Per ogni soluzione c’è un problema

Sapete cosa è il counseling? Non lo sapevo neanche io.
Non ne avevo sentito parlare mai prima, non avevo mai avuto esperienza diretta nè con couselor nè con psicologi.
Qualche giorno dopo essere andato via da casa, ero in tremenda difficoltà emotiva. Lo svegliarmi senza i miei cuccioli in casa rappresentava uno strappo enorme. Stavo male.
Mi vidi in un bar con un’amica psicologa. Le raccontai quanto mi fosse accaduto ed il tenore dei rapporti in casa. Mi disse una cosa importante che mi è servita molto:
“Non ti fare una colpa per quello che é accaduto. Se è successo era il modo ed il momento in cui doveva essere.”
Nei primi giorni l’ostruzionismo di mia moglie con i ragazzi non aveva ancora molto effetto. I ragazzi mi rispondevano prontamente al telefono, riuscivo ad avere un po’ di ascendente su di loro, sebbene fossi lontano. Ero ancora un padre come lo ero stato per i 14 anni precedenti.
Ma Tina, l’amica psicologa, me lo aveva detto. Descrivendole i comportamenti di mia moglie, mi annunciò che molto probabilmente le cose sarebbero peggiorate.I fatti hanno dimostrato che è stata una Cassandra, ahimè. Aggiunse che mi sarei dovuto preparare ad affrontare un periodo molto difficile, lei però, come amica, non mi avrebbe potuto seguire professionalmente . Mi consigliò una sua conoscente , counselor, molto brava.
Tentennai un po’ i primi tempi. Avevo il numero, ma non chiamavo. Sentivo la cosa come una sconfitta. Col passare dei giorni i comportamenti dei ragazzi mi spiazzavano sempre di più. La svolta negativa la ricordo benissimo. Dovevo passare a prendere uno dei ragazzi. Mia moglie in una delle sue esplosioni me lo voleva impedire, per rappresaglia non mi ricordo a che. Al telefono con mio figlio sentivo lei di sottofondo che diceva: ”Se non vi va, non dovete dire per forza di si a vostro padre. Dovete dirgli di no se è una cosa che non volete! Imparate a dire no, anche. Ha rotto il cazzo quello, che pretende sempre di averla vinta! Mo’ basta!”.
Da allora per un po’ di tempo, ”nononmiva”, fu la loro unica risposta. Successivamente le risposte non ci furono più.
Il counseling è una roba a metà tra la marchetta e la visita medica, il tutto in outlet. Paghi una persona , a costi contenuti, affinché ti faccia eiaculare le emozioni bloccate e ti indichi una terapia per il mal d’animo. Un buon fast food della psicoterapia mi sembra. Anche se la psicoterapia la ho vista solo nei film. Meno impegnativo forse, come se parlassi ad un amico.
A quanto ho capito, il male dell’uomo moderno è la sua incapacità di riconoscere le proprie emozioni, per poi esternarle. Di questo male,sindrome collettiva diffusa, pare io sia un malato grave. Così mi dice Katia, la mia counselor.
Il primo incontro in uno studio di avvocati. Forse è lo studio di suo marito e si appoggia lì per la sua attività. Non ho indagato sulla cosa, ma mi è parso di intuire così. Sta di fatto che sediamo entrambe lato ospiti della scrivania e questo aggiunge precarietà alla mia sensazione di pesce fuor d’acqua.
Se è precaria lei che dovrebbe essere la mia guida, figurati come mi sento io. Ho la stessa sensazione di quando qualcuno ti convoca per discutere di lavoro nella hall di un hotel. Non sei a casa di nessuno, in campo neutro, e non sai se ti tocca attaccare o difenderti.
Sta di fatto che ti senti sempre un po’ ospite nonostante dopo qualche seduta il dialogo diventi più fluido e amichevole. Le racconto di ciò che sto passando, mi ascolta, ma dopo un po’ mi ferma chiedendomi di chiudere col telegiornale della settimana. Si passa agli approfondimenti. Come le rubriche del tg2.
Non me lo dice, ma credo che quello che voglia è che io sia meno controllato di quello che sono. Mi sta guidando, per lo meno tenta, a riconoscere gli stati d’animo.
Durante una seduta mi ha proposto una roba oscena. Si è alzata dalla sedia, si è messa di lato e mi ha detto di fare finta che la sedia fosse mio figlio:

”Parlaci”, mi fa.” Fammi vedere cosa diresti a tuo figlio, fai finta che lo hai lì”.
Sudavo quasi. Non mi piace venir meno ai compiti e tanto meno gettare la spugna. Ma dopo qualche secondo l’ho guardata e le ho detto: ”Senti Katia, è proprio indispensabile questa roba? Non credo di riuscirci… pensi sia grave?”.
Lei severa: ”Dai! Prova”.
Mi sono cimentato di nuovo, ma nulla. Non mi uscivano le parole.
Non vi capita di avere la vescica bloccata al gabinetto se c’è qualcuno che vi ronza intorno? Ecco, per me era così, ero bloccato allo stesso modo.
Era inutile stare a guardare la sedia per tentare di parlarci, non lo avrei mai fatto, così come è inutile stare delle ore al gabinetto nella speranza di sbloccarsi, se non viene. Se qualcuno ti fa il verso ”psssss” per stimolarti, peggio! Aggiungi la frustrazione alla disfatta.

