Il pianerottolo

E’ arrivato il momento di frequentare il centro di mediazione. Mia moglie il 2 settembre, io il 3.

Da qualche giorno, improvvisamente il suo atteggiamento si è modificato.

Da un paio di giorni ha preso addirittura a scrivermi dei consigli per approcciare i ragazzi.

Le scrivo:

  • BBBBB non mi ha dato la risposta, lo porti tu al calcio?
  • Si con te non vuole venire, vai a vedere l’allenamento comunque.
  • Digli che dopo dobbiamo firmare, così riesco ad avvicinarmi.
  • Ok

Mi consiglia di andare all’allenamento! Ma come…è un anno che vado su e giù dai campi sportivi per vedere i figli da lontano. Ci vuole pazienza per non mandarla a quel paese. Oggi, dovendo dare evidenza dei comportamenti, mi consiglia di andare all’ allenamento. E’ un anno che guardo i miei figli attraverso una recinzione. Devo ignorare, non ho alternative. Mi devo concentrare sull’obiettivo. La polemica non serve, la polemica non serve, la polemica non serve, la polemica non serve, La polemica non serve….

  • BBBBB ha finito?
  • Ancora no
  • Torna con te? Hai chiesto?
  • Gli ho scritto un sms, non mi ha risposto, ma lo riporto io.
  • A me aveva detto di no
  • Ma se non vieni, se ne torna con me!
  • Tu chiedi se non vuole, non lo forzare, io aspetto nascosta. Se dice di no, mi chiami e arrivo. Se lo forzi addio.
  • Ma che devo forzare?
  • Hai firmato?
  • No, se viene lui firmo. Gli ho scritto che ci andiamo insieme
  • Ma chiedilo!
  • Non mi ha risposto ti dico.
  • Di persona, chiediglielo.
  • Ancora non lo ho visto. Sta giocando.
  • E vai no?
  • Dove devo andare? E’ nel campo!
  • Che modi, che sta soffrendo mica è un gioco!
  • Ma di che parli?
  • Firma sto cazzo di cartellino, che dispetto fai?
  • Nessun dispetto, ci vado con mio figlio a firmare!
  • Vai a firmare, poi ti avvicini e gli dico che hai firmato!
  • Forse non sono stato chiaro.
  • Almeno vede un po’ di amore.

La polemica non serve… la polemica non serve.. la polemica non serve…

  • Non riesco a spiegarmi, evidentemente.
  • Con AAAAA sei andato, perché per BBBBB no? No, sei proprio tu che non capisci
  • Sarà.
  • Gìovedi parlo con Lorenza.
  • Certo, parlaci … Vedi un po’ se c’è lei, perché mi ha chiamato un’altra dal centro di mediazione, non so se incontreremo lei.
  • Chi sia, sia! AAAAA non lo hai portato a firmare? Hai firmato e basta!
  • Si ma BBBBB non lo vedo dal 2 giugno e non lo sento, vorrei vederlo, è una buona occasione.

 

  • E certo!
  • Quindi invoglialo.
  • Avvicinati ora!
  • Certo che mi avvicino, aspetto che finisca. Gli dici che firma con me, perfavore?
  • Fai un po’ tu anche, io lo ripeto tutti i giorni ora tocca a te
  • Certo, non basta dire
  • Non ho problemi caro mio, fai tu qualcosa, piuttosto, invece dei ricatti, Paperino
  • I ragazzi si educano.
  • Con Amore, e a te chi ti educa? Loro sono educatissimi. Lo sanno tutti.

La polemica non serve, la polemica non serve, la polemica non serve….

  • Educare è tante cose.
  • Si certo tantissime cose, incomincia ad educare te. Educati! Io sono dietro al parcheggio fatemi sapere.

La polemica non serve, la polemica non serve, la polemica non serve, la polemica non serve, la polemica non serve….

 

Finalmente finisce l’allenamento e vedo il piccolo più da vicino.

