… sed lex

 

Il giudice si è pronunciato .


Per il mio avvocato è andata bene, per gli avvocati è sempre bene. Per qualche amico una schifezza, per altri così e così. Molti sono rimasti delusi.

Il giudice si è persino persuaso che possiamo tornare insieme io e mia moglie. A domanda specifica, nessuno dei due rispondeva.

  • Pensate di poter tornare insieme?

Silenzio.

Nessuno dei due in realtà voleva far vedere di essere la causa della separazione. Non rispondevamo entrambe ed ha pensato che il silenzio fosse assenso. Sarà deformazione professionale da pubblica amministrazione ritenere il silenzio un assenso. In realtà, nella vita dei non burosauri, il silenzio …sono cazzi.

Per i ragazzi dovremo trovare un accordo, altrimenti si andrà al centro di mediazione.

Sono felice, conosco la struttura e mi piace. Lo frequento già il centro e se non c’è altra strada, mi daranno una mano loro. C’è Lorenza e ci sono i suoi colleghi. Ci è andata anche mia moglie su mio invito, poi non ha ritenuto continuare. Adesso lo ordina il giudice. Qualcosa cambia.

Sono curioso di vedere che succede. Il mio avvocato sta scrivendo al suo chiedendo giorni ed orari in cui potrò godere del diritto di visita.

Se i ragazzi non vengono con me, come presumibile, andremo al Centro di Mediazione.

Il giudice ha specificato che io e mia moglie dobbiamo profondere impegno ‘’leale’’. L’aggettivo utilizzato mi ha fatto pensare che abbia intuito la situazione.

Economicamente non cambia molto. Faticherò a riconoscere a mia moglie quanto dovuto, come fatico già ora. Considerando che le utenze di casa debba pagarle lei e le spese dei ragazzi vanno divise, la cifra rispetto a prima non cambia. In altri tempi non sarebbe stato un problema, adesso i soldi scarseggiano e sarà complicato. Ma vedrò.

Vivo di ciò che faccio, non di ciò che ho. Farò.

I soldi non li fabbrico né li rubo. Se ci sono li do, se non ci sono li darò.

Mi ha penalizzato avere quote di alcune società. Purtroppo tutte in forte crisi, non producono nulla. Se non falliscono prima, regalerò le quote. Averle in carico pare costituisca reddito presunto, mi conviene regalarle.

Mia moglie ha un appartamento di proprietà in affitto. Le è stato sufficiente dichiarare che l’affitto non lo percepisca lei. Questa proprio non l’ho capita. Potrei dichiarare che il mio stipendio non lo percepisca io a questo punto!

Anche dei miei effetti personali, orologi etc…. nessuna traccia nel dispositivo.

Anche per questo il mio avvocato scriverà.

Ad ogni buon conto, brutte o belle ci sono delle regole ora. Le regole non accontentano mai, meglio pensare che siano buone. E’ un mal costume tutto italiano quello di contestare le regole. E’ solo un modo per giustificare una sconfitta.

Se le regole non piacciono meglio non giocare. Per giocarsela sarà necessario rispettarle ed a questo gioco, gioco solo per vincere.

Eccole di seguito:

Tribunale di Paperopoli

Sezione Civile

Provvedimenti Presidenziali nel procedimento per separazione personale fra

Moglie – ricorrente

e Paperino – resistente.

IL PRESIDENTE DELEGATO

Letto il verbale dell’udienza del 18-07-2016, sentite le parti e i rispettivi difensori, esaminati il ricorso introduttivo e la comparsa di costituzione;

rilevato che l’esperimento di conciliazione non ha dato esito positivo;

dispone procedersi all’istruzione della lite.

Nomina se medesimo Giudice Istruttore e fissa per la prima comparizione e la trattazione innanzi a sé l’udienza del 05-12-16, ore 9,30.

Assegna alla parte ricorrente termine di giorni trenta dalla comunicazione della presente ordinanza per il deposito in Cancelleria di memoria integrativa che contenga gli elementi di cui all’art. 163, 3 comma, nn. 2,3,4,5,e 6 cpc.

Assegna alla parte resistente, termine fino a 10 giorni prima della predetta udienza per il deposito di memoria integrativa e per la proposizione delle eccezioni processuali e di merito che non siano rilevabili d’ufficio. Sui provvedimenti temporanei e urgenti nell’interesse della prole e dei coniugi;

considerato, quanto ai figli minori AAAAAA e BBBBBB (di 14 e 13 anni), che entrambi i genitori hanno chiesto l’affidamento condiviso e con la collocazione presso la madre, con la quale sono rimasti dall’insorgere della crisi coniugale: sono emerse tuttavia notevoli difficoltà nei rapporti con il padre che non riesce a incontrare continuativamente né a parlare con i ragazzi (soltanto da qualche settimana è stato possibile ripristinare incontri con il primogenito, in occasione delle lezioni di scuola guida, sembra con cadenza settimanale); anche la ricorrente è apparsa consapevole del pregiudizio che potrà derivare ai ragazzi (nel pieno della fase adolescenziale) della esclusione della presenza paterna;

ritenuti pertanto indispensabili, innanzitutto, un impegno concreto e leale di ciascuno dei genitori nel favorire in ogni modo i rapporti padre figli e in secondo luogo, un intervento di sostegno da parte professionisti specializzati che si ritiene di individuare nel Centro per la Famiglia di Paperopoli, diretto sia a ripristinare una normale e serena frequentazione tra il Paperino e i figli e sia a tentare una mediazione tra i coniugi, che non sembra abbiano escluso l’ipotesi di una ricomposizione dell’unità familiare (da quanto emerso in questa fase, le cause della crisi coniugale, anche alla luce dell’attuale situazione personale dei coniugi , non sembrano tanto gravi da risultare insuperabili)

ritenuto che, stante la normale collocazione dei figli presso la madre a questa vada assegnata la casa coniugale , costituita da un immobile appartenente ad una società (facente capo alla famiglia del resistente), messo a disposizione del nucleo familiare attraverso un contratto di locazione: Il Paperino continuerà a pagare il canone pari a d euro xxxx al mese e le spese condominiali, mentre la Moglie dovrà farsi carico delle utenze domestiche divisibili , con decorrenza dal settembre /ottobre 2016 in avanti;

ritenuto che, allo stato, ricorrano i presupposti per imporre al Paperino un assegno di mantenimento di euro xxxx euro al mese di cui xxx per il mantenimento dei figli ed euro xxxx per il mantenimento della moglie, in quanto:

  • nell’ultimo triennio il Paperino ha dichiarato un reddito medio mensile di circa xxxx euro al mese ed è socio di società commerciali (dato questo certamente rilevante, quanto meno sul piano patrimoniale, nonostante la particolare congiuntura di crisi economica in cui versano alcune aziende);
  • La Moglie è proprietaria di un immobile locato (ma non è chiara la destinazione dei proventi), possiede una specifica capacità professionale e lavorativa, collabora nell’esercizio commerciale del fratello (con intuibili risvolti economici), e rimane nell’esclusiva proprietà della casa coniugale;

così provvede in via temporanea e urgente:

  • autorizza i coniugi a vivere separati, ciascuno nel domicilio di propria libera scelta;
  • affida i figli minori AAAAA e BBBB ad entrambi i genitori con ordinaria collocazione presso la madre e rimette all’accordo tra le parti le modalità di rapporto tra Paperino e i figli; in caso di mancato accordo, i genitori e gli stessi minori dovranno seguire le indicazioni del Centro per la Famiglia di Paperopoli, al quale si richiede un intervento di sostegno e mediazione per i fini indicati in premessa;
  • pone a carico di Paperino l’obbligo di versare entro il 15 di ogni mese, l’assegno mensile di euro xxxxxx di cui euro xxxxx quale contributo per il mantenimento dei figli ed euro xxxxx per il mantenimento della moglie, con decorrenza dal mese di agosto 2016, con adeguamento istat su base annuale, oltre il 50% delle spese straordinarie necessarie per i figli, le quali, dovranno essere concordate preventivamente tra i genitori;
  • assegna a Moglie la casa coniugale con tutti i beni mobili che l’arredano, con le precisazioni di cui in premessa in ordine al canone, alle spese condominiali ed alle utenze.

Manda alla Cancelleria per la comunicazione all’ufficiale dello Stato Civile del Comune dove è stato celebrato il matrimonio, ai sensi dell’art. 191 c.c. (come modificato dalla L.55/2015) ai fini dell’annotazione dello scioglimento della comunione.

Si comunichi alle parti, al centro per la Famiglia di Paperopoli ed al P.M.

Paperopoli 19/07/2016

 

Annunci

La cella

I ragazzi sono partiti in vacanza con i nonni e mia moglie. Vanno in un villaggio dove mio suocero ha una multiproprietà. Si divertono molto lì. Sono liberi, in bici dalla mattina alla sera ed in compagnia di tanti coetanei.

