Il peccato originale

Ieri mi chiama il mio amico fraterno Francesco. Non è il mio avvocato nella separazione, mi dà comunque consigli da amico e da avvocato.

  • Te ne posso raccontare una?
  • Si dimmi.
  • Ero in centro, vicino ad una farmacia. Avevo la piccola in braccio. Sono arrivati i tuoi suoceri.
  • Ah che culo! Giornata fortunata allora.
  • Ahahaha… aspetta, che è bella questa. E’ uscito dall’auto tuo suocero. L’ho salutato e mi ha risposto a denti stretti. Poi, mi sono accorto che c’era tua suocera in auto. Era proprio lì, davanti a me.

I miei suoceri Francesco lo conoscono benissimo. Anzi, mia moglie la conobbi tramite lui. Adesso che ci penso mi ha rifilato diverse sole nel tempo. E’ una delle cose che devo rinfacciargli.

Amicizia è quando puoi dare a qualcuno colpe delle tue disgrazie senza che se la prenda a male. Ti scarichi un po’ e poi ci ridi su con lui. Chi ha molti amici ha pochi sensi di colpa.

  • Che è successo?
  • Nulla, l’ho salutata e non mi rispondeva. Faceva finta di essere intenta a gestire il telefono. Io mi sono sbracciato, ma nulla.
  • Che pretendevi? Non sai com’è?
  • Aspetta, ti dico, non è finita.
  • Ah!
  • Dopo un po’ è arrivata mia moglie con il piccolo.

Roberta, la moglie di Francesco è stata alunna di mia suocera che insegnava in un liceo.

  • Finalmente ha abbassato il finestrino. Pensavo mi salutasse. Invece ha detto ‘’ saluto solo lei!’’ Riferito a mia moglie.
  • Ahahahaha … fantastica. E tu?
  • E io rivolto a mia moglie ho detto: ‘’Roberta, saluta solo te! Hai capito?’’
  • Ahahahaha… che imbecille. Ma si può? E perché poi?
  • Che ne so. E’ tua suocera, se non lo sai tu! Odia te e per la proprietà transitiva dell’odio, odia anche me.

Francesco è colpevole di essere mio amico fraterno. A casa di mia moglie la colpa è tutto.

Mia suocera non si smentisce. Questo episodio mi ha fatto toccare con mano tutto il suo livore. Ho avuto netta la sensazione di vedere la punta di un iceberg.

Lei è un iceberg, non che sia di ghiaccio. Anzi, parla talmente tanto che lo scioglierebbe col fiato un iceberg. E’ un iceberg perché i nove decimi di ciò che pensa sono sommersi e pericolosi. Chissà che discorsi avranno sentito i miei ragazzi in tutti questi mesi. E’ una donna subdola e infelice.

Subdola perché non agisce mai frontalmente ed è attenta alla convenienza, mai spontanea.

Non avrà mai detto ai ragazzi frasi del tipo:

  • Ragazzi, non parlate con quel pezzo di merda di vostro padre.

No, così mai. Mia suocera non dice parolacce, a colmare il gap provvede la figlia ahimè. Mia suocera lavora di fino, cesella.

Avrà detto:

  • Ragazzi, state vicino alla mamma. Lei è buona, brava e corretta. La stanno facendo soffrire (impersonale). Mi raccomando, fatelo per la nonna che vi vuole tanto bene.

Il tutto, mettendo fuori un musetto a cuoricino e voce da poverella.

Quando ero in casa e assistevo a queste scene mi sembrava di essere al cabaret. Adesso che ne pago le conseguenze, rido un po’ meno.

La felicità di un uomo è molto legata alle sue capacità relazionali. Più capacità si hanno, più possibilità ci sono di essere felici in mezzo agli altri. Lei non ha amiche, nemmeno una.

La sua vita sociale pare sia terminata quando ha scoperto che mio suocero scopasse le sue amiche. Per lo meno sedicenti amiche. Non è proprio amicizia così. Con una, sembra lo abbia proprio colto in flagrante.

Da quel giorno ha cessato di vivere Lei, ha cessato di vivere Lui.

Da allora Lui non fa un passo senza di Lei. Li chiamavo ‘’prendi due paghi uno’’ o ‘’kikì e kokò’’. Forse nemmeno al cesso va più da solo. Se penso a mio suocero mi sento stretto nei vestiti.

Non è un uomo perspicace né affascinante. Piuttosto rozzo nei modi, aveva dalla sua buone fattezze fisiche. Era quel che si dice un bell’uomo. Lo è tutt’ora per la sua età. Insegnava in un istituto tecnico ed i suoi studenti mi raccontavano che si è dato parecchio da fare con le colleghe. Alcuni favoleggiano di storie con studentesse. Ma si sa, i ragazzi, specie gli adolescenti, fantasticano.

Dopo l’episodio della flagranza di reato si è accucciato buono buono alla moglie. Credo che sia stata la condizione per non essere sbattuto fuori da casa. L’oro in famiglia lo aveva portato lei con una eredità. Certo, con mia suocera alle calcagna ventiquattrore al giorno, se fosse riuscito a farla nuovamente fessa, sarebbe stato da premio della giurìa o almeno da menzione speciale.

Mia suocera è alle sue costole tutto il giorno e tutti i santi giorni dell’anno. I giorni sono santi perché lei si sente una santa donna. Cristo è morto in croce, lei ha tollerato il tradimento. Siamo lì come levatura.

Effettivamente sono rimasti insieme, ma ogni giorno lei gli ricorda il suo sacrificio come se dicesse messa. Ogni giorno non è un modo di dire, è proprio ogni giorno, se non più volte al giorno. Lui prende questa bella comunione come una pillola della pressione.

Ogni occasione è buona per la liturgia. Se a lui scappa una risata per esempio, lei lo redarguisce immediatamente dicendogli:

Ridi ridi tu, che lo sai fare bene. Lo sanno tutti che sai ridere, vero?

Ogni frase, ogni battuta finisce con un richiamo al tradimento subìto, diretto o indiretto.

Le allusioni sono costanti e mi ricordano molto quelle di Marlon Brando nel padrino.

Tra noi della ‘’famigghia’’, non c’è bisogno di parlare… ci capiamo.

Eppure mi sarebbe piaciuto che lei un giorno gli avesse detto davanti a tutti: ‘’tu, brutto stronzo, ti sei scopato la vicina di casa!’’ Invece no, lo chiamava uccel di bosco, canterino, ballerino, pisellino accompagnato da risata isterica e amara. Lo ha fatto almeno per i quindici anni che li ho frequentati.

Non ho mai capito come si possa vivere in una simile situazione. Anche ad essere credenti, per l’inferno si può aspettare dopo esser passati a miglior vita. Cercarselo in terra è una perversione. Il volto dell’uomo infatti, è deturpato dal supplizio. Le sue rughe sono afflosciate verso il basso, come tutte le altre parti del corpo visibili. Quelle non visibili, immagino anche. Mia suocera lo sta uccidendo lentamente facendogli pagare la colpa ogni giorno con interessi elevatissimi. E’ una usuraia della colpa, roba da film dell’orrore.

Il tradimento ha segnato tutta la famiglia.

Mia moglie era convinta che avessi un’ amante già al secondo giorno di matrimonio.

In realtà non l’ho mai tradita fin tanto che abbiamo avuto rapporti. Non l’ho tradita per anni dopo anche. Mi saziavo di figli e lavoro. Non era vita però, non quella che volevo per lo meno. Mi stavo snaturando e altrettanto penso succedesse a lei.

Traditori poi si nasce, secondo me. Per un traditore seriale il piacere è istantaneo. Il godimento è un picco di piacere breve e intenso. Per me il vero godimento è la somma infinita di tanti piccoli bei momenti. E’ una condizione di benessere prolungata. Il picco ti soddisfa al momento ma ti lascia la sete, come un bicchiere di coca cola.

Tra me e mia moglie il rapporto, senza la minima complicità, si inaspriva sempre più. Aumentavano le sue parolacce di pari passo con i miei silenzi.

Se un giorno leggerà questo blog si metterà un po’ l’anima in pace, forse.

Anzi, le lancio un messaggio nella bottiglia:

‘’Tutte quelle che pensavi fossero state mie amanti, non lo sono state’’.

Sempre che prenda per buono ciò che scrivo.

La convinzione che avessi altre donne e non glielo confessassi l’aveva persuasa che fossi un bugiardo. Mi dava del bugiardo ormai per tutto, anche se le avessi detto di non aver trovato un detersivo al supermercato . E’ una roba tremenda non essere creduto per ogni cosa che dici. Più era futile il motivo della presunta bugia, più ci rimanevo male.

Ha trasferito questo anche ai miei ragazzi. Tra le cose che mi hanno ferito di più in questi mesi è sentirmi dare del bugiardo da mio figlio. Ancora mi brucia.

Non ho mai avuto bisogno di raccontare bugie per fortuna ed è una cosa che non mi piace affatto.

La gelosia ha segnato anche mia cognata. Lei, nonostante questa cicatrice familiare, si è andata a trovare il più grande seduttore della città. Lo ha scoperto una volta con un’altra donna in casa. Il chiavistello della porta ha fatto sì che i fedifraghi potessero rivestirsi.

Mio cognato Bernardo, oltre ad essere un grande seduttore, è un uomo molto ricco. Come fai a non perdonarlo. Concedevano i papi le indulgenze, non vuoi che lo si faccia nel nostro piccolo? La simonia è una pratica sempre di moda, non mi piace, ma non mi sento di biasimarla. Il moralismo lo considero peggio.

La ricerca della colpa è uno dei pilastri della famiglia di mia moglie. Ho sempre pensato che il senso di colpa sia un modo per darsi addosso e vivere infelici. Per loro trovare il colpevole è un modo di scaricare un po’ della loro infelicità.

Segnali che tutto non fosse a posto li ho ricevuti un giorno in maniera inequivocabile.

Avevo preso un cane per i ragazzi. Un labrador. Era servito a sbloccare la paura per gli animali dei miei piccoli.

Sono cresciuto in mezzo agli animali, mia moglie ne aveva un sacro terrore invece. I miei figli avevano ereditato da lei questa fobia. Ho una foto con la mia testa nella bocca di un pastore tedesco con cui giocavo da bambino e con cui mi spartivo il sonno. Non potevo vedere che i miei ragazzi mi saltassero in braccio alla vista di un cagnolino. Mi venne in mente di prendere un cane. Dovevo sparigliare in qualche modo.

Dopo un paio d’anni di vita da balcone, decidemmo di trasferirlo nel giardino di mia suocera. Mia moglie non voleva che entrasse in casa. Lì si sarebbe fatto compagnia con una cocker e sarebbe stato più libero.

I primi tempi, dopo il trasferimento, continuavo a portarlo in giro per una passeggiata. Una volta anche in campagna da mio padre. Avevo anche dimenticato il fatto.

Purtroppo, dopo un po’ di tempo, il cane si è ammalato di leishmaniosi.

Tornai a casa e mia suocera mi annunciò il problema. Ovviamente, come in uso nella famiglia, non era importante discutere della malattia e della eventuale cura per la povera bestia. L’importante era definire la colpa.  Come aveva potuto il cane ammalarsi in una casa così perfetta e con lei che non ha eguali nella gestione di tutto? I pappataci sono banditi da quella casa così come i peccati. Come se la leishmaniosi si prendesse solo in ambienti sconsacrati.

