Al passaggio a livello

Mio figlio più piccolo giovedì fa la cresima. E’ un giorno speciale, essendo anche il giorno del mio compleanno. L’ho saputo da mia moglie della Cresima, per una richiesta di compartecipazione alle spese.

Non ho il dono della fede. Nutro un grande rispetto per chi crede, lo vedo come un qualcuno che riesce dove io non ci sono riuscito. Più che laico, sono sempre stato un po’ anarchico di carattere. L’idea del dogma mi è stata sempre stretta come se indossassi un vestito due taglie inferiori. A tratti mi procura claustrofobia. Mi piacerebbe credere però. Sarebbe una gran bella cosa.

A casa di mia moglie si dicono devoti invece. Ci tengono molto ai sacramenti ed alle festività religiose. Da loro per la prima volta ho festeggiato Sant’Antonio, anche se non c’era nessuno che si chiamasse così in casa. E’ un santo importante, dicono. Il rispetto di queste sacralità è la Pietà Cristiana. Un sentimento che viene da lontano, anche i latini lo annoveravano tra le qualità del buon padre di famiglia. Per i romani era la pietas,  con qualche sfumatura diversa. Nel caso dei familiari di mia moglie  la pietà cristiana la vedo un po’ vuota di carità. Pensano molto ai cazzi loro prima, alla faccia anche di Sant’Antonio credo.

Senz’altro frequentano la chiesa più di me. Quando ci entrano abbozzano un inchino, fanno il segno della croce e si baciano il dito. Specie mia suocera, dopo essere entrata in chiesa inspiegabilmente si trasforma. L’atteggiamento è come di chi si volesse scusare del suo ingombro. La testa tende ad incassarsi tra le spalle nascondendo il collo, le spalle si stringono tra di loro. Anche le labbra si uniscono a cuoricino. Gli occhi diventano languidi, sono sempre bassi ed evitano di incrociare chicchessìa. La consistenza sembra la parte molle della lumaca. Mio suocero invece pare il suo guscio tanto è impettito e suona vuoto.

Una volta glielo dissi.

  • Mi sembri Actarus, sai?
  • Come? E che è? Una malattia?
  • Quando entri in chiesa ti trasformi come Actarus ai tempi di Goldrake. Hai presente Goldrake, il cartone animato? Si trasforma in un razzo missile?! In chiesa ti trasformi, come Goldrake e salvi l’umanità. Mi fai impazzire.
  • Ahahahaha, hai sempre voglia di scherzare tu!

Ero serissimo.

Comunque mio figlio si cresima solo per la famiglia di mia moglie. Nessuno dei miei è stato invitato. Io sono stato informato per le spese, credo. Non tirerò fuori un centesimo.

Si avvicina il giorno, il due è alle porte.

Scrivo a mio figlio, un sms. Pare li riceva.

  • Ti va di andare a comprare qualcosa per la cresima con me al pomeriggio?

Ti passo a prendere?

Nessuna risposta.

Passo a mia moglie:

  • Il piccolo non risponde. Gli ho chiesto se volesse uscire con me al pomeriggio per comprare qualcosa.

Risponde

  • Intanto le prove della cresima sono state spostate al pomeriggio, non potrebbe.
  • Vado a vederlo, allora.

Poi comincia la solita tiritera sui soldi.

  • Ti informo che siamo senza soldi.
  •  Vengono con me e non ci sono problemi.
  •  I ragazzi devono anche uscire, puoi dargli dei soldi.
  •  Se il piccolo esce con me glieli do volentieri.
  •  Ma se non volesse uscire puoi darglieli lo stesso e poi parlo dei soldi della spesa. Ho anticipato i soldi per la chiesa, 30 euro, te lo ricordo.
  •  Se stanno con me, non hai bisogno di spesa.
  •  Frasi inutili visto che sai che non vengono con te da dicembre che non avete rapporti e pensi che di botto vengano per magia? Non ti avvicini da mesi a loro ma se ci riesci ben venga. Ora per piacere lasciami stare.
  • Certo, cosa ci vuole. Sono il padre, ricordi? Dammi una mano piuttosto che assecondarli. Stasera non li fare uscire. Vedi che vengono poi con me.

Fine delle trasmissioni.

 

Intorno alle 16 e 15 parcheggio nel piazzale della chiesa.

Con la sua aria svagata vedo sbucare mio figlio piccolo dall’angolo. Ha sempre l’aria di chi è quasi per caso in un posto. Mi fa una grande simpatia oggi, più del solito.

Lo vedo e mi viene da sorridere.

Esco dall’auto, mi metto sulla sua strada. Passa, gira la testa dall’altra parte come se non mi volesse vedere.

  • Ehi ciao, vieni un attimo qua.

Accenna ad un ciao con la mano e basta. Va via. Venti metri dopo ci sono tutti i suoi amici. Si unisce al gruppo. A quella età quando diventano mucchio, fai fatica a distinguerli. Sono tutti uguali, indistinti ed indistinguibili. Bei ragazzi con la faccia pulita. La presenza degli amici mi inibisce, mi sento intruso, non mi avvicino. Avvicinarsi a tale allegria e spensieratezza con qualche pensiero triste, non va bene. Rimango nell’imbarazzo per un po’, poi decido di andare a prendere un caffè da Fabio, il bar dietro casa che non frequento più ormai. Invito per telefono Luigi, un mio amico.