E’ severa Katia e mi bastona.

Credo sia brava, non ho termini di paragone ma non mi annoia e mi doma. Quando finisco con lei non ho la sensazione di aver buttato tempo e soldi.
Ho l’abitudine di sorridere quando racconto una roba che mi fa male. Non me ne ero accorto prima, me lo ha fatto notare lei. Pensavo fosse un pregio, ma mi sono reso conto che è un meccanismo di difesa. Parlo di una roba che mi causa dolore e per bilanciare, sorrido. ”D’altra parte questa è fisica”, le ho detto. ”Per raggiungere l’equilibrio, se sporgi una gamba, ti viene di bilanciare il peso sporgendo un braccio d’altra parte o sposti il baricentro del corpo in senso opposto muovendo il busto”.
Lei si incazza da morire. Quando sorrido mi guarda con faccia grave e:
”Vedi? Stai ridendo! Stai ridendo, perchè tu non vuoi far vedere che stai male, vero?
Stai ridendo perchè non è bene mostrare la propria sofferenza, vero?
Questo sei tu, ridi perchè vuoi nascondere le emozioni!”
Eccheccazzo! Ma ti pare che possa spendere dei soldi per farmi trattare in malo modo? Che stia diventando masochista?
Ogni volta che vado da Katia mi dico che è l’ultima volta che ci torno, ma è lo stesso pensiero che faccio quando esco dal Mc Donald.
La verità è che forse siamo tutti un po’ masochisti, godiamo un po’ nell’essere maltrattati. Il fatto che lo faccia qualcuno con cui non hai alcuna relazione sociale non ti pregiudica alcunché nel quotidiano. Te lo fai fare.
Chissà se provano questo tipo di godimento quelli che si fanno picchiare a pagamento. Adesso esagero con la fantasia, ma è vero che nella vita prima o poi rivaluti tutto. Le cose non cambiano, siamo noi a cambiare e di pari passo cambia la nostra valutazione. A pensarci, quante ne avrei dette in passato su qualcuno che si fa trattare così e paga per giunta.
Col tempo mi sono accorto che è un teorema.  Ciò che deridi, prima o poi ti torna addosso come boomerang con una precisione superiore a quella dei lanci degli aborigeni australiani.
Oggi trovo beneficio nel parlare con qualcuno. Il counseling non ti dà soluzione, potenzia le tue capacità emotive per combattere il problema.
La soluzione sei tu e devi essere una soluzione forte per abbattere qualsiasi problema. Per ogni soluzione c’è un problema!
Katia è il mio personal trainer e ho la sensazione che nonostante la mia ritrosìa, qualche muscoletto stia venendo fuori.

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Gli oggetti allo specchio….

imageKatia all’ultima seduta di counseling mi da un compito. Prendi un quaderno, scrivi tutte le emozioni che riconosci, descrivendo la sensazione fisica che si accompagna. Se puoi, cerca di ricordare anche le smorfie del tuo viso e prova a riprodurle allo specchio.

Ma si può? Mi sento un po’ tirato per le orecchie a svolgere, ma sono stato sempre un tipo diligente e mi sono messo di buona lena ad eseguire il mio compitino. Invece del quaderno, ho cominciato ad usare il ‘’note’’ del mio Iphone. Più pratico.

Arrivato il momento di guardarmi allo specchio, ho avuto un po’ di difficoltà. La mia indole ha fatto attrito e resistenza. Ma a cosa serve tutto ciò?  Qualche mese fa al pensiero di annotare le emozioni e di fare le facce conseguenti allo specchio, mi sarei sentito ridicolo. La vita cambia repentinamente però, più velocemente di quanto si possa immaginare.

E cosa  avrei detto a 30 anni di me, se avessi pensato me a 45, in queste condizioni?

A quarantacinque anni, passerai molto tempo a cogliere le tue emozioni e a fare facce allo specchio!

Coglione! avrebbe detto me di me futuro!

A sentire la mia conselour invece è proprio questo il mio male. Sentirmi ridicolo solo perchè metto a nudo le mie emozioni. Mi rimprovera per questo.

Mi avvio allo svolgimento del  tema come un bue portato in palestra, anzi, se potessi, raglierei.

Quando hai poco, non puoi fare molta selezione,  non ci riesci. Prendi tutto quello che viene, pensi solo a riempirti. Smetti di fare lo schizzinoso. Quando hai fame, una pasta scaldata ti pare un pasto divino.

Ho provato in questi giorni a riprodurre davanti allo specchio i vari stati d’animo, ma non mi riesce di scostarmi di molto dalle emoticons di whatsapp. Quella tipo urlo di Munch mi riesce benissimo, è quella che mi da più soddisfazione!