Forse il più grande non lo vedrò più, almeno per ora. Ha finito con la scuola guida. Non lo accompagnerò più al mattino. I primi di agosto farà l’esame di teoria. Farà su e giù dal luogo di villeggiatura in giornata. Proverò ad incontrarlo.

Ho ripreso a mandare sms al mattino. Mando un buongiorno senza risposta a entrambe.

L’sms unidirezionale senza risposta è ritornato ad essere l’unica freccia al mio arco.

Mia moglie mi scrive solo per soldi. Tra poco il giudice definirà quanto le devo dare e ci toglieremo anche questo pensiero.

Forse un giorno finirà tutto questo. Non so se riuscirò a perdonare. Sono capace di essere indifferente, l’indifferenza è il mio surrogato di perdono.

Il vero perdono mi pare impossibile. Forse è per spiriti nobili, diversi da me. Per me è come una torta vecchia di  due giorni,  quando decidi di mangiarla per non buttarla.

Mandi giù solo perché è meglio così. Ti ricordi quando era appena sfornata.

È passata una settimana ed ancora nulla, nessuna pronuncia dal giudice. Francesco mi aveva avvisato che sarebbero passati una decina di giorni. Questa settimana si dovrebbe sapere qualcosa. Sarò fuori per lavoro da mercoledì. Se riuscissi a sapere qualcosa prima, sarebbe meglio.

Vivo una specie di modalità ‘eco’ in questi giorni. Anche questo è un modo per gestire il distacco.

Sabato c’è stato un raduno dei genitori e dei ragazzi della squadra di calcio del più grande. Ci siamo visti alla casa al mare di Leo e Pina.

Fanno il tifo per me tutti, senza interesse alcuno e non so come ringraziarli. Mi sto riempiendo di debiti di riconoscenza, mutui su mutui di affetto che non so nemmeno se riuscirò a risarcire in qualche modo.

Pina ha organizzato questo incontro sia per il piacere di rivedere tutti, sia nella speranza che mio figlio potesse accettare l’invito e passare una giornata con me.

L’ho invitato e anche suo figlio lo ha invitato, ma proprio sabato partiva con i nonni in vacanza. Magari se non ci fosse stata la coincidenza di date mi avrebbe detto si. O magari mi avrebbe detto di no ugualmente. Non ho la prova contraria.

All’incontro ci sono andato da solo. Abbiamo passato una bella giornata al mare.

Abbiamo festeggiato. Uno dei ragazzi è stato preso dalle giovanili di una squadra di calcio importante. Sono davvero felice per Patrizio e Ivana, i suoi genitori. ll periodo è difficile, sono senza lavoro. Si barcamenano con lavoretti arrangiati. Accompagnare il figlio in treno a fare i provini per questa squadra è stato un sacrificio immane, hanno venduto delle cose per poterlo fare.

Lui raccontava, lei rideva ed erano veramente belli. L’eleganza, quando è povera, è tra le cose che prediligo nella vita.

Il ragazzo studierà e avrà una possibilità. Loro non avrebbero potuto offrirgliela e sono contentissimi di questo.

Ho ridimensionato di colpo i miei problemi.

Sono abbastanza sereno in questi giorni. Sento come rumore di fondo il dispiacere per il fatto che il piccolo non mi parli da mesi. Chissà a cosa sta pensando. Non è uno drastico lui, di carattere. Deve aver sentito qualcosa che gli ha dato proprio fastidio. Ho smesso di arrovellarmi sul perché delle cose. Non mi chiedo la causa ma l’effetto ancora persiste. A volte l’effetto ha una sua vita indipendente.

Gli anni scorsi, al sabato e alla domenica li raggiungevo anche io al villaggio. Era l’unico posto dove stessi bene nonostante la presenza di mia moglie e dei miei suoceri. C’è il villaggio molto ben curato, con un bel prato e molto verde. All’interno si circola solo a piedi o in bicicletta. I ragazzi così sono tranquilli. C’è una pineta enorme che divide il villaggio dal mare, dopo la pineta le dune di sabbia e al di là delle dune una spiaggia bellissima.

La natura, quando è uno spettacolo così potente, ricuce anche le crepe tra gli uomini.

Passavo un paio di giorni a gironzolare tra pineta e mare. Facevo una corsa, dormivo, leggevo e seguivo i ragazzi da lontano tra una partita di calcio, una partita al ping pong e una di bocce al mare.

Essendo un posto contenuto, riuscivo a spiarli da lontano per vedere come si relazionassero ai compagni. Capivo molte sfumature del loro carattere così. Alla loro età cominciano a costruirsi i primi filtri. Si comportano in maniera un po’ diversa con i coetanei rispetto a quanto facciano in famiglia. Da lontano quelle sfumature le coglievo bene, mi bastava un riflesso.

Oggi vederli da lontano mi sembra un supplizio. Devo cambiare registro.

Non posso continuare a fare le stesse cose. L’unico su cui posso agire è me stesso.

Essere se stessi a volte può diventare una prigione. Ci ritroviamo a fare le stesse cose senza possibilità di evadere. È una prigione strana dove la buona condotta ti allunga la pena, non te la sottrae. Sei da solo giudice, carceriere e compagno di cella di te stesso. Ti fai da avvocato anche. A difenderti riesci come un principe del foro. I piani di evasione sono come lo yogurt nel frigo . Lo hai preso per fare una vita più sana, lo tieni per giorni in fresco e quando finalmente ti decidi a mangiarlo, è scaduto. Ci riproverai , non è la fine del mondo ti dici. È solo uno yogurt e poi non sto così male. Passi e ripassi davanti alla finestra della tua cella. Quello che vorresti essere è lì fuori e tu rimani dentro.

Lorenza mi ha dato un libro sulla rabbia e la sua gestione. Non l’ho ancora letto, il messaggio è piuttosto chiaro.

La rabbia è la mia prigione. Per lo meno una delle mie. Se devo cambiare qualcosa di me devo partire da lì.

Me la sono costruita per difendermi una cella e ci sono rimasto rinchiuso. Non posso eliminarla, non credo di riuscirci. Devo riconoscerla bene, capire i confini e poi imparare a entrare e uscire. Intanto riconoscerla sarà un bel passo in avanti. Un giorno forse per buona condotta uscirò per sempre.

Magari scappa anche il perdono così.

Primo round

La camicia bianca è pronta. Ne ho diverse. Una è di sartoria, metterò quella. Il capo di qualità lo senti addosso, scivola come un bagnoschiuma.

Sveglia alle sei, doccia, barba. Alle sette sono in cantiere, alle otto in ufficio.

Facce da funerale. Oramai è mesi che si arranca. Le banche non danno più un euro, i committenti se non falliscono, comunque  non pagano. Le tasse bisogna comunque pagarle. Hanno scambiato le aziende per moltiplicatori di pani e di pesci. Giornata quasi normale praticamente.

Sento il mio amico fraterno che mi ha supportato tutti questi mesi. È’ avvocato anche lui, mi accompagnerà in tribunale oggi.

Ieri Mario, il mio avvocato ufficiale, mi ha mandato la comparsa. L’ho letta ieri sera. Mi è sembrata cazzuta. Gliene ha scritte di tutti i colori al collega, legale di mia moglie.

Mario si è incazzato da morire. L’avvocato di mia moglie, nelle memorie presentate, ha scritto che la negoziazione è fallita a causa mia.  Un avvocato non dovrebbe mai portare in giudizio argomenti della negoziazione. E’ una prassi deontologica. Portare argomentazioni di una negoziazione, per di più false, è un fare che definire scorretto è un eufemismo.

Dalla comparsa di Mario:

Dispiace allora leggere nel ricorso (pag. 4, righi 21 e 22) che la via giudiziale della separazione sarebbe stata la conseguenza di non poter proseguire l’avviata procedura di negoziazione assistita “per l’accertata reale ragione del naufragio dell’unione coniugale”, vale a dire la relazione extraconiugale (passaggio svolto nel periodo precedente del ricorso), quando invece la ricorrente e soprattutto il suo primo difensore conoscono bene l’andamento del dialogo e la chiusura della Signora ad ogni possibile proposta collaborativa proveniente non solo dal mio assistito ma anche dal suo stesso difensore.

Discutibile la scelta di addebitare il naufragio della negoziazione assistita a Paperino, per di più attribuendolo al fatto della relazione, che non ha mai avuto ingresso nella discussione, e ancor più discutibile la scelta di voler inserire fatti – per di più non veritieri e mai accaduti – che sono e devono rimanere all’interno della riservatezza propria di una concorde decisione di tentare la negoziazione.