Sono quasi tre mesi. Devo contare. Si, tre mesi. La matematica è sempre stata un appoggio per me, quando faccio conti mi ritrovo, mi aiuta nei momenti in cui posso perdermi. Era il due giugno, giorno del mio compleanno e della sua cresima.

Oggi finalmente lo rivedo. E’ la mia fotocopia il piccolo. Come vedermi allo specchio, ma 33 anni prima. Siamo diversi per tante cose, ma non fisicamente.

Se ci mettessero vicino sembrerebbe di vedere l’effetto del tempo su una fotografia.

Vado davanti alla porta degli spogliatoi. Non può sfuggire.

  • Ciao BBBBB come stai?

E’ sorpreso, non se l’aspettava di vedermi piombare addosso.

Abbassa la testa.

Vedere un figlio con la testa abbassata è davvero una brutta cosa. Come un cucciolo bastonato.

Quando sei genitore, quello che desideri veramente è che i tuoi figli camminino col petto in fuori e con la gioia di vivere. Vederlo chino così, mi spezza le gambe. Che questo accada a mio figlio è una cosa che mi toglie il fiato. Sento il peso della cosa, ma ormai non mi smuovo. E’ l’effetto del dispiacere.

Il dispiacere è un dolore che si prolunga nel tempo, non ti smuove in apparenza. Sedimenta, granello dopo granello si deposita, lento si indurisce e aumenta di spessore. Non lo rimuovi più un dispiacere così lungo, diventa una coltre, pesa e ti indurisce.

Gli parlo con la quiete di un sedimento:

  • Sono venuto per firmare il cartellino, mi accompagni?
  • Io ho firmato già.

Con la testa bassa fatico a sentire le sue parole, ma almeno mi risponde.

  • Si lo so, ma vorrei andarci con te in segreteria.
  • No, non voglio.
  • Dai accompagnami, ci mettiamo cinque secondi.
  • No, ho firmato io.
  • Dai BBBBB, accompagnami, che vuoi che sia!
  • No, non mi va.

Lui cammina ed io lo inseguo.

Arrivati davanti al cancello della scuola calcio, si ferma.

  • Dai BBBBB… Dai su… non ci vuole nulla.

Finalmente cede e mi segue. Non mi guarda mai, ha sempre la testa giù o in un’altra direzione.

  • Perché fai così? Sei arrabbiato?
  • Si
  • E perché, che ho fatto per farti arrabbiare così?

Non risponde. Il tratto che facciamo è breve e non riesco a parlargli oltre.

Entriamo in segreteria. Salutiamo e firmo il cartellino della federazione.

Usciamo. Lui corre avanti.

  • Ti accompagno io a casa?
  • No, torno con la mamma, viene lei.

Prende il telefono e chiama, credo chiami lei.

 

Mi scrive mia moglie su whatsapp:

 

  • BBBBB mi ha chiamato
  • Hai parlato?
  • Ho parlato, se non venissi e gli dicessi di venire con me, sarebbe meglio.
  • Chiedi
  • Ho chiesto, dice che gli hai detto che lo prendi tu. Quindi non viene con me.
  • Non è cosi
  • Così mi ha detto. Se gli dici che non puoi venire è meglio
  • Non viene perché non vuole, non perché ci sia io.
  • Fai come credi, io ritengo che sbagli. Fammi sapere che intenzioni hai. Se ci sei tu, lui non verrà mai.
  • Ci vuole pazienza devi chiedere ogni giorno.

Ci vuole pazienza, ecco qua. Devo chiedere ogni giorno. E’ un anno che telefono, mando messaggi, inseguo e tento di avere un contatto.

Ma la polemica non serve, la polemica non serve, la polemica non serve, la polemica no serve.