Sono duecento metri, faccio la strada a piedi. Per raggiungere il bar passo proprio davanti alla mia ex casa.

Mentre mi avvicino, vedo che stanno uscendo mio figlio più grande con un amico, Andrea. Anche lui vicino di casa. Andrea abita proprio di fronte al bar, si staranno dirigendo lì.

Lo chiamo. Non mi risponde, gira la testa e va via accelerando. Saluto Andrea che contraccambia, un filo imbarazzato. Mio figlio avanti accelera, Andrea dietro che lo segue, io al seguito dei due.

Alzo la voce

  • Non mi saluti?

Nessuna risposta.

Decelero e lascio prendere loro qualche metro di vantaggio. Guardo nel portafogli, due pezzi da cinquanta. Magari mi avvicino e gli do dei soldi.

Si fermano davanti al portone di casa di Andrea, aspettano che qualcuno apra.

Mi avvicino, mio figlio si gira verso il muro. Gli prendo il braccio, per spingerlo a guardarmi e gli dico:

  • Ehi, non mi saluti?

Con un gesto brusco si divincola e mi dice

– Ma vai vai!

Gli tiro uno schiaffo, un buffetto con la punta delle dita. Non un ceffone.

Ehi, che modi sono?

Intanto aprono il cancello, lui abbassa la testa, prende il telefono.

Capisco che chiama mia moglie, è in lacrime e si allontana.

Entrano in casa di Andrea.

Immagino che stia arrivando mia moglie per fare da giustiziere.

La aspetto per affrontarla.

  • – Che hai fatto?
  • – Mi ha risposto male e gli ho dato un buffetto.
  • – Chiamo i carabinieri!
  • – Chiama chi vuoi.
  • – Prende il telefono e fa per fare un numero.
  • – Io ho da fare, lo vuoi capire! Non posso stare a casa col patema che c’è un pazzo in giro che picchia mio figlio. Adesso ti faccio passare i guai!
  • – Non l’ho picchiato, chiedi a lui prima e ad Andrea, che era presente.
  • – Gli ho solo tirato un buffetto. Piange per nervoso, non perché gli abbia fatto male.

Mi lascia scambia delle parole con Luigi che nel frattempo mi aveva raggiunto ed entra in casa di Andrea.

La gente nel bar guarda. Non me ne sono reso conto ma dobbiamo aver combinato un bel casino.

Luigi mi dice:

  • Non credo che ci siano speranze , sai? Non riesce a capire che adesso dovrebbe rimproverare il figlio perché non ti saluta e non ti risponde o perché ti ha risposto in maniera maleducata. Non fare queste sceneggiate con te. Non lo farà, però. Dovrebbe anche costringerlo a uscire, per parlarti. Tu non stare ad angustiarti. Hai fatto bene.

Esce mia moglie. Credo che la abbiano convinta   che non è nulla.

Credo anche che Andrea abbia avvalorato la mia versione dei fatti. Esce, non ha più in mente di denunciarmi, almeno.

Luigi fa uno strenuo tentativo. Parla ancora con mia moglie.

– Sai, se glielo dice la madre, magari lui esce a parlare col padre. E’ importante che parlino ora.

E’ importante sempre, ma ora in maniera particolare per quello che è accaduto. Potrebbe essere il momento per chiarire.

  • Voi non ci credete, ma io provo sempre a convincerli a parlare col padre. Che voi non ci crediate poi, è un altro conto, così come pensare che sia io a manipolarli.

Intervengo.

  • Perdonami, nessuno dice che tu non lo faccia. I ragazzi però vanno educati. Non basta dire loro ”parlate con vostro padre”. Se non rispondono al telefono, glielo togli il telefono! A parti inverse, stai tranquilla che io mi sarei comportato così. Non avrei mai permesso che i miei figli non rispondano alla madre al telefono. Glielo avrei tolto immediatamente. Così si educano i ragazzi.
  • Ma vai…. Chi te le dice queste cose, Lorenza? La dottoressa del centro della famiglia che hai corrotto?
  • Ho corrotto? Ma che dici? Ma perché pensi sempre che qualcuno macchini alle tue spalle?
  • Siiiii… ripete le stesse cose che dici tu, che credi che sia cretina io?
  • Ma forse dice le stesse cose solo perché sono cose di buon senso! Ci hai pensato?
  • Basta, dire cose su questi ragazzi. Sono ragazzi eccezionali, con due palle così e nonostante tu abbia abbandonato il tetto coniugale loro non hanno perso un colpo. Io non ti permetto di dire queste cose di loro.

Interviene Luigi di nuovo.

  • Ma tu dovresti intervenire più pesantemente coi ragazzi, non solo dirglielo. Tu li devi obbligare a tenere un dialogo col padre. Potrà essere anche conflittuale, ma il dialogo ci deve essere e solo tu puoi fare in modo che ci sia, attualmente. Vivono con te.
  • Certo che lo faccio, ma ci vuole pazienza. Non come fa il signore che vuole tutto e subito.
  • Ascoltami, ti prego. Sono passati nove mesi e le cose peggiorano. Non te ne rendi conto? Non può passare tanto tempo. Sto perdendo qualsiasi autorità e autorevolezza nei loro confronti. Non potrò più fare il padre a breve.
  • Il tuo metodo quale è quello di alzare le mani?
  • Per favore, mi ha risposto male, gli ho dato un buffetto. L’ho richiamato all’ordine, anche per sms le volte che risponde mi risponde in malo modo. E non era uno schiaffo.
  • Non ti qualificano più come padre, e questo non è colpa mia. Quindi non puoi presentarti e trattarli così.

