Chiedi a loro, non a me.

Oramai sono giorni  che i miei figli non rispondono al telefono e raramente ai messaggi se non per comunicazioni in negativo, ossia per ribadirmi un no. L’altra sera dopo aver scritto numerosi messaggi al mattino e cercato di telefonar loro due o tre volte al pomeriggio, mio figlio quattordicenne mi risponde ai messaggi con un: volevi qualcosa?

Scrivo: volevo salutarti, vorrei sentirti. Che fai?

Lui risponde: a fine giornata, sto con amici.

A fine giornata è una rimprovero  tipico della madre , lui non se ne rende nemmeno conto che  parla con le parole della madre. Come se nei giorni precedenti non avessi fatto una quarantina di telefonate senza risposta. La risposta è tosta ed anche irrispettosa nei confronti di un padre. Mi sono accartocciato su me stesso. Mi sono ricordato della mia infanzia e sebbene mio padre lo avessi visto col cannocchiale perchè sempre fuori non mi sarei mai azzardato a dargli una risposta del genere, forse nemmeno  pensarla.

Nel periodo precedente gli unici momenti in cui vedevo i ragazzi erano le volte che li andavo a prendere dalla scuola calcio. Restavo ai bordi del campo e me li guardavo, aspettavo la fine dell’allenamento e li portavo a casa. Andavo piano con la macchina per cercare di scambiare più parole possibile. Mi mancavano e mi mancano terribilmente.

Ogni tanto la madre per qualche ripicca non mi consentiva di accompagnarli. Andavo a casa lo stesso sperando che si ravvedesse nella decisione, lei usciva con uno di loro, mi sfilava davanti e se ne andava. Facevo in tempo a salutarli a distanza.  Una volta, proprio mentre uscivano dal cancello, ero seduto in auto al telefono . Davanti a mio figlio mi ha aperto la portiera e mi ha urlato: Parla con quella zoccola!  Mi ha chiuso la portiera sbattendo e si è infilata nella sua macchina col piccolo.  Ero al telefono con un collega e uomo per giunta. Rimasi talmente basito per la violenza e la rapidità della cosa che non riuscii a proferire parola.

Ha raccontato ai ragazzi e a tutti un cumulo di falsità ossia  che li avrei abbandonati, che l’avrei  fatto per un’altra donna, che non le passerei i soldi per mangiare. Quando le  chiedevo di  stare del tempo coi ragazzi ha sempre  risposto candidamente che erano loro che non volevano passare del tempo con me e che lei, abituata a rispettare il loro volere, non poteva farci nulla. Avrei dovuto imparare a rispettare il loro volere anche io. Qualche volta le ho chiesto se per lei rispettare il loro volere significasse sparire, ma non ho mai avuto risposta, era sottointesa.

Una volta ero in trasferta con la squadra di calcio del figlio maggiore, dopo la partita, gli altri genitori proposero di fermarsi a pranzo. Chiesi a mio figlio se avessimo potuto accettare l’invito. Lui accettò entusiasta e ancor di più lo fui io. Erano due mesi che passavo massimo 5 minuti di fila con lui.  Comunicai per telefono la cosa a mia moglie la quale con l’altro figlio davanti si mise a sbraitare  che mentre io andavo per ristoranti, loro,  rimasti a casa, non avevano nemmeno i soldi per mangiare!   Considerando che, solo per mangiare, le stavo passando uno stipendio da impiegato quasi,  ho cominciato a pensare che stesse mantenendo qualche altra famiglia anche!

Ovviamente la lamentela, chiamiamola così, suppongo sia arrivata al più grande, poco dopo. Immagino anche i modi, ma evito di esprimermi su cose che non ho visto.  Gli inviti a pranzo si sono susseguiti, ma di pari passo le rinunce del ragazzo. Non gliel’ho più chiesto poi, mi rendevo conto che soffriva della cosa.

Oramai ero io il colpevole. Quello che se la spassava lasciando la famiglia in situazioni precarie, madre e figli  in un lago di sofferenza.

Colpevole di aver mollato nonostante la madre  era disposta a continuare sotto lo stesso tetto.

Ero io il colpevole che mantenevo probabilmente un’altra famiglia a discapito delle risorse da destinare loro.

