Come una frisella

La Puglia è una regione molto lunga. Da Poggio Imperiale a Santa Maria di Leuca ci sono più di 400 km. Quando si parla di Pugliese non ci si rifà ad abitudini proprio simili.

Ci sono almeno tre macro aree molto distinte, quasi tre etnie differenti. Ci sono i Foggiani del Tavoliere e del Gargano, ci sono i Baresi e i Salentini di Brindisi, Lecce e Taranto. A Milano che è la seconda città pugliese di Italia ho frequentato tutte le etnie. Sono salentino, ma mezzo sangue, perché mia madre e la sua famiglia sono della provincia di Bari.

Essendo cresciuto da meticcio, posso garantire che in cento, duecento chilometri cambia il mondo, ci sono approcci completamente differenti alla cose della vita.

Da meticcio ho potuto indossare meglio la maglia di pugliese e ho imparato a saper parlare e capire due dialetti che sono due lingue differenti per termini ed accento. Un che di internazionale. Il salentino è molto simile al dialetto della Sicilia orientale, anche come accento. Il barese è quello che passa in tv come pugliese, l’accento di Zalone per intenderci.

C’è una cosa che ci accomuna come popolo. Quasi fosse una denominatore comune. Non tanto le praterie di ulivi e i muretti a secco, non tanto il mare, il sole e il vento. La cosa che ci rende uniti e che secondo me dovrebbe essere nella bandiera regionale è la frisella al pomodoro.

Se nel mondo il simbolo dell’italianità sono gli spaghetti o la pizza, il simbolo di un vero pugliese è la frisa.

Un vero pugliese sa scegliere le frise, sa quanto bagnarle nell’acqua fino a raggiungere la croccantezza che desidera, sa quali pomodori usare per condirla. Il momento più delicato della preparazione è la sponzatura.

La frisa si ‘’sponza’’ ovvero si ammorbidisce, ma non troppo. Deve rimanere croccante, un po’ come la cottura della pasta. Al dente ma non troppo. La frisa è un biscotto duro e deve essere bagnata per ammorbidirla, diventa permeabile per consentire all’olio e al liquido del pomodoro di impregnarla ed insaporirla. Morbida non ti spacchi i denti a mangiarla, ma non deve ammollarsi troppo e diventare una ‘’pappa’’.

Origano, un po’ di sale e la frisa base è pronta. Io ci aggiungo del peperoncino, quello sott’olio di mia zia, ma è una variante personale.

E’ il piatto più semplice che conosca, per venire buono, gli ingredienti devono essere di prima qualità. Il pomodoro, meglio se raccolto dalla pianta, la frisella, presa dal forno dietro casa, l’olio extra vergine di oliva comprato dal produttore locale. Per questo la frisella non si esporta e non si industrializza. Funziona solo se è a chilometro zero.

In questo periodo mi sento così, come una frisa.

Ho ricondotto al minimo un po’ tutto. In particolar modo le aspettative. Mi sono ‘’sponzato’’ un po’ ma ho conservato croccantezza. Sto riorganizzando un po’ tutto. Ho fatto un colloquio di lavoro per girare il mondo e mi hanno detto che sto in una short list di candidati, che valuteranno. Se mi dovessero mai chiamare, credo di rifiutare.

Ho voglia di ripartire da pomodoro, olio sale ed origano.

Ho buttato via tutto ciò che era nocivo, cose e persone che facevano male alla mia vita.

Ho quarantasette anni, né troppo vecchio né troppo giovane. Un po’ di esperienza e un po’ di prospettive ancora. Un po’ di tutto, voglio giocarmelo in modo semplice pensando a ciò che ha senso nella vita. Quarantasette anni sono abbastanza per cogliere il senso, pochi ancora per dire di non aver nulla da cogliere.

Non mi ero mai interessato alla politica. Ho simpatizzato da più giovane per Pannella e per i radicali, oggi ho aderito ad un nuovo movimento di sinistra. Non voglio candidarmi o fare carriera. Solo interessarmi e offrire collaborazione se richiesta. Un po’ di cose le so e le voglio mettere a disposizione. Aderire ad un movimento nuovo mi sembra una buona occasione. Mi hanno inserito nel coordinamento cittadino. Giriamo per le piazze a parlare con la gente dei problemi della città. Sento delle cose bellissime. C’è sfiducia e malcontento dilagante, ma tanta energia. Ho offerto anche la disponibilità a fare ripetizioni gratuite presso la sede del Movimento ai ragazzi con problemi a scuola che non possono permettersi di pagare le ripetizioni.