La questione non ha invero una diretta rilevanza nel giudizio; denota, però, il preoccupante atteggiamento della ricorrente volto a forgiare fatti ed episodi “ad usum delphini”, per utilizzare un’espressione cara alla ricorrente.

(Usum delphini è una espressione utilizzata molto dall’avvocato di mia moglie nel ricorso. Mario lo prende per culo, citandolo)

E ancora una volta è stato Paperino a chiedere alla moglie, con lettera del 26.4.2016, di recarsi insieme dal servizio di mediazione familiare del Comune, avendone parlato con la dott.ssa Lorenza……

Dopo avere accettato e dopo essersi recata per due incontri, ancora una volta la ricorrente ha mostrato la sua vera natura, abbandonando il percorso congiunto che avrebbe potuto giovare a loro in funzione soprattutto del migliore benessere per i figli.

Stridono allora tutte le ingiuste, ingiustificate e non vere accuse profferte nei confronti del marito, quando invece la stessa Signora ha inizialmente accettato il percorso condiviso, ben consapevole di essere la causa principale del fallimento del rapporto familiare.

Strumentalmente oggi, in sede contenziosa, cerca di mettere in cattiva luce il resistente (così limitandosi all’uso di un’espressione che meriterebbe ben altra colorazione) per raggiungere immotivati fini locupletivi.

Effettivamente mia moglie può prendere per culo me, ma se si mette il suo avvocato a prendere per culo il mio è una presa per culo al quadrato! Troppo.

Vado a prendere mio figlio da casa per portarlo a scuola guida. Ieri gli ho preso due bermuda con i saldi. Oramai è ad una taglia da me. Sento il fiato sul collo. Rimane un modo di dire purtroppo, magari lo sentissi davvero il suo fiato, il collo mi si squaglierebbe di felicità.

Non gli dico nulla del fatto che non mi abbia risposto ai messaggi. Ho deciso di parlare solo in positivo con lui, per ora.

Sembra che i bermuda gli siano piaciuti. Per il resto è un cavargli di bocca qualche monosillabo. Lascio mio figlio e vado a prendere un  caffè con il mio amico Francesco. Mi ripete di stare tranquillo. Saliamo in tribunale, Mario  ci aspetta in una stanza alla segreteria dell’ordine degli avvocati.

Ci vediamo. Mario mi scruta e mi sistema il look.  Mi fa abbottonare un bottone alla camicia, ne avevo due aperti.

Gli dico:

  • certo, sennò sembro un puttaniere.

Francesco ride, Mario rimane serio ma ha un ghigno stampato in faccia. Sembra teso. Chiedo a Francesco che lo conosce bene.

  • Tranquillo, Mario è così . Hai presente una caffettiera quando esce il caffè?

Lui prima dell’udienza si carica a molla.

Me lo hanno detto tutti che in udienza è bravo. Oggi mi fa un po’ di impressione . Lo vedo sempre  attivo e sveglio, stamattina mi pare assatanato. Mi rilassa la cosa, c’è chi è più teso di me.

Ci mettiamo in un corridoio ad aspettare. Arriva mia moglie con uno stuolo di persone. Il suo avvocato, due amiche, il figlio del suo avvocato, avvocato anche lui e una praticante. Dico:

  • Ammazza, come numero ci stracciano.

Ridiamo.

Saluto mia moglie, non ricambia, bontà sua. Saluta con volto tirato sia Mario che Francesco.

Mario prende a parlare con i colleghi. Ogni tanto si gira e mi guarda. Mi sistema il collo della camicia e mi dice di mettere la giacca che porto in mano.

Ha un fare paterno, mi piace questa coccola, mi dà sicurezza.

Francesco pare il suo allenatore, avvicinandosi  mi dice che parla a Mario per far evaporare la adrenalina, si rischia che in udienza azzanni tutti.

C’è da attendere . Mia moglie si è presentata col viso molto tirato.

Speriamo esploda.

Le aule di tribunale sono un chiacchiericcio continuo. Non capisco nemmeno come un giudice possa concentrarsi. La giustizia è in confusione perché lo sono le sue aule. C’è un brusìo di sottofondo che ti fa fare fatica a comprendere cosa ti dica uno accanto.

Dicono che nascano molte relazioni clandestine tra avvocati. Secondo me è perché per parlarsi devono avvicinarsi tanto da pomiciare quasi.

Arriva Mario sempre più impaziente:

  • qua facciamo notte, dice.

Meno male che ho il mio blog. Scrivo sul ‘note’ del telefono. Mi concentro su altro e non conto il tempo, passa.

Sono nel corridoio. Sento un po’ di discorsi. Gli avvocati si distinguono perché hanno dei fascicoli in mano o una borsa. Gli altri sono per metà abbandonati sulle sedie. Non fa caldissimo ma ci saranno una trentina di gradi. La pressione bassa nei soggetti che soffrono si sta facendo sentire.

Gli avvocati commentano molto il look dei colleghi, ho notato.

Se ad un ingegnere chiedessi che abito porti il suo interlocutore, 99 su 100:

  • Che hai detto scusa?

Breve riflessione a fronte corrucciata

  • Non saprei
  • Non è tra i parametri che ho considerato.

Continua l’attesa.

Il corteo di mia moglie, vista l’attesa si muove in altra sede.

Forse hanno letto la comparsa di Mario e si ritirano per prendere le contromisure.

Io aspetto nel corridoio con Francesco.

Era con me anche sull’altare, ed è lui che mi ha presentato mia moglie.

E’ bene che stia a pagare il conto insieme a me!

L’unica cosa che mi dà fastidio è questo brusìo costante. Guardo le altre persone che sono nel corridoio ma non riesco a capire cosa si dicano.

Mario è sempre in giro a parlare con colleghe donne. Mi sembra molto gettonato.

Anche lui è separato. Ha una figlia con la prima moglie. Poi si è risposato ed ha avuto altre due figlie dalla seconda moglie. Un bel curriculum matrimoniale.

Quasi tutte le avvocatesse passano e si fermano a parlare con lui. Non è un adone, ma sicuramente un uomo brillante.

Io scrivo.

Una  amica di mia moglie è uscita dall’aula e si è messa a parlare al cellulare proprio davanti a me.  Ho la sensazione che sia venuta a spiare cosa stia scrivendo. Parla al telefono ed ogni tanto butta l’occhio. La curiosità è femmina.

Continuo a scrivere il mio post imperturbabile.

Ne conosco tanti di avvocati anche io. Ho frequentato il liceo classico, nell’unico liceo della città. Quasi tutti i miei compagni di scuola hanno preso la carriera forense, poi.

Alla fine, pur essendo ingegnere, sono finito a gestire contratti come lavoro. Un po’ lo faccio anche io il leguleio. Chissà come sarei stato da avvocato. Quello che non mi piace di questa professione è la eccessiva forma. La forma, la ritengo una cosa indispensabile, la apprezzo se è proiezione e giusto involucro. Un bel regalo diventa veramente bello se ci fai anche un bel pacco. In questi casi la forma diventa un moltiplicatore di sostanza. Spesso mi sembra che gli avvocati  usino molta formalità solo per nascondere la mancanza di contenuti. E’ un sipario del poco.

Mia moglie esce ogni tanto dall’aula e cerca lo sguardo in segno di sfida. Le piace far vedere che lei è spavalda.

Ora sono seduto da solo. Alzo lo sguardo e le concedo di fulminarmi con una occhiata.

La guardo , credo che i miei occhi somigliassero a quelli del merluzzo che ha lesso mia zia ieri. Quando voglio, so essere completamente inespressivo.

La separazione è un calvario. Guardandola però, mi rendo conto che non tornerei indietro per nulla al mondo.

Sono le 12,15. Attendiamo ancora. Penso molto a mio figlio stamattina. Mi parlava sempre a monosillabi. Non so se ho fatto bene o meno a non dirgli nulla del fatto che non mi abbia risposto ai messaggi che gli ho inviato.

Quando mi rendo conto che sto rimuginando scaccio il pensiero. Mi ero ripromesso di evitare i ripensamenti. Non gli ho parlato, ergo, ho fatto bene a non parlargli, mi ripeto mentalmente come un pezzo di rosario.

Arriva il nostro turno.

La discussione avviene in saletta riservata. Già questa è una buona cosa. Niente brusìo più.

C’è il giudice e la cancelliera seduti dietro una cattedra. Il giudice è un tipo bassino, occhialuto. Sarebbe simile a Ghandi se non fosse per gli occhiali rettangolari, invece che tondi. Giacca, ma non cravatta. Carnagione scura. Un uomo sulla sessantina. Serio, si vede che non è un tipo esuberante.

La cancelliera è bianco latte di carnagione. Capelli scuri, anche lei un po’ avanti negli anni.

