Colloqui

Ho l’ansia. Alle 15 ho i colloqui di mio figlio più grande, sono le 14 e incomincio a muovermi. Ci metto 15 minuti in auto a raggiungere il liceo dal mio ufficio. Mi muovo uguale, tanto, a rimanere in ufficio, non combino nulla.

I puntuali sono ansiosi mi ha detto Brizio, un amico, domenica a pranzo. Più sei puntuale più sei ansioso. Susanna, sua moglie:

  • io sono anticipataria, almeno di 5 minuti . Ha rincarato, con voce ansiosa.

Non so cosa ci sia prima di anticipatario. Oggi sono quella cosa lì.

Chissà perché ho l’ansia, in fin dei conti io sono un padre,  vado ai colloqui di mio figlio.

Fa il primo liceo scientifico. Durante il tragitto in auto, mi perdo nei pensieri:

  • Se avesse fatto il liceo classico, come me, almeno mi sarei sentito a casa.

Aveva scelto lo scientifico e non mi sono voluto intromettere nelle sue scelte.

  • Hai troppo rispetto per le scelte altrui, questa è la tua rovina. Si perderà l’Antigone, Aristofane, Epicuro e Saffo. Si può capire il mondo senza partire da Socrate? Come fare un edificio senza fondamenta. Ma si, troverà la sua strada. In fin dei conti in tanti non son partiti da Socrate ed hanno trovato la propria strada ugualmente.

Non conoscendo Socrate, avrà meno rispetto per le scelte altrui e si salverà dalla cicuta. Starà meglio.

Socrate era famoso anche per la sua Santippe. Sua moglie pare fosse stata la più grande rompicoglioni dell’antichità. Si diceva che proprio per sfuggire alle sue pressioni, Socrate si fosse dedicato agli studi filosofici.

Tangenziale, uscita, scuola, sono le 14,20.

C’è un grande parcheggio nel recinto della scuola. Un cartello dice divieto di accesso ai non autorizzati. Mi fermo davanti all’ingresso con l’auto e passo un cinque secondi a decidere se entrare o lasciare l’auto all’esterno.

Come sempre in me prevale la parte di rispetto delle regole. Ogni volta mi danno.

Perdo 10 minuti a cercare un parcheggio fuori.

  • Quel cartello sarà per i giorni normali, non per il giorno dei colloqui.

Mi fustigo per questa mia incapacità di forzare le regole:

Vedrai che tutti gli altri parcheggeranno dentro e tu sarai l’unico imbecille ad aver parcheggiato fuori.

Ci sono dei ragazzi in giro, qualche adulto con l’aria da professore.

Faccio le scale ed entro nell’atrio. Un uomo, deve essere un bidello, mi guarda con aria di domanda.

Ha capito che sono un intruso? Ho sbagliato il giorno ?

E’ incredibile quanto disagio ti possa causare uno sguardo quando ti senti di tuo fuori posto.

Guardo il telefono e controllo il messaggio che mi ha mandato il papà di un compagno di mio figlio. Giorno 28 aprile, alle 16.00.

Cazzo… le 16… Perché mi ero convinto fossero alle 15 i colloqui?

L’ansia fa brutti scherzi. E’ come l’ansia da prestazione questa. Do soddisfazione al presunto bidello che continua a guardarmi.

  • Salve, per i colloqui?
  • Sono alle 16,00. E’ presto, non c’è nessuno a quest’ora.
  • Ah… pensavo alle 15,00.

Faccio finta di essere sorpreso. Mi giro e vado via.

Aspettare un’ora e mezza, non ne vale la pena.

In 15 minuti sono in ufficio e finisco di sistemare qualcosa.

Torno un’ora dopo. Il primo ingresso mi è servito a rompere il ghiaccio con l’ambiente. L’ansia è scesa. C’è molta più gente.

Non ci ero mai entrato alla nuova scuola di mio figlio.

In quella scuola ci era andata mia moglie e ci aveva insegnato mia suocera. Alcuni docenti erano suoi colleghi. Mia suocera è giovane, in pensione da pochi anni. Era come infilarsi nelle retrovie nemiche.

Il solo dire di voler andare a parlare con i professori, al primo quadrimestre, era stata la causa della interruzione dei contatti con mio figlio più grande. Non voleva far sapere che i suoi genitori fossero separati, credo.

Seguo le vicende scolastiche dal registro elettronico. Una gran cosa. So anche delle assenze, delle lezioni che fanno e del rendimento. Mio figlio non ha mai avuto problemi. Il voto più basso che ha, è per lo scritto di italiano, 7,5. Per il resto una sfilza di 9 e 10. I colloqui sarebbero anche superflui, ma voglio conoscere i professori. Voglio sapere e respirare un po’ della sua aria.

Avrei trovato mia moglie?

Avrei trovato qualche genitore di ex compagno delle medie?

Non conosco nemmeno i nomi degli attuali compagni di classe, magari conosco qualcuno e mi fa delle domande a cui non so rispondere. Cosa faccio? Dico a tutti che i miei non mi parlano?

La tentazione di girare i tacchi e di tornare sui miei passi è tanta.

Avevo preso i nomi dei professori da internet e trascritti su un foglietto.

Che bello, all’ingresso ci sono dei tabelloni con i nomi dei docenti, la classe ed il piano in cui effettuano i colloqui. Il tutto a prova di scemo.

Per una questione affettiva verso la lingua, vado dalla prof di latino. Insegna anche storia e geografia. Con una fava, tre piccioni, primo piano, classe III H.

Vado al piano di sopra, manca ancora un po’ alle 16 ma già c’è fila dietro alle porte. Prendo a caso uno dei due corridoi. E’ quello giusto. Quando becchi tutto immediatamente, sotto sotto c’è la fregatura, penso preoccupato.

Classe III H. Ecco qua, c’è una mamma ad aspettare. E’ la madre di Luigi, la conosco bene. Era compagno di mio figlio alle scuole medie.

Insegnante di catechismo. Bigotta da morire. Il marito, un animale di oltre due metri, finanziere.

Di quelle persone che non frequenti mai, ma che conosci per abitudine. I nostri ragazzi hanno fatto insieme scuola materna, elementare e medie. Mio figlio non ha mai potuto sopportare molto il suo. Mi diceva che fosse un rompiscatole. Frequentavano le stesse compagnie però. Non sarà stato contento di ritrovarselo per l’ennesima volta in classe.

– Ciao

– Ciao

Ci sono delle donne per le quali tu sei, in quanto c’è tua moglie. Devo dire che negli anni, non mi sono mai sforzato di allacciare grandi rapporti con lei.

Siamo solo io e lei in fila, mi tocca il dialogo.

– Tua moglie?

Eccola là, penso.

  • Ah non so.

Rispondo vago.

Avrà chiesto perché non sa che ci stiamo separando? O piacere nell’ infilare il dito nella piaga?

Le insegnanti di catechismo sono delle grandi impiccione. Credo si superi un esame dei ‘cazzi degli altri’ per insegnare all’oratorio.

Mi paiono come un gruppo di agenti speciali a servizio del gran pettegolo, che è il parroco.

– Vi siete divisi i compiti?

Non riesco a sfuggire alle domande stavolta. Questa non molla, se eludo, complico le cose.

Non mi va di perdere tempo co sta rompicoglioni. Taglio corto.

Io e mia moglie ci stiamo separando, non sai?

Non so se verrà e non mi interessa. Per ora ci sono io, lei forse verrà.

Mi fa la faccia sorpresa. Possibile che non sappia nulla?

Mi pare molto strano.

  • Mi dispiace, non sapevo nulla.
  • Figurati, cose che accadono.

Silenzio. Spero di averla ammutolita per un po’, ma mi illudo.

Domani hanno compito in classe, sta studiando tuo figlio?

Taglio corto anche su questo.

– Sai, purtroppo la situazione a casa mia non è granchè, siamo un po’ ai ferri corti. Con mio figlio ci sentiamo poco.

Lei, ancora più sbigottita.

Forse non sapeva sul serio, oppure l’espressione incredula è una specializzazione del corso ‘cazzi degli altri’ che si fa all’oratorio.

Certo che mia moglie deve aver fatto un gran servizio di controspionaggio per depistare persino le insegnanti del catechismo. Ma questa è una gran paraculo e basta, impossibile non sappia.

  • Ma tuo figlio va benissimo a scuola.

Mi rassicura.

  • Si lo so.

Finalmente arriva la prof, e mi tolgo il mastino dalle palle. E’ lei la prima ad entrare.

Arriva il mio turno, sale un po’ la tensione. E’ il primo colloquio per me, da genitore, in un liceo. Dico il nome e cognome di mio figlio.

  • Sono il padre.

Aggiungo.

  • Ah.

Mi fa… consulta il registro.

La consultazione mi fa capire che ha bisogno di leggere per dirmi qualcosa. Non è come alle medie che si è in famiglia quasi. Sospettavo che fosse più asettica la cosa. Meglio così, mi fa sentire meno fuori dal giro. Mi conferma che mio figlio non ha alcun tipo di problema. Al mattino lo aveva interrogato in storia ed era andato molto bene.

  • E’ un ragazzo studioso e ben integrato.

Mi dice.

Arriva il mio momento, quello per cui ero teso.

– Sa, io e mia moglie ci stiamo separando.

Ah, mi dispiace.

–                      So che mio figlio va bene e non ha problemi, ma io ero più preoccupato del lato caratteriale. Ero venuto per sapere se la separazione potesse aver creato qualche problema al ragazzo. Lui non l’ha presa benissimo la cosa e temevo potesse risentirne dal punto di vista scolastico.

  • A me non è sembrato. Il ragazzo studia, non ho notato flessioni nel rendimento.
  • La cosa mi tranquillizza molto. La ringrazio.
  • Se ha bisogno, io ricevo il lunedì alla quarta ora comunque. Sarebbe il primo lunedì del mese, ma per casi particolari sono sempre a disposizione. Veda lei.
  • La ringrazio molto. Arrivederci.

Tiro un sospiro di sollievo, ho messo a segno il primo colpo. Questo tipo di contatto mi servirà. Finora è andato tutto liscio. Non ho incrociato nemmeno mia moglie, può essere che sia venuta al mattino o in altre occasioni.

Dopo latino, storia e geografia, voglio fare almeno matematica. Un Liceo Scientifico. Vorrei sentire qualcosa sulla materia principe e conoscere la prof.

Giro l’angolo ed ecco mia moglie. E’ lì, mi fulmina con lo sguardo. La guardo tranquillo e faccio un mezzo sorriso da contraltare al suo strale.

Mi metto in fila, chiedo chi è l’ultimo. Ci sono una decina di persone d’avanti.

Lei è nella fila adiacente, per un altro professore.

Su dieci persone, siamo due papà e otto mamme. Volti conosciuti. Tutti genitori che ho incrociato alle medie. Non frequentavano la classe di mio figlio, ma altre sezioni.

Qualcuna mi saluta.

  • Sera
  • Sera

Ricambio.