Come spiegare che erano tutte falsità? Una esecuzione la mia. Giustizia sommaria,   la giuria composta dai familiari di mia moglie, i miei figli come pubblico.

Come spiegare loro che vivevo con un filo di gas?  Lo facevo  per rispondere alle continue richieste di denaro  di mia moglie, le quali se inevase,  si traducevano in ripicche.  Spesso mi era negata la possibilità di accompagnare i ragazzi e di godermeli almeno quei 5 minuti ogni tanto. L’azienda era in difficoltà e non riusciva a pagare gli stipendi con puntualità. Ero sempre in affanno, ma pur di tenerla buona, lei chiedeva e io pagavo. Se provavo a chiedere spiegazioni delle spese erano dolori e rappresaglie.

Come spiegare loro che il modo della madre per spingermi a ritornare in casa era l’insulto e la minaccia di ridurmi in miseria e senza figli ? Me lo sono chiesto tante volte. Ma si può convincere un marito a tornare in casa chiamandolo pezzo di merda, coglione e fallito?  E’ capitato anche a me di cercare di far pace con qualcuno. In genere la prima cosa che uno fa è cercare di addolcire i toni, chiedere scusa, dire qualche parola di affetto. Forse la parola più affettuosa sentita negli ultimi mesi è stata coglione anche perchè ormai ci ero abituato.

Come spiegare loro che il rapporto tra me  e la madre si era chiuso da tempo e che non era naufragato per altre donne e soprattutto non mantenevo alcun’ altra famiglia ?  Semmai avrei avuto bisogno di qualcuno che mantenesse me!

Putroppo il solco tra me e i miei figli in 4 mesi è diventato enorme. Non mi hanno voluto più vedere nè sentire da un certo punto in poi. Ho provato a ricondurre a ragione la madre, cercando la sua mediazione.  La sua risposta era una cantilena ormai: chiedi a loro non a me.

 

 

 

 

 

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7 pensieri riguardo “Chiedi a loro, non a me.

  1. Noi donne, se arrabbiate, sappiamo essere tremende …purtroppo nel tuo caso il rancore di tua moglie e’ a discapito dei figli…una madre dovrebbe incoraggiare un rapporto sano con il padre…per il bene dei figli…i ragazzi hanno sempre bisogno di un padre

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  2. Leggere le tue parole mi fa male, io mi sto separando, lo voglio io, ho due bimbe alle elementari ma mai e poi mai vorrei togliere loro il papà. Faremo lo stesso numero di giorni e ore a testa alla settimana. Un figlio ha bisogno di entrambi i genitori e un genitore questo lo deve ricordare. Mi fa male leggere le tue parole, spesso sono i padri a pagare il prezzo più alto rispetto ai figli e non è giusto per nessuno. Te lo dico anche da figlia di separati. Mi dispiace. Penso comunque che un giorno i tuoi figli li ritroverai. Vi incontrerete nel profondo e capiranno giustizie e ingiustizie. Un pensiero a te.

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  3. Mi chiedo: ma tramite un avvocato che possa gestire una crisi, non è pensabile fare a metà i giorni coi figli? Così tu non dovresti più passare nulla alla loro madre: tu mantieni i figli quando sono con te e lei si mantiene i figli quando sono con lei. E le altre spese, concordate e solo con ricevute fiscali parlanti.

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    1. Normalmente dovrebbe essere così, ma nei fatti non accade, almeno per me. I miei figli sono cresciuti, decidono loro con chi stare. Purtroppo non mi vogliono vedere. Sono arrabbiati con me, si sentono abbandonati. Io continuo a cercarli, loro a respingermi. Non c’è uno strumento legale che tuteli un genitore padre o madre che venga allontanato. Si può chiedere l’intervento dei servizi sociali, ma a detta dei più, con i ragazzi si ottiene l’effetto opposto. Si allontanano ancora di più.
      Il genitore allontanato, viene messo in disparte e non può farci nulla se non provare. Penso che fare la guerra in questi casi possa essere controproducente, ecco perchè provo a migliorarmi. Come nel Video che hai postato, le buone maniere in genere inibiscono i cattivi comportamenti. Dopo una prima fase in cui ho combattuto, provo a fare così, anche perchè mi riesce meglio.

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