  • Devo andare via?
  • Io sto fuori tu chiedi
  • Ho chiesto ti ho detto
  • Se vuole venire con te vado via.
  • Ancora? Ha detto che non viene perché devi venire tu! Questo è quello che dice.
  • Non vuole allora.
  • Ma no? Pensavo volesse sai? Se gli dici che non vieni rimango e lo porto io. Altrimenti saluto e vado. Mi dici cosa fai per favore?
  • Alla fine è arrivata. Ha preso BBBBB e sono andati via.
  • Erano qualche metro in là e ho detto:
  • BBBBB ti scrivo e ti telefono, mi risponderai?
  • Se ho tempo.
  • Se hai tempo, certo. Ciao BBBBB.
  • La mia fotocopia si è allontanata senza salutare.

Il 3 settembre sono stato al centro di mediazione. Ho incontrato la collega di Lorenza, Antonella. Era stata lei  che mi aveva fissato l’appuntamento per telefono.

Siamo entrati nella solita stanza, c’era anche Lorenza con noi. Mi ha chiesto di raccontare alla sua collega, a grandi linee, l’ultimo anno e i motivi per cui mi ero rivolto loro in precedenza.

E’ stata tosta. In certi momenti il ricordo mi stringeva la gola e dovevo fare una piccola pausa.

Il dispiacere è sedimentato ma evidentemente a mescolare, ancora si smuove un po’.

Non hanno fatto commenti, mi hanno detto di aver sentito mia moglie al giorno prima.

Stavolta il loro normale lavoro di mediazione coincide con un mandato del tribunale. Ci sentiranno insieme e poi forse sentiranno anche i ragazzi. Ho avuto solo conferma che mia moglie non fosse contenta di stare lì. L’obiettivo comune, mi hanno detto, è quello di ‘normalizzare’ i rapporti con i miei figli. Obiettivi concreti mi ha detto Lorenza.

Inizio l’ennesimo percorso. Adesso c’è Antonella. Un’ altra persona. Non mollerò, mi conosco. Non conosco rassegnazione se qualcosa mi interessa. Ho fatto tanti gradini finora.

Sono passato da un’amica psicologa con cui ho fatto terapia di coppia subito dopo la separazione, Maria. E’ stata Cassandra, mi preannunciò che avrei avuto problemi con i ragazzi, dato il carattere di mia moglie.

Poi è stata la volta del counseling. Katia, mi ha dato una grande mano. Mi ha fatto capire che avevo da lavorare solo su di me, se non avessi potuto avere un contatto coi ragazzi. Se avessi ritrovato me stesso, non sarei stato da solo. Poi Lorenza, il centro di mediazione. La svolta forse. Mi sono sentito come sulla scala mobile, salivo trasportato e non facevo alcuna fatica.

Adesso mi sento come se fossi su un pianerottolo. Riposo e prendo fiato prima di ripartire.

Ho smesso di restare appeso ad una risposta, ad un messaggio o ad una telefonata che non c’è mai stata. La mancanza è come guardare nella tromba delle scale mentre sali, ti paralizza. Io ho ancora da salire invece. Meglio non guardare e cominciare a riorganizzare la mia vita.

Anche la tromba delle scale è diversa quando la guardi dal pianerottolo. Riesci ad affacciarti con più tranquillità.

Comincerò dalla confezione di spazzolini da tre che avevo preso il giorno dopo essere andato via da casa. Per quando verranno a dormire da me, mi dissi. Comincerò con lo scartare quella e pensare di comprarne un’ altra quando saranno pronti a venire.

E’ quello che ho tenuto a precisare a Lorenza e Antonella l’altro giorno. Non ce ne sarebbe stato bisogno, ma ho detto loro per dirlo anche a me:

  • Che sia chiaro, per me il problema è risolto quando i miei ragazzi verranno con me con la stessa tranquillità con cui stanno con la madre.

La polemica non serve, ma non ci sono sconti.

Venerdì ho appuntamento con mia moglie al centro, da Antonella e Lorenza. Vedremo.