Ma soprattutto, una volta che riconosco le emozioni, come faccio a trasmetterle ai miei ragazzi che nemmeno mi parlano? Questa domanda mi sono dimenticato di farla a Katia. Dovrei scrivere delle domande e portarmele dietro, penso. La memoria non mi basta più. La necessità dei pizzini va di pari passo con gli occhiali da vicino. Comincio a pensare che sono gli occhialetti a far dimenticare le cose!

Perche fino a qualche mese fa avevo un rapporto splendido con i ragazzi, senza fare tutti questi studi davanti allo specchio? Cosa è cambiato ora?

Mi sento come quando da studente mi chiedevo perché dovessi  studiare Lucia e Renzo. A cosa mi servono nella vita? Ora mi ritrovo a essere simile ai capponi di Renzo,  mi becco da solo però.

Oggi sono andato alla partita del più grande. E’ stata una partita importante, si è giocato l’intero campionato tra le prime due della classifica. Stavolta non ho provato nemmeno a chiedergli di accompagnarlo. La cosa mi ha preoccupato, questa inerzia potrebbe significare cedimento e non voglio. Arrivo un po’ nervoso al campo.

Ho preso il caffè di rito con gli altri genitori e sono salito sulla tribuna. Mentre guardo in giro per scorgere qualche volto amico da salutare, abbasso lo sguardo, proprio davanti a me, seduto accanto ai suoi amici, mio figlio piccolo. E’ a mezzo metro e non lo ho visto!

La faccia smarrita. evidentemente lui mi ha visto ed è fortemente in imbarazzo. Sto lì da almeno due minuti a distanza di carezza e non mi accorgo di lui.  Lo guardo, un tuffo al cuore. Lo saluto, mi risponde a fatica, mi metto accanto a lui, lo abbraccio e lo bacio sulla testa. Si divincola e gira la testa dall’altra parte. Mi rendo conto che ci sono i suoi amici e le sue amiche, ha tredici anni e per un adolescente non deve essere il massimo farsi vedere abbracciare e baciare dal proprio papà in condizioni normali, figuriamoci nelle nostre.

Faccio in tempo a chiedergli come stia, mi risponde che sta  bene, bofonchiando, poi  accentua il suo divincolarsi e mi offre quasi la schiena.

Evito di creargli imbarazzo e mi metto a sedere due file più su accanto ad altri genitori. Mi sento come ad avere una fetta di torta davanti, ma ne posso mangiare solo un pezzetto per via della dieta. La lascio e provo una mancanza fisica.

Stasera mi sono messo davanti allo specchio ed ho provato ad eseguire il mio compitino.

Che emozione è il tuffo al cuore? E’ quello che ti capita quando non ti aspetti di vedere qualcuno e quel qualcuno è la persona più importante della tua vita? Come te la rappresento Katia?

Rimango fisso immobile davanti allo specchio. Mi cade una lacrima, poi un’altra. Piango, ma non è un pianto amaro, è un pianto neutro. Non è nè gioia nè dolore. O meglio è gioia e rabbia allo stesso tempo che si compensano. Capita anche che piova col sole, mi sembra così.  Il mio cuore è felice, nel naso ho ancora l’odore di mio figlio, tra le braccia sento la sua morbidezza,  ma piango. Sono arrabbiato perché era lì e mi trattenevo per non creargli imbarazzo e perché probabilmente, se mi fossi avvicinato di nuovo si sarebbe allontanato.

Spero di essere riuscito a rappresentartela questa emozione, Katia. Magari sono riuscito a trasmettere qualcosa anche al mio piccolo, che sarebbe meglio. Parlo da solo con lo specchio.

Davanti a me c’è Vincenzo il migliore amico di mio figlio.

Comincia la partita, io divido i miei occhi tra mio figlio piccolo seduto due file più avanti e mio figlio più grande che in campo si gioca il campionato.

Succede un qualcosa di strano. Vincenzo per tutta la partita non fa che chiedermi pareri sulle squadre, sui giocatori, su ogni.

Sono troppo preso e concentrato sui miei ragazzi, su ogni mossa che fanno, uno in campo e l’altro sugli spalti per accorgermi che Vincenzo mi parla da mezz’ora. Rispondo automaticamente come i risponditori automatici, quelli che ti dicono:’’ prema uno se vuoi questo, prema due se vuoi quello ‘’ …tu invece vorresti tanto un operatore di quelli: ‘’buonasera sono Giovanni, come posso esserle utile!’’.

Arriva l’intervallo, mi giro sulla sinistra e sotto alla tribuna, ai bordi del campo, vedo tutto il clan di mia moglie.  C’è lei, il padre, la madre, mia cognata, il marito di lei con la piccola, una amica con il marito anche. Sono allegri e felici, ridono e scherzano.

Mi danno nausea, per fortuna sono lontani. La cosa mi urta anche, provo un po’ di gelosia. Un tempo il pallone era a mio esclusivo appannaggio. Guarda quanti sono oggi! E non sanno nemmeno se il pallone è tondo o quadrato. Che nervi.