Il colore della pelle dei due contrasta parecchio. Lei è cadaverica, mi fa impressione un po’.

La stanza è piuttosto piccola. In cinque ci stiamo a stento. Ci sediamo io e Mario da un lato, un po’ discosti dalla cattedra. Mia moglie, il suo avvocato e la praticante attaccati alla cattedra, come se dovessero pranzare.

L’arroganza spesso è anche fisica.

Il giudice esordisce chiedendo se c’è una possibilità di tornare insieme.

Nessuno risponde. Ripete due o tre volte la richiesta. Nessuno si pronuncia.

Mario fa presente che i tentativi si sono fatti, sono naufragati.

Il giudice deve aver letto qualcosa. Dopo il  tentativo di riconciliazione, credo doveroso per lui,  va subito al punto dei figli.

  • Come mai questi ragazzi non vedono il padre?

Rivolto a mia moglie

Lei:

–      è colpa  del signore qui presente. E’ un padre assente, non riesce a instaurare un rapporto con loro. E’ un violento ed è il suo modo violento di gestire il rapporto che li fa fuggire. In tutti questi mesi ho provato a convincere i ragazzi a riaprire il dialogo col padre. Ho provato in tutti i modi. Non c’è stato nulla da fare. Lui è cambiato e non lo riconoscono più.

Ha detto poche parole, ma il sangue mi ribolle come in una pentola. Sento un fitta forte allo stomaco. Penso e ripenso a quello che ho passato. Non sudo, è il dolore a colarmi dalla fronte.

Il giudice:

  • Ma lei, signora, è consapevole che i ragazzi hanno bisogno del padre ora? Sono degli adolescenti, se non li recupera ora, non li recupera più.

Lei

  • -Il problema è che lui non può ricordarsi di fare il padre quando gli pare a lui.

Monta la rabbia. Vigliacca .

Il giudice rivolto a me:

  • Lei deve cercare di tenere il dialogo quotidianamente coi ragazzi. Non basta una volta ogni tanto.

Guardo Mario e gli chiedo autorizzazione a vomitare. Non posso più trattenermi, devo parlare. Mi autorizza.

  • Signor Giudice, io ho cercato ogni giorno i miei figli,  dal primo giorno che sono andato via da casa. I primi tempi era mia moglie ad impedirmi di vederli. Non me lo  consentiva, faceva ostruzione in ogni modo. I primi mesi mi era consentito solamente portarli su e giù dalla scuola calcio. Ad un certo punto ha deciso che non potevo fare neanche più quello. Andavo a prendere mio figlio da casa. Usciva lei con lui. Sfilavano davanti. Lei mi guardava con aria di sfida. Li seguivo, rimanevo a vedere l’allenamento e poi era la volta dei miei suoceri farmi sfilare i ragazzi davanti. Io ho vissuto questo in tutti questi mesi. Non ho ricevuto gli auguri a Natale, gli auguri al compleanno, i ragazzi non hanno risposto nemmeno al nonno al telefono. I miei figli mi dicono che sono un bugiardo e non so nemmeno perché. Mi hanno anche detto che li affamo, quando ho sempre versato più di quello che potrei. Ho pagato tutto, affitto, bollette, tornei, scuola calcio, libri, finchè li ho visti davo loro anche la paghetta al sabato. Mi sono impoverito. Mi hanno bloccato i contatti telefonici. Non potevo chiamarli al telefono e sono andato sotto casa per dargli il buon giorno ogni mattina. Non volevano che andassi alle partite di calcio e ci andavo semplicemente per farmi vedere e per vederli da lontano. Nemmeno un ciao mi dicevano quando cercavo di avvicinarmi. Mio figlio non voleva che andassi ai colloqui scolastici. Non so perché, provava un senso di vergogna per la  situazione familiare. Non gli ho potuto parlare per capire. Lo hanno fatto tutti, io no. Me lo ha impedito mia moglie. Sono andato lo stesso ai colloqui. Mi ha visto mia moglie e la prima cosa che ha pensato di fare è informare il ragazzo che stessi lì.  Ha buttato benzina sul suo senso di vergogna. Perché questo? Questo è tentare di conciliare il rapporto coi miei ragazzi? Quella volta mi ha anche aspettato all’uscita dell’aula di matematica per appellarmi in modo non ripetibile.

Lei:

  • No è vero, è falso!

Bastarda, penso.

Continuo:

  • Finalmente dopo mesi che  non vedevo il più grande ,riesco a convincerlo a farsi accompagnare alla scuola guida. Mia moglie ha la buona idea di partire con la sorella e mio cognato in Grecia in quei giorni e portarsi i ragazzi. Le chiedo di pensare anche al fatto che fossero mesi che non vedevo mio figlio ed avevo appena ricevuto una piccola riapertura. Forse sarebbe stato più importante il mio rapporto con lui della vacanza. La vacanza la avrebbero fatta comunque, dopo. A fine luglio vanno al mare con i nonni in un posto che a loro piace molto.

Invece che discutere con me, ha riferito subito ai ragazzi che io non volessi mandarli in vacanza. Anche questo è collaborare?.

Mio figlio piccolo mi ha chiesto con un sms il perché non volessi mandarlo in vacanza. Non c’è stato verso di riavvicinarlo da allora. Ha chiuso tutti i ponti. Anche questo è collaborare?

  • Signora, non mi pare che suo marito sia una persona che non tiene ai figli. Almeno così mi pare. Se i ragazzi lo rigettano c’è un problema da valutare. Mi pare incredibile che questo accada tra due persone laureate, con una certa cultura, insomma.

Il trasporto con cui parlo  non ha fatto pensare a finzione. La verità profuma anche se vomitata.

Il giudice ha insistito con mia moglie sul fatto che fosse assolutamente necessario per i ragazzi riprendere il dialogo col padre.

  • Dovete riuscirci. Io posso emettere un provvedimento. Ma se non decidete voi di collaborare per il bene dei ragazzi, il mio provvedimento rimane carta. Se non lo fate voi, mi costringete a rivolgermi a terzi.

Il giudice mi sembra visibilmente dispiaciuto della situazione.

Mia moglie:

  • I ragazzi sono eccezionali e se non vogliono vedere il signore qui presente, (così mi chiama) è solo colpa sua.

Tira fuori dalla borsa le pagelle dei ragazzi. Scoppia in lacrime. Le lacrime di una donna fanno sempre il loro effetto. Mi sembra che il giudice si intenerisca. Una scena degna del miglior Mario Merola. Così commenta il mio amico Brizio quando gli racconto l’accaduto.

 L’avvocato di mia moglie insiste sul fatto che sia il giudice a sentire i ragazzi e non vengano indirizzati ad un centro di mediazione. Sono convinti che i ragazzi, interrogati dal giudice, siano pronti a dire peste e corna del padre, credo.

E’ una roba che mi strugge il cuore. Probabilmente accadrebbe, ma non riesco ancora a darmene una spiegazione.

Insistono molto su questo. Vogliono il giudice, non il centro di mediazione.

Mario è stato bravo. E’ intervenuto ogni tanto al momento giusto. Sta molto attento perchè la discussione non degeneri. Fa presente che al centro di mediazione ci siamo stati già, su mia proposta, sia io che mia moglie. Mia moglie non ha inteso continuare, dopo solo due incontri. Continuare invece sarebbe la cosa più logica.

  • Noi ovviamente, saremmo favorevoli a qualsiasi tentativo teso a recuperare il rapporto padre figli. Ci affidiamo a lei, Giudice.

Si arriva ai denari.

Mia moglie nega di avere un lavoro. Il suo è a nero presso il negozio del fratello, ma asserisce di dare solo una mano saltuaria.

Arriva a negare persino l’evidenza. E’ proprietaria di un appartamento che è in affitto. Le dà un reddito di cinquecento euro al mese. Dichiara che i soldi li prende il padre perché, benchè l’appartamento sia intestato a lei, si tratta di un investimento del padre.

Il giudice e il mio avvocato si fanno una risata.

Tra qualche giorno il  giudice si esprimerà con un dispositivo provvisorio.

Mario dice che è andata bene. Gli avvocati dicono sempre così.

Lo credo anche io, comunque. Male di certo non è andata.

Esco dall’aula, il clan di mia moglie sembra contrariato. Forse la parte economica non li ha entusiasmati. Per quello che hanno detto sui ragazzi, non credo si siano scomposti più di tanto. A loro cambia poco. Non riesco a capire cosa pretendano dal punto di vista economico. La loro richiesta è superiore al mio stipendio. Forse pensano che vada a rubare a notte e abbia altre fonti di reddito.

Ho mal di testa.

