Rosa

Rosa, Rosetta, zia Rosa, la signora Rosa era mia madre. La chiamavano in modo diverso, lei rispondeva sempre con lo stesso sorriso scintillante. La conoscevano un po’ tutti per via del carattere esuberante. Con mio padre si sposò nel 1959 e insieme hanno messo al mondo 4 figli. Due maschi e due femmine. Sono stati equilibrati anche in questo. Io sono venuto per ultimo dopo qualche anno, forse per sbaglio. Sarà stato così che mi piacciono gli errori.

Da ragazza tagliava i capelli, poi ha avuto un negozio di parrucchiere tutto suo. Mio padre non voleva che lavorasse però. Lei per non fargli un torto non esitò a lasciare tutto e dedicarsi alla casa e a noi figli. In realtà, non smise mai di tagliare capelli. Li tagliava a noi, in casa, ai ragazzi di tutto il palazzo in cui abitavamo, al figlio di qualche amica, gratuitamente. All’epoca ci si aiutava nei condomini, era bello vivere insieme. Col bisogno ci si sosteneva, non ci si ammazzava. Noi abitavamo al terzo piano, al sesto aveva l’abitazione un noto chirurgo, single. I clienti gli regalavano del pesce, lo portava alla signora Rosa, un uomo molto distinto, la chiamava così. La signora Rosa cucinava per lui e un po’ lo teneva per noi. Il dottore le diceva sempre:

  • Signora Rosa, l’amicizia si mantiene se il cesto va e viene… pieno. Dividiamo, sennò non le porto più il pesce da cucinare.

Spesso salivo io dal dottore a portare il pesce al forno. Mi vergognavo da matti, ma a Rosa era impossibile dir di no.

Da lei ho imparato che la maggior parte delle volte la risposta dipende da come viene posta la domanda. Lei sapeva chiedere, forse perché era la numero uno nel dare. Il suo maggior talento era quello di intuire chi avesse di fronte. In un baleno riusciva a fare breccia, con una frase, con un gesto, con una scusa. Lei penetrava e non la mollavano più, le si affezionavano tutti.

Aveva la terza media ma una conoscenza profonda delle persone e del mondo verso il quale era aperta. Forse la persona più aperta che abbia mai conosciuto. Le piacevano i buddisti, i musulmani, i cristiani e gli ortodossi. Più era gente diversa da noi, più trovava bellezza in loro, impazziva di curiosità e ne gradiva la compagnia. Una delle sue migliori amiche era indiana. Moglie di un ricercatore, per un periodo si trasferì nella nostra città. Insegnava inglese ai ragazzi al pomeriggio. Io ci andavo due volte a settimana. Il figlio di Rosa non pagava per le lezioni, mia madre si sdebitava con focacce, cene e pubbliche relazioni. In meno di tre mesi aveva fatto diventare Sudha, così si chiamava, una della nostra città, come se ci fosse nata da noi. Si erano conosciute perché, al supermercato, mia madre l’aveva fermata per chiederle cosa rappresentasse il puntino rosso sulla fronte! Da lì non si erano più mollate per il periodo di permanenza di Sudha.

Quando andavano in giro facevano a gara per chi indossasse più colori. Ho temuto che si facesse il puntino rosso anche lei.

Non aveva aiuti in casa, stirava, puliva, cucinava per non so quanta gente. Al pomeriggio andava spesso in campagna anche, a coltivare l’orto.

Sempre con il sorriso stampato, due enormi orecchini e i suoi occhi verdi. Trucco poco, non le piaceva molto. Un giorno tornando a casa, stava scaricando una cassetta di frutta dall’auto. Le si affiancarono due ragazzi americani di origine orientale (faccia da giapponesi). Le chiesero quanto costasse la frutta, volevano comprarla. Mi trovavo nei paraggi e le tradussi la frase. Prese la cassetta di frutta e gliela mise tra le braccia.

  • Prendete, prendete, digli che possono prenderla!

Ahivoglia che i ragazzi tentassero di rifiutare.

  • Mamma! Ma non la vogliono!

Non ci fu verso. La cassetta era loro. I giappoamericani se ne andarono dopo 500 inchini con tutta la cassetta. Aveva formato un capannello di curiosi nel frattempo e commentò:

  • Era pallido pallido, poveretto… un po’ di frutta gli farà bene!