Mi metto in fila dando le spalle a mia moglie. Navigo su internet con il telefono, per ingannare l’attesa.

L’insegnante di matematica deve essere una a cui piace parlare. Ogni colloquio dura più di cinque minuti. O sono genitori di ragazzi, tutti con problemi, o è lei che ha la chiacchiera lunga.

Mi affaccio. Una donna sulla cinquantina, molto curata. Tratti un po’ mascolini, ma una bella donna nel complesso. Le mie ipotesi hanno conferma. Il genitore seduto dall’altra parte della cattedra ascolta e basta. E’ lei che parla.

Gli si seccherà la gola penso.

L’ansia mi è passata, il primo colloquio mi ha messo subito a mio agio.

Guardo il telefono, sms di mio figlio.

Intuisco. Sua madre ha pensato bene di avvisarlo immediatamente che io fossi lì. Che stronza, Gesù.

Quale miglior modo di vendicarsi che trasferire la sua irritazione al figlio e farmi redarguire da lui?

Le dovrebbero affidare da scrivere il manuale della madre stronza. Avrebbe un grande successo.

Leggo l’sms.

-Come ti permetti ad andare ai colloqui, ora hai rotto.

Avrei dovuto immaginare. Ormai sono preparato, ma fa male sempre.

Ogni volta mi riprometto di essere impermeabile. Ancora non ce la faccio, è dura. Gli vorrei dire:

Hai rotto. Che cosa ho rotto, figlio mio? Perché ti rivolgi a tuo padre così, amore mio? Cosa ti ho fatto? Sono tuo padre, non ti ricordi più quando stavamo abbracciati, quando studiavamo insieme, quando andavamo in giro e ascoltavamo musica in auto? Perché mi dici queste cose? Perché mi fai così male?

Rispondo invece:

– Maleducato, parla come si deve e rispondi al telefono piuttosto.

Hai questi atteggiamenti da guappo di cartone, sono tuo padre e cerca di avere rispetto. Non ti nascondere dietro al telefono, se hai qualcosa da dirmi. Parliamo e spiegami piuttosto, invece di fare il bullo nascondendoti.

Nessuna replica.

Aspetto cinque minuti, poi provo a stanarlo.

Facile fare il bullo dietro ad un telefono ah? Ammazza… che figo che sei!

L’operazione non riesce. Silenzio.

Faccio un’ora di fila, con l’amaro in bocca. La stronza è sempre nei paraggi ma non la guardo nemmeno.

Finalmente il mio turno. Entro, mi siedo, dico il mio nome e quello di mio figlio.

Ah, non ci sono problemi. Il rendimento è più che buono.

Guarda sul registro anche lei.

I voti sono tutti sopra il nove, è un ragazzo che studia e ha molto intuito matematico. Ultimamente partecipa anche di più, lo vedo più vivace in senso positivo.

Le parlo della separazione, vado al dunque.

  • Sa, so che mio figlio non ha problemi, seguo sul registro elettronico. Il motivo della mia presenza è legato al fatto che ho problemi nel rapporto con lui. Io e mia moglie ci stiamo separando e lui non ha preso bene la cosa. Sono venuto più che altro per verificare che non ci fossero ripercussioni di questo, nel comportamento scolastico.

La prof mi guarda con uno sguardo diverso. Amplifica l’attenzione nei miei confronti. Ho come la sensazione che sappia perfettamente di cosa sto parlando, quasi si fosse tolta per un attimo la maschera di prof di matematica. Chiude il suo registro e mi dice:

  • Vede, i ragazzi hanno delle reazioni imprevedibili in queste circostanze, ci vuole molta pazienza.

Mi ha detto una roba scontata, ma ne ho apprezzato il modo.

Le chiedo disponibilità a colloqui mattutini, ma a differenza della collega mi dice che la preside ha categoricamente vietato i colloqui mattutini nell’ultimo mese di scuola.

La ringrazio e faccio per alzarmi. Mi accorgo che mia moglie era stata nei pressi della porta dell’aula per cercare di sentire cosa dicessi.

Mi ricordo in quel momento della sua presenza.

Esco dall’aula, mi guarda e con un ghigno stampato sul volto, mi fa in labiale marcato:

  • Faccia di cazzo!

Le abbozzo un altro sorriso e vado via soddisfatto, mai una faccia di cazzo mi aveva fatto tanto piacere. Ho rotto un limite, mi sono avvicinato un po’ a mio figlio. Posso tornare a scuola quando voglio, conosco la strada e non mi  sento estraneo. Faccia di cazzo lo dica a chi vuole.

Esco dalla scuola e mi sembra di sentirmi come il mio labrador quando riusciva a scappare dal cancello del giardino. Aveva la faccia furba ed il sorriso da cane stampati in faccia. Correva, correva per non farsi prendere.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Si muove qualcosa…

Leggo da internet:

Svolta epocale della Corte di Cassazione in tema di Alienazione Genitoriale con la sentenza della prima sezione civile n. 6919 dell’8 aprile 2016.

Con la sentenza n. 6919 /2016 la Cassazione statuisce che non compete alla Corte dare giudizi sulla validità o invalidità delle teorie scientifiche sulla PAS ( Sindrome di alienazione parentale ), ma spetta ai giudici invece capire e adeguatamente motivare sulle ragioni dell’ostinato rifiuto del padre da parte della figlia, utilizzando i comuni mezzi di prova tipici e specifici della materia incluso lascolto del minore e anche le presunzioni , qualora un genitore denunci comportamenti ostativi dell’altro genitore affidatario o collocatario , che provocano l’allontanamento morale e materiale della prole da sé, condotte indicate come significative della presenza di una PAS .

È essenziale infatti secondo la Suprema Corte tenere conto che tra i requisiti di idoneità genitoriale ricopre una grande importanza la capacità di garantire la continuità delle relazioni parentali con l’altro genitore , onde tutelare in maniera effettiva e concreta il diritto del minore alla bigenitorialità e ad una sana crescita equilibrata; infatti è fondamentale per la prole poter intrattenere rapporti costanti e significativi con entrambe le figure genitoriali , che sono importanti per un sereno e idoneo sviluppo della personalità in itinere .

E’ giorno di festa. Oggi piove e mi sono messo al computer. La giro per e-mail al mio avvocato con una domanda

  • Può servire?

Domani la leggerà.

Dopo qualche minuto mi arriva la sua risposta:

– Vedremo. Dobbiamo fornire prove o quanto meno fatti in concreto che possano far presumere quantomeno che la madre sia di ostacolo o non agevoli il rapporto con te. Per ciò potrebbe essere bene insistere per l’ascolto dei minori, nella speranza che essi o si aprano con il presidente fornendo elementi atti a far comprendere che per fare un favore alla madre (che mostra odio od ostilità al padre) hanno eliminato i rapporti con te, ovvero anche dimostrando che sono essi che non vogliono avere rapporti, così da sostenere che sia un diritto del padre la cura della bigenitorialità da coltivare anche contro la momentanea evidenza dei figli che non mostrano la volontà di intrattenere il rapporto.

Che tipo il mio avvocato. Un uomo paradosso. Se lo cerchi nei giorni buoni, assume le fattezze di un ago in un pagliaio. Quando è festa, è inutile che lo cerchi, sta lavorando. E’ un uomo arguto e pratico però, mi piace. Purtroppo incasinato come pochi, di quelli che tenti di afferrare e sfuggono.

Leggo la risposta alla mia domanda. Né si, né no, mi pare. Non sarebbe un avvocato, altrimenti. In certi momenti vorrei essere come il farmacista. Uno dei miracoli dell’era moderna, per me. Ogni volta mi sbalordisce come il farmacista riesca a decifrare la calligrafìa del medico. Non mi stupisco di quanto barbinamente scrivano i medici. La cosa che mi lascia di stucco è come facciano i farmacisti ad interpretare. Un miracolo.

Rileggo la risposta, facendo il farmacista. Qualcosa la dice però.

Secondo Vincenzo, è meglio per me che i ragazzi siano sentiti in tribunale.

Quando ho letto il ricorso di mia moglie, mi ha turbato il fatto che lei chiedesse l’ascolto dei minori.

Che stronza, ho pensato. E’ certa che i ragazzi confermeranno di non volermi vedere. E’ certa che remeranno dalla sua. E’ certa e non esita ad usarli per i suoi scopi.

Adesso, secondo Vincenzo, alla luce di questa sentenza, il fatto che i ragazzi vengano ascoltati è un punto a mio favore. Confermano di essere loro a non volermi vedere e il giudice andrà a fondo alla questione.

La Cassazione dice proprio questo. Il giudice deve appurare. Sento che qualcosa si muove nel verso giusto. Finalmente una lucina.

Cerco di immaginarmi il momento in cui sarò lì e ascolterò i ragazzi dire al giudice che non vogliono vedermi. Chissà come mi sentirò.

Un giorno di festa come questo era bello a casa. Aspettavo che si svegliassero. Se loro tardavano a svegliarsi, andavo al bar a prendere i cornetti. Al più grande cornetto con nutella, è pazzo per il cioccolato. Al più piccolo la brioche con la palla, come la chiama lui. Io mi concedevo una frolla con crema al pistacchio. La mangiavo lì, caffè, una sbirciata al quotidiano ed una chiacchiera con un amico. Fabio fa una crema di pistacchio divina.

Tornavo a casa e mi sedevo sul divano in attesa. Si svegliava per primo il più grande. Al mattino aveva i capelli arruffati più del solito. Abbiamo i capelli lisci in famiglia. Sulla parte posteriore, sul colmo del capo, tendono a fare dei vortici con una cresta tipo gallo. Il più grande ne ha ben due di vortici. Uno a destra, l’altro a sinistra. Li aveva mia madre così. Le mie zie vecchie dicono sia una roba eccezionale e sintomo di forza. Mi piacciono da matti questi miti popolari tramandati. A volte penso che i miti siano frutto dei racconti di qualche zia vecchia dell’antichità. Sarà stata una zia vecchia di Sansone a legare la sua forza ai capelli.

Sentivo i passi nel corridoio e  compariva dalla porta del soggiorno. Occhi semichiusi, incedere incerto, doppia cresta in uscita dal bivortice. Una mano stropicciava gli occhi. Sembrava fosse uscito da un cartone animato dove avesse preso la scossa elettrica. Si sedeva sul divano con aria indifferente. Fingevo indifferenza anche io e improvvisamente mi gettavo su di lui, lo abbracciavo. Più di un effetto sorpresa era un rito di corteggiamento per me.

Mia moglie gli passava il cornetto ancora caldo e si sbrodolava di nutella. Restavo a guradarlo. Mi dava serenità vederlo mangiare con soddisfazione. In genere c’erano programmi sportivi in tv o qualche documentario di National Geographic. Ci piaceva uno in particolare. Protagonisti dei pescatori dell’Alaska a caccia di granchi nei mari del Nord.