Mi guardo allo specchio, non piango più. Si accentuano le rughe sul volto, aumenta la salivazione, deglutisco. Mi prende allo stomaco, si accartoccia come la carta del pane e la mia faccia sembra un pomodoro maturo e sfatto. I denti si serrano.

Mio figlio e Vincenzo si sono alzati e sono in giro con gli  altri ragazzi, li perdo di vista.

Scambio qualche parola sulla partita con gli altri genitori. La squadra perde, mio figlio in campo però lotta e gioca bene, tutto papà… J

Ricomincia la partita, secondo tempo.

I ragazzi tornano al loro posto, cerco di sentire i discorsi del piccolo con le amiche ma con il rumore di fondo del pubblico non riesco a carpire le parole. Non mi ha mai dato tanto fastidio un rumore di fondo.

Vincenzo prende delle patatine dalla busta del suo vicino, si gira e me le offre direttamente dalle sue mani, con quella naturalezza che solo i ragazzi hanno: Vuoi una patatina? Quasi fossi il suo compagno di banco.

Lo guardo. Ho un attimo di esitazione, sto per dire no. Guardo la patatina e gli dico:” grazie Vincenzo”. Il ragazzo mi stava coccolando da mezz’ora e non me ne ero accorto. Riavvolgo il nastro del primo tempo in mente. Si era accorto della reazione di mio figlio che mi aveva allontanato, Vincenzo è un ragazzo intelligente e da più di mezz’ora che cercava di coinvolgermi per consolarmi forse.

Mi guardo allo specchio. I miei occhi scondinzolano, abbozzo un sorriso a bocca chiusa, la testa si inclina leggermente su una spalla come a cercare un appoggio. Che bravo Vincenzo, penso. Mi ha voluto bene, mi accarezzava virtualmente e neanche me ne ero accorto.

Se il migliore amico di mio figlio mi tratta bene, può essere che loro non parlino poi così male di me, penso. Mi si riaccende una speranza. Sono più di cinque minuti che sono davanti allo specchio. Il tempo passa.

Avevo un’auto americana. Mi ricordo che sullo specchietto retrovisore c’era un adesivo: The objects in the mirror are closer than they appear. (Gli oggetti allo specchio sono più vicini di quello che sembrano)

Leggevo spesso quella frase. Gli americani sono maniaci per la sicurezza e da buon italiano commentavo:”sti  americani potevano risparmiarsela questa banalità”. Leggevo e ci riflettevo molto quando ero in auto, stando sullo specchietto mi balzava continuamente agli occhi. Avrei potuto staccare l’adesivo ma non l’ho mai fatto, mi solleticava la fantasia e cercavo un significato nascosto, più filosofico di quello pratico.

Adesso mi pare chiaro cosa cercavo. Stare allo specchio mi sta avvicinando a me stesso. L’esercizio di Katia, serve proprio a questo forse. Mi devo riappropriare di me stesso per offrire il meglio di ciò che sono.

In casa me lo hanno sempre detto, per far stare bene chi ti sta intorno, devi stare bene prima tu. Se vado in giro con questi occhi tristi, smarrito, come vuoi che chi mi sta intorno stia bene o mi riconosca?

Una persona che ha avuto una esperienza simile alla mia mi ha detto:

Quando torneranno e passerà la sofferenza quello che ricorderai è tutto il tempo che hai buttato a soffrire.

La partita finisce. E’ stata emozionante, i ragazzi hanno perso ma hanno giocato bene. Mio figlio più piccolo scende di corsa dalle tribune. Mi precipito a toccargli la testa e gli dico: Ciao! Non si gira a guardarmi, ma ricambia il ciao. E’ qualcosa!

Saluto Vincenzo.

E’ tardi, mi metto a nanna. Oggi non è andata così male, mi sono portato avanti con i compiti e l’oggetto nello specchio si è avvicinato di molto.

Teodoro, dono degli dei.

Credo che un indicatore della intelligenza sia la capacità di accorgersi dell’esistenza degli uomini e delle cose. Allo stessa stregua, la disattenzione verso cose e uomini  è sinonimo di stupidità. L’intelligenza è un dono degli dei.

Oggi il mio primogenito ha fatto una partita. Si è giocato fuori casa, in un paese a 50 km di distanza.

Non avendo ormai più  notizie dai miei ragazzi, mi informo  sugli orari da altri genitori.  In genere, in occasione delle trasferte, ci si raduna presso la scuola calcio di buon ora. Si  parte poi  con la carovana di auto alla volta dello stadio fuori città. Il buon Gabriele mi aveva informato: partenza 8,45.

Mando il messaggio di rito a mio figlio: Ti vengo a prendere alle 8,30!

Sapevo già che avrebbe rifiutato, ma non posso darmi per vinto prima di provarci.

Risposta quasi immediata: No, in primis non voglio e poi ho chi mi accompagna.

In primis…. Caspita, penso. Latino. Il mio piccolo uomo fa il primo liceo scientifico e quindi comincia a masticare un po’ di latino.