Luigi tenta ancora disperatamente.

  • Non lasciare che i problemi tra di voi influenzino il rapporto col padre. Quello dovresti agevolarlo comunque.
  • Voi non lo conoscete quanto è bugiardo quest’uomo, per questo lo difendete.
  • No, non voglio proprio entrare nel merito di quelli che sono i problemi fra di voi.
  • E’ invece è questo il problema. E’ il suo carattere che crea problemi con tutti e quindi anche con i figli.
  • Non voglio mettermi in mezzo.
  • Tu sei stato chiamato?
  • No, vedi io abito qua e mi ero venuto a prendere il caffè. Mi dispiace della situazione e se posso tento di dare un aiuto, ma posso stare zitto.
  • Io so solo che sono stata chiamata da mio figlio in lacrime. Peggio per lui, ha fatto dei passi indietro. Io ora me ne vado.
  • Non ti sembra invece che dovresti fare qualcosa per avvicinare il figlio al padre?
  • Io non vedo l’ora che arrivi il quattordici luglio perché quest’uomo non lo voglio più vedere.
  • Ma il problema non è tra voi due, scusami.

Intervengo di nuovo.

  • Scusami, a parti inverse io non avrei permesso questo distacco di un figlio dalla madre.
  • Caro mio, in questi mesi tu non hai fatto nulla per evitarlo.
  • Ma che stai dicendo?
  • Io me ne vado, ci sarà una udienza e parleremo là.
  • Ma io parlo dei ragazzi, che c’entra l’udienza.
  • Certo, parleranno anche loro.

La discussione è continuata per un po’. E’ uscito anche il padrone di casa presso cui si era rifugiato mio figlio. Mi ha dato delle pacche verbali , dicendo che capiva la situazione e che provava anche lui a darmi una mano per quel che poteva.

Alla fine lo scontro con mia moglie sembrava avesse depresso più lui e Luigi di me.

Torno nel piazzale della chiesa e prendermi l’auto. Luigi mi accompagna. Incrocio Brizio e Susanna. Gli racconto dell’accaduto e mi ricordano di provare a parlare col parroco.

Nemmeno loro sono frequentatori della comunità. Però per affetto mi dicono che se funziona tornano in chiesa! Mi vogliono bene.

Lascio Luigi ed entro in chiesa. Il piccolo non c’è, le prove della cresima sono terminate. La chiesa brulica di gente, in gran parte donne che sembrano aver molto da fare. Evidentemente fervono i preparativi per le cerimonie.

Fermo un frate che è enorme. Credo debba aprire la seconda anta della porta per passarci. Mi fa impressione.

  • Salve Padre, cerco il parroco.

Dovevo fare qualcosa. Non nutrivo grandi speranze nel dialogo col parroco, ma proprio per questo dovevo provarci. Le grandi imprese nascono sempre quando si pensa di fare tutt’altro.

  • Vedi in giro. Non so dov’è.

Mi aggiro per la chiesa e per i vari locali adiacenti, Sagrestìa, Oratorio.

Nessuna traccia. Sto per mollare ma finalmente mi imbatto in lui.

E’ solo, che culo. In genere i parroci sono circondati da uno stuolo di persone.

E’ un ragazzo, avrà poco più di trenta anni. Occhi azzurri buoni.Vanno bene come speranza.

  • Buonasera padre. Ha cinque minuti per me?
  • Certo, dimmi pure.
  • Sa padre, mio figlio fa la cresima il due giugno. Purtroppo ho una situazione difficile in casa. Io e mia moglie ci stiamo separando e non ho un dialogo con i ragazzi.

Mi blocca.

  • Dovete riprovarci.
  • – No vede padre, è quasi un anno che non viviamo più insieme.
  • Che significa! Venite qua che vi faccio tornare insieme io.
  • – Penso che non si possa padre. Comunque ero qui per i ragazzi, se lei mi potesse aiutare in qualche modo.
  • – I ragazzi vedono il sacramento tradito e soffrono, l’ho vissuto anche io sulla mia pelle.
  • – Si certo padre.
  • – Parla con tua moglie e venitemi a trovare.
  • – Va bene, padre. Ci penso. Grazie.
  • – Ciao.

Esco, penso che la mia depressione sia arrivata ai livelli di Luigi e il papà di Andrea. Se prima c’era un gap tra me e loro, penso di averlo colmato abbondantemente. Non è colpa sua, la grande impresa però non c’è stata. Cosa posso dire, è il suo modo di vedere la cosa e nei suoi abiti è legittimo. E’ solo che forse ora non mi può aiutare. Almeno così mi pare.

Me ne ritorno a casa, in campagna.

Non ho voglia di fare in fretta. Avrei voglia di perdermi in realtà. Prendo la strada più lunga che attraversa due passaggi a livello. Ho la speranza che passi un treno, trovi la sbarra abbassata e possa stare qualche minuto ad attendere.