Il più piccolo aveva una maggiore inerzia al sonno. Si svegliava sempre un po’ più tardi. Di vortici, lui, solo uno. Anche di cresta una. E’ quello che assomiglia di più a me, fisicamente. A guardare le mie foto da piccolo si fa fatica a distinguerci.

Quando riuscivo a stare con tutti e due sul divano era il momento di fare un po’ il pagliaccio. Al mattino erano più remissivi e accondiscendenti. Ne approfittavo e li sfottevo un po’. Mi piaceva spupazzarli, da morire. Pensavo che ne avrei avuto per pochi anni ancora. A diciotto anni mi avrebbero mandato a quel paese molto più facilmente.

Loro, dal divano, con un occhio seguivano lo schermo, con l’altro sbirciavano il cabaret che inscenavo. Ascoltavano di sbiego le mie stupidaggini. Ogni tanto facevano qualche sorriso assonnato. Lo facevano per accontentarmi. Era un ‘ va bene papà, rilassati, apprezziamo lo sforzo’!. Nonostante il pubblico pagante non fosse dei più partecipativi, non demordevo dal fare lo scemo.

I miei genitori erano di un’altra generazione. In casa c’era grande affetto e rispetto, poco contatto fisico. Io i miei figli me li sono divorati di abbracci e coccole.

Con il più grande fino ad un anno fa camminavamo mano nella mano ancora, qualche volta. Il più piccolo ha una fisionomia da orsetto acchiappacoccole ma, contrariamente alle sue fattezze, è un po’ più restìo agli abbracci. Lo spupazzavo ugualmente, forzando la sua resistenza.

Dopo un po’ uscivo per vedere gli amici al bar. Da un anno quasi, anche mio figlio più grande mi seguiva. A tredici anni e mezzo cominciava a divertirsi a sentire le cazzate degli adulti.

Stavo sempre attento a misurare e centellinare le cose da grandi. Era la mia ombra nei giorni di festa.

Il più piccolo preferiva divano e youtuber.

Verso le 11 si vedevano con i loro amici per andare in chiesa e poi al parco. Ci separavamo. Al pomeriggio, dopo il pranzo  da uno dei nonni, si vedevano le partite, si sonnecchiava e poi li aiutavo a fare i compiti.

Con le varianti sul tema il giorno di festa era così.

Io non so dove ho sbagliato. Sono mesi che me lo chiedo.

Qualcuno me lo dovrà dire.

Il triangolo no

Mia moglie via Whatsapp

Allego spese di cancelleria per la scuola inoltre i ragazzi sono stati invitati a due compleanni quindi devono sostenere la spesa di 10 euro per regalo ed inoltre attendono ancora le cartucce della stampante di cui hanno estremo bisogno dato che devono stampare dei lavori per la scuola e aspettano anche la paghetta settimanale per la loro vita sociale

Grazie

Nonché hanno bisogno dei vestiti per la primavera perché ti ricordo che crescono e non li va proprio nulla

Grazie

Scusa ancora ma mi sono ricordata che a tuo figlio più grande si è rotta la batteria del telefono

Grazie

Dopo averle risposto che intendevo sentire direttamente mio figlio e non lei:

Mio figlio

La batteria del mio cellulare si è gonfiata e non funziona più bene mi devi comperare una batteria nuova originale e mi servono anche le cartucce della stampante

Grazie

Rintuzzo anche lui:

IO: Tu riattacca i contatti telefonici, riprendi a rispondere al telefono prima di tutto. Poi parliamo del resto.

Lui: Sai solo ricattare, come sempre.

Questo è davvero tanto. Quando mai l’ho ricattato, e quando mai mi ha risposto così. Un filo di disperazione fa capolino. Ma perché mi dice queste cose? Serro gli occhi come se volessi contenere la testa e non farla scoppiare.

Riprendo il bastone:

IO: Continua a fare il maleducato tu. Complimenti.

LUI: Che faccia tosta a dire così non ti vergogni e non capisco che vieni fuori casa in questi giorni è meglio che non vieni più che mi fai andare a scuola arrabbiato.

Continuo ad attaccare :

IO: Maleducato che non sei altro, faccia tosta lo vai a dire a qualcun altro. Fai il bullo da quattro soldi, impara l’educazione. Riattiva i contatti telefonici e riprendi a rispondere al telefono. Dillo anche a tuo fratello.

Ci metto più di un’ora a riprendermi da questa mazzata. Mio figlio è uno da tutti nove e dieci a scuola. Non è mai stato maleducato e irriverente nei confronti di nessuno, tanto meno di suo padre. Ma che succede? Che mostruosità è questa? L’unica cosa che riesco a fare è sedermi per prendere la testa tra le mani. Voglio non pensare per qualche attimo, se ci fosse un interruttore spegnerei la giornata.

Devo parlarne con qualcuno. Faccio vedere i messaggi a qualche amico fidato. Ho bisogno di qualcuno che mi dica che non è vero.

E’ lei che scrive dal cellulare dei ragazzi o sono loro, ormai imbevuti della sua fiele?

In tutti e due i casi la cosa mi pare mostruosa.

Forse tra le due preferirei che fosse lei a scrivere. Mi fa paura. Probabilmente ho a che fare con qualcosa di patologico. Chi legge, mi fa notare che lo stile dei messaggi è simile, potrebbe essere sempre lei a scrivere o comunque a dettare.

Provo a risponderle:

IO: Prima di parlare di vita sociale, dobbiamo risolvere il problema familiare. I miei figli devono riprendere un dialogo con me. Sono a loro disposizione, mi chiamano, stiamo insieme un fine settimana e andiamo a fare le spese. Parliamo dei compiti come era prima. Se continuano a non rispondermi e a tenermi bloccato tra i contatti, non va bene. Prima te ne fai una ragione come unica loro educatrice in questo momento , prima potremo affrontare gli altri importanti problemi. Sappi che questo, per me, ha la priorità su tutto. Non ho intenzione di parlare di altro. Se li convinci a scrivermi dei soldi, puoi convincerli per altro. Inoltre ti ribadisco che senza i miei effetti personali mi arrechi danno economico. Ti prego di rendermeli, altrimenti sarò costretto a intraprendere azioni che mai vorrei.

A questo punto, accade qualcosa di strano. Il tono e lo stile dello scritto di mia moglie cambia. Compare la punteggiatura, inesistente per lei. Il periodo è di gran lunga più articolato, i termini più appropriati.

LEI: Non sono l’unica responsabile della educazione dei nostri figli. L’esempio di un padre è educativo…E diseducativo.. Dipende.. Anche quando sei distante influisce.. E come nel tuo caso invece che riportarli a se.. Li respinge.. Li turba.. Li spaventa.. Loro non hanno più fiducia in te.. Se vuoi cambiare le cose.. E riavvicinarli, non usare me.. Od i ricatti o la presunzione. Io non dico di scrivere proprio nulla.. Sono loro che si rendono conto che hanno bisogno di soldi per vivere.. Per vestirsi, per uscire con gli amici e per progettare la loro vita. Chiediti perchè i tuoi figli non hanno piacere a stare con te!!! Le tue priorità al momento dovrebbero essere le loro!!! Non cercare sempre il colpevole o attribuire le colpe.. Guarda prima come ti comporti tu con loro e con me che sono la loro madre che li ha cresciuti e supportati da sempre. Vivo per loro e adesso ahimè, ammettilo, per colpa tua sono l’unico punto di riferimento.. al momento!! Da te dipenderà cambiare le cose.. Se ci riesci!! Per il bene dei tuoi figli!!

Per me è evidente che sia qualcun altro a scrivere. Penso che sia mia cognata a prendere la guida quando il discorso si fa un po’ più tecnico. Lei è l’intellettuale della famiglia. (Ho detto tutto!). In casa hanno paura che mia moglie si comprometta nello scrivere, conoscendo la sua propensione agli scatti di ira.  Nonna ‘Belarda’ avrà architettato che le figlie concordino le risposte con valenza legale. Sono in un triangolo, scaleno conoscendo i personaggi. Due dei tre vertici mischiano le carte. Mia cognata è bipolare conclamata. Mia moglie, di conclamato non ha nulla, ma la farebbero folle per acclamazione. Chi legge mi da ragione. Quanto vorrei che a darmi ragione non fossero gli altri , ma il tempo.

Rispondo:

IO: Si infatti, uscire da casa con la telecamera per riprendermi, con loro accanto, è stato un grande esempio. Complimenti. Vedo che non vuoi capire proprio. La mia disponibilità per i ragazzi è totale . Passiamo del tempo insieme e facciamo tutto ciò che possiamo. Saluti.

Rileggo il messaggio, le parole non rendono la umiliazione e il male provato. Le parole non rendono quasi mai se parlano del dolore, è come se gettassero acqua sul bruciore di una ferita.

Ritorna lei in prima persona.

LEI: Appostarsi fuori casa e creare disagi senza fiatare e non fare nulla non è buon esempio arrivano a scuola agitati e non vogliono uscire da casa più da soli si chiama molestia psicologica questa e come vedo solo scuse per non dare soldi per crescere i tuoi figli comunque ora capisco perché ti hanno bloccato buona giornata.

La provoco per vedere come reagisce

IO: La tua consulente scrive meglio di te, usa la punteggiatura. Nel complesso non è un granché neanche lei, ma usa le virgole, almeno.

LEI: Non so a cosa ti riferisci.

Dopo un po’ aggiunge qualcosa, si deve essere consultata con l’anima nera. Ci ha tenuto a precisare, se non avesse avuto la coda di paglia il ‘non so a cosa ti riferisci’ poteva considerarsi conclusivo. Invece:

LEI: Ho ritrovato la punteggiatura, come sempre vuoi provocare.. Ma ormai sei scontato! Sono da sola.. Io! Me la vedo da me.. Io non ho consulenti… Come te!! Che vai persino fuori città a trovare professioniste della punteggiatura!!! Pensa alle cose serie!! Come sempre ti fermi ai formalismi. Pensa a fare il padre non il professore.. Vado che non ho tempo da perdere!! Io!

Cercare di intavolare discorsi ragionevoli con una svitata, è tanto. Cercare di far ragionare un esercito di fuori di senno diventa un atto eroico. Ho sempre sospettato che ci fosse un’anima nera dietro le scritture di mia moglie. In questo momento ne ho la certezza. Troppo diversi i messaggi per stile.

Non servirà a nulla capirlo, sarebbe come se in una rissa, aggredito da tante persone, pensassi di capire chi è che tira i pugni più forti tra quelli che ti riempiono di botte.

Ho paura sul serio adesso. I miei figli si stanno allontanando sempre di più e temo che dovrò abituarmi a prendere delle sberle sempre più pesanti.

Tramite un amico ho chiesto un appuntamento ai servizi sociali. Prendo accordi con una donna dai modi garbati e rassicuranti, per telefono. Mi reco di buon ora nei loro uffici. Citofono, dico il mio nome e salgo. IV piano.

Porta aperta, entro. Vengo immediatamente accolto dalla ragazza con cui avevo preso appuntamento telefonico. MI stringe la mano, mi dice il suo nome e mi fa cenno di seguirla. Ci sono altre persone nell’ufficio. Tutte donne.

