Primo round

La camicia bianca è pronta. Ne ho diverse. Una è di sartoria, metterò quella. Il capo di qualità lo senti addosso, scivola come un bagnoschiuma.

Sveglia alle sei, doccia, barba. Alle sette sono in cantiere, alle otto in ufficio.

Facce da funerale. Oramai è mesi che si arranca. Le banche non danno più un euro, i committenti se non falliscono, comunque  non pagano. Le tasse bisogna comunque pagarle. Hanno scambiato le aziende per moltiplicatori di pani e di pesci. Giornata quasi normale praticamente.

Sento il mio amico fraterno che mi ha supportato tutti questi mesi. È’ avvocato anche lui, mi accompagnerà in tribunale oggi.

Ieri Mario, il mio avvocato ufficiale, mi ha mandato la comparsa. L’ho letta ieri sera. Mi è sembrata cazzuta. Gliene ha scritte di tutti i colori al collega, legale di mia moglie.

Mario si è incazzato da morire. L’avvocato di mia moglie, nelle memorie presentate, ha scritto che la negoziazione è fallita a causa mia.  Un avvocato non dovrebbe mai portare in giudizio argomenti della negoziazione. E’ una prassi deontologica. Portare argomentazioni di una negoziazione, per di più false, è un fare che definire scorretto è un eufemismo.

Dalla comparsa di Mario:

Dispiace allora leggere nel ricorso (pag. 4, righi 21 e 22) che la via giudiziale della separazione sarebbe stata la conseguenza di non poter proseguire l’avviata procedura di negoziazione assistita “per l’accertata reale ragione del naufragio dell’unione coniugale”, vale a dire la relazione extraconiugale (passaggio svolto nel periodo precedente del ricorso), quando invece la ricorrente e soprattutto il suo primo difensore conoscono bene l’andamento del dialogo e la chiusura della Signora ad ogni possibile proposta collaborativa proveniente non solo dal mio assistito ma anche dal suo stesso difensore.

Discutibile la scelta di addebitare il naufragio della negoziazione assistita a Paperino, per di più attribuendolo al fatto della relazione, che non ha mai avuto ingresso nella discussione, e ancor più discutibile la scelta di voler inserire fatti – per di più non veritieri e mai accaduti – che sono e devono rimanere all’interno della riservatezza propria di una concorde decisione di tentare la negoziazione.

La questione non ha invero una diretta rilevanza nel giudizio; denota, però, il preoccupante atteggiamento della ricorrente volto a forgiare fatti ed episodi “ad usum delphini”, per utilizzare un’espressione cara alla ricorrente.

(Usum delphini è una espressione utilizzata molto dall’avvocato di mia moglie nel ricorso. Mario lo prende per culo, citandolo)

E ancora una volta è stato Paperino a chiedere alla moglie, con lettera del 26.4.2016, di recarsi insieme dal servizio di mediazione familiare del Comune, avendone parlato con la dott.ssa Lorenza……

Dopo avere accettato e dopo essersi recata per due incontri, ancora una volta la ricorrente ha mostrato la sua vera natura, abbandonando il percorso congiunto che avrebbe potuto giovare a loro in funzione soprattutto del migliore benessere per i figli.

Stridono allora tutte le ingiuste, ingiustificate e non vere accuse profferte nei confronti del marito, quando invece la stessa Signora ha inizialmente accettato il percorso condiviso, ben consapevole di essere la causa principale del fallimento del rapporto familiare.

Strumentalmente oggi, in sede contenziosa, cerca di mettere in cattiva luce il resistente (così limitandosi all’uso di un’espressione che meriterebbe ben altra colorazione) per raggiungere immotivati fini locupletivi.

Effettivamente mia moglie può prendere per culo me, ma se si mette il suo avvocato a prendere per culo il mio è una presa per culo al quadrato! Troppo.

Vado a prendere mio figlio da casa per portarlo a scuola guida. Ieri gli ho preso due bermuda con i saldi. Oramai è ad una taglia da me. Sento il fiato sul collo. Rimane un modo di dire purtroppo, magari lo sentissi davvero il suo fiato, il collo mi si squaglierebbe di felicità.

Non gli dico nulla del fatto che non mi abbia risposto ai messaggi. Ho deciso di parlare solo in positivo con lui, per ora.

Sembra che i bermuda gli siano piaciuti. Per il resto è un cavargli di bocca qualche monosillabo. Lascio mio figlio e vado a prendere un  caffè con il mio amico Francesco. Mi ripete di stare tranquillo. Saliamo in tribunale, Mario  ci aspetta in una stanza alla segreteria dell’ordine degli avvocati.

Ci vediamo. Mario mi scruta e mi sistema il look.  Mi fa abbottonare un bottone alla camicia, ne avevo due aperti.

Gli dico:

  • certo, sennò sembro un puttaniere.

Francesco ride, Mario rimane serio ma ha un ghigno stampato in faccia. Sembra teso. Chiedo a Francesco che lo conosce bene.

  • Tranquillo, Mario è così . Hai presente una caffettiera quando esce il caffè?

Lui prima dell’udienza si carica a molla.

Me lo hanno detto tutti che in udienza è bravo. Oggi mi fa un po’ di impressione . Lo vedo sempre  attivo e sveglio, stamattina mi pare assatanato. Mi rilassa la cosa, c’è chi è più teso di me.