Anche se mi dicono che dovrei essere soddisfatto, non riesco ad essere contento. La rabbia è un grappolo di nodi. Ci metti un po’ a scioglierla. Devi farlo con calma, senza fretta. Rischi di innervosirti e di imbrogliare ancor di più la matassa. Se non sciogli tutti i nodi, non puoi distendere il filo.

Adesso arriva agosto. In Italia il diritto va in vacanza.

Ripenso a tutti questi mesi passati a cercare solo uno sguardo dei miei ragazzi.

Mi si serrano le mandibole.

Le ore che ho passato dietro la rete di un campo di calcio al freddo e al gelo per non avere nemmeno un ciao in cambio.

Le volte che mi sono avvicinato e sono stato scacciato come una mosca.

Le volte che sono andato a prenderli e sono saliti in macchina di altri.

Il dolore quando li ho incontrati e hanno cambiato strada.

L’umiliazione di essere chiamato bugiardo.

Le volte che li ho aspettati sotto casa solo per dire buongiorno e non ricevere nemmeno uno sguardo in cambio.

La tristezza infinita, le notti insonni.

I quintali di pagine scritte, i fiumi di parole spesi con consulenti, amici, specialisti e chiunque potesse dare una spalla su cui piangere o un semplice aiuto.

Le volte che ho sperato che rispondessero ad un messaggio o ad una telefonata.

Le sere che ho consolato mio padre ed il suo dispiacere.

Le telefonate e gli sms invano.

Le volte che mi sono dovuto ricucire il dolore da solo nel silenzio della campagna.

I sorrisi, fingendo forza, quando dentro di me morivo.

Le volte che ho chiesto perché e quello che mi dicevano era, abbi pazienza.

Le volte che ho avuto pazienza.

Mi sembra di essere in montagna. Fai una scalata durissima, la vetta non è la fine. E’ un buon punto di osservazione, ti dà la vista giusta per capire che la strada da fare è ancora tanta. Quello che ti spaventa è che sei stanco, ma sei solo all’inizio.

 

 

 

Gluk

Domani è il giorno che aspetto da un po’. Mi sembra di avere un esame. Sono alla ricerca della stessa concentrazione . L’attesa è stata piuttosto lunga.

I ragazzi non rispondono. Il più piccolo ormai è più di un mese. Da quando mia moglie gli ha detto che non lo avrei mandato in Grecia con gli zii. Mi ha scritto l’ultimo sms: ‘voglio andare in Grecia. Perché non posso?’ Dirgli dopo,  che sarebbe potuto andare, non è servito. Mi ha messo alla porta.

Il più grande lo vedo al mattino e agli sms aveva preso a rispondermi.

Da venerdì , dopo che l’ho lasciato alla scuola guida, non risponde. Può essere che la squadra avversaria faccia sentire al gruppo il peso dell’evento. Non so che accade. Non mi angoscio più.

Mia moglie al venerdì mi ha mandato il solito messaggio che ha finito i soldi e che devo dare i soldi ai ragazzi per uscire al sabato.  Non le ho risposto.

Lorenza è stata molto gentile. Mi ha concesso un allenamento di rifinitura. Ci sono stato venerdì . Abbiamo parlato dell’udienza, abbiamo riso e scherzato . Mi ha visto bene e pronto. Mi è sembrato proprio uno di quegli allenamenti blandi che gli atleti fanno nel pre gara. Giusto per svegliare i muscoli. La rivedrò a fine agosto.

– Se accade qualcosa degna di nota e dovessi aver bisogno, chiama.

mi ha detto.

Mio padre si sta lasciando un po’ andare. Ormai vede poco, non cammina più tanto sicuro, anche. Sarà il caldo . Non lo soffre nemmeno lui, come me. Ma a quasi 90 anni, credo che picchi uguale sulle prestazioni, anche se non gli crea insofferenza. Lo perseguito per dirgli di bere. Gli fa bene e poi mi piace che si incazza come ai vecchi tempi, lo vedo vivo. Ogni volta che mi accorgo che ha qualche défaillance  in più, penso al tempo che gli rimane ed alla speranza che ho di farlo stare coi nipoti. Non ne parlo più con lui. Evito il discorso, sperando che congeli il desiderio. È il più grande stimolo che ho in questa battaglia.

  • È’ la prima battaglia Paperino . Hai un grande esercito! Ti senti preparato?
  • Sissignore! Si sta diluendo anche la fifa!

Chi ha avuto grandi paure e grandi sofferenze nella vita, si è misurato. Non è più forte. Tutti siamo forti, ma ce ne accorgiamo solo quando non abbiamo altra possibiltà che esserlo. Chi ha sofferto di più, ha misurato più degli altri la sua forza. La profondità e lunghezza delle cicatrici ne sono il metro.

Oggi mi sono svegliato alle quattro, non dormivo e alle cinque  mi sono messo a scrivere. Voglio stare da solo e concentrarmi.

Quando tu sei l’unico rumore che senti attorno, significa che sei solo. La solitudine è una condizione mentale, non fisica. A volte la cerchiamo. A me accade sempre prima di un esame.

Speravo facesse un gran caldo in questi giorni e invece stanotte ha fatto proprio fresco. Ieri c’è stata pioggia e la temperatura si è abbassata di una decina di gradi.

Da piccolo, quando pioveva mi piaceva andare in giro a cercare i ristagni d’acqua. Mi piaceva il rumore che ci faceva una pietra quando la tiravi dentro. Quel ” gluk” mezzo risucchio sordo e ovattato, mezzo tonfo mi faceva eco nel corpo. Ed era irresistibile. Ogni volta che passavo vicino ad un ristagno d’acqua , mi fermavo, cercavo una pietra e mi mettevo vicino all’acqua. Prendevo il mio tempo, come un tuffatore. Aspettavo due o tre secondi e buttavo la pietra. Il ‘gluk’ era fuori come rumore, ma mi risuonava dentro . Quando lo facevo con qualche amico vicino, quel rumore interno non lo sentivo affatto. Era tutto un altro suono.

Ormai per me era il rumore della solitudine . Oggi lo avverto ogni tanto. Mando sms ai miei figli e non rispondono . Il mio telefono è la pozza d’acqua . Ci passo vicino . Lo prendo e scrivo :

Domani ti va di andare al mare con me? Porti qualche amico anche.

‘’Gluk’’.

Cinque minuti alla partenza

E’ un po’ che non vado a vela. Problemi di lavoro, famiglia, mi ci hanno tenuto lontano. Per quasi venti anni è stato un bel divertimento. Avevamo un bel gruppo, un equipaggio discreto tecnicamente e ben affiatato. La cosa più importante, ci divertivamo.

In barca eravamo in otto. Prima delle regate ci si vedeva sul pontile, si prendeva un caffè, si chiacchierava con quelli delle altre barche, generalmente si discuteva delle condizioni meteo. Alcuni erano bersaglio di sfottò, c’era un bel clima spensierato.

Regatavamo quasi ogni domenica da fine aprile a metà giugno.

Quando il vento è teso, l’atmosfera cambia un po’. La situazione di fondo rimane più o meno la stessa. C’è aria frizzante e allegria diffusa, meno disponibilità alla perdita di tempo. I pensieri della settimana li anneghi uguale, non nel cazzeggio, nella concentrazione che metti sulla preparazione delle attrezzature. In banchina tutti sono attenti a controllare. Vento e onde preoccupano. Lo svago diventa un impegno.

Anche nella vita di tutti i giorni quando hai un appuntamento importante che si avvicina, tutto ciò che fai durante la giornata diventa un modo per trovare la giusta concentrazione. Tendi a fare tutto per bene quando sei concentrato. La meccanica, il ritmo e la ripetitività dei movimenti sono la tua speciale ritualità alla ricerca di una sicurezza. Come il saltatore in alto che prima di partire ripete in testa la rincorsa.

L’abitudine è un rito per non perdersi e ritrovarsi.

Con il vento forte le vele scaricano tonnellate di forza sulle corde (cime, per i marinai) e sui cavi di acciaio (stralli e sartie). Arrivi in porto, le bandiere sono tese al vento. Sventola forte solo la parte terminale come la lingua di un serpente. Si sente un tintinnìo continuo. Sono le cime che urtano sulle parti metalliche della barca. Il rumore è un misto tra una frustata e un suono di campanelli. Quando un velista sente il tintinnìo avverte già i dolori dei lividi sul corpo. Non ci si prepara ad una passeggiata.

Ci vuole una attenzione tripla affinchè tutto sia perfetto. Un errore nella preparazione della barca, un errore in manovra, può significare rottura di attrezzatura, danni notevoli e rischio di farsi molto male, ma molto.

Per questo un equipaggio diventa affiatato. Il vero affiatamento lo hai quando puoi metterti l’uno nelle mani dell’altro.