Fu facile per mia suocera. Sentenziò infatti:

  • Il veterinario mi ha detto che il cane la leishmaniosi l’ha presa quel giorno, due anni fa, in campagna da te.

A quel punto avevo diverse strade:

  • chiamare la neuro;
  • dare un nobel al veterinario che probabilmente sarebbe stato pronto a qualsiasi dichiarazione pur di togliersela dai coglioni;
  • fare finta di nulla e coglionarla sulla falsa riga del veterinario.

Scelsi come mi capitava spesso la terza opzione:

  • Ah, però. In gamba questo veterinario. Ha individuato anche il nome e cognome del pappatacio infetto oltre l’indirizzo?
  • Scherza scherza, il problema è serio.

Lo so bene che il problema è serio, il tuo è serissimo, pensai.

Se pensassimo a riconoscere i desideri nostri e degli altri piuttosto che le colpe, saremmo tutti più felici.

 

 

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Il Dispiacere

Ho dato corso a tutti i consigli, cercando di prendere il meglio, rielaborare e fare il meglio.

Almeno quello che io ho ritenuto essere il meglio.

Avevo detto a mia moglie che all’ora di pranzo avrei portato i ragazzi al dentista.

Il piccolo non lo vedo dal giorno della sua cresima. Sta facendo gli esami di terza media. Gli mando gli in bocca al lupo via SMS. Non risponde mai.

Il più grande da una settimana lo porto al mattino alla scuola guida. Si sta aprendo lentamente. Va sempre un po’ meglio. Qualche giorno fa gli avevo detto che avrei portato entrambi a pranzo fuori dopo il dentista, o se avessero voluto, a comprare qualche cosa di vestiario.

Sembrava dovesse essere una bella giornata. Ero un po’ agitato. Sono 10 mesi e due giorni che non sto con loro a pranzo.

Nelle giornate così faccio sempre la barba con più precisione del solito e metto una camicia bianca. Il bianco mi fa sentire più luminoso.

Volevo stare messo bene per i miei ragazzi.

Prendo il grande e in auto mi dà due brutte notizie.

  • Il torneo in Calabria non si fa più.

Avrebbe dovuto fare un torneo nel Weekend e sarei andato a vederlo giocare.

  • Ah, coma mai?
  • Non so, ieri ce lo ha detto il Mister, all’allenamento.
  • Devo farmi ridare i soldi?
  • No, aspetta. Sta vedendo se ne facciamo un altro.
  • Ah, e quando sarebbe?
  • La settimana successiva.
  • Mi piacerebbe vederti. Ma oggi pranziamo insieme?
  • No, non possiamo dobbiamo mangiare prima del dentista.
  • Ah, peccato. Ma possiamo andare a comprare qualcosa.
  • No ci vado con i miei amici domani se mi dai i soldi.
  • Aspettiamo i saldi allora.

Devo aver fatto una smorfia.

Il dispiacere, quando arriva, è sempre sotto forma di smorfia.

Lascio il più grande alla scuola guida e, mentre sono in auto, mi arriva un messaggio del piccolo.

A volte penso che siamo noi a tirarci dietro le brutte cose. Mi succedeva ogni tanto quando studiavo in Università. Se fossi stato ben disposto accadeva che il professore mi chiedesse proprio l’argomento che avrei voluto dire. Se fossi stato impaurito, accadeva l’esatto contrario. Come se la mente dell’interlocutore captasse il mio pensiero.

Stamattina ero agitato effettivamente, ma avevo messo su la camicia bianca. Non pensavo andasse male. Mi porta bene in genere. Sentirmi luminoso mi aiuta molto. Nonostante il bianco esterno, forse il mio stato d’animo era di colore opposto. Non saprei proprio. Ci avevo messo tutto me stesso stamattina per incoraggiarmi. Avevo richiamato tutte le energie in soccorso.

Il messaggio del piccolo:

  • Al dentista vado con la mamma.

E poi voglio andare in Grecia. Perché non posso?

 

Non si è fatta attendere. Mia moglie aveva provveduto immediatamente a informare i ragazzi che ”quello stronzo del padre non volesse che loro andassero in Grecia”.

Mi fermo lato strada. Leggo, rileggo. Guardo fuori, c’è molta luce, ho difficoltà a tenere gli occhi aperti. Forse è il dispiacere che mi chiude gli occhi. Dopo la smorfia, il dispiacere ti fa abbassare le palpebre.

  • E’ una emergenza questa? Ho bisogno di aiuto, ma non so se è una emergenza.

Mi dico.

Lorenza, la dottoressa del Centro di mediazione stava per partire in ferie. Mi aveva dato la sua disponibilità a contattarla in caso di emergenza.

La lingua italiana è troppo sfumata. Quello che è emergenza per me può essere una cazzata per un altro. Mi da fastidio disturbare la gente. Fatico a tenere aperti gli occhi però, il dispiacere in arrivo deve essere proprio tanto. Forse è una emergenza, meglio chiamare.

Le racconto quanto accaduto. Mi sgrida.

  • Cosa ti aspettavi da tua moglie? Te lo avevo detto! Non sai che il mondo funziona così (alzando la voce)?
  • Lo so Lorenza, nutrivo una piccola speranza…
  • Ahhhh ….Mi verrebbe di gridare! Cerca di usare la cosa a tuo favore. Invita il piccolo a parlarne e poi gli dici che troverai un accordo con la madre. Hanno bisogno di essere rassicurati.

La ringrazio per i consigli, è stata molto gentile.

Anche se ti danno una mano, col dispiacere ti senti anche un po’ solo e scoperto. Ti viene una sensazione di freddo in genere. Col dispiacere è come se avessi una febbriciattola.

Scrivo al piccolo:

  • Perché non ci vediamo e mi dici? Con la mamma troviamo senz’altro un punto d’accordo.

Silenzio.

 

Mi guardo la camicia bianca. E’ strano come a seconda dello stato d’animo il bianco che riflette la luce possa essere scintillante o accecante, creare senso di piacevolezza o fastidio. Dipende da quanta ombra fa l’anima, forse.

 

Scrivo un messaggio alla madre.

  • I ragazzi mi dicono che li accompagni tu al dentista? Confermi?
  • Devono mangiare prima perché dopo non possono e poi il piccolo vuole che venga io, ci vediamo alle 13,15.
  • Se non c’è bisogno non vengo proprio allora.

Sono risentito perchè per l’ennesima volta si mette in mezzo.

  • Intanto è un modo per riavvicinarti al piccolo, poi non ho i soldi altrimenti disdico. Mi versi i soldi altrimenti.
  • Riavvicinarmi a lui? e lo accompagni tu? Non puoi dirgli che lo raggiungi dopo? Non capisco perché lo debba accompagnare tu. Veramente non capisco.
  • Ma vuole così, è già agitato per gli esami, ma abbi pazienza. Allora devi venire oppure devo disdire? Fammi sapere.
  • Agitato per un controllo ai denti? Ma quando mai? Anche il grande lo accompagni tu? Pure lui agitato? Se il piccolo è agitato, rimanda il dentista. Lo accompagnerò dopo gli esami. Oggi passo e prendo il grande.
  • Ma che dici ?! Devono controllarlo.
  • Se è agitato lo controllano dopo gli esami. Non cambia nulla.
  • Comunque se il tuo problema sono io, peggio per te. I miei figli vogliono che venga al dentista e io verrò. Se tu non vuoi venire, fai come credi.Per il resto parla con tuo figlio che lo vedi tutte le mattine. Ti faccio arrivare la fattura del dentista.
  • Io pago il 50%. Le spese mediche si dividono. Dovresti agevolare il rapporto con me, potresti evitare di venire.
  • Sei tu che non sei in grado, altrimenti verresti oggi.
  • Ma io vengo, dovresti essere tu a lasciarmi un po’ col piccolo.
  • Guarda che non ho problemi io, è il ragazzo che non vuole per ora, ma se non ti fai vedere e sentire da tempo, che vuoi da me.
  • Ma scusa ma che dici. Ma se non mi rispondono mai. Anche dire ai ragazzi che non voglio che vadano in Grecia è testimonianza di un modo di fare infantile. Che motivo c’è? Cerca di maturare, stai facendo del male ai ragazzi. Li uccidi così.
  • Hai detto di no ad una vacanza che per loro è importante dopo un anno duro e faticoso e a cui loro tengono e lo sai. Se lo fai per ripicca, fai male, placa la tua rabbia nei miei confronti e pensa al loro bene.
  • Sono gli adulti a discutere e prendere delle decisioni. Coinvolgere i ragazzi per metterli contro di me è una bassezza. Nessuna ripicca. I ragazzi, per mandarli fuori, ho bisogno di sentirli a telefono e sapere che fanno. In queste condizioni non sto per nulla tranquillo. Con queste cose non si scherza.
  • Nessuno fa bassezze. Fa comodo a te crederlo per non ammettere le tue colpe. Ma vedremo cosa dirà il giudice. Buon Lavoro. Io sono reperibile comunque, caro. Se hai problemi a venire al dentista figurati, ma è peggio per te. Impara il rispetto per la madre dei tuoi figli e placa il tuo rancore e fatti un esame di coscienza. Forse vedrai qualche risultato invece di ricattare e dire bugie.
  • Non ho alcun problema. Mi sarebbe piaciuto stare un po’ solo con mio figlio. Ma temo sia utopia. Non capisco a che ricatti ti riferisci, smettila con questa parola che me la ripetono anche i ragazzi.
  • Ma che dici?! Loro la dicono a me e poi è evidente in tutto quello che fai e che dici forse se qualcuno esterno te lo spiegasse sarebbe meglio. Ciao, Buona giornata. Non ho tempo da perdere io.

Eppure avevo la camicia bianca oggi.

Ripenso a tutti i consigli che mi hanno dato in questi giorni. Mi dicono tutti di pensare solo ai ragazzi. Non dovrei negare il viaggio.

Il dispiacere lentamente ti vuota la testa anche.

In questo momento la mia testa è vuota di miei pensieri. Mi fanno male anche le gambe.

Il dispiacere agisce anche sui quadricipiti femorali.

Dopo un po’:

  • Se ritieni di partire in Grecia coi ragazzi fallo pure. Sappi che il non sentirli e saperli lontano accrescerà il mio stato d’ansia. Cercherò di sopportarlo, se loro è questo che desiderano . Se mi facessi scrivere e rispondere da loro forse sarebbe meglio. Siete in sei e c’è un solo uomo. Se tu ti senti di assumerti la responsabilità, fai pure. Ricordati che i ragazzi non vedono il nonno da mesi e non gli rispondono  al telefono . È una vera barbarie che stai avallando . Ti prego di non usare la parola ricatto coi ragazzi perché spesso la hanno ripetuta a me. Non ho mai ricattato nessuno. Ci vediamo al dentista, così faccio il mio in bocca al lupo al piccolo per gli esami. Domani sarò fuori per lavoro. Ciao

 

  • Cerca si smetterla di parlare di accuse e barbarie sappi che hai stancato di offendere e accusare te l’ho già detto. Sappi che tutto sarà messo agli atti e verificato per il resto fatti tu un esame di coscienza te l’ho gia detto e ti prego di limitarti a dare solo una risposta ai messaggi e non considerazioni personali che saranno giudicate da chi di competenza per il resto ci vediamo dal dentista.

