Teodoro, dono degli dei.

Credo che un indicatore della intelligenza sia la capacità di accorgersi dell’esistenza degli uomini e delle cose. Allo stessa stregua, la disattenzione verso cose e uomini  è sinonimo di stupidità. L’intelligenza è un dono degli dei.

Oggi il mio primogenito ha fatto una partita. Si è giocato fuori casa, in un paese a 50 km di distanza.

Non avendo ormai più  notizie dai miei ragazzi, mi informo  sugli orari da altri genitori.  In genere, in occasione delle trasferte, ci si raduna presso la scuola calcio di buon ora. Si  parte poi  con la carovana di auto alla volta dello stadio fuori città. Il buon Gabriele mi aveva informato: partenza 8,45.

Mando il messaggio di rito a mio figlio: Ti vengo a prendere alle 8,30!

Sapevo già che avrebbe rifiutato, ma non posso darmi per vinto prima di provarci.

Risposta quasi immediata: No, in primis non voglio e poi ho chi mi accompagna.

In primis…. Caspita, penso. Latino. Il mio piccolo uomo fa il primo liceo scientifico e quindi comincia a masticare un po’ di latino.

La risposta era veramente brutta, ma  da un po’ sono preparato a queste risposte e quasi impermeabilizzato. Mi concentro sulle parole, come se il particolare mi potesse far dimenticare il tutto. Ho frequentato il liceo classico e quello che ha attirato la mia attenzione nella frase sono state le  due parole: In primis.

Mio figlio che infila due parole in latino! Non ci sarebbe da meravigliarsi, se la cava benissimo a scuola, ma la cosa mi ha dato il senso del tempo che passa ed il fatto che probabilmente me lo vedrò uomo senza accorgermene, così come mi sto perdendo lo studio delle declinazioni.

Ero solito seguirlo nei compiti quando ero a casa, ora non so nemmeno cosa stia studiando.

Provo una grande frustrazione. Proprio ciò in cui sono stato sempre forte, lo studio e l’amore per esso, non potrò più travasarlo ai miei figli. Questa è davvero una interruptio!

Non ci sarò quando leggeranno di Paolo e Francesca, di Ulisse e della semenza dei suoi compagni. Non ci sarò per tante cose. Probabilmente non saprò dei primi amori e delle prime delusioni. Mi perderò tutte le prime. Eppure mi sento di poter dare tanto. E’ veramente frustrante.

Vivo una quiete disperata per questo, solo la rabbia non mi fa rassegnare.

Amore disperato e rabbia. Mi vengono  in mente i più famosi versi di   Catullo.

Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris.
Nescio, sed fieri sentio et excrucior.

(Ti odio e ti amo. Come possa fare ciò, forse ti chiedi.
Non lo so, ma sento che così avviene e me ne tormento.)

L’interruzione di un grande amore genera una grande rabbia.

Avrà usato il latino per farmi vedere che lo sta imparando? O è una frase che ha sentito da qualcun’ altro? A volte mi sento come le adolescenti che tolgono i petali alla margherita e dicono: mi sta pensando? o non mi sta pensando?

Sa bene del mio legame e il mio amore per le lingue antiche, magari era un modo per richiamare forte la mia attenzione e dirmi tra le righe, ti voglio bene.

Mi illudo forse, ma decido di giocare e  replicare in latino. Riprendo le parole di Catullo che era nei miei pensieri in quel momento:

Excrucior fili mi, quia causam nescio.

(Mi tormento figlio mio, perchè non capisco il motivo).

Ovviamente nessuna risposta. Poi aggiungo in Italiano: mi dispiace che non voglia venire con me.

Se mi avesse scritto quelle due parole in latino per attirare la mia attenzione, ora è contento che gli abbia risposto a tono.

Intanto ritorno al dettaglio per non smarrirmi: ho chi mi accompagna. Cerco di immaginare chi lo accompagni. Sarà uno del clan, il nonno o lo zio. Il fratello di mia moglie che non vedo da mesi.

L’attenzione e la sensibilità verso le emozioni altrui sono la forma più pura di generosità e di intelligenza. Nella famiglia di mia moglie sono un po’ deficitari da questo punto di vista, in maniera particolare gli uomini della famiglia.  Quindi non può che essere uno dei due a fare l’accompagnatore.