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33 pensieri riguardo “Il pianerottolo

  1. ma questi ragazzi, santo cielo, questi ragazzi, come possono essere arroccati così in una posizione? la madre, il padre e la madre di tua moglie, non so…ma loro? loro dopo un anno perché perseguono questa ostinazione? guarda, la polemica non serve. ma che nervi. che dispiacere. che rabbia. ti abbraccio. respira forte. prendi fiato. riparti.

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    1. Non dirlo a me acciaio… Ci vogliono nervi di acciaio appunto… Li ho per fortuna ma non bastano a volte… I ragazzi … Chissà che gli hanno raccontato. La cosa più tremenda è non sapere il perché delle cose e quando immagini , puoi immaginare tutto.

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      1. Loro non vengono mai sentiti negli incontri al centro di mediazione? Non si riesce a capire questo rancore da cosa nasce? Non mi sembra tu abbia una moldava ventenne aulle ginocchia che ti fa bere cocktail con la cannuccia e l’ombrellino. La delusione sui superpapà se la devono far passare e amarti per l’adulto responsabile e irresponsabile che sei.

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      2. No non ho nessuna ventenne e sono sempre piuttosto con la testa sulle spalle ahimè…. Verranno sentiti. Abbiamo iniziato solo ora per ordine del giudice. La consensuale è naufragata quando ho chiesto che prima di tutto si affrontasse il problema ragazzi con l’aiuto di qualcuno. Mia moglie non ne ha voluto sapere e siamo finiti alla giudiziale. Poi sono stato io ad invitarla al centro di mediazione. Era una partecipazione spontanea. Ci è andata due volte poi non si è fatta più vedere. Dopo la prima udienza è stato il giudice a imporcelo. Adesso deve venire per forza. Scalcia
        Ma lo deve fare

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  2. Desidero farti un piccolo appunto: se al posto dei pallottolini metti chi dialoga si capisce meglio. Non me ne volere. Lo dico perché trovo interessante la tua vicenda, non è morbosità, ma è una storia vera e merita attenzione. Ciao.

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      1. Puoi ben dirlo!!! A occhio tua moglie potrebbe avere la mia età… È che sai, i figli grandi, la professione, la separazione, come parli dei tuoi genitori… Tutto mi lasciava pensare ad almeno 15 anni in più…

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  3. leggendoti, più dei disaccordi con tua moglie, quello che mi lascia il segno dentro è il dolore che stanno vivendo i tuoi figli. La rabbia dopotutto è solo incapacità di piangere.
    Con le terapiste non avete mai parlato di quello che definisco “l’abbraccio polipo” ? Non so che nome “tecnico” abbia, è quello in cui prendi e abbracci il bimbo/ragazzino anche se non lo vogliono (ovviamente in privato o col terapista presente). E stai lì fermo nella tua posizione (senza far male) . ti becchi insulti. Pugni. Calci. ti vomitano addosso tutto.
    Io lo definirei l’abbraccio che guarisce e sblocca 🙂

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    1. E pensare che era il modo in cui abbracciavo il piccolo. Non sopportava l’abbraccio . Il grande si , è un cucciolone. Il piccolo non tollerava abbracci ed io di nascosto lo prendevo a polipo finché urlava…ahahaha … Io sento che qualcosa si sposta… Venerdì sarò con mia moglie al centro di mediazione . Ci diranno cosa faremo.

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  4. ritornata! (6 settembre) mi metto in pari – poi proseguo! 😛
    Siccome mi hanno rimbiancato casa, hanno pensato bene, di lavarsi le mani e andarsene così subito dopo. Ora mi tocca ripulyre tutto da sola con babykiller intorno.
    La CENERENTOLA SONO IO!

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  5. sì, ce la farai, sicuro, malgrado tua moglie (per quanto possa o no avere ragione su di te, non so, non immagino, non sono tanto sicura che voglia il bene dei suoi figli, o che lo voglia prima di quello per se stessa), non ci pensare, perché sarebbe peggio…

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