 

  • Perché dirmi che ricatto e sono un bugiardo non è una offesa? È un tuo complimento?

 

Vado al dentista. Lascio perdere le liti con mia moglie. Oggi penso di aver chiuso. Non otterrò nulla. Mi faccio trascinare sul suo terreno e non serve a nessuno se non a lei e al suo livore.

Non ci sarà un seguito.

Il dispiacere serve anche a questo. Ti mette il peso giusto per toccare il fondo.

Arrivo al dentista. Non ci sono ancora, li aspetto in sala di attesa. Dopo un po’ arrivano. Metto fuori il mio miglior sorriso. Mia moglie è avanti, il resto della truppa è dietro. Saluto mia moglie, non risponde. Saluto il piccolo che è secondo, testa bassa e dice un ciao. E’ come me in questo, non ce la fa a non ricambiare un saluto. Saluto il grande. Al mattino mi sta salutando sempre. Stavolta non risponde, si uniforma alla madre.

Deglutisco.

La sala d’attesa è piena. I posti a sedere sono occupati. Vorrei parlare col piccolo ma ha la testa nel telefono e una donna seduta accanto. Aspetto un po’. Viene chiamata proprio la donna che è accanto a lui, si libera il posto. Con uno scatto anticipo tutti e mi siedo.

  • Ciao, come stai? Sei teso?
  • Non risponde.

Gli accarezzo la guancia con l’indice.

  • Ehi!

Purtroppo si alza e se ne va.

A volte il dispiacere dopo che ti porta sul fondo, ti fa anche scavare.

I presenti che hanno guardato la scena, mi guardano. Mia moglie raggiunge il piccolo e gli dice di stare calmo e tranquillo. Il più grande anche lui è seduto ed ha la testa nel telefono.

Mi alzo, vado alla reception e chiedo di pagare il conto. Almeno faccio qualcosa.

Dopo un po’ chiamano mio figlio più grande e il piccolo prende il suo posto sulla poltrona. Mia moglie è sempre nella stanza come se dovesse vigilare.

Mi avvicino a lui e mi piego, seduto sui talloni.

  • Ehi, non vuoi proprio salutarmi?

Fa di nuovo per alzarsi e andarsene.

  • No, stai tranquillo. Non ti disturbo. Rimani seduto.

Gli dico poggiandoli una mano sulla spalla.

Mi avvicino a mia moglie a bassa voce:

  • Ma scusa, non vedi che se ci sei tu diventa tutto più complicato? Neanche il grande mi parla ed al mattino quando siamo soli lo fa.

Lei prende il telefono dalla borsa, armeggia con quello. Sento un bip. Mi avvicina il telefono reggendolo in mano.

Ha cominciato a registrare.

Il piccolo la guarda. La guarda anche un’altra donna che è nella stanza.

  • Ripeti pure queste accuse che stai dicendo. Allora cosa dicevi? La mia presenza ti complica le cose? Ripeti dai!

Mi chino su mio figlio. Gli do un bacio sulla testa.

  • In bocca a lupo per gli esami. Papà domani è fuori per lavoro. Ti voglio bene.

Il dispiacere dopo che ti ha fatto scavare il fondo, ti strappa il cuore.

Domani però rimetterò una camicia bianca. In questi mesi ho imparato a farle veramente bianche. Prima a mollo, con il detersivo a mano per una notte. Bio presto dice mia zia, non altri. Al giorno dopo in lavatrice con un goccio di aceto.

Bianche e profumate.

 

 

 

Il gorgo

 

Mi hanno spostato l’udienza. Una bella posta certificata mi annuncia che l’udienza è stata rimandata dal 14 luglio al 18 luglio. Non potrò simulare la presa della Bastiglia la cui ricorrenza è il 14, speriamo di conquistare altro. Al 18 non mi pare si ricordi qualcosa di importante. E’ il mio personale gioco con la paura e con la scaramanzia. Mi piace cercare dei riferimenti importanti nelle date. In genere gli slittamenti di udienze avvengono di settimane, se non mesi. Quattro giorni sono davvero pochi. Mi sono ripromesso di verificare se lo spostamento riguarda tutte le cause del giorno o solo la mia.

Rifletto su ogni commento che ricevo, respiro le sensazioni di chi mi scrive. Per me è molto importante conoscere un punto di vista neutro. Alcuni mi chiedono il permesso di esprimere una opinione. Mi verrebbe da dire:

  • Ma come! Hai perso del tempo a leggere le cavolate che scrivo! Fai di me quello che vuoi!

A volte ho la sensazione di annegare nel gorgo della situazione. Mi dà sicurezza il parere di qualcuno che legge ed esprime una opinione. Mi sembra una mano amica che mi aiuta a uscire fuori dal risucchio.

Con il blog ne ho sto avendo tante di mani tese. Qualcuno ha la foto sul profilo, riesco a farmi una idea del tipo di persona che mi scrive. Mi incuriosiscono tutti. Do una sbirciata ai siti di ognuno, cerco di ricostruire una identità. Mi piacerebbe conoscere persona per persona.

Trovo blog neutri, qualcuno molto intimo e personale. Alcuni strani, c’è della gente davvero particolare in giro!

Alcuni dichiarati con nome e cognome, sempre che siano veri, alcuni con nomi di fantasia, come me. Anche se per me Paperino è come dire fuocherello.

Scrivere mi sta aiutando molto, è un impegno che mi allontana il bisogno.

A volte quando mi capita qualcosa di cattivo, penso a come poterlo raccontare e mi distraggo.

E’ molto intimo il momento in cui uno sta con i propri pensieri. C’è disponibilità a raccontare. Anche se sono in ufficio, mi sento come se fossi tornato a casa, mi fossi messo in abiti più comodi e finalmente scalzo. Togliere le scarpe e le calze è una liberazione dall’oppressore. Ogni giorno una festa per l’indipendenza per me.

Sto usando questo blog per raccontare la mia storia. Man mano che la data della prima udienza sia avvicina sale anche la tensione e aumentano i vortici del gorgo.

Di buono c’è che è il periodo dell’anno che prediligo questo. Adoro il caldo e la luce. Non chiudo mai le tende di notte e al mattino, mi piace svegliarmi con la luce che mi acceca. Sono uno dei pochi che lascia l’auto al sole, per godere del volante che scotta quando ci entro.

Se non ho ospiti in auto che ne morirebbero, lascio anche i finestrini chiusi per una trentina di secondi. Mi prendo tutto l’effetto sauna.

In questo periodo, i vignaioli lo sanno, si tolgono le foglie più giovani delle viti, quelle alte. Si fa la cimatura. Si ottengono due risultati:

  • si assicura maggior nutrimento al frutto che le foglie giovani ruberebbero. Il vino prenderà più zucchero.
  • l’acino per proteggersi dal sole fa più strati di buccia. Come facciamo noi che ci abbronziamo. Nella buccia ci sono gli strati nobili che rendono il vino buono.

Farò la cimatura anche io per il diciotto di luglio, taglierò i capelli più corti e nell’attesa mi lascio nutrire dal sole e dalla luce.

Per la battaglia è il mio terreno ideale. Mi auguro che il 18 luglio ci siano 40 gradi così muoiono tutti i nemici. Dalle nostre parti non è così difficile, il sole spacca davvero le pietre.

La tensione non mi fa dormire bene di notte. Anche in questo il blog mi sta aiutando. Mi sveglio e rimango a leggere per un’oretta, spesso i commenti ai post. Leggo e penso.

Molti che hanno commentato i miei post si sono espressi con termini di condanna per mia moglie e per la sua famiglia. Si sono schierati al mio fianco. Sono stato piuttosto pesante nel descriverli, mi sono sfogato.

Ho cercato di rendere le cose per quello che sono però. Rimane una mia visione. Non ce ne sarebbe bisogno ricordarlo forse, ma lo faccio lo stesso. Mi fa stare in pace. Andrebbe ascoltato il punto di vista dei miei bersagli per avere un quadro completo.

Questo blog non è proprio anonimo. Per cinque, sei persone, Paperino sono proprio io. Mi dicono che ciò che scrivo corrisponde a ciò che avviene. Mi fa pensare che nonostante la rabbia non abbia perso la lucidità. Un giorno se i miei ragazzi leggessero quanto ho scritto forse non avranno sdegno. Non ho inventato nulla.

I miei amici mi rimproverano per essere troppo poco reattivo nei confronti delle cose che subisco. Non riesco ad attaccare se di mezzo ci sono i miei figli. Ogni volta che faccio qualcosa penso sempre a loro. A cosa potrebbero pensare, ai danni che potrebbero ricevere. Di questo passo li ho allontanati.

Lorenza del centro di mediazione me lo ha detto:

– Come vuoi che cambino le cose se non cerchi un diversivo? Ad avere un atteggiamento costante non ricavi nulla.

Ultimamente mia moglie si era un po’ tranquillizzata con le invettive nei miei confronti. Sembrava quasi calma. Tanto è che avevo nutrito la speranza che avesse trovato qualcuno, un fidanzato o amico. Anche mia cognata che lavora con me, sono quindici giorni che al mattino mi saluta, si rivolge quasi con antica familiarità.

In un primo momento ho pensato che l’avvicinarsi della udienza in tribunale le stia riconducendo a miti consigli.

E’ stata sicuramente una sua concessione quella di accompagnare mio figlio alla scuola guida. Dopo mesi di spalle girate, silenzi e mancate risposte ha accettato di farsi accompagnare da me in auto. Piano piano si sta aprendo. Dai monosillabi del primo giorno è passato a dirmi qualche parola.

Al telefono continua a non rispondere.

Gli avevo promesso di non affrontare i nostri problemi durante il viaggio da casa alla scuola guida. Zitti Zitti gli avevo scritto. Sto tenendo fede alla parola data. C’è anche paura: paura di perdere quel che ho riconquistato con tanta fatica, paura di fargli del male e paura della paura. Se non vuole parlare con me della situazione è perché non vuole soffrire suppongo. Io glielo sto concedendo. Per ora mi basta tenerlo quei cinque minuti sul sedile accanto. Gli offro ogni giorno la colazione ma mi dice sempre che l’ha già fatta.

Stamattina era assonnato, si è svegliato tardi mi ha detto. Aveva i due vortici di capelli in testa più ritti del solito. Me lo guardo bene dalla testa ai piedi in quei cinque minuti. Penserà che sono diventato uno scanner. Ci sono molti silenzi, provo con tanti argomenti ma dopo un po’ è dura se hai di fronte un monosillabo. Oggi sono riuscito a interessarlo. Siamo passati davanti ad un edificio e:

  • Vedi questo edificio?
  • Si
  • Tanto tempo fa era una pesa pubblica. Qui intorno c’erano gli stabilimenti vinicoli. Arrivavano i camion, misuravano il peso dell’uva. Il camion passava pieno e poi vuoto sulla pesa, una bilancia gigante. Dalla differenza tra peso a vuoto e peso a pieno carico ricavavano il peso del frutto. Il dato era ufficiale per il pagamento.