Ci mettiamo in un corridoio ad aspettare. Arriva mia moglie con uno stuolo di persone. Il suo avvocato, due amiche, il figlio del suo avvocato, avvocato anche lui e una praticante. Dico:

  • Ammazza, come numero ci stracciano.

Ridiamo.

Saluto mia moglie, non ricambia, bontà sua. Saluta con volto tirato sia Mario che Francesco.

Mario prende a parlare con i colleghi. Ogni tanto si gira e mi guarda. Mi sistema il collo della camicia e mi dice di mettere la giacca che porto in mano.

Ha un fare paterno, mi piace questa coccola, mi dà sicurezza.

Francesco pare il suo allenatore, avvicinandosi  mi dice che parla a Mario per far evaporare la adrenalina, si rischia che in udienza azzanni tutti.

C’è da attendere . Mia moglie si è presentata col viso molto tirato.

Speriamo esploda.

Le aule di tribunale sono un chiacchiericcio continuo. Non capisco nemmeno come un giudice possa concentrarsi. La giustizia è in confusione perché lo sono le sue aule. C’è un brusìo di sottofondo che ti fa fare fatica a comprendere cosa ti dica uno accanto.

Dicono che nascano molte relazioni clandestine tra avvocati. Secondo me è perché per parlarsi devono avvicinarsi tanto da pomiciare quasi.

Arriva Mario sempre più impaziente:

  • qua facciamo notte, dice.

Meno male che ho il mio blog. Scrivo sul ‘note’ del telefono. Mi concentro su altro e non conto il tempo, passa.

Sono nel corridoio. Sento un po’ di discorsi. Gli avvocati si distinguono perché hanno dei fascicoli in mano o una borsa. Gli altri sono per metà abbandonati sulle sedie. Non fa caldissimo ma ci saranno una trentina di gradi. La pressione bassa nei soggetti che soffrono si sta facendo sentire.

Gli avvocati commentano molto il look dei colleghi, ho notato.

Se ad un ingegnere chiedessi che abito porti il suo interlocutore, 99 su 100:

  • Che hai detto scusa?

Breve riflessione a fronte corrucciata

  • Non saprei
  • Non è tra i parametri che ho considerato.

Continua l’attesa.

Il corteo di mia moglie, vista l’attesa si muove in altra sede.

Forse hanno letto la comparsa di Mario e si ritirano per prendere le contromisure.

Io aspetto nel corridoio con Francesco.

Era con me anche sull’altare, ed è lui che mi ha presentato mia moglie.

E’ bene che stia a pagare il conto insieme a me!

L’unica cosa che mi dà fastidio è questo brusìo costante. Guardo le altre persone che sono nel corridoio ma non riesco a capire cosa si dicano.

Mario è sempre in giro a parlare con colleghe donne. Mi sembra molto gettonato.

Anche lui è separato. Ha una figlia con la prima moglie. Poi si è risposato ed ha avuto altre due figlie dalla seconda moglie. Un bel curriculum matrimoniale.

Quasi tutte le avvocatesse passano e si fermano a parlare con lui. Non è un adone, ma sicuramente un uomo brillante.

Io scrivo.

Una  amica di mia moglie è uscita dall’aula e si è messa a parlare al cellulare proprio davanti a me.  Ho la sensazione che sia venuta a spiare cosa stia scrivendo. Parla al telefono ed ogni tanto butta l’occhio. La curiosità è femmina.

Continuo a scrivere il mio post imperturbabile.

Ne conosco tanti di avvocati anche io. Ho frequentato il liceo classico, nell’unico liceo della città. Quasi tutti i miei compagni di scuola hanno preso la carriera forense, poi.

Alla fine, pur essendo ingegnere, sono finito a gestire contratti come lavoro. Un po’ lo faccio anche io il leguleio. Chissà come sarei stato da avvocato. Quello che non mi piace di questa professione è la eccessiva forma. La forma, la ritengo una cosa indispensabile, la apprezzo se è proiezione e giusto involucro. Un bel regalo diventa veramente bello se ci fai anche un bel pacco. In questi casi la forma diventa un moltiplicatore di sostanza. Spesso mi sembra che gli avvocati  usino molta formalità solo per nascondere la mancanza di contenuti. E’ un sipario del poco.

Mia moglie esce ogni tanto dall’aula e cerca lo sguardo in segno di sfida. Le piace far vedere che lei è spavalda.

Ora sono seduto da solo. Alzo lo sguardo e le concedo di fulminarmi con una occhiata.

La guardo , credo che i miei occhi somigliassero a quelli del merluzzo che ha lesso mia zia ieri. Quando voglio, so essere completamente inespressivo.

La separazione è un calvario. Guardandola però, mi rendo conto che non tornerei indietro per nulla al mondo.

Sono le 12,15. Attendiamo ancora. Penso molto a mio figlio stamattina. Mi parlava sempre a monosillabi. Non so se ho fatto bene o meno a non dirgli nulla del fatto che non mi abbia risposto ai messaggi che gli ho inviato.

Quando mi rendo conto che sto rimuginando scaccio il pensiero. Mi ero ripromesso di evitare i ripensamenti. Non gli ho parlato, ergo, ho fatto bene a non parlargli, mi ripeto mentalmente come un pezzo di rosario.