Percorriamo un corridoio ed entriamo in una stanza, Lorenza, così si chiama la mia interlocutrice, si chiude la porta alle spalle e mi fa accomodare.

Ci sono solo delle sedie. Non c’è altro nella stanza.

Mi siedo su una sedia, lo fa anche lei, di fronte a me. Ci presentiamo, compila una scheda con i miei dati anagrafici. E’ costretta a farlo con un blocco appoggiato sulle gambe. Mi chiede di parlarle dei miei problemi.

Dopo qualche minuto, mi rendo conto che sono un fiume in piena. Questo è indice di esaurimento. Devo cercare di controllarmi, altrimenti la gente comincerà ad evitarmi. Appena mi danno in là, parto a raccontare dei miei guai e le mie angosce. Che brutta fine che ho fatto.

Devo fare l’effetto di un povero disgraziato, non mi piace. Cerco di darmi un tono.

Lorenza mi fa delle domande precise, vuol sapere nomi, cognomi, tutto in dettaglio. Non è come da Katia che si parla di emozioni, qui si parla di fatti. La nostra non è una grande città, le do qualche riferimento di mia moglie e dei suoi parenti. Credo che li conosca anche. Mio cognato ha un negozio di ottica piuttosto noto e probabilmente qualcuno della sua famiglia avrà fatto gli occhiali da lui.

Mi spiega le funzioni di quella struttura. E’ una cooperativa sociale, del Comune. Loro in genere si muovono per mandato di un giudice, ma sono a disposizione delle famiglie per i problemi come quelli che sto attraversando.

Mi dice che possono sentire me e mia moglie, per affrontare con noi i problemi dei ragazzi.

Lorenza è una persona pulita, di quelle che ascoltano con gli occhi. Mi da grande agio.

Mi dice che devo essere io ad invitare mia moglie e lei ad accettare. Loro non possono chiamarla, per una questione di privacy. Mi aiuta lei stessa a scrivere il messaggio su whatsapp a mia moglie. Mi fa prima fotografare la loro brochure:

– Così si rende conto di cosa stiamo parlando, mi dice.

Poi scriviamo:

– Stamattina sono stato al centro per la famiglia, servizio di mediazione del Comune. Ho parlato con la dottoressa Lorenza…. La quale avrebbe interesse a conoscerti e parlare con te relativamente al benessere dei nostri figli. Le ho spiegato delle mie difficoltà con i ragazzi e mi ha proposto un percorso che coinvolge noi due. Ti mando la brochure del centro ed il numero della dottoressa nel caso volessi sentirla.

La risposta di mia moglie non si fa attendere:

–          Ti allego scontrino bermuda che ha acquistato tuo figlio grande. Inoltre ti ricordo che i soldi sono finiti e i ragazzi devono uscire e li serve la paghetta e che forse te ne sei dimenticato ma tuo figlio piccolo essendo l’ultimo anno di catechismo deve effettuare la cresima e dato che hai detto che le spese vanno concordate ti dico già da ora che la data è il 2 giugno e per questo bisogna fare la spesa di 30 euro per la chiesa e poi le altre spese quali vestito ecc.Quelle della chiesa devono essere data già questa settimana grazie.

Peccato. Mia moglie non accetterà mai di venire al centro di assistenza familiare. Mi erano sembrate delle persone competenti e ben disposte.

Lorenza prima di congedarci mi aveva anche tirato su.

Stai tranquillo, ti vedo preoccupato. Queste cose si risolvono nella maggior parte dei casi.

Facendo le scale a scendere, ero davvero contento. Quando lo sono, non prendo mai l’ascensore.  Non avevo risolto nulla, ma c’era un’altra opportunità. Sono una che si galvanizza con poco, in effetti. Avevo trovato delle persone preparate ad hoc, su cui contare e si trattava di una struttura pubblica. Offriva garanzia e trasparenza anche per quella paranoica di mia moglie.

Finisco da Lorenza, mi dirigo da Katia, la mia counselor. E’ la giornata della psiche. Katia mi informa che siamo arrivati quasi alla fine del nostro percorso. Lei pensa che sia riuscita a darmi delle indicazioni, ritiene che ha iniziato a ‘sbloccarmi’ e che io sia stato ricettivo. Per andare oltre dovrei fare delle vere e proprie sedute di psicoterapia e non con lei. Lei non ha gli strumenti per smontarmi e rimontarmi, dice.

Mi ha chiesto che cosa ne pensassi del percorso che abbiamo fatto fin qui.

Le ho detto che ho capito una cosa fondamentale:

– Il primo giorno sono arrivato da te, ti ho detto di non tollerare che i miei figli crescessero senza un padre. Oggi, mi rendo conto che sono io ad aver bisogno di loro. Loro, senza di me, possono anche vivere.

Si è commossa. Ero imbarazzato ed ho girato un la testa, lasciandole un po’ di riservatezza.

 

Vietato parlare al conducente, ma fatelo

 

– BASTA ASPETTARE. Devi agire, fai sentire la tua presenza.

– Se non ti rispondono al telefono e ti hanno bloccato i contatti, al mattino vai sotto casa.

– Devono sapere che tu ci sei comunque.

– Non lasciarle prendere il sopravvento.

– Non farti escludere

– Intervieni con qualcuno che possa aiutarti, carabinieri.

– Possibile che lei non capisca che fa male ai suoi figli?

– Ma possibile che non si possa fare nulla? L’avvocato non può intervenire?

– Non considerarli per un po’. Non farti vedere né sentire.

Quando sei stanco, perdi un po’ della tua volontà. C’è anche un modo di dire , prendere per sfinimento. E’ così, la stanchezza ti fa accondiscendente. Ti fai trasportare perché non hai la forza di guidare. Chiedi un cambio guidatore, magari riesci a farti un sonnellino.

Guidate voi per favore, io vorrei riposare!

Purtroppo alla guida di te stesso non si mette nessuno, c’è solo tanta gente che parla al conducente. Vogliono capire la strada e aiutarlo a trovare una scorciatoia. Lo fanno perché gli vogliono bene. Lo farei anche io. E’ un ronzìo fastidioso per le orecchie , ma irradia calore in tutto il corpo e il conducente lo vuole. Ne ha bisogno.

In questo periodo alla sera è bello, non fa freddo e hai qualche ora di luce per svuotarti e ricaricare le pile. Riposa il cervello, la stanchezza si concentra sulle spalle. Quelle non riesco a decontrarle. E’ bello anche al mattino, fa caldo ma non troppo, in genere c’è un gran sole. Un getto violento di acqua calda sotto la doccia scioglie i muscoli, la rasatura della barba aiuta a sentirsi luminosi e freschi.

Stamattina mi sono svegliato di buzzo buono.

E’ da qualche giorno che vado sotto casa dei miei ragazzi.

Saluto ma non sono ricambiato. Il primo giorno è stata dura. Anche il secondo ed il terzo, un po’. Poi mi sono abituato a non essere ricambiato. Il dolore dopo un po’ lascia la forma e ti ci adagi comodo.

In genere escono da casa alle 7,40. Oggi sono in ritardo.

7,45 ancora nulla.

Ma andranno a scuola?

Faccio mente locale sulle feste comandate o le possibili vacanze. Non mi risulta nulla, saranno solo in ritardo.

7,47, eccoli. Sento sempre un filo di agitazione quando escono. Mi batte il cuore più forte.

Per un attimo mi ricordo che 47 è u’muort.

Uhm…. Non si mette bene.

Esco dall’auto.

  • Buongiorno!

Alzo un po’ il tono della voce, gli altri giorni era stato troppo basso e non mi avevano sentito, forse.

Mia moglie ha il braccio alzato.

Che strano, penso.

Sono senza occhiali e socchiudo gli occhi per mettere a fuoco. Ha qualcosa in mano.

  • Che fa?

I ragazzi lato marciapiede testa bassa si avvicinano alla sua auto. Lei lato strada col braccio ancora alzato, procedono in parallelo.

Finalmente si avvicinano e metto a fuoco. Ha il telefono in mano. Sta filmando.

  • Mi filma!

Mi blocco un attimo. La telecamera mi inibisce. Non sono un attore in fin dei conti.

I ragazzi, sempre con la testa bassa, entrano in auto. Lei ancora fuori che filma. Il più grande siede al sedile davanti, il piccolo dietro.

Che belli che sono i miei figli, però. In questo anno son diventati due giovanotti.

Adesso portano tutti e due gli occhiali. Non ero molto favorevole a che li mettessero, hanno un disturbo di astigmatismo molto lieve. Mio cognato, ottico, metterebbe gli occhiali anche ai cani. Lui è uno che viene ascoltato e nella famiglia di mia moglie, ‘’lo ha detto mio cognato’’ conta più di un ‘’lo ha detto la televisione’’. E’ nella parte più alta del tabellone. Credo che anche il parroco sia sotto di lui.

  • Perché mi riprende con la videocamera?

Mi distraggo un attimo dai ragazzi. Anche mia moglie entra in auto. Controluce, dal vetro anteriore dell’auto, non riesco a vedere i corpi dentro. Fa un po’ effetto specchio.

Distintamente vedo la telelecamera del telefono che mia moglie tiene ben piazzata davanti al cruscotto, con la mano destra. C’è il flash acceso.

Accende l’auto, cambia mano per reggere il telefono ed inserire la marcia, poi lo riprende con la destra.

Faccio un saluto con la manina. Un ciao e sorrido.

Credo di avere un sorriso da ebete stampato. Devo chiederle di passarmi il video, per verificare!

Si avvicinano, e si ferma vicino a me. Con la manovra mi piazza mio figlio grande a pochi centimetri.

Lei continua a filmare. Riprende me fuori dall’auto, chinato con la testa vicino al finestrino e mio figlio che è seduto davanti. Ci separa il vetro. I ragazzi evitano di incrociare il mio sguardo e guardano avanti. Pensavo aprissero il finestrino per dirmi qualcosa. Mio figlio,  invece, chiude quei due centimetri che erano rimasti aperti.

Mi sembra irreale la scena.

La telecamera continua a videostranirmi.

Busso al vetro e dico a mio figlio:

Ciao! Non mi saluti?

Ho lo stesso imbarazzo di quando ti riprendono ai matrimoni e devi per forza dire qualcosa. In quel momento non ti viene mai nulla da dire. In genere ti senti in obbligo  e dici una stronzata di cui ti pentirai per almeno qualche ora.

Mio figlio più grande fa un gesto con la mano per dire a mia moglie di procedere, mio figlio più piccolo è impietrito, dietro, con il corpo tra i due sedili davanti.

Vanno via.

Guardo l’auto che si allontana. Risalgo sulla mia.

Mi metto di nuovo alla guida. Cerco di realizzare quanto accaduto.

Sono passate delle ore, ma ancora mi sento strano. Mi sento come un orologio molle in un quadro di  Salvador Dalì. Cerco un qualcosa per appendermi.