Ad uno dotato di un minimo di sensibilità e di intelligenza emotiva non  verrebbe mai di recarsi ad un appuntamento col figlio di un altro, sostituendosi al padre e sapendo  per giunta che anche il padre sarà presente. Sono coinvolto nella cosa, ma la ritengo vergognosa in assoluto, al di là del mio personale coinvolgimento. Credo che mai mi presterei a qualcosa del genere. Ma a ciascuno il suo.

Arrivo al raduno. Mi guardo intorno, mio figlio ancora non c’è. Qualche altro genitore mi vede. Un tempo arrivavo sempre con mio figlio, eravamo inseparabili. Mi vedono da solo, provo un filo di imbarazzo,  tutti sanno della situazione ma non fanno domande.

Si avvicina Teodoro. Scambiamo due chiacchiere. Mi piace andare alle partite anche per questo. Chiacchiero con gli altri papà e mi trovo molto bene. Gente semplice e senza fronzoli.

Dopo cinque minuti arriva mio figlio. L’accompagnatore manco a dirlo  è mio cognato, appunto. Gli indicatori di intelligenza non hanno fallito. Mio figlio esce dall’auto e nemmeno mi saluta. Mi ha visto bene, ma forzatamente non gira la testa verso di me per non incrociare il mio sguardo. Raggiunge il capannello dei suoi compagni. Ha il broncio, lo vedo da lontano. Mio cognato esce dall’auto e si avvicina per salutarmi.

” Ciao” dico.

”Ciao”, e quasi per scusarsi, ”erano mesi che non lo vedevo giocare ed ho pensato di fare un salto oggi”.

Non mi piacciono le frasi di circostanza e in tono dimesso:” Certo, con me non è voluto venire, mi ha detto che aveva qualcuno che lo accompagnava”.

”Io non c’entro nulla” mi fa.

Il primo pensiero è: emerito coglione, se non c’entri nulla, cazzo ci fai qua! Poi mi ricordo che ho di fronte un trentenne, non è un padre e  soprattutto non è un aquila.

”Non ti preoccupare” gli faccio.

” No, non mi preoccupo, non c’entro proprio nulla” insiste.

Niente da fare penso, se uno è coglione è coglione. Non potevo aspettarmi qualcosa di diverso.  Da un lato vuol dirmi che non si preoccupa di aver fatto una roba da pezzi di merda, anzi lui è tranquillo, dall’altra mi dice che comunque non c’entra nulla.

Sorrido amaro e gli dico: ” Ciao, ci vediamo”.

Torno dagli altri genitori. Due o tre  degli altri papà mi fanno: ”Chi è quello?”

”Il fratello di mia moglie” dico in modo rassicurante, come se sapessi della cosa.

Avevo capito che la domanda era retorica. Probabilmente sapevano tutti chi fosse, ma volevano testimoniarmi  la loro solidarietà. Era un modo per dire: ”Sto pezzo di merda, come si permette ad accompagnare tuo figlio, dal momento che tu sei qua? Siamo con te”

La mia risposta a metà tra il rassicurante ed il rassegnato era servita a sedare il loro astio solidale.

Si parte. Teodoro mi commuove. Aveva seguito tutto. Dall’arrivo di mio figlio al dialogo con mio cognato ed evidentemente aveva letto bene il mio stato d’animo. ”Sei solo?” Mi dice. Lo guardo e non rispondo, abbozzo un  sorriso  con le spalle ben giù. Credo che bastasse  vedermi in quel momento, non c’era bisogno di risposte. Lui in auto aveva la moglie ed il figlio più grande, diciottenne. Fa un cenno al figlio diciottenne e lo invita a farmi compagnia. In quel gesto, sento un senso di calore immenso. Avrei voluto rifiutare, ma il calore del gesto e la sua semplicità sono stati talmente grandi che non mi sono sentito di opporre alcuna resistenza. Aspetto che Antonio entri in auto e mi metto come sempre al comando della carovana. Tutti, da sempre, me lo fanno fare. Conosco bene le strade da farsi  perchè per lavoro sono sempre in giro e poi ho notevole dimestichezza con gli strumenti di navigazione. Quando c’è da raggiungere una meta nuova, il capo  carovana sono io.  La presenza di Antonio in auto mi riempie di gioia, mi attenua la malinconia della solitudine e la rabbia nel vedere il viso di mio figlio nell’auto del coglione. In trenta minuti siamo a destinazione. Io,  il coglione, mio figlio e gli altri.

Grazie Teodoro, dono degli dei.

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