Arriva il nostro turno.

La discussione avviene in saletta riservata. Già questa è una buona cosa. Niente brusìo più.

C’è il giudice e la cancelliera seduti dietro una cattedra. Il giudice è un tipo bassino, occhialuto. Sarebbe simile a Ghandi se non fosse per gli occhiali rettangolari, invece che tondi. Giacca, ma non cravatta. Carnagione scura. Un uomo sulla sessantina. Serio, si vede che non è un tipo esuberante.

La cancelliera è bianco latte di carnagione. Capelli scuri, anche lei un po’ avanti negli anni.

Il colore della pelle dei due contrasta parecchio. Lei è cadaverica, mi fa impressione un po’.

La stanza è piuttosto piccola. In cinque ci stiamo a stento. Ci sediamo io e Mario da un lato, un po’ discosti dalla cattedra. Mia moglie, il suo avvocato e la praticante attaccati alla cattedra, come se dovessero pranzare.

L’arroganza spesso è anche fisica.

Il giudice esordisce chiedendo se c’è una possibilità di tornare insieme.

Nessuno risponde. Ripete due o tre volte la richiesta. Nessuno si pronuncia.

Mario fa presente che i tentativi si sono fatti, sono naufragati.

Il giudice deve aver letto qualcosa. Dopo il  tentativo di riconciliazione, credo doveroso per lui,  va subito al punto dei figli.

  • Come mai questi ragazzi non vedono il padre?

Rivolto a mia moglie

Lei:

–      è colpa  del signore qui presente. E’ un padre assente, non riesce a instaurare un rapporto con loro. E’ un violento ed è il suo modo violento di gestire il rapporto che li fa fuggire. In tutti questi mesi ho provato a convincere i ragazzi a riaprire il dialogo col padre. Ho provato in tutti i modi. Non c’è stato nulla da fare. Lui è cambiato e non lo riconoscono più.

Ha detto poche parole, ma il sangue mi ribolle come in una pentola. Sento un fitta forte allo stomaco. Penso e ripenso a quello che ho passato. Non sudo, è il dolore a colarmi dalla fronte.

Il giudice:

  • Ma lei, signora, è consapevole che i ragazzi hanno bisogno del padre ora? Sono degli adolescenti, se non li recupera ora, non li recupera più.

Lei

  • -Il problema è che lui non può ricordarsi di fare il padre quando gli pare a lui.

Monta la rabbia. Vigliacca .

Il giudice rivolto a me:

  • Lei deve cercare di tenere il dialogo quotidianamente coi ragazzi. Non basta una volta ogni tanto.

Guardo Mario e gli chiedo autorizzazione a vomitare. Non posso più trattenermi, devo parlare. Mi autorizza.

  • Signor Giudice, io ho cercato ogni giorno i miei figli,  dal primo giorno che sono andato via da casa. I primi tempi era mia moglie ad impedirmi di vederli. Non me lo  consentiva, faceva ostruzione in ogni modo. I primi mesi mi era consentito solamente portarli su e giù dalla scuola calcio. Ad un certo punto ha deciso che non potevo fare neanche più quello. Andavo a prendere mio figlio da casa. Usciva lei con lui. Sfilavano davanti. Lei mi guardava con aria di sfida. Li seguivo, rimanevo a vedere l’allenamento e poi era la volta dei miei suoceri farmi sfilare i ragazzi davanti. Io ho vissuto questo in tutti questi mesi. Non ho ricevuto gli auguri a Natale, gli auguri al compleanno, i ragazzi non hanno risposto nemmeno al nonno al telefono. I miei figli mi dicono che sono un bugiardo e non so nemmeno perché. Mi hanno anche detto che li affamo, quando ho sempre versato più di quello che potrei. Ho pagato tutto, affitto, bollette, tornei, scuola calcio, libri, finchè li ho visti davo loro anche la paghetta al sabato. Mi sono impoverito. Mi hanno bloccato i contatti telefonici. Non potevo chiamarli al telefono e sono andato sotto casa per dargli il buon giorno ogni mattina. Non volevano che andassi alle partite di calcio e ci andavo semplicemente per farmi vedere e per vederli da lontano. Nemmeno un ciao mi dicevano quando cercavo di avvicinarmi. Mio figlio non voleva che andassi ai colloqui scolastici. Non so perché, provava un senso di vergogna per la  situazione familiare. Non gli ho potuto parlare per capire. Lo hanno fatto tutti, io no. Me lo ha impedito mia moglie. Sono andato lo stesso ai colloqui. Mi ha visto mia moglie e la prima cosa che ha pensato di fare è informare il ragazzo che stessi lì.  Ha buttato benzina sul suo senso di vergogna. Perché questo? Questo è tentare di conciliare il rapporto coi miei ragazzi? Quella volta mi ha anche aspettato all’uscita dell’aula di matematica per appellarmi in modo non ripetibile.

Lei:

  • No è vero, è falso!

Bastarda, penso.

Continuo:

  • Finalmente dopo mesi che  non vedevo il più grande ,riesco a convincerlo a farsi accompagnare alla scuola guida. Mia moglie ha la buona idea di partire con la sorella e mio cognato in Grecia in quei giorni e portarsi i ragazzi. Le chiedo di pensare anche al fatto che fossero mesi che non vedevo mio figlio ed avevo appena ricevuto una piccola riapertura. Forse sarebbe stato più importante il mio rapporto con lui della vacanza. La vacanza la avrebbero fatta comunque, dopo. A fine luglio vanno al mare con i nonni in un posto che a loro piace molto.