Rideva di gusto e contagiava con il suo sorriso enorme. Risero tutti quanti.

Qualche volta ho fatto finta di non conoscerla, chinavo la testa e cercavo di nascondermi. All’epoca mi vergognavo dei suoi modi. Che hpeccato. Avevo accanto una regina e non lo sapevo.

Mia madre girava con vestiti colorati, spesso in pantofole e magari anche coi bigodini in testa. A volte sembrava una di quelle matrone africane, le mancava solo la cesta in testa anche se i bigodini ci somigliavano.

Un’altra volta mi ritrovai due ragazze canadesi in casa. Non ho capito come avesse fatto ad adescarle, loro non parlavano italiano e lei non parlava una parola di inglese. Le convinse a venire a pranzo a casa per assaggiare le sue polpette, disse.

– E poi hanno la faccia di brave ragazze! In Canada non sanno nemmeno che sono le polpette, sicuro! Almeno ricorderanno qualcosa del viaggio!

Rimasero nostri ospiti per una settimana, se le portava in giro dappertutto, al mare, in piazza a fare la spesa e in campagna a coltivare l’orto. Le ragazze impazzirono per ‘’Rose’’, non volevano più ripartire.

Per lei era un modo per fare esercitare noi figli con l’inglese. Aveva la fissa dell’inglese. Non saperlo era il suo grande cruccio e voleva a tutti i costi che noi figli lo imparassimo.

Non potrei parlare di mia madre senza parlare del suo alter ego. Aurora, era la sua migliore amica. La signora del piano di sotto. Aurora è una donna riservata e casalinga. L’esatto opposto di mia madre. Grandi fumatrici e bevitrici di caffè entrambe, parlavano parlavano, fumavano fumavano, bevevano caffè…

Si confidavano e si sotenevano. Aurora non conosce malizia, è una donna sincera e con mia madre erano una cosa sola come solo due donne sanno essere. Per andare così d’accordo con mia madre bisognava essere di cuore aperto. Aurora aveva un cuore enorme, e lo ha tutt’ora, visto che vive ancora.

Per Aurora mia madre credo fosse la porta sul mondo. Usciva pochissimo da casa. Per Rosa, Aurora era un porto sicuro in ogni momento. Erano belle insieme, sembravano una cosa indissolubile.

Di me diceva sempre:

Questo mio figlio è strano, sempre taciturno. A scuola va benissimo. Due cose la stranivano:

la prima che fossi silenzioso, per lei quasi una roba da curare. La seconda che andassi molto bene a scuola. I miei tre fratelli più grandi faticavano un po’. Non le sembrava vero di uscire da scuola e camminare a mezzo metro da terra dopo i colloqui. Se studiavo sempre, lo facevo anche per lei. Da piccolo sono stato un grande osservatore. Mi piacerebbe oggi poterle dire:

  • Mamma, ti osservavo in silenzio perché mi lasciavi a bocca aperta.

Ognuno di noi ha il proprio tempio personale e nel tempio c’è il Sancta Sanctorum, la parte più riservata in cui può entrare il sacerdote e pochi altri.

Nel mio, di Sancta Sanctorum, troneggiano i ricordi di mia madre. Un cofanetto di preziosi che non c’è bisogno di assicurare, non me li porta via nessuno.

Ha amato mio padre, direi che lo ha venerato come una geisha sa fare. Forse per questo lui non si è più risposato o fidanzato, pur rimasto vedovo a soli sessanta anni.

In casa eravamo in sei. C’erano due bagni. Uno era per mio padre, l’altro per noi cinque, compresa lei. Quattro posti a sedere sui divani, uno per mio padre dove non ci si poteva sedere nessun altro. Per i tre rimasti ci si doveva menare tra fratelli. Lei vedeva pochissima tv. Le piacevano i film drammatici che vedeva ogni tanto. Piangeva a fontanella con dei lacrimoni enormi. La sfottevamo e rideva con le lacrime, come quando piove col sole.

Mio padre avvisava sempre per telefono quando stava per tornare a casa.

Lei ci sistemava tutti come se fossimo orchestrali e stesse arrivando il direttore.