Non ha detto una parola ma ho visto i suoi occhi attenti. Si è anche girato a guardare fisso l’edificio. E’ stato bello, mi sono sentito di nuovo padre per un attimo.

Lorenza, al centro di mediazione mi ha detto che devo cercare di impostare un nuovo rapporto. Devo assolutamente trovare il modo di parlare con mio figlio, non lasciare che tutto filtri attraverso le parole di sua madre. Ci sto provando, forse prendendola un po’ troppo alla larga ma c’è la situazione, c’è la rabbia, c’è l’adolescenza.

Annaspo in realtà, è vero che ottieni risultati quando termini le scuse. Le mie sono solo scuse.

Venerdì un messaggio di mia moglie che mi ha chiarito molte cose e dato una risposta ai comportamenti positivi e sue concessioni.

Quando il diavolo ti accarezza, vuole la tua anima. Così è il proverbio ed il diavolo si è palesato su whatsapp:

  • Colgo l’occasione per dirti che Alberta (sua sorella) e Bernardo (mio cognato) hanno invitato in Grecia i ragazzi come regalo per la cresima e la promozione. Siccome loro ci tengono molto e per non cambiare le abitudini visto che sono abituati a fare le vacanze insieme ogni anno e visto che non avrei altre alternative economiche quest’anno credo sia giusto che andiamo pertanto ti farò sapere l’eventuale data.
  • Mi dispiace ma non sono d’accordo. I ragazzi non vedono il padre da mesi, non rispondono al telefono né al padre né al nonno e tu pensi alle vacanze con loro?

La improvvisa distensione era per rabbonirmi e strappare il mio consenso. Dovevo immaginarlo che nulla era per nulla. Io il consenso l’ho negato, è stata una risposta di istinto.

Lorenza dice che ho sbagliato . Avrei dovuto trovare una alternativa. Il no senza alternative rinnova il muro contro muro che schiaccia i ragazzi. Le ho promesso che ci avrei riflettuto su.

Mi sono stancato di non contare nulla però. Sono mesi che non esisto. Dovrei accettare anche che facciano le vacanze dove e come dicono loro? E’ questo il loro bene?

Mi sono stancato anche di provare a pensare che il loro bene coincide con il mio. Una volta tanto posso pensare a stare bene anche io e vedere che succede.

Tra le altre cose finiranno il viaggio in Grecia e poi toccherà ai nonni materni portarli in vacanza. Ogni anno li portano in vacanza in un villaggio in multiproprietà dove i ragazzi si divertono molto effettivamente, è pieno di loro coetanei. Va bene anche quello, figuriamoci , potrei mai dire di no al divertimento dei miei figli?

Papà magari lo vedranno l’anno prossimo, se si comporta bene. Il nonno, se campa.

Vorrei tanto trovare il bandolo della matassa e uscire dal gorgo.

La mia fede diversa

 

Ogni tanto entro nelle chiese, mi piace l’odore. Mi piacciono più le piccole delle grandi. E’ formidabile quanto l’atmosfera possa rendere privato uno spazio aperto a tutti. E’ la sensazione di casa in uno spazio comune. Mi piace entrarci quando non c’è funzione religiosa, per via della maggiore intimità. Non nutro fede ahimè, mi piace vedere il sorriso di chi la ha . Mi crea un senso di benessere vedere un uomo che sta bene. Vedere la luce negli occhi di un credente quando parla di Dio, mi sazia.

Ho avuto una educazione religiosa, ho fatto il catechismo per la Comunione e la Cresima. In realtà per me è stato come un prolungamento della scuola dell’obbligo. Si andava a scuola e si andava al catechismo. Al sabato si giocava anche nel piazzale della chiesa. Mi muovevo in un percorso tracciato. La mia indole scalpitava.

In casa mia c’era rispetto per religione e la religiosità in genere, non si praticava. Si è sempre rispettato tutto ciò che è sacro a dir la verità.

Sacro era certamente il lavoro. Si rispettava la fatica altrui come se si fosse di fronte alla liquefazione del sangue di san Gennaro. Guai a disturbare chi lavorasse!

Allo stesso modo si rispettava il riposo di chi aveva lavorato.

Sacro era il più debole. Ridere delle disgrazie altrui poteva significare la fustigazione immediata.

Sacro era il tempo. Si utilizzava come adesso si fa con l’acqua , il gas e la corrente elettrica. Con giudizio perché costava. Eravamo in sei in casa. Uno slittamento di dieci minuti al mattino poteva causare un ritardo di due ore nella cena. Più o meno come i ritardi di un volo in un aeroporto. Si creava un effetto domino.

Non ho mai visto i miei andare a messa se non per particolari cerimonie. Mio padre, uno degli uomini più laici che abbia mai conosciuto, ma l’ho scoperto da adulto.

Al secondo anno di catechismo, tornai a casa e annunciai a mia madre:

  • Mamma, io non credo in Dio.

Vidi sul suo volto disappunto e preoccupazione.

Avevo parlato con disinvoltura come sempre, solitamente non vedevo turbamento sul suo volto. La cosa mi bloccò. Devo aver detto qualcosa di grosso pensai.

  • A si? Come mai?
  • Non lo so, non sono convinto. Come mai qua Dio e là Maometto? E poi a che mi serve questo catechismo?

Mia madre non replicò, ebbi un sottile dispiacere. Certi miei discorsi la stranivano a volte, difficilmente la vedevo turbata.

Alla sera sentì che ne parlava con mio padre. Quando qualcosa la agitava, aspettava a sera mio padre. Lo aspettava in casa ma era come se stesse alla finestra in attesa, fremeva.

Appena arrivato, mio padre andava nella stanza da letto per cambiarsi. Lei lo seguì e gli disse:

– Tuo figlio mi ha detto che non crede in Dio.

Feci in tempo a sentire solo la prima frase, il resto del dialogo posso solo immaginarlo, perché dopo questa frase mia madre chiuse la porta della camera da letto.

Quanto avrei dato per avere questa complicità con la madre dei miei figli.

Al giorno dopo, mio padre entrò nella mia stanza mentre facevo i compiti .

La cosa non era usuale per me, quando accadeva era perché c’era qualcosa in pentola. La visita ufficiale del capo mi piaceva molto. Mi faceva sentire più grande.

Non ricordo bene tutto il dialogo, ma il succo lo ricordo perfettamente.

– Prima di farti una opinione su qualcosa, la devi conoscere. Se non conosci, su cosa ti fai una opinione? Finisci il catechismo, a quel punto la tua potrà essere una vera opinione.

Mio padre mi trattava da adulto da quando avevo cinque anni. Le sue frasi erano rare   all’epoca. Erano inappellabili, come inappellabile è una legge non scritta. Il dialogo forse è stata una scoperta delle generazioni successive. Credo sia stato inventato dopo la tv a colori per scomparire nell’era degli smart phone.

Fu il mio primo approccio critico alla fede comunque. Provavo a vedere diverso.

Forse una volta Dio l’ho incontrato. Un mio compagno di scuola perse il fratello più piccolo, poco più che adolescente. Era in campeggio con gli amici e morì per un attacco di asma, in tenda. Una cosa tremenda.

Andai ai funerali. La morte di un figlio è la più dura prova a cui la vita può sottoporre un uomo. Deve essere una roba che ti schiaccia fisicamente. Se Dio esiste davvero, deve aver inventato questo supplizio per ucciderti lasciandoti in vita.

Trovai il padre e la madre del ragazzo in chiesa. Erano sorridenti, cantavano con i palmi delle mani aperti, rivolti al cielo. Avevano gli occhi gonfi di lacrime, ma sembrava che ringraziassero. Emanavano luce.

Lo sguardo sempre verso una grande finestra in alto, dietro l’altare.

La cosa mi toccò nel profondo. Ebbi una sensazione di disagio fortissima dovuta alla potenza e alla bellezza di quanto stavo vedendo. C’era un misto di timore anche. Stendhal deve aver provato qualcosa di simile. Non riuscì nemmeno ad avvicinarmi per dare le condoglianze. Mi sembrava di insozzare un’opera d’arte.

Avevo perso dei cari anche io, i miei palmi non erano rivolti in su, avevo i pugni serrati vicino al corpo accartocciato.

Anche nel dolore si può essere diversi pensai.

Auguro a tutti di avere un figlio. E’ l’emozione più violenta di una vita, per lo meno della mia. Io non ho assistito al parto, era un cesareo e sono un po’ fifone. In passato i papà non assistevano ai parti, perché cambiare . Trovai questa scusa con me stesso, questa volta non mi convenne essere diverso. Durante il parto ero in attesa in un corridoio di un piccolo Ospedale, paralizzato dall’ansia mentalmente e fisicamente. Credo fossi seduto da qualche parte e c’erano fratelli, zii, cognati, suoceri. Mi chiamarono:

  • E’ nato, E’ nato!

Sapevo già che fosse un maschietto dalle ecografie. Avevo già deciso di dargli lo stesso nome di mio padre e strappato il consenso di mia moglie. Una piccola presentazione tra me e lui c’era stata. Ogni tanto avvicinavo la mano alla pancia di mia moglie e sentivo arrivare un calcetto proprio in quella direzione! Facevo un sobbalzo ogni volta, mi sembrava spavento ma era batticuore di innamorato. Una cosa incredibile che in una pancia possa esserci una vita che tira calci con quella precisione.

Mi fecero entrare in una saletta con i parenti più stretti. Mi guidavano, credo fossi completamente rincoglionito. Non c’era molto spazio. Nella stanza una finestra larga un metro circa con una tendina bianca. Nulla di più. Non capivo bene cosa dovesse accadere, c’era solo l’agitazione di tutti quelli che erano con me che aumentava. L’ansia altrui moltiplicava la mia che già non si teneva. Non ero poi tanto preparato sulle procedure.

Mentre guardavo le facce emozionate di tutti i presenti, la tendina di fronte a me si aprì. C’era una infermiera che teneva una cosetta piccola e raggrinzita tra le mani.

La sollevò in alto, le grinze della pelle si distesero per un attimo.

Era colorito e piangeva. Questa volta si aprirono verso l’alto anche i miei palmi delle mani come se istintivamente chiedessi di passarmelo, ma c’era il vetro.

Quanto è stato bello quel momento, lo ho ancora negli occhi. Credo di aver trattenuto il respiro per un po’. Dopo mi hanno riferito le uniche parole che abbia pronunciato :

– Eccolo, Eccolo, Eccolo

Non servono tante scuole, corsi e preparazioni. Padre lo diventi in una frazione di secondo, appena vedi tuo figlio per la prima volta.

Ho incollato le mani e la faccia al vetro. Sentivo chi mi stava intorno come se avessi ovatta nelle orecchie. Ero concentrato sulla bellezza, non ne avevo mai vista tanta.

Avevo studiato la perfezione dell’Universo a scuola, mi aveva rapito la sua complessità senza imperfezioni. Mi mancava qualcosa. La semplice complessità dell’universo e la semplice complessità di una vita hanno un unico filo conduttore, la bellezza.