La risposta era veramente brutta, ma  da un po’ sono preparato a queste risposte e quasi impermeabilizzato. Mi concentro sulle parole, come se il particolare mi potesse far dimenticare il tutto. Ho frequentato il liceo classico e quello che ha attirato la mia attenzione nella frase sono state le  due parole: In primis.

Mio figlio che infila due parole in latino! Non ci sarebbe da meravigliarsi, se la cava benissimo a scuola, ma la cosa mi ha dato il senso del tempo che passa ed il fatto che probabilmente me lo vedrò uomo senza accorgermene, così come mi sto perdendo lo studio delle declinazioni.

Ero solito seguirlo nei compiti quando ero a casa, ora non so nemmeno cosa stia studiando.

Provo una grande frustrazione. Proprio ciò in cui sono stato sempre forte, lo studio e l’amore per esso, non potrò più travasarlo ai miei figli. Questa è davvero una interruptio!

Non ci sarò quando leggeranno di Paolo e Francesca, di Ulisse e della semenza dei suoi compagni. Non ci sarò per tante cose. Probabilmente non saprò dei primi amori e delle prime delusioni. Mi perderò tutte le prime. Eppure mi sento di poter dare tanto. E’ veramente frustrante.

Vivo una quiete disperata per questo, solo la rabbia non mi fa rassegnare.

Amore disperato e rabbia. Mi vengono  in mente i più famosi versi di   Catullo.

Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris.
Nescio, sed fieri sentio et excrucior.

(Ti odio e ti amo. Come possa fare ciò, forse ti chiedi.
Non lo so, ma sento che così avviene e me ne tormento.)

L’interruzione di un grande amore genera una grande rabbia.

Avrà usato il latino per farmi vedere che lo sta imparando? O è una frase che ha sentito da qualcun’ altro? A volte mi sento come le adolescenti che tolgono i petali alla margherita e dicono: mi sta pensando? o non mi sta pensando?

Sa bene del mio legame e il mio amore per le lingue antiche, magari era un modo per richiamare forte la mia attenzione e dirmi tra le righe, ti voglio bene.

Mi illudo forse, ma decido di giocare e  replicare in latino. Riprendo le parole di Catullo che era nei miei pensieri in quel momento:

Excrucior fili mi, quia causam nescio.

(Mi tormento figlio mio, perchè non capisco il motivo).

Ovviamente nessuna risposta. Poi aggiungo in Italiano: mi dispiace che non voglia venire con me.

Se mi avesse scritto quelle due parole in latino per attirare la mia attenzione, ora è contento che gli abbia risposto a tono.

Intanto ritorno al dettaglio per non smarrirmi: ho chi mi accompagna. Cerco di immaginare chi lo accompagni. Sarà uno del clan, il nonno o lo zio. Il fratello di mia moglie che non vedo da mesi.

L’attenzione e la sensibilità verso le emozioni altrui sono la forma più pura di generosità e di intelligenza. Nella famiglia di mia moglie sono un po’ deficitari da questo punto di vista, in maniera particolare gli uomini della famiglia.  Quindi non può che essere uno dei due a fare l’accompagnatore.

Ad uno dotato di un minimo di sensibilità e di intelligenza emotiva non  verrebbe mai di recarsi ad un appuntamento col figlio di un altro, sostituendosi al padre e sapendo  per giunta che anche il padre sarà presente. Sono coinvolto nella cosa, ma la ritengo vergognosa in assoluto, al di là del mio personale coinvolgimento. Credo che mai mi presterei a qualcosa del genere. Ma a ciascuno il suo.

Arrivo al raduno. Mi guardo intorno, mio figlio ancora non c’è. Qualche altro genitore mi vede. Un tempo arrivavo sempre con mio figlio, eravamo inseparabili. Mi vedono da solo, provo un filo di imbarazzo,  tutti sanno della situazione ma non fanno domande.

Si avvicina Teodoro. Scambiamo due chiacchiere. Mi piace andare alle partite anche per questo. Chiacchiero con gli altri papà e mi trovo molto bene. Gente semplice e senza fronzoli.

Dopo cinque minuti arriva mio figlio. L’accompagnatore manco a dirlo  è mio cognato, appunto. Gli indicatori di intelligenza non hanno fallito. Mio figlio esce dall’auto e nemmeno mi saluta. Mi ha visto bene, ma forzatamente non gira la testa verso di me per non incrociare il mio sguardo. Raggiunge il capannello dei suoi compagni. Ha il broncio, lo vedo da lontano. Mio cognato esce dall’auto e si avvicina per salutarmi.

” Ciao” dico.

”Ciao”, e quasi per scusarsi, ”erano mesi che non lo vedevo giocare ed ho pensato di fare un salto oggi”.

Non mi piacciono le frasi di circostanza e in tono dimesso:” Certo, con me non è voluto venire, mi ha detto che aveva qualcuno che lo accompagnava”.

”Io non c’entro nulla” mi fa.