Qualcuno ha qualcosa da dire al conducente?

L’uomo invisibile

Ritornati dal Torneo di Pasqua è rimasto un bel legame con i genitori degli altri ragazzi. Su mia iniziativa avevamo creato un gruppo su Whatsapp, per le comunicazioni di servizio durante il torneo. Avevo inserito anche qualche genitore che era rimasto a casa, così potevamo mandargli le foto .

Ci eravamo ripromessi di organizzare una rimpatriata e così è stato. Nico, il mio compagno in auto, aveva prenotato una pizzeria per sabato. Ci si chiedeva sul gruppo se fossero venuti o meno i ragazzi. Io non potevo esprimere la mia, non sapendo nemmeno dove fossero i miei.

Il mio contatto i miei figli lo avevano bloccato. Erano rimasti nel gruppo da me creato su whatsapp e mi piaceva immaginare che mi lasciassero una porticina aperta. Rimaneva l’ultimo canale di comunicazione.

Avevo messo come immagine del gruppo una vignetta con Charlie Brown e Snoopy disegnati di spalle.

Charlie dice a Snoopy

– qual è il doppio di sei?

Snoopy risponde:

– siamo!

Usavo il gruppo per mandare il buon giorno al mattino e per tutto quello che mi veniva da dire. Da molte settimane non rispondevano più, ma era pur sempre uno spiraglio.

Nel mio immaginario era come infilare dei pizzini sotto la porta della loro cella. Un modo per tenere viva la mia presenza, anche se non mi volevano vedere.

Me li immagino come prigionieri, ma forse il vero prigioniero sono io, penso.

Preoccupato che non sapesse da altri della serata con i genitori dei suoi compagni, di buon ora, scrissi a mio figlio più grande:

– Domani mi hanno invitato a mangiare una pizza i genitori dei tuoi compagni di squadra. Non so se vengono i figli pure, ma se volessi venire, ne sarei felice. Un bacio e buona giornata a tutti e due.

La comunicazione per messaggi mi ricorda la mia infanzia. Mandi un messaggio  e ogni tanto controlli se ti è arrivata la riaposta. Mia madre mi mandava a controllare se le galline avessero fatto l’uovo. Mi armavo di mazza fuori dal recinto. Avevo una paura fottuta del gallo. Entravo con circospezione con la mazza ben salda in mano, mi avvicinavo alla tettoia dove sotto erano posizionate le cassette per la cova delle galline.

La prendevo larga, il gallo era davvero grosso o io molto piccolo, non so.

Arrivato alla tettoia, con un occhio sbirciavo nelle cassette, con l’altro tenevo d’occhio il bestione.

Quasi sempre l’uovo c’era. Sorridevo e lo portavo felice in casa.

Da tempo, le uova dei miei figli non le vedevo più.

Poco prima delle otto di mattina, invece, arriva la risposta. Trovo una supposta più che un uovo.

– E non ti vergogni? Hai proprio una bella faccia tosta, mi devi mettere sempre in difficoltà per far vedere che sei bravo, ma tanto lo capiranno e poi ti avevo già detto di non mettermi in difficoltà con i miei amici e ti intrometti, vergognati.

Mi siedo. Ho bisogno di una pausa.

Che brutta parola per un ragazzo. Che brutta parola in genere. Vergogna è una roba che ho sempre associato alle cose più misere dell’uomo. Ludibrio, scherno, sopraffazione. Quanto è tosta che mio figlio mi dica di vergognarmi. Che male. Cosa gli dico? Provo a imbastire una risposta:

– Di cosa mi devo vergognare?

Perché non parliamo e mi spieghi?

Cosa ti crea difficoltà?

Nessuna risposta, e la cosa più brutta viene dopo.

Il nome di mio figlio più grande con la dicitura ‘’ha abbandonato’’.

Mi sarebbe piaciuto parlare con questi di Whatsapp, per trovare una dicitura un po’ meno forte di ‘’ha abbandonato’’. L’abbandono è un qualcosa di irreversibile. Avrebbero potuto pure scrivere un bel ‘’ciao torno tra poco’’, sarebbe più umano.

Non sanno che c’è chi soffre degli abbandoni?

Il grande è andato via, chiuso, game over.

Che direbbero Charlie Brown e Snoopy? Adesso fottiti, probabilmente.

– Maledetto! Dico a me stesso.

Ma che cazzo! Ma come ti viene di scrivergli della cena!

Io non sudo quasi mai, solo la tensione mi fa sudare. Grondo.

Ma perché si è arrabbiato? Cosa c’è di male ad andare in pizzeria con gli altri genitori?

Ho pensato che fosse una roba di buon senso dirglielo, perché non lo sapesse da altri.

Comincio a pensare che il buon senso non ti rende felice.

Un mio amico, figlio di separati, mi ha raccontato che la cosa che ricorda dei primi tempi della separazione dei genitori era proprio il senso di vergogna.

Si vergognava ogni volta che in pubblico veniva fuori o poteva intuirsi il fatto che i suoi genitori fossero separati.

Erano gli anni ottanta , qualcosa è cambiato. In classe di mio figlio, quasi la metà dei ragazzi sono figli di separati.

Mi ricordo mio padre. Una volta intuì che avessi delle difficoltà. Non ricordo bene il motivo, ma ero visibilmente giù. Mi si avvicinò. Restò qualche minuto in silenzio, io anche, con la testa bassa. Non mi chiese il perché stessi così. Forse per riprendermi mi sarebbe bastato sentirlo vicino. Dopo un po’ mi disse:

– Non devi avere paura di nulla figlio mio, il mondo è tuo e ti aspetta. Non fare come il millepiedi che nella paura di non sapere quale piede muovere per primo, rimane immobile. Tu nei hai mille di piedi, avanti.

Mi irrorò di coraggio. Oggi è una cosa che mi ripeto ogni volta che mi sento in difficoltà.

L’ho ripetuto anche ai miei di figli. Ma evidentemente non sono stato all’altezza dell’originale.

A sera, la seconda pugnalata.

Prendo il cellulare e leggo il nome del piccolo e di seguito ‘’ ha abbandonato’’.

Anche lui. Potevo prevederlo.

Oramai potevo parlare con un muro. Era uguale.

Devo fare qualcosa, ci penserò nel fine settimana.

Una delle caratteristiche di mia moglie è la sua capacità di infilare il dito nella piaga. E’ un talento di tante donne, ma alcune lo hanno sviluppato maggiormente. Mia moglie è una fuoriclasse. La dimensione di questa qualità la rendeva unica e faceva in modo che stesse sui coglioni ai più. Quasi tutti gli amici mi hanno confessato, dopo la separazione, che la sopportavano solo perché mia moglie.

Puntuale, con tutto il suo talento, dopo settimane di silenzio, un suo messaggio su whatsapp.

Leggo un numero nel corpo del testo, 150. Si tratta di soldi, suppongo. Prima di leggere il testo guardo l’immagine che ha messo sul suo profilo Whatsapp.

Una frase di Ligabue: Credo nel rumore di chi sa tacere.

Mi viene da ridere. Se c’è una persona che non sa tacere, questa è lei. Negli ultimi tempi ho visto che ha cambiato spesso immagine del profilo. In genere frasi stupide, di quelle che hanno un senso se dette dall’autore con il carico della sua originalità. Come il prosciutto di Parma o il Parmigiano che quando li mangi a Parma hanno tutto un altro sapore.

Mi si accende la speranza che la sua irrequietezza sia dovuta ad un corteggiamento. Un tempo le donne, se corteggiate, cambiavano spesso abiti, acconciatura, dettagli. Ora cambiano spesso immagine di profilo se vogliono mettersi in mostra. Magari, volesse il cielo.

Vado al corpo del testo:

– Sei pregato di fare il versamento delle misere 150 euro settimanali almeno il lunedì mattina visto che rimaniamo senza soldi già dal venerdì e devo poter fare la spesa per far mangiare i tuoi figli, visto che già ci stanno prestando i soldi, grazie.

Il grazie finale è la sua firma ed ahimè l’ho ritrovato in qualche brutto messaggio proveniente dai miei figli, come se ci fosse il suo imprinting.

Conto fino a dieci. Continuo a leggerla:

– Tra l’altro ti ricordo di aggiungere qualcosa in più visto che i ragazzi sono in fase di sviluppo e non hanno vestiti che vanno quindi devo provvedere ad acquistare qualcosa per la primavera.

Non credo che abbia mai saputo dell’esistenza delle virgole. D’altra parte non le usava nemmeno nel parlato.

– E anche rimborsa queste spese che allego grazie.

Sono fuori sede e non sono riuscito a farle il bonifico che faccio ogni lunedì. Lo avrei fatto nel primo pomeriggio. Quanto vorrei fargliela pagare in qualche modo. Il mio avvocato mi ha obbligato a non parlare più con lei di denaro. Mi ha detto anche di staccare le utenze come sky e fastweb a mio nome, ma non me la sono sentita ancora. Le toglierei ai ragazzi.

Continuo a leggere whatsapp. Quattro foto in allegato. Scontrini per farmaci da banco e una ricevuta di un hotel per 140 euro. L’hotel che ha pagato da poco al torneo dei ragazzi in Abruzzo.

Rabbia, vorrei cantargliene quattro. Venendo in Abruzzo mi ha tolto la possibilità di riallacciare un minimo di rapporto con mio figlio più grande e vorrebbe che le pagassi anche il conto dell’hotel!

Resisto.

Scrivo al mio amico avvocato. Faccio una istantanea dello schermo e gliela mando.

Mi fai sapere se posso dire che non pago se i ragazzi non dovessero sbloccarmi come contatto sui telefoni? E se continuano a non rispondermi? Mi chiede il rimborso dell’hotel in Abruzzo, mi fai sapere come posso rispondere?

Lui mi risponde:

Ti chiamo tra un po’.

La rabbia è troppa per aspettare, ma continuo a scrivere a lui:

Sai in realtà vorrei rispondere:

‘’vaffanculoateaquellegrandissimeputtanedituamadreetuasorellaequelrimbambitodituopadreetuttalatuarazzadimerda’’.

Mi risponde:

bravo, comincia così e finisci con ‘’ecco ecco’’.

Per fortuna mi fa ridere.

Non ce la faccio a trattenermi oltre, le scrivo:

I ragazzi hanno bloccato il mio numero telefonico e non posso comunicare con loro. Sono sotto la tua responsabilità e non mi sembra stia facendo un grande lavoro visto quello che accade. Ti rammento che le spese vanno concordate. Non posso riconoscere spese se non concordate. Mi hai sempre detto che non puoi intervenire su di loro perché sono grandi. Bene, se ci sono spese da fare per vestiario, fammi chiamare direttamente. Sono grandi, come dici tu e possono farlo. Sarò felice di parlare con loro e di accompagnarli.