La bellezza è quello cosa che è capace di turbarti, sconvolgerti e confonderti.

Credo che chi ha sposato una fede,  la bellezza l’abbia trovata. Io la cerco ancora invece.

Per il resto sono convinto che duemila anni fa è vissuto un grande uomo.

Lanciava un messaggio diverso, potente e bello. Scosse e sovvertì il mondo. Un giorno mentre parlava alla sua gente disse:

Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.

Beati gli afflitti, perché saranno consolati.

Beati i miti, perché erediteranno la Terra.

Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.

Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.

Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.

Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.

Beati i perseguitati a causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.

Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.

Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli.

 

Non congiungo le mani per pregare e non guardo il cielo.

Se passasse davanti a me però, toglierei il cappello e mi inginocchierei.

Up and Up

 

Parto dal mio ufficio alla zona industriale.

Entro in auto come se fossi al primo appuntamento. Al mattino avevo fatto la barba per bene dedicando un po’ più di cura al contropelo. Nessun graffio . Come diceva mia madre, ho la pelle d’asino. Potrei fare la barba anche con la motozappa.

L’auto fa schifo. Da quando mi sono separato è peggio del solito, un po’ ufficio, un po’ spogliatoio, un po’ deposito. Meno male che ho smesso di fumare.

Faccio cinque sei metri in retromarcia. Mi fermo, torno indietro. Perdo qualche minuto a rassettare. Che deve pensare mio figlio? ‘’Papà è sciatto’’?

Il pensiero va ai festeggiamenti del giorno prima. Il fatto di passare a prendere mio figlio mi aveva riacceso e molti mi hanno detto:

  • Stai coi piedi per terra.

Ho fatto i conti senza l’oste, forse. E se oggi non mi vuol vedere più? Scaccio via il pensiero come si fa con una mosca.

Non ho avvisato Katia. Di questa piccola apertura ho avvisato tutti tranne che lei.

Le mando un messaggio, le farà piacere avere notizie. Ma anche se non le facesse piacere, fa piacere a me dargliele.

Ho vinto la timidezza anni fa, anche se la partita è ancora aperta tra me e lei.

La timidezza ti fa perdere due volte. La prima perché perdi una occasione o più di una. La seconda, perché non fare ciò che vorresti , ti crea frustrazione. Due a zero. Risultato secco.

  • Ciao Katia, oggi vado a prendere mio figlio da casa e facciamo delle commissioni. Grazie di tutto 🙂

Dopo qualche minuto:

– Caro, vorrei farti vedere il mio sorriso ora, dopo aver letto il tuo messaggio! Sono davvero contenta per te, grazie, se hai bisogno chiamami.

Ok, per ora tutto bene.

Vedi? Con un sms hai pareggiato una partita destinata alla sconfitta. Mi dico.

Avevo ricevuto un in bocca al lupo da molti, mancava lei all’appello. Mi aveva seguito nella prima fase. Avrò altri difetti, la riconoscenza so bene cosa è, la ho nel sangue.

Rimarrò povero. Se sei riconoscente tanto prendi tanto dai. La somma algebrica della riconoscenza è zero. Povero ma felice come si suol dire.

Si va al bagno di emozione, emozioni come se piovesse oggi. Alzo la musica in auto:

Per uno strano caso, up&up dei coldplay:

Fixing up a car to drive in it again

Searching for the water

Hoping for the rain

Up and up

Up and up

Sistemo la macchina per guidare ancora

Cercando l’acqua Sperando che piova

Su su, dai

Su su, dai

E’ incredibile come la musica si appiccichi agli stati d’animo e alle situazioni a volte.

Up & Up mi ricorda molto mio figlio.

Spesso gioca da centrale in difesa, detta i tempi al suo reparto. Quando c’è da ripartire urla sempre ai compagni:

  • Su, Su Dai.

Quanto mi piace sentire urlare il capitano!

Sono venti minuti dall’ufficio a casa. La strada non la faccio da un bel po’, mi sono disabituato. Mi viene un bel magone. Tanti ricordi.

C’è l’auto di mio suocero fuori da casa. Te pareva. Questi cani, una ciotola di cazzi loro, mai! E’ la tensione che mi provoca un rigurgito di rabbia. Magari è passato solo per fare una cortesia.

Telefono a mio figlio. Squilla, ma non risponde. Mando un sms: sono fuori, esci?

Scaccio ancora la mosca di prima. Risponderà.

Eccolo. Bermuda, maglia, scarpe da tennis. Un figo mio figlio.

Quando ero a casa scherzavo con entrambe. Facevano qualche porcheria o si comportavano da cretini, mi alzavo in piedi, mi battevo forte il petto con le mani e gridavo:

  • Si! Si! E’ mio figlio! Sono il padre! Simulavo orgoglio per le porcherie che facevano.

Ridevamo.

Lo facevo per scherzo ma sono stato sempre orgoglioso dei miei ragazzi. Mi piacciono.

Ogni volta che lo vedo mi pare sempre più grande.

Entra in auto e toglie le mani dalla tasche.

  • Ciao!

Non risponde. Cominciamo bene.

Metto in moto e mi dirigo verso la scuola guida. Prendo il fascicolo con la documentazione da preparare.

  • Vedi? Ci vogliono foto tessera, codice fiscale, visita medica, versamenti. Vediamo di fare il più possibile stamattina. Intanto direi di fare le foto tessera. Le hai a casa?
  • – No, non credo.

Ha detto la prima parola dopo mesi! Non credevo che la burocrazia potesse sciogliere i sentimenti!

  • Ok, allora andiamo alla stazione, lì so che c’è una macchina per farle.

Ha risposto. Il No gli è uscito con una fatica boia, ma è uscito.

  • Ho visto che avete vinto il torneo domenica.

Ancora silenzio. Mi ricordo della promessa: Zitti Zitti. Non riesco a trattenermi e poi zitti zitti forse era riferito ai nostri problemi non ‘’ al più e al meno ‘’ !

  • Hai giocato a centrocampo o in difesa?
  • Un po’ e un po’.

Parla. La testa è verso il finestrino, dall’altra parte.

Non fa nulla che siano due parole, per me è come fare una fila di due ore per prendere un autografo da una star. Lui oggi è la mia star.

– Dove hai visto la partita ieri?

– Alla scuola calcio.

Penso e ripenso a cosa posso dire per coinvolgerlo. Alzo un po’ la musica, magari si rilassa.

Rimetto il cold play, up & up. Mi piace molto.

Trying to empty out the ocean with a spoon

Up and up

Cercando di prosciugare l’oceano con un cucchiaio,

Su Su, dai

Già… vuotare l’oceano con un cucchiaio. La vita è una impresa.

  • Forte la squadra che avete battuto in finale?

– Si

– Mi hanno detto che hai tirato il rigore in finale. Dopo che da piccolo ne sbagliasti uno non volevi tirarne più, ora ci hai preso gusto vero?

Silenzio.

Angels in the marble waiting to be freed

Just need love

Angeli nel marmo che aspettano di essere liberati

Hanno solo bisogno d’amore

Vorrei fargli una carezza e liberarlo. E’ impietrito dal suo orgoglio. Ne ho avuto tanto anche io alla sua età. La vita poi ti colpisce duro. Se non impari a essere plastico ti spezzi.

Arriviamo in stazione. Usciamo dall’auto e ci dirigiamo verso la macchina per le foto.

Io cammino avanti, lui mi sta due passi dietro. Non vuole starmi accanto.

Faccio finta di nulla e procedo.

Entra e si siede sullo sgabello rotante. Chiudo la tenda poi faccio capolino con la testa.

  • Ti serve una mano?
  • No

Sento che si sitema. Da fuori gli dico ridendo.

  • Ou! Cerca di fare una bella faccia che questa foto ti rimane a vita sulla patente!

L’altro giorno, al centro di mediazione Lorenza mi aveva detto:

  • Non ti parlano perché ti colpiscono dove sei forte.
  • Si effettivamente la dialettica non mi manca.
  • Esatto, loro inconsciamente lo sanno e sanno che se andate su quel campo te la danno vinta. Ora non vogliono.

Up and Up

Saying We’re gonna get it, get it together

Su Su, dai.

Dicendo, Riusciremo, riusciremo a riprenderci

Già, dicendo… forse riusciremo a riprenderci. Devo riuscire a sbloccarlo un pochino. Qualche parola, almeno qualche altra parola.

Lo porterò alla scuola guida e poi all’ufficio postale a pagare i bollettini dei versamenti. Ci sarà coda ed avremo un altro pochino di tempo.

Entriamo alla scuola guida, c’ero stato già il giorno prima.

Avevo fatto come i giocatori che scendono a testare il campo prima della partita. Volevo che tutto fosse perfetto per il mio principe.

C’è la moglie del titolare che ci riceve con calore. Mio figlio ha un muso lungo fino a terra. Guardiamo gli orari ed opta per frequentare al mattino. Cerco di fare il simpatico, per cortesia verso il calore ricevuto. Compenso l’atteggiamento di mio figlio. Facendo la media tra me e lui, la sensazione generale potrebbe essere quasi normale!

Ci mettiamo di nuovo in auto.

Vedo i suoi piedi che ormai sono piedoni.

  • Quanto fai di piede ora?
  • 43
  • Hai il mio piede ormai.
  • Anche se adesso sembra stia crescendo il mio, sai? Prendo il quarantaquattro anche. Pare che con l’età il piede perda la curvatura e quindi si distenda e si allunghi.

Silenzio.

Tra me e me:

  • Argomento del cacchio effettivamente. Mi metto a parlare di ortopedia! Non riesci proprio a trovare qualcosa di più divetente? E meno male che la dialettica è il tuo campo. A volte vorrei picchiarmi fortissimo.

All’ufficio postale mi lascia praticamente da solo a fare la fila, se ne sta in disparte a guardare il telefono. Quanto mi piacerebbe che mi parlasse, che mi dicesse del suo dolore. Ho fatto una promessa però. Zitti Zitti. Mi accontento di guardarlo.

How can people suffer how can people part

Yes I wanna know show me how to heal it up

Quanto le persone possono soffrire quanto le persone possono dividersi

Si voglio saperlo mostrami come guarire

  • Finito, visto? Manca solo il certificato medico ora e le copie dei tuoi documenti personali.

Ancora silenzio.

Riprendiamo l’auto. Siamo alle strette finali.

  • Hai bisogno di qualcosa? Vorresti andare a comprare qualcosa?
  • Mi devo comprare le scarpe.
  • Andiamo adesso?
  • No ora ho un impegno, se puoi, lasciami i soldi, le compro dopo.
  • Ah, va bene.
  • Poi dovrei fare un torneo di calcio, dovrei pagare l’iscrizione.
  • Ah che bello! Dove?
  • In Calabria, il 24, 25 e 26 di giugno.
  • Caspita una bella trasferta.
  • C’è il nuovo allenatore?
  • Si
  • Come sono gli allenamenti? E’ meglio del vecchio?
  • Si
  • Va bene, andrò alla scuola calcio e pagherò il torneo.

Magari vengo a vederti in Calabria.

Stiamo per arrivare a casa. Non sono state tante le parole, La fila è stata lunga ma alla fine l’ho preso l’autografo della mia star.

Esce dall’auto.