I passaggi a livello in campagna sono uno dei posti più affascinanti che conosca. Dopo un po’ che stai in campagna hai quasi il bisogno di sentire che il moderno esista. La quiete ti anestetizza e hai bisogno di un po’ di adrenalina per riprenderti. Il passaggio a livello da piccolo era la mia porta verso il futuro. Durante i mesi estivi, in campagna, finiti tutti i giochi che avrei potuto inventarmi, mi prendeva un po’ di malinconia. Il silenzio in quei momenti mi annoiava. Prendevo la bici e facevo un paio di kilometri verso la ferrovia. Mi avvicinavo alle sbarre, abbandonavo la bici fuori strada e mi sedevo ad aspettare su di una pietra. Prima, da campagnolo provetto, verificavo che non ci fossero serpi sotto. Così mi aveva insegnato il nonno. Il treno lo avverti prima ancora di sentirne il rumore o di vederlo. E’ la natura intorno ad agitarsi e ad annunciare l’arrivo. Gli alberi lungo la ferrovia si svuotavano degli uccelli. L’atmosfera si caricava, i peletti delle braccia da preadolescente si rizzavano e sembrava che così accadesse alla natura intorno. Lo seguivo con lo sguardo poi. Passava veloce e il suo vento sulla faccia mi caricava da matti. Inforcavo la bici con la mia dose di adrenalina e tornavo indietro fischiettando.

Il primo passaggio a livello purtroppo è aperto. Rimango un po’ deluso.

Faccio i due kilometri che lo separano dall’altro. Chiuso per fortuna.

Mi avvicino alla barra e spengo il motore. Esco dall’auto e tiro un sospiro di sollievo. Cerco una pietra e aspetto il treno.

 

 

 

 

 

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In riva al mare

Chiudi gli occhi, immagina di essere su una spiaggia, seduto, guardi l’orizzonte. E’ l’esercizio che mi ha fatto fare Katia, la mia counselor. E’ un esercizio per rilassarsi, dovevo immaginare che ci fosse qualcosa che trasportata dalle onde venisse verso di me. Katia l’ho vista per l’ultima volta ieri. Mi ha detto che avevamo finito il nostro percorso.

–          Ho sciolto la parte esterna dei tuoi cubetti di ghiaccio, ho visto che hai fatto dei progressi. Ora se hai voglia, puoi continuare. Non con me, non ho le competenze adeguate per andare oltre. Se hai bisogno ti posso dare il nome di uno psicologo. Pensaci se ritieni che possa servirti e fammi sapere.

  • Ci penserò.
  • Ritengo che abbiamo fatto dei grandi passi in avanti noi. Oggi durante l’esercizio ti sei lasciato andare completamente. All’inizio non era così, eri molto imbarazzato. Ho potuto lavorare con te, non sei un soggetto facile, ma quando ti affidi sei un grande esecutore, tra i migliori. Per questo siamo riusciti a fare dei progressi.
  • Si, sento anche io di esser migliorato in parecchie cose. Mi sento meglio.
  • Le volte che ci siamo visti ho cercato di non far cadere il discorso su tua moglie e sui ragazzi. Non l’ho fatto perché i tuoi problemi non sono importanti, voglio che lo sappia. Ho cercato di farti concentrare su te stesso. Attraversi un periodo molto difficile e delicato. Ho pensato che la cosa essenziale è che tu abbia la forza di affrontarlo. Ho cercato di rinforzare te, per quanto ho potuto. Quello che abbiamo fatto è farti prendere coscienza delle tue capacità, che sono enormi.

Per il resto, è evidente che tu sia vittima di alienazione. Su questo deve lavorare il tuo avvocato, per cercare di ristabilire un giusto equilibrio nella tua vita.

  • Ti ringrazio Katia, penso anche io di aver fatto molti progressi dal punto di vista emotivo. Mi sento molto più sicuro nel gestire le sensazioni.

Ho compreso quello che mi vuoi dire, e ci ho anche riflettuto su, tempo fa. Ho scritto qualcosa in proposito: per ogni soluzione c’è un problema. Ho usato un gioco di parole per dire che la soluzione a tutti i problemi è nel nostro modo di affrontarli.

  • Ah, sul tuo blog?
  • Si, lì. Ti ringrazio, e ti faccio sapere in un modo o nell’altro se decido di proseguire con uno psicologo.
  • Sono io che ringrazio te, perché ho conosciuto una grande persona. Hai tutti gli strumenti per risalire da queste difficoltà, grande cultura, una bella personalità e una forza emotiva che però devi imparare a tirare fuori. Io ho fatto fin dove ho potuto. Ciò non toglie che se hai bisogno ci possiamo sempre rivedere . Basta una telefonata.

Gli addii mi dispiacciono sempre un po’. Mi è sembrato come quando vai ad una festa con un amico e non conosci nessuno. Lui si allontana. In quel momento devi fare da solo, puoi farti prendere dal panico, rimanere ingessato o buttarti nella mischia tentando di attaccare bottone con qualcuno. Ti stampi un bel sorriso in faccia e vai, leggero.

Così ho fatto. Mi hanno fatto piacere le sue belle parole, la ho salutata pensando che un giorno magari ci torno. Chissà.

Stamattina mi arriva un messaggio da Angela, una mia amica.

  • Buongiorno Zio (mi chiama così)

Mi manda una foto della tifoseria di uno stadio, commentando.

  • Tuo figlio stamattina su Facebook.

Capisco che è andato allo stadio.

  • Vabbè. Rispondo con amaro.
  • Forse sarà andato allo stadio, scusa se te l’ho mandata, ma ti volevo informare.
  • Ok, hai fatto bene, Angela.
  • C’è anche un video ma non posso salvarlo.
  • Ok, si vede con chi è andato?
  • No, ha inquadrato la tribuna con canti, più o meno quello che vedi nella foto.