Risponde lei:

Non ti hanno bloccato i messaggi, tu scrivi quando ti pare e quando vuoi,  quando ti pare sparisci. E’ normale che non ti parlano e meno male che ci sono io che mi occupo di loro. Non fare la vittima. Le spese concordate te le ho dette. Tu invece non hai neanche chiesto al più piccolo di venire con te al torneo e non hai detto ai ragazzi che andavi, si vede che i soldi ci sono solo per te, mi sa. (la punteggiatura è mia)

Da quando me ne sono andato da casa ogni santo giorno ho telefonato ai miei figli e ho scritto loro messaggi a ripetizione. Da prima di Natale hanno preso a non rispondermi più al telefono e quasi mai ai messaggi. Da un mese circa nemmeno una parola.

Mi ripeto, stai calmo, è solo una cretina che ti provoca. Aggiungo:

Lo sai che il piccolo non risponde da un mese nemmeno ai messaggi, vedo che non si può parlare con te, fa nulla. Ti ripeto che le spese vanno concordate. Quindi ti prego di rendermi edotto prima, se ci sono spese mediche. Per le altre attendo che mi chiamino i ragazzi.

Lei: Non ti conviene, comunque al piccolo potevi chiederlo con i messaggi se volevi. Le spese mediche sono quelle e non si possono concordare prima. Le spese dei vestiti… vado io a prenderli , quindi puoi anticiparmi qualcosa grazie.

Non hanno vestiti, non gli va nulla grazie.

Poi ti farò la foto degli scontrini, ovviamente, come al solito. E ricordati di non permetterti a offendere il mio lavoro di madre, pensa ai tuoi comportamenti. Ricordalo sempre e da oggi sei pregato di limitare i tuoi pareri personali e rimanere nei ranghi e nei limiti delle spese grazie.

Capisco a questo punto che è entrata in gioco sua sorella. Ci sono parole come limitare e ranghi che non sono nel vocabolario usuale di mia moglie, lo sono invece in quello di mia cognata, che conosco bene perché lavora con me. Non ho la prova, ma la quasi certezza.

Me ne accorgo anche dal fatto che le risposte arrivano dopo qualche minuto. Sicuramente sono precedute da consultazione.

Continuo:

Mi dispiace, ma così non va bene. Non credo di offendere nessuno. Parlo di fatti.

Lei: Vedremo, buona giornata.

Io: Mi dici che i ragazzi sono grandi, approfitta per farmi parlare con loro!

Lei: Se puoi versami i soldi, al lunedì mattina.

Io: Se possibile, senz’altro. Per le spese mediche, ho bisogno di sapere se stanno male i miei figli. Quindi, ti prego di avvisarmi. Fammi parlare con loro. Voglio avere la certezza che i farmaci siano per loro, non ti dispiacere.

Lei: Ancora scuse, per non provvedere neanche a questo. Non fa niente, Ciao.

Io: Accuse?

Lei: Buona giornata.

Io: Attendo che mi chiamino i ragazzi.

Lei: Sai che non lo faranno, per questo scrivi questo,  per cosa poi.

Io: Lo devono fare, sarebbe una grande cosa se lavorassi in tal senso. Mi auguro che possa farlo.

Lei: Già fatto e rifatto, cerca tu di modificare il tuo modo di porti, forse andrebbe meglio. Comunque non ho più nulla da dire, le spese sono quelle, fai tu poi, grazie.

Io: Fammi sapere quando i ragazzi stanno male, mi fai chiamare, provvedo personalmente ai farmaci. Se provvedi tu, vorrei almeno sapere da loro cosa hanno. Mi pare di non chiedere nulla di strano. E’ nei miei doveri, anzi. Per le altre spese attendo di essere chiamato da loro. Mi hai detto che loro decidono. Per me sarà un piacere provvedere, se posso. Non mi hai nemmeno fatto vedere le pagelle. Se questo è il tuo modo di operare, stiamo freschi. Approfitto per ricordarti dei miei effetti personali che sono ancora a casa: abiti, libri, orologi.

Lei: Tutte eresie, ti prego di limitarti grazie.

Percepisco che le mie parole sono andate a segno. Le sorelline non replicano, non hanno argomenti e affondo.

Io: Saresti così gentile da comunicarmi la data dei colloqui?

Domani vengo a prenderli per portarli a scuola. Magari potresti convincerli in tal senso.

Eresie… anche queste?

Nessuna risposta?

Devono essersi bloccate davanti al fatto che, per rimborsare le spese dei farmaci, abbia chiesto di poter parlare coi ragazzi e sapere da loro che stanno male.

Sono felice per aver tenuto testa a mia moglie, ma mi rimane il senso di pesantezza per le parole amare di mio figlio.

Chissà cosa staranno dicendo a quei ragazzi.

Sarà mia suocera con il suo perbenismo falso?

Sarà mia moglie di rimbalzo a mia suocera?

Forse mia cognata. Anche se lei con il suo speciale attaccamento al denaro la vedo concentrata sulle indagini patrimoniali e su come spillarmi quanti più soldi possibile. E’ la più camaleontica del gruppo e potrebbe essere la vera musa ispiratrice di cotanta merda.

Da tempo in ufficio va in giro tra i colleghi con foto di donne. Sembra che le foto le siano state fornite da mia moglie e lei indaghi. Vogliono  verificare se sono donne conosciute, mie probabili amanti.

Cerca di avere informazioni dettagliate sulle mie attività, anche. Vuole capire se ho altra fonte di reddito.

Oramai è diventata una macchietta e non se ne rende conto. Per fortuna chi mi circonda mi stima. Lei ci parla, fa la civetta per accattivarsi il collega, puntualmente vengo informato.

Stamattina sono andato davanti a casa. Arrivato alle 7.30, in tempo per vederli uscire.

In quel momento arriva nei pressi del cancello il vicino di casa con due damigiane. Viene verso di me per salutarmi. Che palle penso, ma proprio adesso dovevi venire? Alcune persone non hanno proprio il dono dell’opportunità. Tu ti stai giocando molto e ti vengono a parlare della porta del garage che non si chiude. Tutte a me capitano.

Loro escono dal cancello, mi passano davanti. Mia moglie e mio figlio grande, di corsa, quasi scappassero. Non mi guardano nemmeno in faccia. Il vicino si rende conto della situazione, fa segno col capo verso mia moglie, mi guarda ed alza gli occhi al cielo. Non la può sopportare nessuno, ha litigato con tutti anche nel palazzo.

Dico a gran voce: Buongiorno!

Il piccolo si gira e mi saluta a bassa voce:

Buongiorno.

Alemeno uno. Grazie piccolo mio!

Entro in auto, è vero che rimandare aumenta la paura, ma affrontare, aumenta il coraggio. Mi sento bene.

Dopo un po’ incalzo, continuo l’attacco su Whatsapp.

– Sabato mattina o pomeriggio sono disponibile a uscire coi ragazzi per comprare qualcosa. Se volessero pranzare o cenare con me mi farebbero felice. Ho ancora il contatto bloccato da loro. Se riferisci, te ne sarei grato. Lo avrei fatto stamattina sotto casa, ma siete scappati via senza salutare. Ciao.

Lei: Intanto i messaggi non sono bloccati e puoi scrivere. Stamattina quando e cosa??

Ma tu guarda che stronza! So già dove vuole andare a parare. E’ quello che raccontano in giro lei e la sorella. Io ho abbandonato i ragazzi non fregandomene più nulla di loro e sarebbe per questo che loro non mi vogliono vedere.

E’ la giustificazione socialmente utile alla loro cattiveria.

Adesso do corpo alle voci che sento in giro.

Sono davvero delle merde, un’associazione a delinquere della peggior specie.

Sono diventato un uomo invisibile e vogliono che diventi invisibile anche per i ragazzi.

Rispondo:

Non mi hai visto?

C’era anche il vicino, ricordi?

O hai problemi con la memoria?

 

Dopo un’ora, lei:

Per piacere potresti lasciarmi stare grazie.

 

 

 

 

 

 

Pasqua con sorpresa

Mio figlio più grande fa un torneo di calcio nel Molise, tra Termoli e San Salvo.

Nei giorni precedenti mi affanno per avere dettagli sull’organizzazione dato che dai miei non ho più nemmeno una parola.

Mi rendo disponibile a offrire passaggi ad altri genitori. Si propone Nico, padre di un compagno di squadra di mio figlio.

Partenza ore 8,30 del venerdì santo, appuntamento ad un bar sulla tangenziale.

La mia situazione di padre ai margini è ben conosciuta dagli altri che per fortuna si prodigano per aiutarmi a non farmi sentire isolato.

Nico, il mio compagno di viaggio è un tipo particolare. Una di quelle persone che non sai dire se sono state fortunate o sfortunate nella vita. Sembra piuttosto una di quelle pubblicità due in uno.

Separato anche lui da qualche anno, è diversamente abile, ha delle limitazioni motorie a seguito di un incidente che lo ha portato in coma prima, poi sulla sedia a rotelle per qualche mese e, dopo lunga riabilitazione, a camminare con le proprie gambe.

E’ rimasto un po’ claudicante e scoordinato nei movimenti, ma se la cava piuttosto bene in tutto.

All’età di 22 anni fece un bruttissimo incidente in auto da cui uscì illeso. Si tirò fuori dall’abitacolo dell’autovettura da solo, ma mentre era fuori, un po’ intontito per la botta, inciampò e andò a sbattere con la testa sul lucchetto di una saracinesca. Pensa che sfiga. Illeso all’incidente e poi si rovina la vita per una caduta, centrando con la testa un lucchetto. Entrò in coma e ci rimase per qualche mese, da quel momento tutto il suo calvario per recuperare la quasi normalità.

All’appuntamento ci incontriamo con il resto della truppa. Ci sono Gabriella e Ilario con la loro seconda figlia, Leo e Pina, Francesco e Gina, Patrizia senza il marito, rimasto a casa.

Pina si era occupata di tutta la organizzazione per il gruppo, trovato hotel a buon prezzo a Termoli, prenotato stanze e stabilito orari.

C’è quella frizzantezza tipica delle partenze in gruppo. Le facce sono rilassate, ci sono tutti gli ingredienti per fare una bella mini vacanza. Non è la prima volta che ci muoviamo insieme, le altre volte ci ero andato con mia moglie.

Nico durante il viaggio mi racconta della sua vita, lo intervisto praticamente. Non è molto loquace di suo e quindi lo interrogo . Mi piace da matti sapere come vivono gli altri, è pura curiosità, conosci meglio chi hai di fronte.

Ogni volta che conosci qualcuno c’è un mondo da scoprire e ognuno di noi ne ha tante da raccontare.

Così scopro che si sveglia alle 5 ogni mattina e che dedica almeno 40 minuti a fare ginnastica. E’ così da quando è riuscito ad alzarsi dalla sedia a rotelle. Scopro che da ragazzo era un gran sciupafemmine, giocava a tennis ed era sempre in movimento.

Dopo l’incidente ha dovuto cambiare il suo stile di vita. Il suo handicap lo porta con molta dignità, è sempre ordinato e tirato a lucido.

Non credo che se la passi benissimo dal lato economico, separato, con moglie e figlio a carico, tira a campare.