Invece che discutere con me, ha riferito subito ai ragazzi che io non volessi mandarli in vacanza. Anche questo è collaborare?.

Mio figlio piccolo mi ha chiesto con un sms il perché non volessi mandarlo in vacanza. Non c’è stato verso di riavvicinarlo da allora. Ha chiuso tutti i ponti. Anche questo è collaborare?

  • Signora, non mi pare che suo marito sia una persona che non tiene ai figli. Almeno così mi pare. Se i ragazzi lo rigettano c’è un problema da valutare. Mi pare incredibile che questo accada tra due persone laureate, con una certa cultura, insomma.

Il trasporto con cui parlo  non ha fatto pensare a finzione. La verità profuma anche se vomitata.

Il giudice ha insistito con mia moglie sul fatto che fosse assolutamente necessario per i ragazzi riprendere il dialogo col padre.

  • Dovete riuscirci. Io posso emettere un provvedimento. Ma se non decidete voi di collaborare per il bene dei ragazzi, il mio provvedimento rimane carta. Se non lo fate voi, mi costringete a rivolgermi a terzi.

Il giudice mi sembra visibilmente dispiaciuto della situazione.

Mia moglie:

  • I ragazzi sono eccezionali e se non vogliono vedere il signore qui presente, (così mi chiama) è solo colpa sua.

Tira fuori dalla borsa le pagelle dei ragazzi. Scoppia in lacrime. Le lacrime di una donna fanno sempre il loro effetto. Mi sembra che il giudice si intenerisca. Una scena degna del miglior Mario Merola. Così commenta il mio amico Brizio quando gli racconto l’accaduto.

 L’avvocato di mia moglie insiste sul fatto che sia il giudice a sentire i ragazzi e non vengano indirizzati ad un centro di mediazione. Sono convinti che i ragazzi, interrogati dal giudice, siano pronti a dire peste e corna del padre, credo.

E’ una roba che mi strugge il cuore. Probabilmente accadrebbe, ma non riesco ancora a darmene una spiegazione.

Insistono molto su questo. Vogliono il giudice, non il centro di mediazione.

Mario è stato bravo. E’ intervenuto ogni tanto al momento giusto. Sta molto attento perchè la discussione non degeneri. Fa presente che al centro di mediazione ci siamo stati già, su mia proposta, sia io che mia moglie. Mia moglie non ha inteso continuare, dopo solo due incontri. Continuare invece sarebbe la cosa più logica.

  • Noi ovviamente, saremmo favorevoli a qualsiasi tentativo teso a recuperare il rapporto padre figli. Ci affidiamo a lei, Giudice.

Si arriva ai denari.

Mia moglie nega di avere un lavoro. Il suo è a nero presso il negozio del fratello, ma asserisce di dare solo una mano saltuaria.

Arriva a negare persino l’evidenza. E’ proprietaria di un appartamento che è in affitto. Le dà un reddito di cinquecento euro al mese. Dichiara che i soldi li prende il padre perché, benchè l’appartamento sia intestato a lei, si tratta di un investimento del padre.

Il giudice e il mio avvocato si fanno una risata.

Tra qualche giorno il  giudice si esprimerà con un dispositivo provvisorio.

Mario dice che è andata bene. Gli avvocati dicono sempre così.

Lo credo anche io, comunque. Male di certo non è andata.

Esco dall’aula, il clan di mia moglie sembra contrariato. Forse la parte economica non li ha entusiasmati. Per quello che hanno detto sui ragazzi, non credo si siano scomposti più di tanto. A loro cambia poco. Non riesco a capire cosa pretendano dal punto di vista economico. La loro richiesta è superiore al mio stipendio. Forse pensano che vada a rubare a notte e abbia altre fonti di reddito.

Ho mal di testa.

Anche se mi dicono che dovrei essere soddisfatto, non riesco ad essere contento. La rabbia è un grappolo di nodi. Ci metti un po’ a scioglierla. Devi farlo con calma, senza fretta. Rischi di innervosirti e di imbrogliare ancor di più la matassa. Se non sciogli tutti i nodi, non puoi distendere il filo.

Adesso arriva agosto. In Italia il diritto va in vacanza.

Ripenso a tutti questi mesi passati a cercare solo uno sguardo dei miei ragazzi.

Mi si serrano le mandibole.

Le ore che ho passato dietro la rete di un campo di calcio al freddo e al gelo per non avere nemmeno un ciao in cambio.

Le volte che mi sono avvicinato e sono stato scacciato come una mosca.

Le volte che sono andato a prenderli e sono saliti in macchina di altri.

Il dolore quando li ho incontrati e hanno cambiato strada.

L’umiliazione di essere chiamato bugiardo.

Le volte che li ho aspettati sotto casa solo per dire buongiorno e non ricevere nemmeno uno sguardo in cambio.

La tristezza infinita, le notti insonni.

I quintali di pagine scritte, i fiumi di parole spesi con consulenti, amici, specialisti e chiunque potesse dare una spalla su cui piangere o un semplice aiuto.