Prima o poi dovrei iscrivermi a Facebook, sono rimasto uno dei pochi. Mi hanno bloccato whatsapp, figurati se accetteranno una amicizia su Facebook!

Alla sconfitta purtroppo ci si assuefà. Non è come la vittoria. Dopo un po’ ti rassegni a perdere e capita che parti già perdente. Gliel’ho detto anche a Katia. Sto combattendo con questa abitudine alla sconfitta che non mi piace per nulla. I primi tempi, mandavo un messaggio e se non rispondevano mi incazzavo terribilmente. Certo, serviva solo ad aumentare l’accumulo di stress. Non ottenevo alcun risultato arrabbiandomi, ma era una reazione. Scaricavo.

Oggi mando un messaggio e so già che non mi risponderanno. Se mi rispondessero cadrei nel panico, forse. Neanche a giocare le due colonne al superenalotto sono così rassegnato. Non va bene.

Angela sa che ci sarei rimasto male, ma sarebbe stato peggio non saperlo. Era una cosa che avevamo fatto sempre insieme quella di andare allo stadio. Chissà con chi è andato. Sono nervoso, scrivo a mia moglie su Whatsapp:

 

  • Con chi hai mandato nostro figlio allo Stadio ieri?

Risponde rapidamente. Strano.

  • E’ andato con la scuola calcio, squadra, mister e presidente.
  • Lo sai che devi informarmi?
  • Lo sapevi come sai delle partite, me lo hanno detto caro e puoi informarti anche tu, da solo.
  • Non sapevo nulla.
  • Chiedere, vedere, senza che vieni solo a vedere le partite come uno spettatore.

 

Parlare con questa signora è davvero inutile, penso. I ragazzi non mi parlano e mi evitano da mesi e dice che mi dovrei informare. Ho fatto pure un gruppo con le mamme della scuola calcio su Whatsapp, pur di estorcere qualche informazione per tempo. Mi hanno accolto per compassione nel gruppo, forse. Questa settimana non son potuto andare agli allenamenti. Nessuno mi ha avvisato. Non posso pretendere che lo facciano sempre, avranno i loro problemi e sarà sfuggito. La mia situazione è talmente paradossale che credo sfugga pure alla loro forma mentis di persone normali.

Mi rendo conto che è uno sforzo immaginare un padre che non sappia nulla del proprio figlio e vada in giro elemosinando informazioni.

Replico:

  • Devi informarmi se acconsenti a qualcosa del genere. E’ un tuo obbligo e non lo hai fatto.
  • Lo sapevi, anche tu devi informare quando vai fuori e non lo fai.

Che stronza. Devo informare chi? Mi verrebbe da urlare! Lo sa che non mi rispondono, chi cazzo devo informare!!! Conto fino a dieci.

Lei continua, quando incalza è che ha la coda di paglia.

  • Comunque è stata organizzata con la scuola calcio e ci è andata tutta la squadra e tu lo sapevi non fare il furbo. Ho le prove di tutto questo e se volevi potevi chiedere anche tu a tuo figlio o a me. Piuttosto hai versato i soldi della chiesa per il piccolo? 30 euro.

La sconfitta stamattina mi pesa. Sento calore nel corpo, mi sale alla testa e non è calore positivo.

Avrei voglia di rompere qualcosa. Mi metto in auto, in silenzio. Vado in ufficio. Non c’è nessuno al sabato. Il mio ufficio è in un edificio alla zona industriale. Al sabato praticamente solo erbacce e cani randagi.

Entro dentro, tiro fuori un urlo forsennato e mi inginocchio. Sento una fitta forte allo stomaco e chino il capo.

Mi ricordo dell’esercizio che mi ha fatto fare Katia. Cerco di pensare di stare in riva al mare. La spiaggia è uno dei posti più belli per me come per tanti altri. Sembra che derivi dal fatto che sul bagnasciuga si incontrano i quattro elementi.

Il fuoco, fratello sole, l’aria, meglio se una brezza, la terra e l’acqua. E’ un punto di equilibrio, per questo motivo avvertiamo una sensazione di benessere.

Con il pensiero della spiaggia rimango un paio di minuti in ginocchio, con gli occhi chiusi.

Mi alzo, ma sono ancora incazzato nero. Vorrei prendermela con il mondo intero. Telefono al mister, amico dei miei suoceri.

  • Ciao
  • Ciao
  • Scusa se ti disturbo, ma ho saputo che ieri siete stati allo stadio con la squadra. Sai che purtroppo da mia moglie non ho informazioni, ma non usate informare i genitori quando ci sono queste iniziative?
  • Si, ma io che ne so che tua moglie non ti avvisa. Sai quanti genitori sono nelle vostra situazione?
  • Si, comprendo, ma che significa. Non occorre il consenso di entrambe i genitori quando fate queste cose?
  • Ma, sai, non mi occupo io di questo. Dovresti parlare con il presidente.
  • Si, ma tu sai la mia situazione, dovreste prendere l’abitudine di tenere informati entrambe i genitori quando ci sono queste cose straordinarie. Non sono un cretino, non pretendo che informiate tutti per l’attività di routine, ma pretendo che per lo straordinario venga informato.
  • Non so che dirti, parla con il presidente, questi discorsi sono fuori dalla mia portata.

 

Con gli imbecilli, non ci cavo nulla. E’ inutile insistere, penso. D’altra parte, non sarebbe amico dei miei suoceri.