  • Ci sentiamo? Se hai bisogno di essere accompagnato o preso dalla scuola guida, ti ci porto volentieri!

Silenzio.

Se ne va.

Up & up & up

Fixing up a car to drive in it again

When you’re in pain

When you think you’ve had enough

Don’t ever give up

Su Su, dai.

Sistemo la macchina per guidare ancora

Quando stai soffrendo

Quando pensi di averne avuto abbastanza

Non ti arrendere mai

 

Su su, dai. Musica per le mie orecchie.

 

Zitti Zitti

Non so cosa succederà domattina. Ma oggi sono troppo felice.

  • Va bene se vengo alle 10,30 domani mattina?
  • Mi devi comprare da amazon questi libri che mi hanno dato da leggere. Per le vacanze estive:

900 – Baricco

Le vittorie imperfette – Poddi

Ciò che inferno non è – D’avenia

Il sentiero dei nidi di ragno – Calvino

Se questo è un uomo – Levi

Cose che nessuno sa – D’avenia

E’ inutile dire che è stato necessario sedermi .

  • Belli. Li prendo. Se vuoi andiamo a Torino alla scuola di Baricco anche. Ci facciamo fare una dedica.
  • Che hai deciso per domani?
  • Vengo ma per ora non voglio parlare

Mi fai sapere quale è la scuola guida?

  • No, non parliamo. Zitti Zitti.

Ne vediamo un paio, scegli quella che ti piace.

Per prima vediamo quella dove siamo stati insieme a novembre.

 

Avrei voluto aggiungere: riprendiamo da dove ci eravamo lasciati …figlio mio.

L’ho comunicato ai miei amici più stretti … rido da stamattina…. Tutti  dicono di stare coi piedi per terra… e lo faccio… vado a comprare il piombo però.

Un abbraccio a tutti. Verrei da casa, uno per uno.

Stasera mi ubriaco…. e forza Italia.

 

 

 

 

 

 

Il nuovo finale

Mi trovo fuori città per lavoro. E’ qualche giorno che dormo male, l’ansia non mi molla. Quando sto così ed ho la possibilità di farlo, cammino. Adoro camminare, soprattutto nelle città che non conosco. Mi sembra un bel modo per perdersi pur sapendo esattamente dove mi trovo.
Mi piace molto osservare la gente. Guardo più la gente che guarda le vetrine che le vetrine. Di un posto mi piace capire come ci si vive . Se posso, ogni tanto mi fermo in un bar e attacco bottone con qualcuno. Meglio all’estero. La diversità di lingua scarnisce il discorso, lo fa denso di contenuti e privo di frasi di circostanza. Il bar è il posto migliore per prendere informazioni e sentire gli umori della gente. Mi rilassa respirare l’umanità piuttosto che stare a prendere il sole a bordo piscina o in riva al mare. Oddio, bello anche quello, ma di contorno.
Il quattordici di luglio si avvicina. Il giorno in cui mia moglie finalmente avrà sangue per la sue sete di giustizia, il mio. Così si aspetta per lo meno.
Ho l’impressione che si attenda di dimostrare al mondo quale farabutto io sia. Il mondo e il giudice probabilmente non si allineeranno alle sue ragioni. Non sono un farabutto, questo è certo. Sono uno con cui lei non va d’accordo. Ma per lei è la stessa cosa.
Non ho idea di cosa accadrà. Ho cercato di informarmi con chi ha maggiore esperienza di me in queste cose, avvocato, psicologa, amici già separati. Ho fatto una bella collezione di confusione. Nulla di più.
Forse sono solo io ad essere confuso. Qualsiasi cosa mi dicano serve solo ad aumentare il mio disordine mentale sull’argomento. La mia testa non accetta più informazioni, è satura.
Lorenza del centro di mediazione mi avrà spiegato una decina di volte cosa potrebbe accadere. Ma va che me lo ricordi? Mi verrebbe di schiaffeggiarmi quando sto così.
Una cosa è certa. Visto che presumibilmente qualsiasi decisione presa in tribunale non sazierà mai la fame di giustizia di mia moglie, ci sarà da trovare un colpevole.
Gli strali della famiglia verosimilmente si scaglieranno su avvocato di parte o giudice per la mancata sentenza capitale. O un po’ e un po’, salomonicamente. E’ gente equilibrata in fin dei conti!
Per quanto mi riguarda, cesserà questo filo di ansia che mi percorre il sottopelle, forse.
Non ho fiducia che il giudice riesca a cambiare qualcosa. Vivo col privilegio del dubbio, fa nulla che mi produca ansia. E’ una grande fortuna.
Il giorno del giudizio sta incidendo sui comportamenti di mia moglie e dei suoi familiari. Lentamente si stanno rendendo conto che il fatto che non veda i ragazzi non va proprio a loro favore, qualsiasi giustificazione adducano. Mi sembrano tanto quelli che tentano di rimettere a posto in fretta dopo aver messo a soqquadro una stanza.
Aveva già cominciato mio cognato, in occasione della cresima di mio figlio a dirmi che anche sua moglie (sorella della mia) si stava adoperando affinché i ragazzi mi rispondessero ai messaggi e si riaprissero in qualche modo.
Ho avuto un senso di fastidio. Non per lui, è l’unico che si è mostrato vicino a suo modo.
– brutti pezzi di merda che non siete altri, e nei 10 mesi precedenti dove eravate? Perché solo ora? La strizza del tribunale?
Lo pensai solamente purtroppo.
D’altra parte un pentimento è sempre un pentimento. Da sempre i pentiti se la passano meglio delle vittime. A me comunque interessa il risultato, il resto va nell’indifferenziata.
Così è successo il miracolo.
Dopo mesi, mio figlio più grande mi ha risposto ad un sms, e lo ha fatto senza polemica o scortesia.
A novembre aveva compiuto quattordici anni. Dopo gli esami di terza media conclusi con un bel 10 e lode, gli avevo promesso in regalo uno scooter. Era d’accordo anche mia moglie. Lo abbiamo avuto entrambi alla sua età.
Lo scooter l’ho preso, ma all’epoca scatenai una delle sue reazioni più violente.
Non era arrabbiata perché avessi preso il ciclomotore e per le preoccupazioni relative, incidenti etc. Lo avrei compreso di più. Tanto tranquillo non lo sono nemmeno io.
Era arrabbiata perché fossi io a comprarlo. Vedeva in questo un tentativo di comprare la benevolenza mio figlio, ai suoi danni. Come se la benevolenza del ragazzo potesse essere una roba da spartire. Se me ne viene una fetta a me, ne perde una lei.
Era il primo periodo, quando ancora non si era assicurata il controllo della situazione. I ragazzi ancora li vedevo anche se già pochissimo.
Di fatto il ragazzo si sentì talmente mortificato dalle tensioni che ci furono che proprio in quei giorni smise completamente di parlarmi.
Lo scooter l’avevo ormai acquistato. L’ho conservato nel garage di un amico da novembre scorso. Periodicamente vado a metterlo in moto. Qualche volta faccio un giretto dell’isolato per non rovinare la batteria.
Ogni volta accarezzo la sella. E’ un rito che mi crea grande disagio e sofferenza.
Adesso la scuola è finita, mi sembra assurdo tenere una moto in garage. C’è un ragazzo di quasi quindici anni che potrebbe usarla, un padre che non la prende per non ‘’ consumarla’’. O si tiene o si vende.
Mi sono deciso a scrivergli. Se non avesse risposto come al solito, l’avrei venduta.
– Buongiorno! Hai pensato di fare il corso per il patentino ora che sei più libero?
– Si lo vorrei fare.
Mi ha risposto. Guardavo il telefono e lo mettevo da parte. Non succedeva da tanto tempo e non ero preparato. Mi sono preso forte la bocca tra le mani per non lasciarla andare alle smorfie di commozione. E’ la stanchezza e l’esaurimento che fanno questi scherzi.
Le cose cambiano forse. Da quel momento è che ho l’ansia sottopelle.
Replico.
– Sono fuori per lavoro fino a domenica. Appena rientro ci andiamo ad iscrivere.
Certo se accettasse di venire con me a iscriversi, sarebbe una botta.
Nessuna risposta.
Era mercoledì, venerdì mentre ero fuori mi arriva anche un messaggio del piccolo.
– Mi servirebbero i soldi per andare alla cena di classe stasera.
Leggo il messaggio e mi rendo conto che è pilotato dalla madre. Ma almeno lo ha scritto. Da un po’ non faceva nemmeno questo.
Rispondo anche a lui.
– Sono fuori per lavoro. Torno domenica sera. Se prendi i soldi dal regalo che ti ha fatto il nonno, lunedì pranziamo insieme e te li rendo.
Nessuna risposta.
L’ultima volta che sono stato da Lorenza al centro di mediazione familiare sono stato veggente, quasi mi sentissi qualcosa.
– Sai Lorenza, se i miei figli accettassero un invito in questo momento, avrei paura.
 – E’ normale.
– Insomma, sto lottando da mesi per vederli e adesso aver paura di farlo mi sembra incredibile.
– Stai tranquillo, se dovesse accadere siamo qua ad aiutarti. Non sarai solo. Ti posso garantire che la tua è una reazione normalissima. Non è anormale la tua reazione. E’ anormale che tu non veda i tuoi ragazzi.
Non mi sono tranquillizzato per nulla. L’ansia sottopelle si è riacutizzata.
Una amica mi ha detto una cosa che mi sta aiutando molto.
– Ti stai agitando perché pensi che possa essere la tua unica occasione. Ma non è così.
Ho molto pensato a questa frase mentre camminavo.
Quello che è stato non lo posso cambiare. Magari tiro una linea e riparto. Non posso tornare indietro certo. Ripartire non me lo impedisce nessuno. Con un nuovo inizio posso riscrivere il finale almeno.
Chissà domani.
 

Rosa

Rosa, Rosetta, zia Rosa, la signora Rosa era mia madre. La chiamavano in modo diverso, lei rispondeva sempre con lo stesso sorriso scintillante. La conoscevano un po’ tutti per via del carattere esuberante. Con mio padre si sposò nel 1959 e insieme hanno messo al mondo 4 figli. Due maschi e due femmine. Sono stati equilibrati anche in questo. Io sono venuto per ultimo dopo qualche anno, forse per sbaglio. Sarà stato così che mi piacciono gli errori.

Da ragazza tagliava i capelli, poi ha avuto un negozio di parrucchiere tutto suo. Mio padre non voleva che lavorasse però. Lei per non fargli un torto non esitò a lasciare tutto e dedicarsi alla casa e a noi figli. In realtà, non smise mai di tagliare capelli. Li tagliava a noi, in casa, ai ragazzi di tutto il palazzo in cui abitavamo, al figlio di qualche amica, gratuitamente. All’epoca ci si aiutava nei condomini, era bello vivere insieme. Col bisogno ci si sosteneva, non ci si ammazzava. Noi abitavamo al terzo piano, al sesto aveva l’abitazione un noto chirurgo, single. I clienti gli regalavano del pesce, lo portava alla signora Rosa, un uomo molto distinto, la chiamava così. La signora Rosa cucinava per lui e un po’ lo teneva per noi. Il dottore le diceva sempre:

  • Signora Rosa, l’amicizia si mantiene se il cesto va e viene… pieno. Dividiamo, sennò non le porto più il pesce da cucinare.