Le volte che ho sperato che rispondessero ad un messaggio o ad una telefonata.

Le sere che ho consolato mio padre ed il suo dispiacere.

Le telefonate e gli sms invano.

Le volte che mi sono dovuto ricucire il dolore da solo nel silenzio della campagna.

I sorrisi, fingendo forza, quando dentro di me morivo.

Le volte che ho chiesto perché e quello che mi dicevano era, abbi pazienza.

Le volte che ho avuto pazienza.

Mi sembra di essere in montagna. Fai una scalata durissima, la vetta non è la fine. E’ un buon punto di osservazione, ti dà la vista giusta per capire che la strada da fare è ancora tanta. Quello che ti spaventa è che sei stanco, ma sei solo all’inizio.

 

 

 

Cinque minuti alla partenza

E’ un po’ che non vado a vela. Problemi di lavoro, famiglia, mi ci hanno tenuto lontano. Per quasi venti anni è stato un bel divertimento. Avevamo un bel gruppo, un equipaggio discreto tecnicamente e ben affiatato. La cosa più importante, ci divertivamo.

In barca eravamo in otto. Prima delle regate ci si vedeva sul pontile, si prendeva un caffè, si chiacchierava con quelli delle altre barche, generalmente si discuteva delle condizioni meteo. Alcuni erano bersaglio di sfottò, c’era un bel clima spensierato.

Regatavamo quasi ogni domenica da fine aprile a metà giugno.

Quando il vento è teso, l’atmosfera cambia un po’. La situazione di fondo rimane più o meno la stessa. C’è aria frizzante e allegria diffusa, meno disponibilità alla perdita di tempo. I pensieri della settimana li anneghi uguale, non nel cazzeggio, nella concentrazione che metti sulla preparazione delle attrezzature. In banchina tutti sono attenti a controllare. Vento e onde preoccupano. Lo svago diventa un impegno.

Anche nella vita di tutti i giorni quando hai un appuntamento importante che si avvicina, tutto ciò che fai durante la giornata diventa un modo per trovare la giusta concentrazione. Tendi a fare tutto per bene quando sei concentrato. La meccanica, il ritmo e la ripetitività dei movimenti sono la tua speciale ritualità alla ricerca di una sicurezza. Come il saltatore in alto che prima di partire ripete in testa la rincorsa.

L’abitudine è un rito per non perdersi e ritrovarsi.

Con il vento forte le vele scaricano tonnellate di forza sulle corde (cime, per i marinai) e sui cavi di acciaio (stralli e sartie). Arrivi in porto, le bandiere sono tese al vento. Sventola forte solo la parte terminale come la lingua di un serpente. Si sente un tintinnìo continuo. Sono le cime che urtano sulle parti metalliche della barca. Il rumore è un misto tra una frustata e un suono di campanelli. Quando un velista sente il tintinnìo avverte già i dolori dei lividi sul corpo. Non ci si prepara ad una passeggiata.

Ci vuole una attenzione tripla affinchè tutto sia perfetto. Un errore nella preparazione della barca, un errore in manovra, può significare rottura di attrezzatura, danni notevoli e rischio di farsi molto male, ma molto.

Per questo un equipaggio diventa affiatato. Il vero affiatamento lo hai quando puoi metterti l’uno nelle mani dell’altro.

Quando hai qualcosa di importante da affrontare, ti circondi delle persone che reputi migliori. Selezioni e fai la scrematura. E’ come se mettessi fuori un cartello, ‘’no perditempo’’. Come quando metti la giacca migliore per una cerimonia, ti guardi allo specchio. Vuoi vederti bene perché bene ti vedano gli altri. Le persone migliori con cui vuoi stare sono lo specchio che vorresti avere.

Finiti i preparativi e le chiacchiere ci si muove, si mollano gli ormeggi.

L’uscita dal porto è a motore. La vela principale, la randa, si tira su quasi subito. Per le altre si aspetta l’ultimo momento. Si continua la chiacchiera ma è una chiacchiera di raccoglimento.

Nel nostro equipaggio ognuno aveva i suoi modi per abbattere la tensione. Lello raccontava barzellette. Ne sa e ne ricorda una quantità impressionante.

Mio fratello, detto Hulk per la stazza, scaricava tensione mettendo in ordine. E’ uno che ha bisogno di fare qualcosa di pratico per distrarsi, altrimenti meglio dormire al sole e arrostirsi. Non conosce le vie di mezzo.

Manu, il timoniere, cercava distrazione parlando di cani, la sua passione o del culo di qualche ragazza notata in banchina. Sul secondo argomento convergevano le attenzioni di tutti.

Carlo, il prodiere, detto l’uomo ragno, era l’unico a lavorare sul serio. E’ quello che rischiava più di tutti, dovendosi arrampicare in situazioni critiche anche per decine di metri. Un grillo, fisicamente. Adesso, dopo la prima figlia, faticherebbe anche lui.

Ogni tanto urlava qualcosa che si perdeva nel vento e nel chiacchiericcio di chi stava dietro.

Dopo un po’ faceva capolino a poppa (la parte posteriore della barca) sbraitando e incazzato nero perché lui lavorava e non gli si prestava la dovuta attenzione per dargli una mano. Ridevamo, era sempre la stessa storia, ma aveva fiumi di ragioni. Come ogni volta chiudeva dicendo si trattasse dell’ultima volta che sarebbe venuto. Tornava a prua e continuava a lavorare. L’incazzatura la faceva notare nei movimenti bruschi e nella maggior forza messa nel fare le cose.

