi del campo e me li guardavo, aspettavo la fine dell’allenamento e li portavo a casa. Andavo piano con la macchina per cercare di scambiare più parole possibile. Mi mancavano e mi mancano terribilmente.

Ogni tanto la madre per qualche ripicca non mi consentiva di accompagnarli. Andavo a casa lo stesso sperando che si ravvedesse nella decisione, lei usciva con uno di loro, mi sfilava davanti e se ne andava. Facevo in tempo a salutarli a distanza.  Una volta, proprio mentre uscivano dal cancello, ero seduto in auto al telefono . Davanti a mio figlio mi ha aperto la portiera e mi ha urlato: Parla con quella zoccola!  Mi ha chiuso la portiera sbattendo e si è infilata nella sua macchina col piccolo.  Ero al telefono con un collega e uomo per giunta. Rimasi talmente basito per la violenza e la rapidità della cosa che non riuscii a proferire parola.

Ha raccontato ai ragazzi e a tutti un cumulo di falsità ossia  che li avrei abbandonati, che l’avrei  fatto per un’altra donna, che non le passerei i soldi per mangiare. Quando le  chiedevo di  stare del tempo coi ragazzi ha sempre  risposto candidamente che erano loro che non volevano passare del tempo con me e che lei, abituata a rispettare il loro volere, non poteva farci nulla. Avrei dovuto imparare a rispettare il loro volere anche io. Qualche volta le ho chiesto se per lei rispettare il loro volere significasse sparire, ma non ho mai avuto risposta, era sottointesa.

Una volta ero in trasferta con la squadra di calcio del figlio maggiore, dopo la partita, gli altri genitori proposero di fermarsi a pranzo. Chiesi a mio figlio se avessimo potuto accettare l’invito. Lui accettò entusiasta e ancor di più lo fui io. Erano due mesi che passavo massimo 5 minuti di fila con lui.  Comunicai per telefono la cosa a mia moglie la quale con l’altro figlio davanti si mise a sbraitare  che mentre io andavo per ristoranti, loro,  rimasti a casa, non avevano nemmeno i soldi per mangiare!   Considerando che, solo per mangiare, le stavo passando uno stipendio da impiegato quasi,  ho cominciato a pensare che stesse mantenendo qualche altra famiglia anche!

Ovviamente la lamentela, chiamiamola così, suppongo sia arrivata al più grande, poco dopo. Immagino anche i modi, ma evito di esprimermi su cose che non ho visto.  Gli inviti a pranzo si sono susseguiti, ma di pari passo le rinunce del ragazzo. Non gliel’ho più chiesto poi, mi rendevo conto che soffriva della cosa.

Oramai ero io il colpevole. Quello che se la spassava lasciando la famiglia in situazioni precarie, madre e figli  in un lago di sofferenza.

Colpevole di aver mollato nonostante la madre  era disposta a continuare sotto lo stesso tetto.

Ero io il colpevole che mantenevo probabilmente un’altra famiglia a discapito delle risorse da destinare loro.

Come spiegare che erano tutte falsità? Una esecuzione la mia. Giustizia sommaria,   la giuria composta dai familiari di mia moglie, i miei figli come pubblico.

Come spiegare loro che vivevo con un filo di gas?  Lo facevo  per rispondere alle continue richieste di denaro  di mia moglie, le quali se inevase,  si traducevano in ripicche.  Spesso mi era negata la possibilità di accompagnare i ragazzi e di godermeli almeno quei 5 minuti ogni tanto. L’azienda era in difficoltà e non riusciva a pagare gli stipendi con puntualità. Ero sempre in affanno, ma pur di tenerla buona, lei chiedeva e io pagavo. Se provavo a chiedere spiegazioni delle spese erano dolori e rappresaglie.

Come spiegare loro che il modo della madre per spingermi a ritornare in casa era l’insulto e la minaccia di ridurmi in miseria e senza figli ? Me lo sono chiesto tante volte. Ma si può convincere un marito a tornare in casa chiamandolo pezzo di merda, coglione e fallito?  E’ capitato anche a me di cercare di far pace con qualcuno. In genere la prima cosa che uno fa è cercare di addolcire i toni, chiedere scusa, dire qualche parola di affetto. Forse la parola più affettuosa sentita negli ultimi mesi è stata coglione anche perchè ormai ci ero abituato.

Come spiegare loro che il rapporto tra me  e la madre si era chiuso da tempo e che non era naufragato per altre donne e soprattutto non mantenevo alcun’ altra famiglia ?  Semmai avrei avuto bisogno di qualcuno che mantenesse me!

Putroppo il solco tra me e i miei figli in 4 mesi è diventato enorme. Non mi hanno voluto più vedere nè sentire da un certo punto in poi. Ho provato a ricondurre a ragione la madre, cercando la sua mediazione.  La sua risposta era una cantilena ormai: chiedi a loro non a me.