Mi confessa che mentre mi aspettava, al mattino, era stato abbordato da una donna!

-Hai capito!? E come ti ha abbordato!?  Gli faccio.

Lui con semplicità:

– Mi ha chiesto l’ora ed ha attaccato bottone.

Effettivamente Nico è un cinquantino (alla Camilleri), si mantiene molto bene, ben tirato e lucidato.

Per farla breve si sono dati appuntamento al lunedì successivo per uscire insieme.

Abbordaggio lampo.

Ammazza, penso, così si fa? 10 minuti con un trolley tra le mani ad un semaforo e si tira su una donna. Mi viene da pensare che quanto più si è semplici come persone tanto più certi riti si semplificano.

Le occasioni perdute nella vita sono sacchi di sfrido di tutte le seghe mentali che ci facciamo.

Sono talmente contento del successo del mio nuovo amico che alla prima stazione di servizio spiffero tutto alla compagnia.

Lo guardano tutti con sorpresa e nuova ammirazione ed era questo il mio intento genuino. Volevo far crescere la stima nei confronti di Nico da parte del gruppo. Lui è sempre un po’ schivo e tende a stare ai margini dei discorsi.

Raggiungo il mio intento, la pubblicazione del fattarello suscita meraviglia e sorrisetti di stima da parte di tutti, anche loro: – hai capito!?

Lui però non la prende benissimo e molto spontaneamente:

– Madonna, non ti devo dire più nulla, sei peggio di una puttana!

Mi viene da ridere, e penso che ho violato la sua privacy tradendo una confidenza tra uomini. A volte quando agisco a fin di bene tendo a sottovalutare le ripercussioni di ciò che dico. Mi basta il mio buon intendimento per fregarmene altamente di quello che possono pensare gli altri. Dovrei pensarci qualche minuto in più prima di fare queste cazzate.

Nico ha ragione. Con una pacca sulla spalla gli chiedo scusa e vedo che non è realmente incazzato, la stima maturata negli altri avrà attenuato la sua stizza.

Arriviamo a destinazione e ci catapultiamo direttamente alla presentazione del torneo nello stadio di San Salvo.

All’ingresso dello stadio una griglia con tanto di arrosticini e salsicce in cottura che mi provoca uno svenimento quasi.

I ragazzi si erano mossi al mattino presto in pullman, e dai messaggi che i figli scambiano con gli altri genitori capisco che sono già arrivati nelle vicinanze.

Noi ci sistemiamo in tribuna e vediamo alcune squadre sistemate sulla tribuna opposta.

Entrano anche i nostri nello stadio, li riconosciamo dal colore delle tute.

Gli altri genitori si sbracciano e fanno segno ai propri figli per segnalare la loro presenza. Io non posso, chi saluto che neanche mi parla mio figlio? In passato mi sarei catapultato proprio nell’altra tribuna a salutare, vendendo qualche scusa all’organizzazione. E’ inutile che mi sbraccio o telefoni.

Gli scrivo su whatsapp

– Ciao Ciccio, sono in tribuna, faccio qualche foto.

Faccio una foto di tutta la tribuna colorata piena di ragazzi e la inoltro. Oramai quando mando messaggi mi sembra di mettere un rotolino nella bottiglia  lasciandolo cadere in acqua.

Finalmente ci rechiamo alla braceria improvvisata nello stadio ed ordiniamo un po’ di roba da sbranare.

Prendo posto su dei tavoli in legno e arriva Patrizia con faccia di novità.

– C’è tua moglie con l’altro tuo figlio!

Non la avevo proprio considerata come eventualità. Mi cadono le braccia a terra. Ero partito con la speranza che la lontananza da casa potesse essere un modo per tentare di riallacciare un dialogo con mio figlio più grande. Ci avrei provato, con discrezione. Ancora non sapevo come, una strategia la avrei sviluppata sul posto, in base alle opportunità che si sarebbero presentate. Ero sicuro di avere l’appoggio degli altri genitori, da sempre miei tifosi.

Niente, la presenza di mia moglie mi costringeva a ripiegare sui miei intendimenti.

E’ venuta al torneo con la madre ed il padre dell’allenatore di mio figlio, vecchi amici della sua famiglia.

Non riesco nemmeno ad arrabbiarmi.

Alla notizia vedo che Patrizia e Pina mi fissano. Non devo avere una faccia contenta! Immagino che sappiano cosa penso in quel momento. Mi guarda anche Ilario. Mi da una pacca sulla spalla e mi dice, dai lo ha fatto per farti un favore! E’ una battuta. Ilario è uno a cui piace sempre scherzare e coglie sempre occasione per sdrammatizzare su tutto.

Siamo cresciuti pensando che chi fa del male pagherà per i propri peccati, così mi dicevano al catechismo. Nessuno ha mai pensato a quanto è dura subirlo il male. Come si fa a liberarsi del male che si subisce?

Raggomitolo i pensieri e cerco di capire perché.

Mi ricordo della vicina di casa. Aveva l’abitudine di lasciare l’auto vicino alla porta del suo box auto in garage. Questa abitudine un po’ arrogante dava tremendamente fastidio a mia moglie.

Io cercavo di non buttare benzina sul fuoco a rapporti già tesi, e le dicevo:

– Tranquilla, parlerò con il marito e vedrai che la toglieranno.

Effettivamente il più delle volte la toglievano, ma di tanto in tanto accadeva che riprendesse l’abitudine.

Ben chiaro, a noi questa prassi della signora non dava alcun fastidio oggettivo o impedimento.

Era solo che mia moglie non tollerava che altri prendessero terreno.

Come se il terreno lo stessero togliendo a lei.

In senso assoluto non aveva torto, ma la questione poteva essere trattata con serenità piuttosto che pensare sempre alla guerra.

Sta di fatto che ogni volta che la vicina lasciava l’auto in quella posizione, mia moglie senza alcun motivo le si piazzava davanti con la sua, in modo che non potesse uscire.

E io che non volevo fare questioni con nessuno mi ritiravo in disperato silenzio.

Oggi, mentre addento il panino con salsiccia, penso che stavolta ha piazzato lei stessa davanti a me. Non vuole farmi avanzare e prendere terreno coi ragazzi.

Guardo Pina, tra le mamme è quella che meno nasconde il disappunto per la situazione.

Sono confuso e deluso. Capita al terzino che si fa tutta la fascia di corsa e poi non gli passano la palla. La stanchezza se non concretizzi una fatica la senti di più.

Ho il piccolo nelle vicinanze ora, è venuto anche lui con la madre a vedere il torneo del fratello. Non so che fare, non mi parla ma vorrei salutarlo. Non mi trattengo, lo dico agli altri.

-Madonna, non so che fare, ragazzi. Lo saluto?

Pina mi viene incontro.

– Tu devi essere normale, lì c’è tuo figlio, vai e salutalo normalmente.

– Si

Dico quasi come se stessi ubbidendo ad un ordine. In quel momento avevo la volontà paralizzata. Avrei fatto qualsiasi cosa mi avessero detto.

Lo smarrimento è proprio quando perdi la direzione. Cerchi un segnale, qualsiasi cosa che ti faccia muovere dallo stato di blocco. In genere prendi la prima roba che passa.

Mia moglie ed il piccolo si avvicinano, non mi avevano ancora visto.

Si accorgono della mia presenza, si bloccano, tentennano, poi mia moglie si dirige al tavolo accanto dove sono i suoi accompagnatori, il padre e la madre dell’allenatore.

Mio figlio si dispone dietro mia moglie in modo che la mia vista non possa raggiungerlo come se la usasse come scudo. Ma scudo perché? Penso.

Mi faccio coraggio, mi alzo, mi dirigo verso di loro, abbraccio mio figlio e lo bacio.

Lui è visibilmente imbarazzato, ma non riesce a non rispondermi. A bassa voce replica al mio ciao.

Poi si ritrae e guarda la madre impaurito.

Percepisco imbarazzo e tensione, mi allontano come se avessi preso la corrente.

Torno al nostro tavolo e Pina appena arrivo mi dice incazzata nera e ironica:

– Povero ragazzo, per niente condizionato! Ha guardato la madre con una faccia da paura! Non è giusto!

Vivo qualche minuto da anestetizzato, non sono in grado di esprimere pareri e giudizi. Il mio cervello è confuso e ovattato. La gioia di aver avuto un ciao di mio figlio è immediatamente scemata dal suo sguardo impaurito.

– Ma perché i miei figli hanno paura di me? Che ho fatto? Non riesco a darmi una spiegazione e non trovo pace. Ogni volta che mi respingono per me è un dolore immane. Vorrei sparire, rintanarmi in qualche angolo e piangere a dirotto. Invece sto lì.

Finita la manifestazione i nostri giocatori ci raggiungono nella tribuna genitori.

Tutti i ragazzi fanno una chiacchiera con i papà presenti, sicuramente raccontano delle sensazioni, del campo da gioco, qualche parere sulle squadre da incontrare e cenni sulle formazioni che scenderanno in campo. Lo facevo anche io un tempo e quindi so so bene cosa ci si dice in quei momenti. Ora me ne sto in disparte. Dopo qualche minuto mi avvicino ai ragazzi da dietro. Abbraccio mio figlio grande che è seduto in tribuna e gli dico

– Non mi vuoi proprio salutare?

Si divincola, gira la testa dalla parte opposta alla mia che lo cingo dalle spalle e si allontana.

Me ne torno in cima alla tribuna con la coda tra le gambe.

Non ne vale la pena insistere. Serve solo ad inasprire le cose. Penso che come soffro io in quelle circostanze molto probabilmente soffrano anche loro. Non ha senso insistere anche per non provocare altra sofferenza.

Probabilmente mi avranno visto tutti, non sarà stata una bella scena da vedersi, ma non mi importa veramente nulla. Al massimo avrò fatto compassione.

Ritorno in cima alla tribuna e la mia presenza rimane esclusivamente fisica. I pensieri si arrotolano in testa, senza un filo logico e senza continuità. Mi vengono in mente tante cose ma nessuna connessa all’altra. Ho esigenza di riempire la testa di frammenti per non pensare ad altro. Come quando si vuole dare forma ad una sacca e la si riempie di carta.

E’ brutto penso. Proprio brutto. Ha avuto senso venire qua? Mi dico.

Alle mie spalle compare Nico e

– ma guarda un po’ che ha combinato quella stronza.

Mi sveglia, ero imbambolato.

Rispondo solo con un ‘non so’, sono gonfio di amaro.

Si va in hotel, i ragazzi hanno un hotel diverso dal nostro.

Scrivo messaggio ad un mio amico per spiegargli la situazione. Ho bisogno di una parola lucida, la mia di lucidità l’ho persa da tempo.

– Non ti fare rovinare la vacanza. Fatti vedere dai ragazzi, l’importante è che vedano che tu ci sia. Per il resto ignorala, è venuta per sfidarti. E’ una cretina.

Andiamo in hotel, c’è sempre Nico in auto con me. Ascoltiamo musica e non parliamo.