  • Non fate macello che sta arrivando vostro padre!

Lo trattava da re praticamente e lui ricambiava.

Quando facevamo i discoli ci inseguiva con la scopa nel corridoio di casa e ce la lanciava addosso con una precisione nel mancarci incredibile. Quando proprio la facevamo arrabbiare ci minacciava:

  • Se non la finisci mi costringi a dirlo a tuo padre!

Era il massimo della pena.

Le piacevano le feste. Al fine settimana andavamo tutti nella casa di campagna. Aveva sempre tanti ospiti. Mio padre era un tipo molto schivo all’epoca ed ogni tanto si lamentava di avere sempre tanta gente tra i piedi.

Lei tuonava:

  • Smettila! Sennò uno come te, solo rimane!

Neanche lui riusciva a tenerle testa.

In quelle feste penso di aver assistito a vari miracoli. La dispensa era vuota ma lei riusciva a tirare fuori cibo per decine di persone. Una sorta di miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Non ho mai capito come facesse.

Abbiamo avuto una vita agiata, mio padre lavorava tanto e guadagnava bene. Erano tempi in cui questa equivalenza valeva ancora.

Faceva attività in proprio però, quindi capitavano periodi in cui bisognava stringere la cinta fortissimo.

Quei periodi me li ricordo bene. Il sintomo era che al pomeriggio per merenda mi toccava pane olio e zucchero e alla sera spesso, il riso col latte.

Non so come, mi convinceva che fossero le cose più buone al mondo. Sapeva porgere, penso fosse quello il segreto.

Il culmine della stagione era senz’altro Natale. Le feste si facevano tutte a casa di Rosetta. Le amiche la chiamavano così, per i miei coetanei era zia Rosa. Lei preparava un grande albero di Natale che non era un abete. Manco a dirlo facesse una cosa normale.

Si faceva prendere un albero di fico spoglio, lo verniciava di bianco e lo addobbava con mille colori.

Aveva una mente davvero colorata.

Era un via vai di gente. Avevamo venti anche trenta persone al giorno in casa nei giorni di festa.

Lei, senza batter ciglio al mattino dopo si svegliava all’alba e ripuliva tutto.

Di sottofondo, Pino Daniele o Mina.

Pino Daniele un giorno lo incontrò. Era con mio padre in autostrada e incontrò Pino con la band ad una stazione di servizio.

Non so bene cosa combinò, si favoleggia in proposito nella mia famiglia. So solo che a casa ho la foto di mia madre tra Pino Daniele e il sassofonista di colore della band con il sassofono tra le mani. Su un foglio a parte, la dedica di Pino a mia madre.

Nell’ultima parte della sua vita incominciò a dedicarsi al restauro. I miei fratelli erano grandi ormai ed io a sufficienza da non essere seguito passo passo. Avevo 18 anni.

Aveva un po’ di tempo in più e si era inventata un’attività. Aveva conosciuto un restauratore, un tale Gigante. Non ho mai capito se fosse il vero cognome o il soprannome dell’uomo.

Passava a prendere questo Gigante dalla bottega, andava per campagne e comprava a poco prezzo dei mobili di cui i contadini volevano disfarsi. Vecchie cassapanche, culle in legno, credenze. Le rimetteva a posto reinterpretandole spesso. Una culla per esempio, oggi è il nostro mobile bar. I mobili li teneva per sè, li regalava alle sorelle o a qualcuna delle tante amiche con cui doveva disobbligarsi.

Da tempo sentivo nominare questo Gigante. Un giorno lo conobbi.

Gigante era alto circa un metro e cinquanta, aveva un braccio solo ed era sordomuto.

Mia madre ci parlava a gesti, o in labiale, lo chiamava con una pacca sulla spalla. Lui per indicarle che il mobile era di legno buono faceva un segno con il pollice dell’unica mano. Lo strisciava sulla guancia. Se davvero buono oltre a strisciarsi il pollice sulla guancia, roteava il palmo della mano in aria.

Sorrisi e rimasi sbalordito.

Le chiesi:

  • Mamma, ma come fa Gigante con un braccio solo?
  • Gigante è un mago. Mi disse.