Quando hai qualcosa di importante da affrontare, ti circondi delle persone che reputi migliori. Selezioni e fai la scrematura. E’ come se mettessi fuori un cartello, ‘’no perditempo’’. Come quando metti la giacca migliore per una cerimonia, ti guardi allo specchio. Vuoi vederti bene perché bene ti vedano gli altri. Le persone migliori con cui vuoi stare sono lo specchio che vorresti avere.

Finiti i preparativi e le chiacchiere ci si muove, si mollano gli ormeggi.

L’uscita dal porto è a motore. La vela principale, la randa, si tira su quasi subito. Per le altre si aspetta l’ultimo momento. Si continua la chiacchiera ma è una chiacchiera di raccoglimento.

Nel nostro equipaggio ognuno aveva i suoi modi per abbattere la tensione. Lello raccontava barzellette. Ne sa e ne ricorda una quantità impressionante.

Mio fratello, detto Hulk per la stazza, scaricava tensione mettendo in ordine. E’ uno che ha bisogno di fare qualcosa di pratico per distrarsi, altrimenti meglio dormire al sole e arrostirsi. Non conosce le vie di mezzo.

Manu, il timoniere, cercava distrazione parlando di cani, la sua passione o del culo di qualche ragazza notata in banchina. Sul secondo argomento convergevano le attenzioni di tutti.

Carlo, il prodiere, detto l’uomo ragno, era l’unico a lavorare sul serio. E’ quello che rischiava più di tutti, dovendosi arrampicare in situazioni critiche anche per decine di metri. Un grillo, fisicamente. Adesso, dopo la prima figlia, faticherebbe anche lui.

Ogni tanto urlava qualcosa che si perdeva nel vento e nel chiacchiericcio di chi stava dietro.

Dopo un po’ faceva capolino a poppa (la parte posteriore della barca) sbraitando e incazzato nero perché lui lavorava e non gli si prestava la dovuta attenzione per dargli una mano. Ridevamo, era sempre la stessa storia, ma aveva fiumi di ragioni. Come ogni volta chiudeva dicendo si trattasse dell’ultima volta che sarebbe venuto. Tornava a prua e continuava a lavorare. L’incazzatura la faceva notare nei movimenti bruschi e nella maggior forza messa nel fare le cose.

La diversità è la maggiore bellezza dell’uomo per me. Ti colora la vita. Ne ha paura solo chi ha l’animo con pochi colori. Amici diversi ti fanno pensare in maniera differente. Hai chi ti sgrida, chi ti incoraggia, chi si incazza con il mondo per difenderti, chi ti racconta una storiella per farti ridere. Fanno equipaggio con te e puoi scegliere chi ascoltare a seconda del tuo stato d’animo. E’ una ricchezza e la hai a tua disposizione.

Qualcuno stappava un birra, qualcuno chiudeva gli occhi e si godeva il sole e il vento. Francesco si dedicava alla musica. Chi tentava di mangiare un panino era immediatamente redarguito da quel rompipalle di mio fratello. Il suo ordine mentale doveva per forza essere recepito dagli altri. Si sarebbe mangiato tra una regata e l’altra, aveva sentenziato. Contraddire Hulk non era consigliabile per ovvie ragioni e poi perché è un bambinone. Se non si fa come dice lui, si offende. Meglio dargli ragione sui panini che su altro.

Io tenevo un orecchio alle barzellette di Lello e mi preparavo gli strumenti per navigare. La navigazione e il senso dell’orientamento sono sempre stati il mio forte. Ero io ad usarli in barca. Mi assicuravo che tutto funzionasse. Orologio per il conto alla rovescia, strumenti di navigazione. Al collo portavo una bussola da rilevamento. Mi serviva a verificare la velocità delle altre barche rispetto alla nostra.

Mi affiancavo al timoniere e a Francesco e si parlava della tattica e delle condizioni meteo che mi ero studiato dal giorno prima.

Mi è sempre piaciuto occuparmi di strategia e sono sempre stato un secchione.

Anche questa volta ho studiato. L’udienza si avvicina. I miei strumenti di navigazione sono stati la calma e la pacatezza. Ho cercato di non perdere la bussola anche se hanno fatto di tutto per farmela perdere. Tutto sommato mi pare di esserci riuscito. Anche in questo caso l’ho tenuta ben stretta intorno al collo la bussola. La rotta per me è stata sempre ben definita e sotto controllo. Qualche fuori rotta c’è stato ma l’ho corretto con l’aiuto di chi ha avuto la pazienza di starmi vicino.

Una cosa molto bella della vela, specie in condizioni estreme, è che si esce per non fare errori. Vince chi sbaglia meno. Può essere talmente disastroso un errore, che già non commetterne è una vittoria. Una scelta giusta o sbagliata può regalarti una vittoria o una sconfitta, ma la cosa fondamentale è non sbagliare.

Tutto deve avvenire con un sincronismo perfetto.

In tutti questi mesi ho sbagliato più di qualche volta. Ho lavorato duramente per capire quali fossero gli errori da non fare. Sono stato da una consulente, adesso frequento il centro di mediazione familiare, ho creato un blog.

Mi nutro del pensiero degli altri. Ho bisogno del pensiero diverso. A volte mi sembra di non avere idee personali ma di essere un convogliatore di idee altrui, le mie, non mi bastano.

Rubo i pensieri degli altri e mi riempio le tasche.

Sono stato ore ed ore a sfogarmi con amici, parenti e conoscenti. Ho cercato una sponda per mettere fuori le mie paure e capire giusto da farsi. Paura ne ho avuta molta. Ho sofferto. Anche in questo caso vorrei sbagliare il meno possibile.

Il momento più esaltante di una regata inizia  quando danno i dieci minuti alla partenza. Dall’interno della barca viene portata in coperta la vela di prua adatta alle condizioni meteo marine del momento.E’ tattica anche questa. Non far capire agli avversari fino all’ultimo che tipo di vela si vuol tirare su per non dare riferimenti.Un buon equipaggio è bravo a montare le vele in poco tempo. Più tardi si tira su la vela di prua, più tardi si danno riferimenti agli avversari.A dieci minuti viene data una specie di allerta dalla giuria con esposizioni di bandiere particolari, suoni di tromba e avvisi via radio.La tensione sale ma non è quella massima ancora. Si tergiversa sopra e sotto incrociando le altre imbarcazioni. Si scruta, cercando di capire che tipo di attrezzatura stanno per montare gli altri o che lato della linea di conviene scegliere.

Molto del mio tempo lo sto consumando cercando di capire cosa tirar fuori in aula e cosa no. So che alla fine prevarrà l’istinto del momento. Ma fare programmi aiuta molto. Si sa che chi fa e disfa, non perde mai tempo.

La vera bagarre inizia ai cinque minuti. Si spengono i motori e si viaggia solo a vela. Solo a vela la barca manovra meno facilmente.  Ci sono le onde, il vento, il sole. Gli unici rumori rimangono gli ordini a bordo e lo sgranocchiare dei verricelli che girano. Le vele sono tutte su. Gli equipaggi manovrano tutti in un fazzoletto d’acqua. E’ pericoloso. Le barche non devono superare una linea immaginaria costituita dalla barca giuria e una boa posta  sul campo di regata. Continuano ad andare su e giù vicino alla linea, ma stando attenti a non oltrepassarla. Dopo il segnale di partenza possono tagliare la linea immaginaria, non prima. Pena la squalifica. In barca tutti sono ai posti di manovra. Il timoniere da ordini secchi. Non alza molto la voce per non far sentire le sue intenzioni agli altri equipaggi.

Il prodiere si mette come una polena alla punta della barca. Con una mano si tiene al cavo di acciaio per non cadere in acqua. Onde e spruzzi lo sbattono. L’altra mano la ha stesa ben in vista per tutti. Segnala la distanza dalla linea immaginaria. Ci sono delle regole nella navigazione. Bisogna dare delle precedenze per mare, così come sulle strade. In acqua non ci sono i cartelli stradali però. E’ un po’ più complicato . Due equipaggi esperti che si avvicinano con le loro barche sanno esattamente chi ha la precedenza. La cosa diventa problematica quando in poco spazio si trovano una ventina di barche. In quel caso tutti pensano di avere la precedenza. Ne sono convinti. Come arrivare ad un incrocio semaforizzato in ora di punta e trovarlo spento. Nel disordine passa chi è prepotente, non chi ha ragione.Se l’equipaggio sa il fatto suo, non si fa infinocchiare dalle urla e dalla prepotenza altrui.

Chi ha la precedenza, in mare la deve chiedere. La parola magica è ‘’acqua’’. Acqua in regata significa appunto: ‘’spostati e fammi passare perché ho la precedenza’’. In una bolgia come quella del pre-partenza le urla tra una barca e l’altra sono assordanti.Bisogna stare tranquilli ed essere determinati. Sbagliare in quel momento è come per un ciclista perdere il pedale nella volata finale.