Prendiamo possesso delle stanze, poi passeggiata e cena. Mi sento bene. Si scherza, si ride si parla dell’organizzazione del torneo.

Mettiamo in mezzo Nico, che però bonariamente ci si lascia mettere. Il gruppo è affiatato, c’è Ilario poi che fa ridere tutti. La tristezza mi passa.

Al giorno dopo, al mattino, c’è la prima partita. I ragazzi vincono la prima, mio figlio è con la squadra. Tutti gli altri papà vanno a fare la chiacchiera di rito coi figli, io sempre ai margini.

Osservo il piccolo, è sempre appiccicato alla madre in tribuna.

Ogni tanto sbircio. Non fa un passo senza la madre accanto. Mia moglie fa coppia con la madre del mister.

E’ una roba che ho cercato sempre di limitare. Il piccolo è davvero succube di mia moglie. E’ un po pigro e la madre lo vizia in lungo e in largo. Io cercavo di pungolarlo un po’ e per questo con me non aveva lo stesso feeling che aveva con la madre.

Se intervenivo, era per provocargli un po’ di sana scomodità e spingerlo a muoversi. A lui conveniva stare alla gonnella della madre che gli consentiva quasi tutto e soprattutto soprassedeva sulla sua passione per divani e tablet.

Adesso chissà che darei per stare un’ora sul divano con lui a non fare nulla.

I ragazzi vincono 1 a 0, faccio i complimenti a mio figlio con un messaggio. Nessun commento. Un tempo, dopo la partita, mi mimava le azioni ad una ad una. Il resoconto della partita durava anche più della partita stessa. Chissà a chi racconterà ora queste cose. All’epoca avevo la sensazione che lui avvertisse esigenza di scaricare la sua adrenalina proprio raccontando della partita. Glielo facevo fare, anche se era di una noia mortale veder mimare le azioni. Mi piaceva però che lo facesse, mi piaceva da matti.

Avverto la stessa sensazione oggi, quando mio padre mi racconta le cose per la centesima volta. E’ veramente noioso, ma il piacere che lui prova nel raccontare è una roba che mi riempie.

Credo che quando sei felice della felicità altrui pur costandoti del sacrificio ,vuoi davvero bene a questa persona.

La seconda partita sarà nel pomeriggio e con la truppa dei genitori del mio hotel decidiamo di andare a trovare un ristorante per pranzare. Lontani dal campo, fanno capannello intorno a me e mi dimostrano la loro solidarietà. Fioccano una marea di giudizi negativi su mia moglie. E’ brava gente, nessuna parolaccia. Abituato a sentire i commenti di mia moglie in cui ‘cazzo’ si sprecava, mi sembrare di assistere ad un incontro di educandi.

La cosa non mi sorprende più di tanto, alla volgarità sono allergico anche io, ma negli anni di matrimonio avevo quasi dimenticato che un giudizio possa essere espresso anche senza dire una parolaccia.

Arriviamo allo stadio della seconda partita e ritrovo la stessa situazione del mattino. Mia moglie seduta al bar con la madre del mister e mio figlio attaccato a lei.

Mi metto in tribuna.

La partita purtroppo ha un brutto epilogo. Si gioca contro una squadra di Roma e finisce in rissa.

I ragazzi Romani sono un po’ violenti e picchiano molto. I nostri giocano un po’ impauriti, dopo ci raccontano che erano sotto costante minaccia dagli avversari:

– Ti spacco i denti, ti spezzo le gambe, gomitate e via dicendo.

Non proprio una partita di calcio.

A fine primo tempo gli avversari passano ai fatti, picchiano due dei nostri, il figlio di Pina e Leo viene aggredito alle spalle con una violenta ginocchiata. Finisce a terra. L’arbitro invece che cercare di riprendere in mano la situazione, scappa via abbandonando tutti. Uno Schettino dei campi di calcio.

Pina e Leo si fiondano in campo ed il ragazzo viene portato via in autoambulanza verso l’ospedale. Dopo un po’ riusciamo ad entrare tutti in campo per cercare di mettere calma. C’è un po’ di parapiglia anche sugli spalti.

Io osservo mio figlio da lontano, si tiene lontano dalla rissa. Lo monitoro per assicurarmi che non sia aggredito. Non seguo bene cosa succeda agli altri, perché ho gli occhi puntati su di lui, quasi potessi proteggerlo con la vista. Ogni tanto davo una occhiata in giro e cercavo se ci fosse un varco nella recinzione per provare ad entrare in campo. Se la situazione si fosse aggravata avrei provato a scavalcare, avevo individuato un punto. Non è una roba semplice, bisogna salire per 2 metri e mezzo e superare anche gli offendicoli. Si sarebbe potuto provare però.

Ero teso e concentrato, pronto a scattare. Non mi ero accorto che mia moglie gridava come una pazza a circa trenta metri da me. Faceva finta di provare ad arrampicarsi sulla recinzione senza alcun successo. Scuoto la testa, il solito fumo tanto per far casino, penso.

Le piace la sceneggiata, doveva far vedere che lei ha le palle. Non sarebbe riuscita mai a scavalcare, ma doveva far vedere che non aveva paura a gettarsi nella mischia.

Dio che liberazione, penso. Non dovrò vedere più queste scene. Mi consolo.

La situazione per fortuna si calma. I ragazzi si separano, arrivano i carabinieri, la partita rimane sospesa.

Ho seguito mio figlio, non ha mai rischiato nulla. Si è tenuto sempre lontano dalla mischia.

Non so se lo ha fatto istintivamente o si è ricordato delle volte che gli ho spiegato cosa fare in quei frangenti.

Andavamo allo stadio e ripetevo sempre:

-ragazzi se vedete parapiglia, cambiate aria. Non state mai nelle vicinanze. Cercate di tenervi distanti quanto più possibile, il mondo è pieno di idioti e per una partita si rischia anche la vita, non mi pare il caso.

Mio figlio ha eseguito alla lettera.

Per fortuna il figlio di Pina e Leo se la cava solo con un po’ di paura. Ci raggiungono a cena in hotel di ritorno dal pronto soccorso.

Al giorno dopo ci si gioca l’ ingresso alle finali. La partita con i romani con arbitro in fuga, viene data in parità. Dobbiamo vincere per passare il turno.

I ragazzi fanno una bella prestazione e vincono. Il mio ragazzo fa una partita eccezionale, a detta di tutti, il migliore in campo. Gli scrivo un messaggio:

Grande! Cerca di tenere sempre bassa la palla. Bravo!

Quanto mi sarebbe piaciuto farmi raccontare l’assist che aveva messo per il gol e qualcuna delle finte con cui aveva disorientato gli avversari.

Dio, quanto mi manca.

Ilario se ne va in giro sempre abbracciato al figlio. Quanto lo invidio. Il figlio è attaccante e quando fa gol cerca il padre in tribuna, gli corre incontro e si toccano le mani attraverso la rete.

Il loro legame bello, genuino e intenso purtroppo è come alcool sulla mia ferita.

Nico ogni volta che stiamo da soli si sbilancia in qualche commento sulla mia situazione. Lui E’ separato da 3 anni. Mi dice che non capisce perché mia moglie faccia così.

Lui con la moglie se ne è dette e fatte di tutti i colori. Quando è andato via da casa, anche suo figlio ha avuto una crisi di rigetto. Non voleva vederlo più, proprio come è accaduto ai miei.

Però sua moglie obbligava il figlio vedere il padre.

Le parole di Nico mi fanno riflettere su tutti i discorsi di mia suocera e sulle caste con cui era abituata a suddividere la popolazione. A casa di mia moglie la laurea costituiva una sorta di spartiacque tra persone per bene e paria. Mio cognato, non laureato, era ben visto solo perché molto ricco.

Nico e la moglie con una licenza di terza media in tasca dimostravano molta più intelligenza e umanità di quanto mai ne avessero potuta avere in casa di mia moglie, cumulativamente.

Lo spartiacque glielo avrei fatto in testa a mia suocera, ma con una mazza.

E’ pasqua. Avevo mandato un messaggio di auguri ai ragazzi, ovviamente senza alcun seguito.

Quella mattina la cosa, sebbene fosse ormai normalità, mi aveva irritato.

Ero arrabbiato con mio figlio più piccolo che a dieci metri da me non ha sentito nemmeno il bisogno di venire a farmi gli auguri.

Al caffè Patrizia mi chiede,

– ma non ti hanno fatto gli auguri?

– No Patrizia, nulla purtroppo .

– Ma guarda che storia. Io anche se fossi separata al mio ex gli auguri li darei lo stesso.

– Si, ci credo, ma ho le palle girate da stamattina. Non mi hanno risposto nemmeno al messaggio di auguri e da allora ho le palle girate.

Rifletto su quanto sia strano incazzarsi quando già le aspettative siano bassissime. Forse sarebbe il caso di prendersela se le cose non vanno bene, ma se si hanno delle aspettative importanti. Quando ormai hai poco da pretendere, incazzarsi perché le cose vanno male è uno spreco. A me accade di sprecare molto ultimamente.

Il torneo finisce a pomeriggio. Faccio delle foto di mio figlio che gioca e gliele mando sul gruppo. Non aggiungo altro.

Pina mi ha fatto una giusta osservazione:

-ma possibile che questa donna sia folle lei e si circondi di persone folli? E non sono solo i familiari, ma quei coglioni dei genitori del mister non si vergognano a prestarsi a fare una roba del genere? Accompagnare tua moglie lì , sapendo che è l’unico modo certo per non farti avere nessun rapporto con tuo figlio?

Pina mi dice che è tutto allucinante ed è dispiaciuta per i miei figli, che sono ragazzi intelligenti e sensibili.

Le dico che purtroppo non ho idea di cosa passa per la testa di questa gente. So solo che io non so più che fare, anche gli avvocati dicono che non c’è nulla da fare. Possibile che non ci sia uno strumento che possa impedire a dei folli di appropriarsi della testa dei ragazzi e manipolarla? Questa non è violenza sui minori? E’ meno distruttivo di un prete pedofilo? Ne siamo certi che sulla psiche di un ragazzo queste robe non abbiano effetti devastanti?

Rimane la speranza di trovare un giudice sensibile a queste cose, resta da capire cosa può fare se non c’è una legge da applicare. Dovrei dimostrare che mia moglie è una folle.

Dovrei seguire i consigli di Alessandro. Si è separato dalla moglie anche lui. Ha due bambini piccoli, meno di sei anni. I primi tempi ha avuto gli stessi problemi, ma dopo poco le cose sono rientrate. Conosce la mia situazione, ci ha tenuto a fermarmi per strada e bisbigliarmi

– non va bene essere corretti, sii scorretto e vedrai che le cose cambiano.Tu sei troppo buono, con certi soggetti bisogna essere bastardi, sennò non lo capiscono.

In auto suona una lacrima sul viso.

– Che ne dici di questo pezzo Nico?

Rotea la mano in aria e mi fa:

– Una meraviglia!

Ridiamo entrambi.