Il primo pensiero è: emerito coglione, se non c’entri nulla, cazzo ci fai qua! Poi mi ricordo che ho di fronte un trentenne, non è un padre e  soprattutto non è un aquila.

”Non ti preoccupare” gli faccio.

” No, non mi preoccupo, non c’entro proprio nulla” insiste.

Niente da fare penso, se uno è coglione è coglione. Non potevo aspettarmi qualcosa di diverso.  Da un lato vuol dirmi che non si preoccupa di aver fatto una roba da pezzi di merda, anzi lui è tranquillo, dall’altra mi dice che comunque non c’entra nulla.

Sorrido amaro e gli dico: ” Ciao, ci vediamo”.

Torno dagli altri genitori. Due o tre  degli altri papà mi fanno: ”Chi è quello?”

”Il fratello di mia moglie” dico in modo rassicurante, come se sapessi della cosa.

Avevo capito che la domanda era retorica. Probabilmente sapevano tutti chi fosse, ma volevano testimoniarmi  la loro solidarietà. Era un modo per dire: ”Sto pezzo di merda, come si permette ad accompagnare tuo figlio, dal momento che tu sei qua? Siamo con te”

La mia risposta a metà tra il rassicurante ed il rassegnato era servita a sedare il loro astio solidale.

Si parte. Teodoro mi commuove. Aveva seguito tutto. Dall’arrivo di mio figlio al dialogo con mio cognato ed evidentemente aveva letto bene il mio stato d’animo. ”Sei solo?” Mi dice. Lo guardo e non rispondo, abbozzo un  sorriso  con le spalle ben giù. Credo che bastasse  vedermi in quel momento, non c’era bisogno di risposte. Lui in auto aveva la moglie ed il figlio più grande, diciottenne. Fa un cenno al figlio diciottenne e lo invita a farmi compagnia. In quel gesto, sento un senso di calore immenso. Avrei voluto rifiutare, ma il calore del gesto e la sua semplicità sono stati talmente grandi che non mi sono sentito di opporre alcuna resistenza. Aspetto che Antonio entri in auto e mi metto come sempre al comando della carovana. Tutti, da sempre, me lo fanno fare. Conosco bene le strade da farsi  perchè per lavoro sono sempre in giro e poi ho notevole dimestichezza con gli strumenti di navigazione. Quando c’è da raggiungere una meta nuova, il capo  carovana sono io.  La presenza di Antonio in auto mi riempie di gioia, mi attenua la malinconia della solitudine e la rabbia nel vedere il viso di mio figlio nell’auto del coglione. In trenta minuti siamo a destinazione. Io,  il coglione, mio figlio e gli altri.

Grazie Teodoro, dono degli dei.

Il silenzio degli innocenti.

1 marzo. Oggi è il compleanno del piccolo.

Da tempo che mandavo messaggi a lui e alla madre chiedendo come volesse festeggiare il compleanno. Mio padre si era offerto di pagargli la pizzeria con gli amici, cosa che aveva fatto con il più grande ed insisteva ogni giorno perchè organizzassi.

Per gli uomini di un tempo la formalità è più che sostanza. Per lui non poteva essere che avesse fatto un regalo ad uno e nulla all’altro. Quindi ogni giorno… Hai chiamato? Ne andava del suo senso di equilibrio e giustezza. Soprattutto gli anziani ne hanno bisogno, ad una certa età non si vogliono lasciare conti in sospeso.

Ed io:- Papà purtroppo non rispondono.

25 febbraio. Giovedì scorso, finalmente! Messaggio del piccolo sul gruppo whatsapp che ho coi miei figli.

”Voglio questo regalo”. Allegate due fotografie.

Leggo. E’ un volantino per un viaggio in Spagna dal costo di circa 700,00 euro.

La contentezza di aver ricevuto un messaggio da mio figlio dopo così tanto tempo si affievolisce e lascia il posto all’amaro. ”Mi contattano solo per soldi”, penso. Il dispiacere è come la sconfitta al calcio. Rivedi la partita nella tua mente e cerchi di capire che cosa hai sbagliato. Tanto più alte sono le aspettative, tanto più alta è la delusione. Anche le parole di conforto di chi fa il tifo per te suonano vuote nel tonfo della caduta. Per ora hai perso, già, ”per ora”. Fin tanto che potrai aggiungere queste due paroline dopo ogni sconfitta, la sconfitta sarà solo ”per ora”. Significa che c’è ancora benzina per ripartire.

Dopo qualche attimo di vuoto, le mie spalle accasciate tipo orango, mi viene un moto di rabbia. Avrei voluto scrivere a quella testa di cazzo della madre. Il ragazzo non mi avrebbe mai mandato quel messaggio senza spinta, dopo settimane di silenzio. Lei è sempre quella che dice che non può farci nulla, i ragazzi non vogliono sentirmi nè vedermi, nonostante lei cerchi di convincerli a farlo.

Quando si tratta di chiedere soldi, però, improvvisamente riesce. Magìa pura.