 

Ho la bocca assetata di sangue ancora. Chiamo il mio avvocato. Mi risponde, ma mi stoppa immediatamente.

  • Ti richiamo io tra poco.

Quando serve è impegnato, mi dico.

Chiamo il presidente della società di calcio. In quel momento avessi avuto il numero, avrei chiamato anche il Presidente della Repubblica per dirgli che è uno stronzo, per come si comportano alcuni suoi connazionali!

Nulla, non risponde. Mando un messaggio.

  • Buongiorno, scusami se ti disturbo. Avrei bisogno di parlarti appena possibile.

Il mio avvocato mi richiama. Credo che capisca che sono furibondo, e tenta di rabbonirmi.

  • Ma secondo te, è legittimo che portino mio figlio allo stadio ed io non ne sappia nulla?

Non si può fare nulla? Li posso diffidare!

  • Sta calmo, cosa vuoi fare. La situazione è questa. Se lo avessi saputo non lo avresti mandato?
  • Certo che si, ma magari avrei deciso di andarci anche io, ti pare?
  • Si ma non ti conviene arrivare alle denunce, non serve a nulla. Parlaci, spiegagli meglio la situazione e chiedi di darti una mano. Se accade di nuovo, poi vediamo cosa fare.

Mi sento trattato come uno psicopatico e forse ha ragione.

Nell’esercizio Katia mi faceva immaginare un puntino trasportato dalle onde, in lontananza.

  • Si avvicina piano. Lo vedi?
  • Si lo vedo.
  • Bene fa che si avvicini lentamente fino a quando riesci a distinguere di cosa si tratta. Piano.

Taglio corto con il mio avvocato. Non mi ricordo se lo ho salutato. Spero di non avergli sbattuto il telefono in faccia.

Digito su google:

autorizzazione in caso di accompagnamento a manifestazioni sportive.

Ci sono le richieste di autorizzazione da fare agli enti in caso di manifestazioni sportive.

Certo, cosa vuoi che ci sia.

Riguardo la foto che mi ha mandato Angela stamattina.

Faccio una foto dei messaggi di risposta di mia moglie e gliela giro. Ho bisogno di parlare con qualcuno e di sfogarmi.

Dopo un po’ Angela mi risponde:

– E’ proprio stupida, certo che un po’ si è pentita di non averti detto nulla perché sa che in giudizio andrebbe contro di lei. E’ tenuta a dirti tutto, sei tutore quanto lei… se gli succedeva qualcosa?

Solo le donne possono capire quanto sono stronze le donne.

Hanno un codice tutto loro. Per quanto noi uomini ci sforziamo, la perfidia delle donne la avvertono da lontano solo le altre. Così come avvertono se c’è qualcuna che ha puntato il loro partner. Deve essere un sesto o un settimo senso che hanno in più. Sembrano i cani che avvertono in anticipo il terremoto e abbaiano.

Forse avrei dovuto scegliermi un avvocato donna.

  • Cominci a vedere l’oggetto che si avvicina?
  • E’ una barca, Katia. Un gommone.

–         Cerca di immedesimarti per bene nella situazione.

Guarda l’orizzonte. Cerca di sentire il calore del sole e la brezza del mare, rilassati, lascia andare gambe e braccia. Il gommone si avvicina piano trasportato dalle onde. Riesci a distinguere chi c’è sopra?

  • No, non ancora.
  • Fallo avvicinare un altro po’, piano.

Cosa sono venuto a fare in ufficio, che fisso il computer da un’ora e non ho concluso nulla? Spengo tutto e vado via. Prendo appuntamento con un amico per prendere un caffè, mi distraggo.

Intanto telefono a Ilario, il papà di un compagno di squadra di mio figlio.

  • Ciao Ilario.
  • Ciao, come va? Sempre in giro con tuo figlio?

E’ forte Ilario, sa quanto soffra della situazione, ma sdrammatizza sempre.

  • Certo, l’ho lasciato a casa per un po’, perché non mi lascia respirare!!! Sei andato alla partita ieri? Allo stadio?
  • No non sono andato, sono solo andato a prendere mio figlio all’autobus.
  • Io purtroppo non sapevo nulla, forse ci sarei andato.
  • Ah mi dispiace, mi è sfuggito di avvisarti.
  • Non ti preoccupare figurati.

So che mio figlio c’era.

  • Si è venuto in auto con il Mister.

Che stronzo, figlio di puttana. Se l’è portato in auto e nemmeno ha avuto la faccia di dirmelo. Ed io che cercavo grazia da lui.

  • Bene, puoi aprire gli occhi. Mi fa Katia.

Si è capito chi fosse a portare questo gommone?

– Katia, non c’era nessuno al timone. Andava da solo.

La roba

Ho passato due giorni a sistemare roba.

Mi sono stancato. Più della metà da buttare. Vecchie giacche, vecchie magliette consumate. Pantaloni che non utilizzerei più. C’è anche qualcosa da cui mi separerei molto malvolentieri, ma so che se la conservo, marcisce nell’armadio.  Hanno la mia impronta di tanti anni, oggi si ricongiungono a me. Qualcosa che non metto le regalo a qualcun altro. Rivivrà magari.

Non ho mai capito perché mia moglie accumulasse la roba senza disfarsene mai.