Spesso salivo io dal dottore a portare il pesce al forno. Mi vergognavo da matti, ma a Rosa era impossibile dir di no.

Da lei ho imparato che la maggior parte delle volte la risposta dipende da come viene posta la domanda. Lei sapeva chiedere, forse perché era la numero uno nel dare. Il suo maggior talento era quello di intuire chi avesse di fronte. In un baleno riusciva a fare breccia, con una frase, con un gesto, con una scusa. Lei penetrava e non la mollavano più, le si affezionavano tutti.

Aveva la terza media ma una conoscenza profonda delle persone e del mondo verso il quale era aperta. Forse la persona più aperta che abbia mai conosciuto. Le piacevano i buddisti, i musulmani, i cristiani e gli ortodossi. Più era gente diversa da noi, più trovava bellezza in loro, impazziva di curiosità e ne gradiva la compagnia. Una delle sue migliori amiche era indiana. Moglie di un ricercatore, per un periodo si trasferì nella nostra città. Insegnava inglese ai ragazzi al pomeriggio. Io ci andavo due volte a settimana. Il figlio di Rosa non pagava per le lezioni, mia madre si sdebitava con focacce, cene e pubbliche relazioni. In meno di tre mesi aveva fatto diventare Sudha, così si chiamava, una della nostra città, come se ci fosse nata da noi. Si erano conosciute perché, al supermercato, mia madre l’aveva fermata per chiederle cosa rappresentasse il puntino rosso sulla fronte! Da lì non si erano più mollate per il periodo di permanenza di Sudha.

Quando andavano in giro facevano a gara per chi indossasse più colori. Ho temuto che si facesse il puntino rosso anche lei.

Non aveva aiuti in casa, stirava, puliva, cucinava per non so quanta gente. Al pomeriggio andava spesso in campagna anche, a coltivare l’orto.

Sempre con il sorriso stampato, due enormi orecchini e i suoi occhi verdi. Trucco poco, non le piaceva molto. Un giorno tornando a casa, stava scaricando una cassetta di frutta dall’auto. Le si affiancarono due ragazzi americani di origine orientale (faccia da giapponesi). Le chiesero quanto costasse la frutta, volevano comprarla. Mi trovavo nei paraggi e le tradussi la frase. Prese la cassetta di frutta e gliela mise tra le braccia.

  • Prendete, prendete, digli che possono prenderla!

Ahivoglia che i ragazzi tentassero di rifiutare.

  • Mamma! Ma non la vogliono!

Non ci fu verso. La cassetta era loro. I giappoamericani se ne andarono dopo 500 inchini con tutta la cassetta. Aveva formato un capannello di curiosi nel frattempo e commentò:

  • Era pallido pallido, poveretto… un po’ di frutta gli farà bene!

Rideva di gusto e contagiava con il suo sorriso enorme. Risero tutti quanti.

Qualche volta ho fatto finta di non conoscerla, chinavo la testa e cercavo di nascondermi. All’epoca mi vergognavo dei suoi modi. Che hpeccato. Avevo accanto una regina e non lo sapevo.

Mia madre girava con vestiti colorati, spesso in pantofole e magari anche coi bigodini in testa. A volte sembrava una di quelle matrone africane, le mancava solo la cesta in testa anche se i bigodini ci somigliavano.

Un’altra volta mi ritrovai due ragazze canadesi in casa. Non ho capito come avesse fatto ad adescarle, loro non parlavano italiano e lei non parlava una parola di inglese. Le convinse a venire a pranzo a casa per assaggiare le sue polpette, disse.

– E poi hanno la faccia di brave ragazze! In Canada non sanno nemmeno che sono le polpette, sicuro! Almeno ricorderanno qualcosa del viaggio!

Rimasero nostri ospiti per una settimana, se le portava in giro dappertutto, al mare, in piazza a fare la spesa e in campagna a coltivare l’orto. Le ragazze impazzirono per ‘’Rose’’, non volevano più ripartire.

Per lei era un modo per fare esercitare noi figli con l’inglese. Aveva la fissa dell’inglese. Non saperlo era il suo grande cruccio e voleva a tutti i costi che noi figli lo imparassimo.

Non potrei parlare di mia madre senza parlare del suo alter ego. Aurora, era la sua migliore amica. La signora del piano di sotto. Aurora è una donna riservata e casalinga. L’esatto opposto di mia madre. Grandi fumatrici e bevitrici di caffè entrambe, parlavano parlavano, fumavano fumavano, bevevano caffè…

Si confidavano e si sotenevano. Aurora non conosce malizia, è una donna sincera e con mia madre erano una cosa sola come solo due donne sanno essere. Per andare così d’accordo con mia madre bisognava essere di cuore aperto. Aurora aveva un cuore enorme, e lo ha tutt’ora, visto che vive ancora.

Per Aurora mia madre credo fosse la porta sul mondo. Usciva pochissimo da casa. Per Rosa, Aurora era un porto sicuro in ogni momento. Erano belle insieme, sembravano una cosa indissolubile.

Di me diceva sempre:

Questo mio figlio è strano, sempre taciturno. A scuola va benissimo. Due cose la stranivano:

la prima che fossi silenzioso, per lei quasi una roba da curare. La seconda che andassi molto bene a scuola. I miei tre fratelli più grandi faticavano un po’. Non le sembrava vero di uscire da scuola e camminare a mezzo metro da terra dopo i colloqui. Se studiavo sempre, lo facevo anche per lei. Da piccolo sono stato un grande osservatore. Mi piacerebbe oggi poterle dire:

  • Mamma, ti osservavo in silenzio perché mi lasciavi a bocca aperta.

Ognuno di noi ha il proprio tempio personale e nel tempio c’è il Sancta Sanctorum, la parte più riservata in cui può entrare il sacerdote e pochi altri.

Nel mio, di Sancta Sanctorum, troneggiano i ricordi di mia madre. Un cofanetto di preziosi che non c’è bisogno di assicurare, non me li porta via nessuno.

Ha amato mio padre, direi che lo ha venerato come una geisha sa fare. Forse per questo lui non si è più risposato o fidanzato, pur rimasto vedovo a soli sessanta anni.

In casa eravamo in sei. C’erano due bagni. Uno era per mio padre, l’altro per noi cinque, compresa lei. Quattro posti a sedere sui divani, uno per mio padre dove non ci si poteva sedere nessun altro. Per i tre rimasti ci si doveva menare tra fratelli. Lei vedeva pochissima tv. Le piacevano i film drammatici che vedeva ogni tanto. Piangeva a fontanella con dei lacrimoni enormi. La sfottevamo e rideva con le lacrime, come quando piove col sole.

Mio padre avvisava sempre per telefono quando stava per tornare a casa.

Lei ci sistemava tutti come se fossimo orchestrali e stesse arrivando il direttore.

  • Non fate macello che sta arrivando vostro padre!

Lo trattava da re praticamente e lui ricambiava.

Quando facevamo i discoli ci inseguiva con la scopa nel corridoio di casa e ce la lanciava addosso con una precisione nel mancarci incredibile. Quando proprio la facevamo arrabbiare ci minacciava:

  • Se non la finisci mi costringi a dirlo a tuo padre!

Era il massimo della pena.

Le piacevano le feste. Al fine settimana andavamo tutti nella casa di campagna. Aveva sempre tanti ospiti. Mio padre era un tipo molto schivo all’epoca ed ogni tanto si lamentava di avere sempre tanta gente tra i piedi.

Lei tuonava:

  • Smettila! Sennò uno come te, solo rimane!

Neanche lui riusciva a tenerle testa.

In quelle feste penso di aver assistito a vari miracoli. La dispensa era vuota ma lei riusciva a tirare fuori cibo per decine di persone. Una sorta di miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Non ho mai capito come facesse.

Abbiamo avuto una vita agiata, mio padre lavorava tanto e guadagnava bene. Erano tempi in cui questa equivalenza valeva ancora.

Faceva attività in proprio però, quindi capitavano periodi in cui bisognava stringere la cinta fortissimo.

Quei periodi me li ricordo bene. Il sintomo era che al pomeriggio per merenda mi toccava pane olio e zucchero e alla sera spesso, il riso col latte.

Non so come, mi convinceva che fossero le cose più buone al mondo. Sapeva porgere, penso fosse quello il segreto.

Il culmine della stagione era senz’altro Natale. Le feste si facevano tutte a casa di Rosetta. Le amiche la chiamavano così, per i miei coetanei era zia Rosa. Lei preparava un grande albero di Natale che non era un abete. Manco a dirlo facesse una cosa normale.

Si faceva prendere un albero di fico spoglio, lo verniciava di bianco e lo addobbava con mille colori.

Aveva una mente davvero colorata.

Era un via vai di gente. Avevamo venti anche trenta persone al giorno in casa nei giorni di festa.

Lei, senza batter ciglio al mattino dopo si svegliava all’alba e ripuliva tutto.

Di sottofondo, Pino Daniele o Mina.

Pino Daniele un giorno lo incontrò. Era con mio padre in autostrada e incontrò Pino con la band ad una stazione di servizio.

Non so bene cosa combinò, si favoleggia in proposito nella mia famiglia. So solo che a casa ho la foto di mia madre tra Pino Daniele e il sassofonista di colore della band con il sassofono tra le mani. Su un foglio a parte, la dedica di Pino a mia madre.

Nell’ultima parte della sua vita incominciò a dedicarsi al restauro. I miei fratelli erano grandi ormai ed io a sufficienza da non essere seguito passo passo. Avevo 18 anni.

Aveva un po’ di tempo in più e si era inventata un’attività. Aveva conosciuto un restauratore, un tale Gigante. Non ho mai capito se fosse il vero cognome o il soprannome dell’uomo.

Passava a prendere questo Gigante dalla bottega, andava per campagne e comprava a poco prezzo dei mobili di cui i contadini volevano disfarsi. Vecchie cassapanche, culle in legno, credenze. Le rimetteva a posto reinterpretandole spesso. Una culla per esempio, oggi è il nostro mobile bar. I mobili li teneva per sè, li regalava alle sorelle o a qualcuna delle tante amiche con cui doveva disobbligarsi.

Da tempo sentivo nominare questo Gigante. Un giorno lo conobbi.

Gigante era alto circa un metro e cinquanta, aveva un braccio solo ed era sordomuto.

Mia madre ci parlava a gesti, o in labiale, lo chiamava con una pacca sulla spalla. Lui per indicarle che il mobile era di legno buono faceva un segno con il pollice dell’unica mano. Lo strisciava sulla guancia. Se davvero buono oltre a strisciarsi il pollice sulla guancia, roteava il palmo della mano in aria.

Sorrisi e rimasi sbalordito.

Le chiesi:

  • Mamma, ma come fa Gigante con un braccio solo?
  • Gigante è un mago. Mi disse.

La maga era lei invece e per diciotto anni mi ha fatto vivere una magìa.

L’altro giorno ho incontrato una sua amica. Una vecchietta ormai.