”Lascia stare”,  mi dico.” Prendi il lato positivo della cosa. Tuo figlio ti ha scritto. Almeno si è ricordato che ha un padre”.

Non so perchè, ma questa faccenda del lato positivo mi fa venire in mente una rivisitazione di Pitagora. ”Il quadrato costruito su un lato positivo, più il quadrato costruito sull’altro lato negativo è uguale a quella grande ipotenusa di mia moglie al quadrato. Che stronza!”.

Nonostante il training autogeno, la rabbia non cede il passo.

Prendo il cellulare per rispondere, ma mi fermo. ”Aspetta”, mi dico. ”Rispondi tra un po’, quando sarai più lucido”.

Aspetto 18 minuti :

Avete idea di come mi fate sentire? Non mi rispondete al telefono, non mi parlate, nemmeno mi dite come va a scuola. Mi trattate come se non esistessi, se vengo agli allenamenti fate finta di non vedermi. Non ho avuto la possibilità di parlarvi, avete cancellato pure il nonno che ogni tanto piange per questo. Non una telefonata, non un messaggio. Mi parlate solo per chiedere soldi. Questo mi fa stare male e mi umilia. Mi volete cancellare?

Silenzio. Il silenzio è innocente, è quello che viene dopo che preoccupa.

26 febbraio. Al mattino dopo infatti, replica del piccolo:

”Ti vedi cosa scrivi e dici, mamma mia, ti cancelli da solo”.

Guardo l’orario, le 7,30. Si sta preparando per andare a scuola. Il tono e le parole tipiche della madre. Ma voglio pensare che sia stato lui a dirlo. Basta! Ipotizzare che ci sia qualcuno dietro non serve. E’ lui che scrive,  devo rapportarmi con lui e rispondere a lui. Piuttosto  servirebbe cercare di capire cosa non va in me o cosa vedono loro che non vada. Le dietrologie?  Bene lasciarle nella soffitta dei pensieri.

Riguardo il messaggio più volte. Che male che fa, accidenti. Ingoio saliva e rileggo. Non passa. Ritorna il senso di vuoto. La sensazione mi sembra quella di un pugile oramai cotto, le ha prese di santa ragione in ogni parte del corpo e la carcassa la reggono solo le ossa e l’orgoglio. I muscoli  sono andati. Nell’angolo, tra un round e l’altro, l’allenatore gli parla. Non sente nulla. L’audio è ovattato e la concentrazione è sul diretto che si è beccato in pieno viso. Lo stesso effetto mi fanno i consigli degli amici allenatori.

” Non te la prendere, non sono loro che parlano”

”Sono plagiati”

”Poveri ragazzi, cosa gli stanno combinando, tu non mollare”

A me fa male. Incasso per me e per loro. Guardo la spugna nel secchio.

Mi riprendo e dopo 3 minuti:

”Perchè non parliamo e mi dici cosa c’è che non va in ciò che scrivo e dico? Un giudizio va spiegato, se mi spieghi posso capire cosa c’è di sbagliato. Avanti… dimmi che c’è che non va in ciò che scrivo e dico”.

Silenzio.

26-27-28 febbraio. Passano venerdì, sabato, domenica. Sabato esco, compro delle maglie sportive con i saldi, un buono da game stop, so che lui va matto per i giochi, un biglietto di auguri. Scrivo una letterina per accompagnare.

Silenzio dall’altra parte.

Mando i soliti messaggi di buongiorno, dei video che mi sembrano carini,qualche intercalare con ” che fate? mi mancate molto”,  li avviso del ritorno della serie di Montalbano in tv.

Nulla, solito Silenzio.

29 febbraio. Ieri, vigilia del compleanno del piccolo, scrivo:

”Ciao. Domani vengo a farti gli auguri. Se vuoi ti porto io a scuola”.

Lui:” Ma dove”

Strano, ha risposto subito, penso. Non accadeva da molto tempo.

Rispondo: – A casa, o dove vuoi tu. Se vuoi ti porto a scuola, o ti porto da scuola a casa, o ti porto dove vuoi…:-). Voglio farti gli auguri.

Lui:- Ma va.

Replico, il botta e risposta mi sta entusiasmando, è un dialogo praticamente: – Che vuoi dire? Non vuoi che ti faccia gli auguri?

Silenzio di nuovo ahimè.

1 marzo. Oggi, finalmente compleanno e di buon ora:

”Auguri! Sono fuori. Volevo farti gli auguri e darti un regalo”.

Aspetto 5 minuti. Mi metto con l’auto vicino a quella della madre. Se non mi rispondono, almeno se escono per andare a scuola, avrò modo di salutarli a distanza. Mi vedranno.

Vedo nello specchietto mio figlio che esce dal portone. Mi squaglio, non pensavo proprio che accettasse. Esco dall’auto. Mi guarda e sorride. Sorrido anche io, gli vado incontro.

Lo abbraccio, lo bacio, lo stringo. Si stacca. Mi ripeto, e quando ricapita!  Non mi sembrava vero.