Ogni tanto riuscivo a bypassare il suo sguardo vigile e fare qualche sacco di roba vecchia per donarla ai poveri. Il più delle robe, lei le imbustava e le riponeva in anfratti dell’armadio sormontati da roba nuova. Era diventata talmente brava nel conservare che l’armadio sembrava aver acquisito delle volumetrie inaspettate con il tempo. Una specie di armadio Barbapapà. Rovistare per cercare qualcosa equivaleva a una dichiarazione di guerra.

Aveva un controllo su tutta casa, peggio di un SS. In tutti questi anni mi sono sentito ospite.

Se ero a cercare qualcosa, dopo 5 secondi piombava da dietro con una scusa qualsiasi per vedere cosa stessi facendo. Era così con me, ma anche con i ragazzi.

A volte scampavo la ronda, ma se ne accorgeva uguale. Non le sfuggiva praticamente nulla.

  • Cosa sei stato a fare nella cabina armadio oggi pomeriggio?

Quella era la cosa che mi dava maggior fastidio. Come se avessi una telecamera puntata addosso.

Il più delle volte trovavo un modo per non rispondere:

  • Il bagno era occupato ed ho pensato di farla tra le robe, c’era cattivo odore?

I ragazzi ridevano, lei non si scomponeva per nulla, anzi… partiva con la filastrocca.

  • Tu non fai un cazzo tutto il giorno, vieni a casa e ti metti a rompere i coglioni a chi lavora. Non sono la tua schiava!

Una cosa che non sopportavo era la sua volgarità a tutti i costi, davanti ai ragazzi.

Cercavo di riparare sempre con un po’ di ironia:

  • Ragazzi, è una fortuna che la mamma sia madrelingua francese. Sarà un vantaggio per voi quando frequenterete la Sorbona.

Novanta su cento è andata così, una decina di volte le ho risposto a tono ed è finita in rissa.

I ‘’coglione, fallito, ricchione’’ piovevano come polpette.

E’ stata tosta. Al quarantesimo coglione le rispondevo con un ‘’deficiente’’. Poi il silenzio. Qualche volta durava anche una settimana. Non era una vendetta la mia, era come se mi rintanassi per lenire le ferite dell’orgoglio.

A volte mi urlava a pochi centimetri dal viso. Mi provocava. La spingevo in là con le mani. Continuava, dicendo che non mi dovevo permettere a toccarla neanche con un dito.

Mia madre è morta che avevo 18 anni. Non le ho mai sentito dire una parolaccia. Non era laureata all’Università degli Studi come mia moglie. Conosceva la vita, la laurea di mamma l’aveva presa sul campo, con quattro figli. Aveva fatto la terza media, da ragazza la parrucchiera. Era sempre sorridente e portava dei grandi orecchini. Erano la prima cosa che indossava al mattino. Prima gli orecchini, poi il sorriso. Tra sorriso e orecchini scintillava. Una volta le dissi io ‘’vaffanculo’’. Avevo 14 anni. Ci rimase talmente male che non mi permisi mai più ripetere la cosa. Ancora oggi provo un piccolo senso di colpa per questo.

A volte penso che gli studi costituiscano un alibi per violenza e volgarità. Quasi che un avvocato violento commetta uno scivolone perché stressato, un operaio violento invece, è un vero delinquente.

Si è decisa a mollare l’osso finalmente. Dopo 8 mesi sono riuscito ad entrare in possesso della gran parte delle mie cose.

La ho minacciata di non passarle più un euro ed il mio avvocato ha fatto una pec al suo, sollecitando la cosa. Più che la mia minaccia credo sia valso il sollecito del suo legale e di quelle anime nere della madre e della sorella. Il commento sarà stato:

  • non sta bene che ti presenti all’udienza e non gli hai restituito le sue robe. Sarebbe un punto a suo vantaggio.

Al sabato:

 

LEI: Siamo senza soldi non ce la facciamo ai ragazzi servono anche i soldi per uscire per piacere grazie.

IO: Mi rispondono al telefono se hanno bisogno, prego.

Se pensi che sia un bancomat hai sbagliato

Imparino l’educazione, prima, poi escono. Altro che paghetta.

Li accompagno io a scuola, agli allenamenti, così risparmi benzina.

Se devono uscire mi dicono dove vanno e con chi.

Io dovrei dare la paghetta e dei ragazzi che non mi rispondono al telefono e non mi dicono cosa fanno e con chi stanno? Hai sbagliato indirizzo.

LEI: Sono due ragazzi splendidi ed educatissimi. Lo sanno e dicono tutti, dai professori agli amici e dai genitori degli amici. Ragazzi così splendidi non ci sono e non ti permetto di offenderli ancora. E’ un continuo, ecco anche perché con te non vogliono venire. Fatti un esame di coscienza tu che sei il padre.

IO: Cambia indirizzo per il bancomat

LEI: Stammi bene

IO: Continua cosi

LEI: Doveri si chiamano

IO: Ci sono i diritti anche di padre che tu stai calpestando.

LEI: Non sai che dire per coprire i tuoi sbagli, offese.

IO: Settimana prossima non potrò darti nulla.

LEI: Stai attento

IO: Ho bisogno delle scarpe che non mi dai.