La diversità è la maggiore bellezza dell’uomo per me. Ti colora la vita. Ne ha paura solo chi ha l’animo con pochi colori. Amici diversi ti fanno pensare in maniera differente. Hai chi ti sgrida, chi ti incoraggia, chi si incazza con il mondo per difenderti, chi ti racconta una storiella per farti ridere. Fanno equipaggio con te e puoi scegliere chi ascoltare a seconda del tuo stato d’animo. E’ una ricchezza e la hai a tua disposizione.

Qualcuno stappava un birra, qualcuno chiudeva gli occhi e si godeva il sole e il vento. Francesco si dedicava alla musica. Chi tentava di mangiare un panino era immediatamente redarguito da quel rompipalle di mio fratello. Il suo ordine mentale doveva per forza essere recepito dagli altri. Si sarebbe mangiato tra una regata e l’altra, aveva sentenziato. Contraddire Hulk non era consigliabile per ovvie ragioni e poi perché è un bambinone. Se non si fa come dice lui, si offende. Meglio dargli ragione sui panini che su altro.

Io tenevo un orecchio alle barzellette di Lello e mi preparavo gli strumenti per navigare. La navigazione e il senso dell’orientamento sono sempre stati il mio forte. Ero io ad usarli in barca. Mi assicuravo che tutto funzionasse. Orologio per il conto alla rovescia, strumenti di navigazione. Al collo portavo una bussola da rilevamento. Mi serviva a verificare la velocità delle altre barche rispetto alla nostra.

Mi affiancavo al timoniere e a Francesco e si parlava della tattica e delle condizioni meteo che mi ero studiato dal giorno prima.

Mi è sempre piaciuto occuparmi di strategia e sono sempre stato un secchione.

Anche questa volta ho studiato. L’udienza si avvicina. I miei strumenti di navigazione sono stati la calma e la pacatezza. Ho cercato di non perdere la bussola anche se hanno fatto di tutto per farmela perdere. Tutto sommato mi pare di esserci riuscito. Anche in questo caso l’ho tenuta ben stretta intorno al collo la bussola. La rotta per me è stata sempre ben definita e sotto controllo. Qualche fuori rotta c’è stato ma l’ho corretto con l’aiuto di chi ha avuto la pazienza di starmi vicino.

Una cosa molto bella della vela, specie in condizioni estreme, è che si esce per non fare errori. Vince chi sbaglia meno. Può essere talmente disastroso un errore, che già non commetterne è una vittoria. Una scelta giusta o sbagliata può regalarti una vittoria o una sconfitta, ma la cosa fondamentale è non sbagliare.

Tutto deve avvenire con un sincronismo perfetto.

In tutti questi mesi ho sbagliato più di qualche volta. Ho lavorato duramente per capire quali fossero gli errori da non fare. Sono stato da una consulente, adesso frequento il centro di mediazione familiare, ho creato un blog.

Mi nutro del pensiero degli altri. Ho bisogno del pensiero diverso. A volte mi sembra di non avere idee personali ma di essere un convogliatore di idee altrui, le mie, non mi bastano.

Rubo i pensieri degli altri e mi riempio le tasche.

Sono stato ore ed ore a sfogarmi con amici, parenti e conoscenti. Ho cercato una sponda per mettere fuori le mie paure e capire giusto da farsi. Paura ne ho avuta molta. Ho sofferto. Anche in questo caso vorrei sbagliare il meno possibile.

Il momento più esaltante di una regata inizia  quando danno i dieci minuti alla partenza. Dall’interno della barca viene portata in coperta la vela di prua adatta alle condizioni meteo marine del momento.E’ tattica anche questa. Non far capire agli avversari fino all’ultimo che tipo di vela si vuol tirare su per non dare riferimenti.Un buon equipaggio è bravo a montare le vele in poco tempo. Più tardi si tira su la vela di prua, più tardi si danno riferimenti agli avversari.A dieci minuti viene data una specie di allerta dalla giuria con esposizioni di bandiere particolari, suoni di tromba e avvisi via radio.La tensione sale ma non è quella massima ancora. Si tergiversa sopra e sotto incrociando le altre imbarcazioni. Si scruta, cercando di capire che tipo di attrezzatura stanno per montare gli altri o che lato della linea di conviene scegliere.

Molto del mio tempo lo sto consumando cercando di capire cosa tirar fuori in aula e cosa no. So che alla fine prevarrà l’istinto del momento. Ma fare programmi aiuta molto. Si sa che chi fa e disfa, non perde mai tempo.

La vera bagarre inizia ai cinque minuti. Si spengono i motori e si viaggia solo a vela. Solo a vela la barca manovra meno facilmente.  Ci sono le onde, il vento, il sole. Gli unici rumori rimangono gli ordini a bordo e lo sgranocchiare dei verricelli che girano. Le vele sono tutte su. Gli equipaggi manovrano tutti in un fazzoletto d’acqua. E’ pericoloso. Le barche non devono superare una linea immaginaria costituita dalla barca giuria e una boa posta  sul campo di regata. Continuano ad andare su e giù vicino alla linea, ma stando attenti a non oltrepassarla. Dopo il segnale di partenza possono tagliare la linea immaginaria, non prima. Pena la squalifica. In barca tutti sono ai posti di manovra. Il timoniere da ordini secchi. Non alza molto la voce per non far sentire le sue intenzioni agli altri equipaggi.