Ho cercato di evitare lo scontro con mia moglie negli ultimi tempi. Ho avuto netta la sensazione che lei cercasse la bagarre. E’ il suo terreno quello. Penso che volesse spingermi nel suo campo.

A volte ci sono riuscito, a volte meno. Però ho capito e individuato qual è l’errore che non devo commettere. Alzare i toni fa il suo gioco. I miei toni saranno pacati e cercherò di usare tutta la determinazione di cui sono capace.

Ai cinque minuti inizia un carosello infernale. La barca giuria e la boa che segnano la linea di partenza sono le uniche cose a rimanere ferme. Tutto il resto mulina vorticosamente. Barche che ruotano e avanzano minacciose una contro l’altra. Urla forsennate per precedenze inesistenti. Verricelli che girano rumoreggiando come la corda di un orologio.

Vento, onde e spruzzi rendono il quadro adrenalinico.

In mare il buon senso dovrebbe prevalere sempre e così avviene generalmente. Qualche volta però, qualcuno si ritira con un bel buco sulla chiglia. Se c’è uno scontro è il minore dei mali che possa accadere.

I miei pensieri stanno cominciando ad essere vorticosi a pochi giorni dall’udienza. Sono stato calmo e pacato finora, adesso rischio di aggrovigliarmi.

Mi vengono in mente le cose più disparate. L’altro giorno ripensavo al fatto che mia moglie avesse detto al piccolo che non volessi mandarlo in Grecia.
Da allora lui non mi parla più nonostante poi, avessi acconsentito. Dove è il buon senso in tutto ciò? Ho tanti perché che mi ruotano in testa. Sto cercando di fermarli. Voglio frenare questo vortice.

I timonieri hanno già scelto il punto da cui vogliono partire e attraversare la linea immaginaria. In genere si tenta di fermare la barca mettendo le vele in direzione del vento e facendole sventolare come una bandiera. E’ una situazione di stasi. E’ il momento più difficile. A barca ferma con le vele che sbattono forte sei pericoloso per te e per le altre barche. Non puoi manovrare. Sei su una barca che pesa tonnellate e non puoi decidere tu dove mandarla. Vicino a te tante altre barche nelle stesse condizioni. E’ il movimento che ti consente la manovra. Quando poi decidi di muoverti, non parti mai dritto. La barca a vela nei primi secondi in cui le vele vengono caricate dal vento si muove in senso trasversale. Per un gioco di forze tra parte immersa e pressione del vento sulle vele, la direzione diventa in avanti, invece che di lato. Sono leggi fisiche, per molti pare un miracolo che la barca possa muoversi quasi contro vento.

Toccherà anche a me muovermi controvento.

Ho tutto da perdere. Lo so bene che mia moglie parte col favore dei pronostici. Farà la parte della povera abbandonata e mi dipingerà come uno stronzo. Cercherò di non sbandare e muovermi dritto anche se soffieranno contro lei e il suo avvocato.

In barca c’è chi deve stare attento alle manovre, chi, meno impegnato, butta gli occhi a 360 gradi per controllare che qualcuno non ti rovini addosso. Al timoniere vengono trasferiti pochi messaggi e chiari.

In quel momento la tensione è alle stelle. Il timoniere tiene d’occhio le vele, tiene d’occhio le altre barche, tiene d’occhio il braccio del prodiere che ben steso a prua gli indica la distanza dalla linea immaginaria che non deve superare. Nessuno fiata più. Solo il navigatore scandisce il tempo.

Negli ultimi giorni è accaduta una cosa strana. I miei amici che mi sono stati vicini in tutti questi mesi hanno smesso di dirmi la loro.

Come se sapessero che adesso tocca a me e a chi mi guida. Non ha senso aggiungere altro. Potrebbe generare solo confusione. Ho sentito intorno un sacro rispetto per la mia solitudine. Come se mi avessero detto:

  • forza, ti siamo stati accanto, ora tocca a te.

Mancano sessanta secondi. Una voce alla radio dalla barca giuria indica preceduto da un colpo di tromba:

  • un minuto, un minuto alla partenza!

Il navigatore sa che deve scandire il tempo al timoniere e all’equipaggio. Si sono accordati per dare il tempo ogni cinque secondi fino a meno trenta secondi. Poi ogni secondo. Piano e chiaro per non farsi ascoltare dagli altri.

La barca è quasi ferma in questo momento. Le vele sono state mollate e si sono messe a bandiera senza pressione. Le onde alte fanno oscillare la barca.

Il navigatore chiama i trenta secondi. Il timoniere dà gli ultimi ordini.

  • Cominciate a cazzare (per i mariani cazzare significa tirare la corda).

Le vele, cazzando, prendono pressione. La barca lentamente si muove di lato.Una volta in partenza ho visto due alberi agganciarsi e spezzarsi. Gli equipaggi per fortuna ne uscirono illesi, non c’era nemmeno moltissimo vento.

Dopo qualche secondo che il navigatore :

  • trenta, ventinove, ventotto…

la barca prende a muoversi in avanti. Il prodiere continua a dare la distanza dalla linea. Il timoniere finalmente dà il segnale.

  • Vele a segno! Partiti, partiti!

Ha calcolato che con la velocità della barca si raggiungerà la linea nel tempo giusto per non essere squalificati.

  • Cazza Cazza Cazza!!!!

Si incita chi regola le vele. Per cazzare le vele con vento forte ci vuole forza. Hulk, in quel momento mulinella con tale forza che sradicherebbe un albero. Meglio non trovarsi nelle vicinanze.

Le vele sono a segno. L’equipaggio si mette tutto in posizione, seduti da un lato con le gambe fuoribordo. I pesi vengono disposti per raddrizzare la barca che con la pressione del vento tende a sbandare.

Gli spruzzi delle onde spaccate dalla prua ti stemperano tensione e sudore.

Viene data la regolazione di fino alle vele.

Chi regola le vele urla:

  • Target, target!

Si è raggiunta la velocità ottimale, le vele sono regolate perfettamente, i pesi dell’equipaggio sono giustamente riposti.

Il timoniere è più rilassato. In assetto, la barca va quasi da sè. Spacca le onde che è una meraviglia. Si sente la potenza del vento sulle vele e la reazione in avanti dello scafo. Sembra di stare su un cavallo di razza.

Il prodiere rimane a prua per verificare che allo scadere del tempo la barca sia giustamente entro la linea e non si rischi la squalifica. Poi rientra anche lui in assetto.

Ci si guarda e si sorride. Si scambiano molti cinque. E’ andata anche questa.

Gli ultimi giorni per me saranno così. Mi fermerò in attesa tentando di frenare i vortici in testa . Se potessi fermerei le pulsazioni del cuore anche.

Il giorno dell’udienza metterò a segno le mie vele e partirò. La mia partenza sarà da posizione giusta. Mi sono preparato un vita per questo. Seguirò le regole ed il buon senso. Sono fatto così. Si dice che solo le cose mai iniziate non finiscano.

Novanta, la paura.


La paura è una brutta bestia. E’ un toro che va afferrato per le corna, non le puoi girare intorno.

Se le giri intorno finisci nel suo vortice e non ne esci più. Ti inghiottisce. Devi affrontarla di petto e ci vuole una buona dose di coraggio. Il coraggio se non lo hai te lo costruisci quando sei stanco, sconfitta su sconfitta.

Io ci combatto ogni giorno con la paura. Una piccola grande paura è la timidezza. Sono stato un gran timido e lo sono tutt’ora. Prima ero sopraffatto, ora mi difendo. La timidezza la definisco una paura leggera, light per usare un inglesismo. Non è una roba soffocante, che ti fa mancare l’aria. Ti annebbia la vita però. E’ come avere il parabrezza appannato. Ti costringe ad andare molto piano anche se la strada è tutta per te e potresti pigiare sull’acceleratore.

L’altro giorno ero al bar. Affianco a me c’era il fratello di un mio caro amico che si gustava il suo cappuccino. Un uomo di una certa età, con il volto segnato dal tempo. Lo guardavo, avevo capito che non mi avesse riconosciuto.

Lo saluto? O Faccio finta di nulla?

Tempo fa avrei girato lo sguardo dall’altra parte. Non sarebbe accaduto nulla, non è nulla di importante il saluto ad una persona qualsiasi. Non ti cambia la vita, pensi.

Non è vero invece. Rinunciare è peggio che perdere. Se perdi almeno ci hai provato.

La sconfitta la sciogli nel ricordo della battaglia.

La rinuncia ti logora invece, hai perso a tavolino e ti rimane il desiderio di fare un tentativo.