La maga era lei invece e per diciotto anni mi ha fatto vivere una magìa.

L’altro giorno ho incontrato una sua amica. Una vecchietta ormai.

Non la avevo riconosciuta. Si è avvicinata e mi ha detto:

  • Ma sei il figlio di Rosa?
  • Si, Ciaoooooo! Come stai?
  • Ti ho riconosciuto dal sorriso, è come quello di tua madre.

Mai complimento è stato più bello per me.

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63 thoughts on “Rosa

  1. Questo ritratto di tua madre è commovente e restituisce a parole l’essenza di una persona evidentemente radiosa e tutto il tuo amore per lei. Davvero bello, bellissimo e pieno d’amore! Se potesse leggerlo, Rosa sorriderebbe tra le lacrime 🙂 come pioggia con il sole!!!

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  2. penso che tua madre leggendolo riderebbe come una pazza e poi piangerebbe.
    Una vera donna tua madre, materna e creativa, solare e generosa, disponibile ed ingegnosa, amorevole e socievole.
    Hai detto che ti ricordo tua madre e me ne sento onorata, con lei ho in comune la creativita’ perche’ da sempre dipingo, scrivo, cucio, restauro, cucino, costruisco, invento. Come lei non faccio differenze di religioni, sesso o razze. Sono una persona disponibile ed aperta ed ho anche tantissimi difetti. Certo e’ che tua madre ha avuto la fortuna di avere una splendida famiglia piena d’amore mentre io ho un vissuto piu’ turbolento e complicato. Alla fine credo che tutte le donne hanno in comune il senso dell’amore per la famiglia che le rende eroici soldati in prima linea nelle battaglie di ogni giorno.

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  3. Mi piacerebbe vedere una vostra foto, i vostri sorrisi… È sempre possibile che una esperienza familiare bella e formativa positivamente come quella dei tuoi , abbiamo molto da imparare da quellle generazioni.

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    1. Ciao lo farei volentieri, ma ho scelto d mantenere l’anonimato per ora. Scrivo cose personali e non vorrei che capitassero nelle mani dei miei figli senza spiegazione. Rischio di fare un grosso danno

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  4. questo post è bellissimo ..è intenso ..è dolce ..è amaro ….io ti leggo sempre e spesso sto in silenzio perchè non amo dire troppo e magari giudicare situazioni troppo personali e dolorose …con parole inopportune..un abbraccio per la tua mamma…Rosa è un nome meridionale ma forse sbaglio ha lo stesso nome di una donna che adoro .

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      1. Non l’ho presa
        Come una offesa … Era un modo per confermarti che sono del sud! Da noi i sassi si chiamano pietre! E rosa piace ovviamente anche a me molto come nome! Scusa tu se sono sembrato sgarbato!

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      2. si lo sei stato sopratutto con il sasso e la pietra che non ho ben capito ..potevi fare il paragone con qualsiasi altro termine ..non c’è conoscenza ..a parte leggerci qui …poi se sono sasso pietra perchè non ti sostengo sui post che scrivi riguardante moglie e figli mi spiace tanto ..

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      3. scusami, ma temo ci sia un equivoco… era solo un modo di dire per me… ho vissuto a milano per un po’ ed ai miei amici milanesi per dire che le cose da loro erano un po’ più facili che al sud dicevo sempre.. eh… da voi le pietre si chiamano sassi… era un modo di dire mio… non c’era alcun riferimento a te… mi dispiace… non volevo né offenderti , né prenderti in giro. Credimi. Ciao e grazie del tuo sostegno.

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  5. Sei veramente bravo a descrivere e a raccontare. A volte leggendo i tuoi articoli mi stupisco che non siano le pagine di un romanzo e mi viene voglia di stamparli tutti per conservarli. Complimenti davvero!

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  6. Bello, bello, bello! Mi piace come hai saputo ricreare la sintesi di una persona e farla conoscere a questo pubblico ignoto…. Con trasporto, affetto, stima e senza retoriche, senza drammi per la sua assenza che, sono sicura, ti porti dentro.
    Un ritratto leggero, affettuoso, brillante.
    Grazie per avercelo fatto leggere.