Il prodiere si mette come una polena alla punta della barca. Con una mano si tiene al cavo di acciaio per non cadere in acqua. Onde e spruzzi lo sbattono. L’altra mano la ha stesa ben in vista per tutti. Segnala la distanza dalla linea immaginaria. Ci sono delle regole nella navigazione. Bisogna dare delle precedenze per mare, così come sulle strade. In acqua non ci sono i cartelli stradali però. E’ un po’ più complicato . Due equipaggi esperti che si avvicinano con le loro barche sanno esattamente chi ha la precedenza. La cosa diventa problematica quando in poco spazio si trovano una ventina di barche. In quel caso tutti pensano di avere la precedenza. Ne sono convinti. Come arrivare ad un incrocio semaforizzato in ora di punta e trovarlo spento. Nel disordine passa chi è prepotente, non chi ha ragione.Se l’equipaggio sa il fatto suo, non si fa infinocchiare dalle urla e dalla prepotenza altrui.

Chi ha la precedenza, in mare la deve chiedere. La parola magica è ‘’acqua’’. Acqua in regata significa appunto: ‘’spostati e fammi passare perché ho la precedenza’’. In una bolgia come quella del pre-partenza le urla tra una barca e l’altra sono assordanti.Bisogna stare tranquilli ed essere determinati. Sbagliare in quel momento è come per un ciclista perdere il pedale nella volata finale.

Ho cercato di evitare lo scontro con mia moglie negli ultimi tempi. Ho avuto netta la sensazione che lei cercasse la bagarre. E’ il suo terreno quello. Penso che volesse spingermi nel suo campo.

A volte ci sono riuscito, a volte meno. Però ho capito e individuato qual è l’errore che non devo commettere. Alzare i toni fa il suo gioco. I miei toni saranno pacati e cercherò di usare tutta la determinazione di cui sono capace.

Ai cinque minuti inizia un carosello infernale. La barca giuria e la boa che segnano la linea di partenza sono le uniche cose a rimanere ferme. Tutto il resto mulina vorticosamente. Barche che ruotano e avanzano minacciose una contro l’altra. Urla forsennate per precedenze inesistenti. Verricelli che girano rumoreggiando come la corda di un orologio.

Vento, onde e spruzzi rendono il quadro adrenalinico.

In mare il buon senso dovrebbe prevalere sempre e così avviene generalmente. Qualche volta però, qualcuno si ritira con un bel buco sulla chiglia. Se c’è uno scontro è il minore dei mali che possa accadere.

I miei pensieri stanno cominciando ad essere vorticosi a pochi giorni dall’udienza. Sono stato calmo e pacato finora, adesso rischio di aggrovigliarmi.

Mi vengono in mente le cose più disparate. L’altro giorno ripensavo al fatto che mia moglie avesse detto al piccolo che non volessi mandarlo in Grecia.
Da allora lui non mi parla più nonostante poi, avessi acconsentito. Dove è il buon senso in tutto ciò? Ho tanti perché che mi ruotano in testa. Sto cercando di fermarli. Voglio frenare questo vortice.

I timonieri hanno già scelto il punto da cui vogliono partire e attraversare la linea immaginaria. In genere si tenta di fermare la barca mettendo le vele in direzione del vento e facendole sventolare come una bandiera. E’ una situazione di stasi. E’ il momento più difficile. A barca ferma con le vele che sbattono forte sei pericoloso per te e per le altre barche. Non puoi manovrare. Sei su una barca che pesa tonnellate e non puoi decidere tu dove mandarla. Vicino a te tante altre barche nelle stesse condizioni. E’ il movimento che ti consente la manovra. Quando poi decidi di muoverti, non parti mai dritto. La barca a vela nei primi secondi in cui le vele vengono caricate dal vento si muove in senso trasversale. Per un gioco di forze tra parte immersa e pressione del vento sulle vele, la direzione diventa in avanti, invece che di lato. Sono leggi fisiche, per molti pare un miracolo che la barca possa muoversi quasi contro vento.

Toccherà anche a me muovermi controvento.

Ho tutto da perdere. Lo so bene che mia moglie parte col favore dei pronostici. Farà la parte della povera abbandonata e mi dipingerà come uno stronzo. Cercherò di non sbandare e muovermi dritto anche se soffieranno contro lei e il suo avvocato.

In barca c’è chi deve stare attento alle manovre, chi, meno impegnato, butta gli occhi a 360 gradi per controllare che qualcuno non ti rovini addosso. Al timoniere vengono trasferiti pochi messaggi e chiari.

In quel momento la tensione è alle stelle. Il timoniere tiene d’occhio le vele, tiene d’occhio le altre barche, tiene d’occhio il braccio del prodiere che ben steso a prua gli indica la distanza dalla linea immaginaria che non deve superare. Nessuno fiata più. Solo il navigatore scandisce il tempo.

Negli ultimi giorni è accaduta una cosa strana. I miei amici che mi sono stati vicini in tutti questi mesi hanno smesso di dirmi la loro.