Continuo a fare il mio vino e con degli amici sto producendo ed imbottigliando del vino per venderlo. Vivere la terra ti fa mettere radici e fare delle belle foglie. Col tempo uscirà qualche fiore magari. Provo di tutto pur di non fare l’ingegnere insomma.

Le cose con i ragazzi sembra si stiano sistemando. Adesso sono in vacanza con la madre, alla casa dei nonni materni ad Otranto.

A cavallo di Ferragosto staranno con me per quindici giorni. Almeno è così sulla carta.

Senza dire nulla ad alcuno avevo prenotato un volo per Barcellona per stare lì quattro giorni.

Ci sono stato due volte a Barcellona, è una città che mi piace molto. Poi è la città del Camp Nou. Sapevo che allo visita dello stadio del Barcellona e agli ‘’store’’ con le maglie di Messi i ragazzi non avrebbero resistito.

In mediazione mi ero garantito un si di ex moglie al viaggio. Poi l’ho proposto ad AAAAA e BBBBB.

Dopo una frazione di secondo di tentennamento mi hanno detto di si.

Con la scusa del Cap Nou ci infilo una visita al museo di Picasso e una passeggiata tra l’architettura di Gaudì. La bellezza è il seme migliore e alla loro età sono fertili.

Mi son sentito con il mio amico Tacitus, il mio compagno di banco, separato da poco. Credo che anche lui stia in un periodo in cui non sappia dove andare a fare l’uovo.

Si accoda anche lui a noi. Avevamo l’età dei miei figli quando spendevamo il tempo a parlare del mondo tra una versione di latino ed una di greco. Tra tutti i nostri discorsi nei pomeriggi di studio o dall’ultimo banco sulla sinistra in classe, non ci saremmo mai immaginati questo viaggio. La vita è quello che non ti aspetti.

Partiamo l’otto agosto in auto, raggiungo casa di Tacitus a Roma e al mattino successivo ci imbarchiamo per Barcellona da Fiumicino. Torneremo il tredici e mi inventerò qualcosa da fare a Roma e dintorni fino a Ferragosto. Poi staremo una settimana a Monteamaro e proverò a fargliela sentire di più casa loro. Vorrei iniettare loro l’amore per la terra, ma purtroppo è roba che non va intramuscolo. Da piccolo le friselle le bagnavo all’acqua del pozzo, i pomodori li staccavo dalla pianta e li ingoiavo senza alcun condimento come fossero ciliege. Camminavo scalzo nella terra.

Loro del pomodoro non vogliono né buccia né semi, non sopportano nemmeno la sabbia tra i piedi. Sono stati educati così dalla madre. Io ho lasciato fare ma non è mai troppo tardi per ripartire. Adesso è il momento di mostrare loro l’altra metà, quella mia. A settembre, bello sponzato e permeabile mi lascerò innaffiare dal condimento e ripartirò croccante.

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11 pensieri riguardo “Come una frisella

  1. Che bello sentirti parlare così, stai raggiungendo finalmente un po’ di serenità, quella che meriti, sono molto felice per te….e la serenità si raggiunge anche riscoprendo le cose semplici che sono sempre le più belle! 🙂

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  2. La vera soluzione è trovare la risposta alla priopria vita e questo può aiutare gli altri, a partire dai nostri figli. In questi giorni sono nel Salento , a Santa Maria alBagno e quifanno le frise di orzo, buonissime …nel barese non si trovano cosí. Amo molto Barcelona , Gaudí è stato un genio ma lui era un artigiano di Dio, la bellezza salverà il mondo perché è segno della bontà di Dio, ciao

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  3. veramente le frise vengono bene anche con un migliaio di km sul groppone, con l’olio salentino ed i pomodori appena colti, cresciuti ai piedi dell’argine padovano….

    (« E quale i padovan lungo la Brenta
    per difender lor ville e lor castelli
    anzi che Chiarantana il caldo senta
    […]
    a tale immagin eran fatti quelli
    tutto ché né sì alti né sì grossi
    qual che si fosse lo maestro felli »
    -Inferno, canto XV- )

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