Non la avevo riconosciuta. Si è avvicinata e mi ha detto:

  • Ma sei il figlio di Rosa?
  • Si, Ciaoooooo! Come stai?
  • Ti ho riconosciuto dal sorriso, è come quello di tua madre.

Mai complimento è stato più bello per me.

La comprensione

Il giorno della cresima è stato particolarmente duro.

Dal mattino mi sono arrivati gli auguri di buon compleanno, ho risposto in automatico, tipo segreteria. Con la testa ero già in chiesa. Ore 18.00.

Al mattino sono stato svegliato dalle mie gazze. In campagna da mio padre la mia stanza ha una porta finestra in ferro che volge a oriente. Al mattino il sole inonda di luce la stanza. Non è quello a svegliarmi. Nemmeno il gallo. Anzi, sfatiamo questo mito che il gallo canti all’alba. Il gallo canta quando gli pare a lui, anche a notte fonda. Almeno, il mio è un anarchico. Al mattino invece, appena il sole è un po’ alto, ho quattro o cinque gazze che mi beccano l’infisso esterno in ferro. Le gazze sono attirate dal luccichìo. L’infisso in ferro colpito dai raggi del sole luccica. Si avvicinano e beccano.

Al primo giorno mi hanno fatto prendere un’accidenti, sembrava che qualcuno volesse forzare la porta. Dal secondo giorno in poi, aperta la tenda, seduto sul letto, rimango un po’ a guardarle. Sono la più bella sveglia che avessi mai avuto le mie amiche ladre. E sono puntuali! D’estate la loro sveglia è più o meno alle 6 del mattino, in inverno un po’ più tardi.

Doccia e barba fatta con particolare cura, in genere sono piuttosto sbrigativo. A seguire tutto con calma. Ho addosso una sensazione strana. Alla cresima di mio figlio non è stato invitato nessuno della mia famiglia, nemmeno io veramente. Avevo comunicato a mia moglie che sarei andato comunque.

Ho passato la mattinata a bighellonare, centro commerciale, caffè con un amico, piccole commissioni. Ero teso.

A mezzogiorno raggiungo mio padre. Pranziamo insieme oggi, festeggio il compleanno con lui. Mi chiede se è il caso che venga in chiesa. Lo guardo, ci penso qualche secondo poi:

  • Lascia perdere papà, prova a chiamarlo e magari gli fai un pensiero se ti va.

Non volevo sottoporre un uomo vecchio alla umiliazione di vedersi girare le spalle da un nipote. Sarebbe stata troppo per lui, devastante per me e un domani anche per i miei figli, forse.

  • Vorrei fargli gli auguri, mi componi il numero di telefono?

Mi dice porgendomi il telefonino.

  • Certo

Cerco il numero e invio.

Passo il telefono a mio padre.

Non era una preghiera la mia, non so pregare. Ho desiderato con tutto me stesso che mio figlio rispondesse.

Vedevo la faccia di mio padre e con la mente contavo gli squilli del telefono. Ero in apnea.

Dopo il quinto suono libero ho ripiegato la speranza.

Quando finisce, la speranza è una roba brutta. Per questo dicono che sia l’ultima a morire. Quando ero più piccolo e mi ripetevano questa frase mi divertivo a controbattere:

  • Come fate a dirlo?

Se è l’ultima a morire, davvero l’ultima, chi controlla che muoia? Forse non muore mai!

Da adulto ho scoperto che muore, e quando muore fa male.

Mio figlio come sempre non ha risposto. Mio padre come sempre ha abbozzato un sorriso:

  • Non avrà sentito.

Non si è scomposto per nulla e ha aggiunto:

  • Abbiamo un biglietto?

Esiste una fase della vita in cui siamo predisposti ad apprendere. E’ il momento in cui immagazziniamo le informazioni e le teniamo per noi. Il trasporto emotivo e intellettuale è dall’esterno verso l’interno. Ci appropriamo del mondo esterno con avidità.

Esiste un’altra fase invece, che è quella della comprensione. In questa fase, il movimento è inverso, dall’interno verso l’esterno.

Avvolgiamo le cose con la nostra mente ed il nostro animo, non ce ne appropriamo.

E’ il vero amore, quello maturo e consapevole.

Ero in ansia per mio padre. Sapevo però che a quell’ennesima delusione non avrebbe battuto ciglio. Credo che sia così quando di speranze ne hai viste morire tante nella vita. Comprendi e ami senza aspettative.

Il problema è per me che ancora non comprendo come così piccole aspettative non possano essere corrisposte. Lui invece comprende e per questo è molto più di me.

Vado nel soggiorno, estraggo un bigliettino da una scatola. L’avevo vista qualche giorno prima rovistando tra le vecchie cose. Lo porgo a mio padre.

Scrive il biglietto:

Auguri infiniti. Il nonno.

Mette dei soldi nella busta e me la da.

  • Dagli questa da parte mia.

Questo momento non lo dimenticherò, ne sono certo. Avrei potuto tagliare anche una fetta dell’amore per quanto fosse consistente.

La confusione mi è svanita improvvisamente. Sarei andato in chiesa senza aspettative.

Arrivo alle 17,45 nel piazzale della chiesa. E’ già pieno di auto, trovo posto a fatica.

Entro in chiesa e vedo la testa nera di mio figlio sulla destra. Mi avvicino. Mia cognata è seduta accanto a lui. Ha in braccio la sua piccola. Giulia, ha quattro anni e i boccoli biondi dei genitori.

Se è lì, mia cognata sarà la madrina di mio figlio.

Alla panca accanto c’è seduta solo mia moglie, dietro di lei mio figlio più grande e mio cognato.

Arrivo, abbraccio mio figlio piccolo e gli do un bacio. Non risponde. Saluto mia cognata e mi siedo nella panca accanto a mia moglie.

Le dico:- Ciao!

Non risponde, si alza e se ne va, prende posto alla panca dietro accanto a mio cognato e mio figlio grande.

Giusto per stemperare la tensione! Penso.

Mi giro verso mio figlio più grande allora. Gli tocco il naso con un dito e :

  • Ciao, tu sempre deciso a non salutarmi?

Non dice una parola.

Mio cognato affettuoso invece:

  • Ciao, come stai?

Giulia mi vede e rivolta alla madre.

  • C’è lo zio!!!

Prende il braccio di mio figlio piccolo che le sta accanto e cerca di girarlo verso di me.

  • C’è lo zio!!!

Mio figlio non si gira. Allora passa alle maniere forti Giulia.

Gli prende la testa e la gira con le mani.

  • Lo zio!!!

La guardo e sorrido. Mi nascondo la faccia tra le mani, come ero abituato a giocare con lei.

Mi sorride e viene da me.

  • Zio, dopo vieni a casa della nonna?
  • Ciao Giulia, che bella che sei. Sei elegantissima!

Cerco di cambiare discorso, ma femmine si nasce. Togliere un pensiero dalla testa ad una femmina è una ingenuità da maschio.

  • Allora? Vieni dalla nonna dopo?
  • Forse Giulia, forse. Tu mi vuoi?

Non mi risponde, ride e corre dalla madre. Ogni tanto mi guarda con lo sguardo furbo e mi sorride. E’ irresistibile. Ricambio.

Mi giro a guardare mio figlio più grande seduto dietro. E’ seduto, ha la testa bassa ed il telefono tra le mani. Digita nervosamente fingendo di essere preso.

– Hai deciso di non salutarmi allora?

Non risponde.

Lo lascio stare. Mi giro e continuo a fare i giochi di sguardi con Giulia.

Alle spalle sento le voci dei miei suoceri. Nel frattempo accanto a me si erano sedute altre due persone. Mia suocera saluta i ragazzi e chiede a mia moglie dove può sedersi.

  • Siete venuti tardi e ci hanno fregato il posto!

Credo che alludesse a me.

Saluto mia suocera.

Non si gira nemmeno a guardarmi. Non risponde.

In un istante valuto tutte le opzioni possibili. Faccio l’unica cosa che posso fare in quel momento. Rimango seduto e mi guardo intorno cercando di non pensare a chi mi circonda.

Oggi è il giorno della comprensione, mi ripeto.

Mio figlio piccolo ogni tanto mi guarda con la coda dell’occhio. Non riesco a capire se lo fa per sbaglio, o perché vuole vedermi.

Sento che dietro si scambiano i posti. Poi capisco che i miei suoceri prendono il posto di mio figlio grande proprio alle mie spalle. Lui va da qualche altra parte e mio cognato viene a sedersi accanto a me.

Mi chiede di farmi un po’ in là, così può tenere a bada Giulia senza che dia fastidio a cresimando e madrina.

Con mio cognato non ho problemi. Ci facciamo una chiacchierata e ogni tanto mi da qualche informazione sotto voce.

  • Stiamo lavorando, è dura però! Bisbiglia quasi.

Il più duro è tuo figlio grande. Adesso si è convinta anche mia moglie a collaborare e tua moglie sta dicendo ai ragazzi di chiamarti. Stamattina, per esempio, ha insistito coi ragazzi perché ti chiamassero per farti gli auguri di buon compleanno.

  • Senti Bernardo, non mi dire queste cose.

Non basta dire ai ragazzi di chiamare, giusto per lavarsi la faccia.

I ragazzi vanno guidati. Se lei non si adopera per dargli delle regole, una educazione, che si faccia da parte. Il far finta lo ritengo ancora più squallido.

Io non lo avrei permesso.

Se i ragazzi non rispondono al telefono. Gli togli il telefono per una settimana. Vediamo se continuano a non rispondere.

A cosa serve dire di rispondere e poi fottersene se non lo fanno. Giusto per far vedere? Per lavarsi la coscienza? Meglio non farlo, guarda.

  • Lo so fratello, lo so. Ma stiamo lavorando, fidati. Ci vuole tempo.
  • Certo se mi siedo e lei si allontana come se avessi la peste, che esempio vuoi che sia per i ragazzi. Ti pare un gesto distensivo?
  • Si, ma lo sai com’è.
  • Bernardo, io non posso tollerare più. C’è in gioco una posta troppo grande. Il tempo passa e i ragazzi crescono. Io li perderò così.

La cerimonia prosegue, mio figlio grande è sparito. Mi godo la vista del piccolo almeno.

Sento la voce dei miei suoceri dietro. Mia moglie si muove a destra e sinistra facendo foto e filmati col telefono.

Mio cognato fa qualche foto e gli chiedo di passarmela. Lo fa di nascosto. Mi invia un paio di foto con whatsapp.

Arriva la fine della messa. Mio figlio è sorridente e contento. Vado in auto e prendo i regali, il mio e quello di mio padre. Appena il vescovo dice andate in pace, mi avvicino a mio figlio, lo abbraccio e gli do una borsetta.

  • Dentro c’è il mio regalo e quello del nonno. Auguri amore mio. Lo abbraccio forte. Anche da parte del nonno. Ti aspetta , sai?
  • OK. Mi risponde stavolta.

Saluto mio cognato e la piccola Giulia. Mio cognato mi bisbiglia:

  • Vieni a trovarmi di mattina!
  • OK, Bernardo. Verrò

Mio figlio più grande è sparito. Vado via.

Oggi doveva essere il giorno della comprensione, ma non sono sufficientemente maturo evidentemente.

Io fatico ancora a comprendere.