Devi batterti ed è più facile batterti per le piccole cose. E’ un buon allenamento.

E così che l’altro giorno:

  • Ciao, sei il fratello di Giovanni, vero?

Mi guarda sorpreso e tirando il collo un po’ indietro sulla difensiva:

  • Sì.

L’aria rimane interrogativa, non lo dice, ma la domanda ‘’tu chi sei’’, si legge tra le rughe.

  • Ciao Antonio, sono Paperino. Ci siamo conosciuti da Giovanni, ricordi?

Gli porgo la mano per stringerla, ricambia. Le mani non si mollano per qualche secondo come se dal contatto potesse venire il riconoscimento.

  • Veroooooo, scusami. Non ti avevo riconosciuto. Ciao, come stai?
  • Bene, me la cavo!
  • Tu?
  • Bene, dai. Ti posso offrire qualcosa?
  • No ti ringrazio, stavo per andare via, ho un po’ di fretta. Salutami Giovanni.
  • Certo, ti ringrazio Paperino, ciao, stammi bene.

Sorrideva lui, sorridevo io.

Questo dialogo non ha cambiato nulla nella vita di Antonio né, ahimè, nella vita di Paperino.

Qualcosa di positivo è accaduto però:

  • Sono stati generati due sorrisi che potevano non esserci.
  • Paperino ha vinto contro la timidezza, la volta successiva sarà ancora più sicuro.
  • Una piccola vittoria non ti aggiusta la giornata, ma una sconfitta, anche se piccola,

l’avrebbe guastata.

Noi timidi ci blocchiamo spesso per stupidaggini. In mezzo alla gente siamo una catastrofe. Al ristorante per esempio. Hai bisogno del cameriere, mano alzata, dito indice in evidenza.

  • Scusi! Cameriere….

Per il cameriere che passa, sei diafano. Sembra che il timido l’abbia scritto in faccia ‘’non mi considerare anche se ti chiamo’’.

Ti guardi intorno, scruti gli altri. Hanno mica visto il maldestro tentativo andato a vuoto? Ti passi la mano nei capelli come se volessi sistemarli.

Assumi una faccia che vuol dire:

– Voglio sistemarmi i capelli. Visto che c’ero, ho anche chiamato il cameriere! Non era il mio obiettivo principale. Cosa avete da guardare?

Dopo un po’ ci riprovi. Aspetti che il cameriere questa volta passi veramente vicino. Se non ti vede e non ti sente, gli puoi toccare una spalla. Con un tocchetto, senza essere troppo invadente. Stavolta pianifichi per non fare brutta figura, non sono ammessi errori. Agli altri tavoli hanno sguardi severissimi, sembra che stiano aspettandoti al varco.

Sei talmente concentrato sui movimenti del cameriere nella sala che non ascolti praticamente nulla di ciò che si dice al tuo tavolo.

Il cameriere finalmente si avvicina. Rimanendo seduto sollevi il busto, metti il petto in fuori. Sembri un felino pronto ad assalire la preda. Sei ben puntato sul bordo della sedia. Il sorriso di cortesia è già pronto.

Calcoli il tempo per sparare il tuo ‘’scusi’’ come un campione olimpico del tiro a piattello.

Al momento giusto, quando il cameriere è a un metro e mezzo di distanza, alzi il braccio con eleganza. Indice su con movimento plastico. Ostenti sicurezza.

  • Scusi!

Con tono deciso.

Non vuoi che lo blocca quello del tavolo accanto per un braccio?

La timidezza è così, ti concentri sugli altri invece che pensare alla tua vita e poi comunque fai una figura di merda.

Le spalle si affossano. Sprofondi nella sedia, nello sprofondare ti guardi di nuovo intorno. I volti dei vicini sono impietosi stavolta. Hanno colto tutti che sei un imbranato e non ci sai fare. Magari stanno ridendo per fatti loro. Ma a te sembra che tutti ti deridano.

Vorresti pagare il conto ed andartene.

Se combatti le tue paure ad un certo punto la vita cambia. Prendi coscienza delle tue debolezze e non temi di mostrarle.

Scopri che non te ne frega nulla degli altri nel locale, anzi, se li coinvolgi, possono darti una mano. Se ti guardano dopo che il tuo tentativo va a vuoto, sorridi, rotei l’indice in aria, ti alzi dalla sedia e accenni ad un ballo. Fai ridere chi sta a tavola con te e ti conquisti il sorriso di qualcuno al tavolo accanto. Passa il cameriere e quello del tavolo accanto lo ferma per te.

C’è una sottile differenza tra il chiedere aiuto e condividere una difficoltà.

Nel secondo caso l’aiuto è reciproco. Anche condividere una difficoltà è un aiuto. Chi ti dà una mano non risponde ad una richiesta. E’ più libero, si imbarca nella difficoltà con te.

Vincere le piccole paure è un trampolino per superare le grandi.

Ci sono paure che ti paralizzano. L’elenco sarebbe infinito. Ognuno ha le sue fobie particolari, legate ad episodi della vita, a piccoli e grandi spaventi.

Vivendo in campagna, in una zona un po’ isolata, ho avuto sempre paura a rientrare in casa da solo.

Mio padre ha costruito la casa e non ha voluto fare un bel muro di cinta, come fanno alcuni. La recinzione della nostra casa è una rete metallica, c’è una siepe di arbusti sul confine, ma si vede bene attraverso. Dall’esterno si vede benissimo l’interno e altrettanto dall’interno del giardino verso la strada. Oltre ad un discorso di privacy un bel muro alto tre metri mi avrebbe fatto sentire protetto.

Ho sempre pensato a questa cosa, ma non avevo mai chiesto una spiegazione.

Un giorno facendo una passeggiata chiesi la ragione della scelta a mio padre.

  • Papà, ma perché hai fatto la recinzione trasparente e non un bel muro di cinta? Non sarebbe stato più sicuro?

Mi rispose placidamente, come se aspettasse la domanda da anni.

  • Ti senti più sicuro se lo vedi il pericolo o se non lo vedi?
  • Già… se lo vedo.
  • E secondo te un malintenzionato che oltrepassa la recinzione esterna, si sente più sicuro se può agire indisturbato o se dalla strada qualcuno lo può vedere?

Quelle risposte di mio padre mi danno un fastidio tremendo,  non ammettono replica per quanto sono semplici e vere.

E’ così è per tutte le paure. Se ci trinceriamo dietro un muro, nessuno avvertirà il pericolo che corriamo. A lungo andare non avremo nemmeno la lucidità per avvertire che si sta avvicinando.

Se viviamo le nostre paure in modo trasparente, chi ci sta intorno le potrà condividere. Anche noi saremo in grado di avvertire il pericolo che arriva e prepararci ad affrontarlo.

Erigere muri è un modo per rinunciare ad affrontare la vita.

Sono mesi che cerco di capire che muro si è alzato tra i ragazzi e me.

Ho passato gli ultimi due giorni in Calabria. Sono andato a vedere un torneo di Calcio di mio figlio più grande. Ho invitato il piccolo a venire con me. Gli ho mandato un sms. Non mi ha risposto.

Il giorno prima di partire, mentre accompagnavo il più grande alla scuola guida gli ho dato la crema protettiva per il sole e l’Autan. Avevo sentito dagli altri genitori che lì avrebbe fatto molto caldo e sarebbe stato pieno di zanzare.

Ha preso i due flaconi. In quel momento c’ero io che avevo fatto qualcosa per lui e lui che la accettava. Non era solo una crema a passare dalle mie mani alle sue.

Una cosa ‘normale’ tra padre e figlio. E’ quello che ci manca da mesi purtroppo.

Ho avvertito chiara la sua contentezza per la normalità del momento.

Il recinto tra me e lui c’è sempre, ma sembra stia diventando trasparente. Ci siamo letti in faccia le difficoltà.

Sono stati due giorni molto belli. Ho fatto del mio meglio. Ho portato del gatorade a tutta la squadra tra una partita e l’altra. Ogni tanto mi avvicinavo a mio figlio e gli chiedevo se avesse bisogno di qualcosa. Non lo ho assillato. L’ho lasciato in compagnia della squadra ma gli ho fatto sentire la mia presenza. Contavo le volte che si avvicinavano gli altri genitori ai figli e facevo uguale. Non volevo strafare.

Vorrei parlargli, ma la paura ancora ha il sopravvento. Ha accettato di vedermi a condizione che non gli parli dei problemi. Ho paura che se infrango la condizione si ritiri di nuovo dietro il muro invalicabile. Forse è come mio padre. Hanno lo stesso nome pure. Ha messo il recinto e lo ha reso trasparente. Provo a mostrarmi con le mie debolezze. Chissà che non decida di condividere.

Ce la sto mettendo tutta. Non perderò a tavolino.