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    1. L’ho fatto volutamente. Era lei che non voleva che si facessero discorsi tristi . Diceva che allontani le persone così . Un po’ è vero . I discorsi positivi attirano positività. Lo commentavo qualche giorno fa con una amica .

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  7. Sono perfettamente d’accordo…. Ma non é sempre facile ricacciare giù le proprie malinconie e far emergere solo i ricordi belli… Io almeno ancora non ci riesco, o mi richiede uno sforzo disumano…

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    1. Anche per me è stato così . Uno sforzo intendo, ma ne vale la pena. E’ stata dura all’inizio. Che vuoto! Poi realizzi la ricchezza di ciò che è rimasto . Pensa che da taciturno sono diventato un chiacchierone io! Attaccano bottone con me tutti quelli che incontro . A volte mi pare di avere scritto: parlatemi sono a disposizione . Specie i matti appena mi vedono mi iniziano un discorso ! 🙂

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  8. Posso dire che mi ha insegnato molto leggere questa pagina. Mi ha insegnato molto. Ho compreso, immagazzinato e terrò con me dentro. Grazie non so come “ringraziarVI”..
    Non leggo moltissimo, ma qui mi tira, mi tira sempre.
    Devo aver letto fra le righe in qua e là, che purtroppo l’hai persa a diciott’anni per un incidente?

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  9. Sei una delle pochissime persone che ti si aspetta nei post! Credo che se un giorno tu voglia smettere di pubblicare qui, noi faremo una petizione!
    -> Firma la petizione per non far smettere di scrivere PaPerino! JE SUIS PAPERINO!!! 😛

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    1. Che dire…. ti ringrazio … non avevo mai scritto in vita mia… lo scritto di italiano era una maledizione per me che non avevo alcun problema a scuola. Mi state aiutando voi incredibilmente… sono io a dovervi ringraziare. Condividere… divide e poi divide e poi divide i problemi fino a farli diventare gestibili per dimensioni. Je suis PaPerino anche! ahahaha mi sta piacendo da matti scrivere ora… speriamo non muoia questo personaggio! Gli voglio bene anche io!

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  10. sorrido come un ebete per tutto il post, sembra quasi di leggere un buon romanzo di Simenon, e poi per poco non mi metto a piangere con il finale.
    che bellissima mamma. pare proprio vero che il frutto non caschi lontano dall’albero.

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  11. è vero ci hai fatto piangere, soprattutto quelli come me che la mamma non ce l’hanno più e non hanno avuto il tempo di apprezzarla come meritava in vita… grazie. P.S. io faccio ancora merenda con pane olio e zucchero, mi piace da matti.

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      1. uovo sbattuto con tanto zucchero più caffè e latte fino a far piena la tazza e pezzoni di pane semplice tuffati dentro, una zuppa bomba che solo un bambino vivace che cresce può digerire, io me la ricordo ancora, con infinita nostalgia…

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  12. Ricordare scrivendo non fa morire la persona, gli affetti sono eterni come il nero su bianco, come l’emozione di u sorriso, il senso, il profumo e il suono di una voce. Credo tu sappia che sei stato fortunato.

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  13. Quel sorriso è affiorato sul tuo viso con i tuoi figli……e io non sapevo fosse stato sempre là … come un abbraccio di casa…… come un conforto che pensavi perduto

    Rosa con me non ha mai parlato,
    ha ascoltato
    ha rispettato la mia debolezza verso le parole,
    ;…….e ha sorriso….
    In tante città in cui sono stato, solo Rosa mi ha donato un sorriso così…..

    Vorrei tanto dirle grazie

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    1. Caro Tacitus, che sorpresa! Certo che Rosa la conoscevi bene… quanti pomeriggi a studiare con la merenda di Rosa mia o di Rosa tua… Vero, Rosa mia non ti parlava molto… Ma ti ricordi che eri un metallaro e muto? Facevi impressione! Solo me crepavi di parole col tuo mal di vivere…Tra una versione e un tragedia greca…mi toccava il tuo pessimismo… che palle che eri! ahahaha
      Vi voleva bene perchè amava la brava gente e non ce ne è tanta come voi. E poi sapeva leggere dietro la tua apparenza truce! Troppo furba per prenderla in giro con le tue borchie. Ciao amico mio, grazie del commento.

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