Auguri amore mio, gli dico. Sembra contento lui. Prendo dall’auto la busta con i regali, verifico rapidamente che ci sia tutto e glieli elenco: Ti ho preso delle maglie, un buono da game stop e una letterina.

Mi dice grazie, gli chiedo se vuole che lo accompagni a scuola, ma si gira e va. Mentre corre via verso il portone mi dice  che non può perchè deve passare con la madre a ritirare dei pasticcini da offrire ai compagni di classe. E’ lontano, non faccio in tempo a dirgli che potremmo  andare insieme. Andato ormai.

Mi sento come dopo aver dato il primo bacio ad una fidanzata. La prima volta dopo averla baciata sotto casa, la fai andare. In realtà muori dalla voglia di ribaciarla ma ti obblighi a  non esagerare, potrebbe infastidirsi!

Ritorno in auto con gli occhi a cuoricino, ma dentro di me sono incredulo, sento che non è tutto al suo posto.

Mi allontano in auto.

Messaggio. Passati 10 minuti appena.

Mio figlio: – Non era questo il regalo che ti avevo chiesto. E’ quello del nonno??? Potevi pure non venire. Io devo organizzare la festa, potevi darmi dei soldi grazie.

Mi fermo con l’auto a bordo strada. Rileggo.

Quel ”soldi grazie” mi ritorna qualcosa in mente oltre alla nausea alle narici. Mia moglie ogni volta che mi chiede dei soldi è solita: ”Abbiamo finito i soldi grazie”.

C’è quella grande ipotenusa dietro questo, ora ne avevo ragionevole certezza .

Immagino la scena, il bambino entra in casa con la busta del regalo, lei lo prende, rovista e commenta urlando. Questo ti ha regalato? E il regalo che ti doveva fare? Scriviglielo a mamma! Poteva pure evitare di venire, le maglie te le regalano i tuoi amici già.

O giù di lì.

La rabbia risale come il mercurio in un termometro. E’ rossa e calda come la febbre alta.

”Stai calmo”, mi dico. Sono di nuovo all’angolo del ring. Il mio allenatore mi ripete di non mollare, di tenere duro e di provare a giocare di gambe. Guardo la spugna nel secchio. Ce la puoi fare. Non so cosa mi tenga su.

”Aspetta prima di rispondere”, mi dico.

Passano sei minuti e replico:

”Il nonno lo avrebbe fatto volentieri il regalo, ma non ti pare che andava coinvolto? Sai che è molto triste perchè non vi vede mai? E’ vecchio il nonno e un po’ di affetto gli farebbe bene e farebbe bene anche a voi.”

Mio figlio: ”Il nonno sta male forse per quanto sei diventato cattivo”. A questo punto capisco che è proprio mia moglie che parla attraverso mio figlio. Lui è un pacione, non si sarebbe mai messo a replicare a tu per tu. Semmai avrebbe taciuto.

Invece un’ altro messaggio: ” E tu potevi fare altro, con le magliette non si mangia, me le regalano gli amici già. Potevi evitare di venire, faccio bene a non considerarti”.

Mi sveglio finalmente, non sono più sopraffatto. Abbandono l’angolo metto il paradenti e ritorno sul ring più incazzato che mai. Questo messaggio mi fa intendere che è lei che scrive, e usa il ragazzo. E’ un’ostaggio poverino. In mano ad una folle. Non immagina i danni che sta facendo.

”Perchè mi dici così? Cosa ho fatto per farti pensare queste cose? Il nonno si è offerto di farti il regalo. Nessuno lo ha chiamato, nemmeno per dire come stai nonno.Sono addolorato perchè un giorno tutto questo vi farà dispiacere. Io ho il dovere di dirvelo.”

Lui/lei continua:- Dispiaciti per te e per come sei diventato.

Io: Io sono sempre lo stesso di sei mesi fa, amore mio.

Interviene in chat l’altro:- E’ vero, ha ragione! Dispiaciti per come sei diventato!

” Se mi spiegate cosa sono diventato, mi fate un piacere. Mi piacerebbe capire cosa vedete di diverso, magari capisco qualcosa. Mi dite che sono cattivo ma non mi spiegate perchè, cosa ho fatto di cattivo? Portare un regalo e fare gli auguri è cattiveria? E’ un periodo duro ed io sono in grande difficoltà. Ma non mollo, faccio ciò che posso. Non capisco veramente dove vedete cattiveria in me e cosa pensate che sia diventato. Mi piacerebbe molto ascoltarvi. Potreste vedere cose che io non colgo o magari siete voi a non cogliere delle cose. Parlare e spiegarsi serve a questo. Io sono vostro padre e continuerò a farlo per quello che mi sarà possibile. Avervi vicino mi darebbe grande forza, mi mancate molto. Per quanto riguarda il nonno non sapete quante volte mi ha detto che voleva offrire la festa di compleanno. Ve l’ho scritto, ripetutamente. Nessuno mi ha risposto o lo ha chiamato.”

Silenzio. Se tacciono, sono sicuro che sono loro a rispondere.