Ne ho tre paia a casa

E’ un peccato doverle comprare

Ma fai come credi

LEI: I tuoi figli non hanno vestiti e nulla dovrò vendere ciò che c’è allora a casa

Ti preoccupi di te

IO: Fai come ritieni

LEI: Fattele regalare tu da chi ti ha rovinato così

IO: I miei figli mi chiamano o rispondono alle mie chiamate se hanno bisogno

Li ho appena chiamati, nessuna risposta, come succede da mesi. Il piccolo ha anche respinto la chiamata. Questa è l’educazione che gli dai. Evidentemente non hanno bisogno. Saluti

LEI: Forse non ti sai far amare e l’educazione la hai data anche tu ma già tu sei perfetto e non sbagli mai peccato che sai solo accusare ciao.

 

Al lunedì non verso soldi.

 

Lunedi :

LEI: In casa di tuo non c’è più nulla e tutto nel garage di fronte al nostro, quello comune. Per favore puoi lasciare le chiavi e il telecomando del garage e del cancello grazie.

IO: Domani vado a vedere.

 

Martedì mattina sono entrato nel box. E’ stato strano tornare a casa. Ho approfittato dell’assenza di tutti. Mia moglie a lavoro al negozio del fratello, i ragazzi a scuola. Non volevo incontrare lei, ormai mi da il voltastomaco e non volevo che i ragazzi mi vedessero portar via le robe. Oddio, non li vedo da tempo, ma meglio non in questa circostanza.

Apro la basculante del box che ho in comune con mio fratello. Sono circa le 10 del mattino. Non sono riuscito a portar dentro l’auto. Sarebbe stato comodo caricare le cose dal box in auto, direttamente. Il pulsante del cancello esterno però, dopo otto mesi di inutilizzo, non funziona più. Saranno le batterie.

Vicino c’è il canestro dove giocavo a basket coi ragazzi. Il senso di vuoto è stato come quando vai in visita ad un cimitero, pieno di cose che non saranno più. Il silenzio intorno ci metteva il carico.

Mi toccherà uscire la roba a mano e farmi un bel pezzo di strada con i pesi.

Ce n’è una montagna. Sotto, dei borsoni vecchi, sopra, appoggiate alla rinfusa, il resto delle robe.

Rimango qualche secondo ad osservare il mucchio. E’ una vittoria, ma le fini, anche se vittoriose, le festeggi sempre con un po’ di malinconia. Ho fatto una piccola breccia nel muro, comincio a portare via qualcosa da casa. Poi ci saranno i ragazzi, penso.

Mi maledico per non aver cambiato le batterie al telecomando, sarà una fatica portare tutte le robe su, attraversare il cortile e portarle in strada dove c’è l’auto. Varrebbe la pena andare a comprare una batteria nuova al telecomando, ma ho voglia di andarmene presto. Meglio sbrigarsi, si riducono le possibilità di incontrare qualcuno e dare spiegazioni di circostanza, che odio. E’ un orario perfetto le 10. Non passa quasi mai nessuno. Sono tutti fuori per lavori o per commissioni.

Nel silenzio tombale del condominio faccio una decina di viaggi. La schiena è a pezzi. Man mano che porto via le cose, le riconosco. Quanti anni son passati. Molta roba la regalerò, è immettibile. Provo un po’ di vertigine per il tempo passato.

Mi viene da dire alle mie cose:

– Dai scappiamo, prima che torni qualcuno!

L’auto scoppia.

Prima di chiudere il basculante do una occhiata in giro. Guardo le bici, guardo se c’è qualcos’altro che mi appartenga. Non ho visto nei borsoni e nelle buste, mi pare che non mi abbia reso gli orologi.

Prima di abbassare, un sospiro. Forse non ci entrerò più in quel box. Ne ho avuti tanti di addii nella vita. Col tempo ho imparato bene a distinguere un addio da un arrivederci.

E’ una capacità che si sviluppa dopo i quarant’anni. Prima dei quaranta in ogni addio non c’è mai la consapevolezza del ‘’mai più’’. Dopo i quaranta, la consapevolezza diventa una patina che ti porti addosso, una cartina di tornasole che ti fa capire se ci sarà un’altra volta o meno. Sbagli raramente.

Durante il viaggio ho sperato di non incrociare polizia o carabinieri, mi avrebbero tolto la patente.

La macchina è colma a tappo. Ho delle robe anche sul cambio. La mia visuale è poco più di 90 gradi. Se facessi un’ incidente, sai che divertimento per mia moglie?

I tedeschi questo compiacimento malevolo lo chiamano Schadenfreude. Mi è sempre piaciuta come parola. Amo quando le altre lingue hanno un termine che noi riusciamo a rendere solo con un giro di parole. Non c’è un termine italiano, è traducibile con il ‘’gioire delle disgrazie altrui’’.

Ridevo da solo pensando alla sfiga di darle uno Schadenfreude!

E’ il momento in cui l’Italiano mi pare arranchi e per questo gli voglio più bene.

Arrivo a casa di mio padre, in campagna. Posso mettere l’auto vicino alla stanza che occupo, che da direttamente sull’esterno con una porta a vetri. In pochi secondi scarico tutto nella stanza.

Sto sudando. Do una sbirciatina alle robe un po’ più approfondita. Ci sono giacche che hanno più di dieci anni. Mi ricordo perfettamente il periodo in cui le indossavo. C’è l’abito del matrimonio, le scarpe della laurea.

Ho la sensazione di una camminata sulla sabbia di prima mattina. Ti giri e vedi le tue impronte sul bagnasciuga ed è come se ti seguissero per raggiungerti da lontano. Ogni passo ha il suo segno. In poco ricordo esattamente da dove sono arrivato, passo dopo passo le mie impronte mi si riavvicinano.