Come se sapessero che adesso tocca a me e a chi mi guida. Non ha senso aggiungere altro. Potrebbe generare solo confusione. Ho sentito intorno un sacro rispetto per la mia solitudine. Come se mi avessero detto:

  • forza, ti siamo stati accanto, ora tocca a te.

Mancano sessanta secondi. Una voce alla radio dalla barca giuria indica preceduto da un colpo di tromba:

  • un minuto, un minuto alla partenza!

Il navigatore sa che deve scandire il tempo al timoniere e all’equipaggio. Si sono accordati per dare il tempo ogni cinque secondi fino a meno trenta secondi. Poi ogni secondo. Piano e chiaro per non farsi ascoltare dagli altri.

La barca è quasi ferma in questo momento. Le vele sono state mollate e si sono messe a bandiera senza pressione. Le onde alte fanno oscillare la barca.

Il navigatore chiama i trenta secondi. Il timoniere dà gli ultimi ordini.

  • Cominciate a cazzare (per i mariani cazzare significa tirare la corda).

Le vele, cazzando, prendono pressione. La barca lentamente si muove di lato.Una volta in partenza ho visto due alberi agganciarsi e spezzarsi. Gli equipaggi per fortuna ne uscirono illesi, non c’era nemmeno moltissimo vento.

Dopo qualche secondo che il navigatore :

  • trenta, ventinove, ventotto…

la barca prende a muoversi in avanti. Il prodiere continua a dare la distanza dalla linea. Il timoniere finalmente dà il segnale.

  • Vele a segno! Partiti, partiti!

Ha calcolato che con la velocità della barca si raggiungerà la linea nel tempo giusto per non essere squalificati.

  • Cazza Cazza Cazza!!!!

Si incita chi regola le vele. Per cazzare le vele con vento forte ci vuole forza. Hulk, in quel momento mulinella con tale forza che sradicherebbe un albero. Meglio non trovarsi nelle vicinanze.

Le vele sono a segno. L’equipaggio si mette tutto in posizione, seduti da un lato con le gambe fuoribordo. I pesi vengono disposti per raddrizzare la barca che con la pressione del vento tende a sbandare.

Gli spruzzi delle onde spaccate dalla prua ti stemperano tensione e sudore.

Viene data la regolazione di fino alle vele.

Chi regola le vele urla:

  • Target, target!

Si è raggiunta la velocità ottimale, le vele sono regolate perfettamente, i pesi dell’equipaggio sono giustamente riposti.

Il timoniere è più rilassato. In assetto, la barca va quasi da sè. Spacca le onde che è una meraviglia. Si sente la potenza del vento sulle vele e la reazione in avanti dello scafo. Sembra di stare su un cavallo di razza.

Il prodiere rimane a prua per verificare che allo scadere del tempo la barca sia giustamente entro la linea e non si rischi la squalifica. Poi rientra anche lui in assetto.

Ci si guarda e si sorride. Si scambiano molti cinque. E’ andata anche questa.

Gli ultimi giorni per me saranno così. Mi fermerò in attesa tentando di frenare i vortici in testa . Se potessi fermerei le pulsazioni del cuore anche.

Il giorno dell’udienza metterò a segno le mie vele e partirò. La mia partenza sarà da posizione giusta. Mi sono preparato un vita per questo. Seguirò le regole ed il buon senso. Sono fatto così. Si dice che solo le cose mai iniziate non finiscano.

La comprensione

Il giorno della cresima è stato particolarmente duro.

Dal mattino mi sono arrivati gli auguri di buon compleanno, ho risposto in automatico, tipo segreteria. Con la testa ero già in chiesa. Ore 18.00.

Al mattino sono stato svegliato dalle mie gazze. In campagna da mio padre la mia stanza ha una porta finestra in ferro che volge a oriente. Al mattino il sole inonda di luce la stanza. Non è quello a svegliarmi. Nemmeno il gallo. Anzi, sfatiamo questo mito che il gallo canti all’alba. Il gallo canta quando gli pare a lui, anche a notte fonda. Almeno, il mio è un anarchico. Al mattino invece, appena il sole è un po’ alto, ho quattro o cinque gazze che mi beccano l’infisso esterno in ferro. Le gazze sono attirate dal luccichìo. L’infisso in ferro colpito dai raggi del sole luccica. Si avvicinano e beccano.

Al primo giorno mi hanno fatto prendere un’accidenti, sembrava che qualcuno volesse forzare la porta. Dal secondo giorno in poi, aperta la tenda, seduto sul letto, rimango un po’ a guardarle. Sono la più bella sveglia che avessi mai avuto le mie amiche ladre. E sono puntuali! D’estate la loro sveglia è più o meno alle 6 del mattino, in inverno un po’ più tardi.

Doccia e barba fatta con particolare cura, in genere sono piuttosto sbrigativo. A seguire tutto con calma. Ho addosso una sensazione strana. Alla cresima di mio figlio non è stato invitato nessuno della mia famiglia, nemmeno io veramente. Avevo comunicato a mia moglie che sarei andato comunque.

Ho passato la mattinata a bighellonare, centro commerciale, caffè con un amico, piccole commissioni. Ero teso.

A mezzogiorno raggiungo mio padre. Pranziamo insieme oggi, festeggio il compleanno con lui. Mi chiede se è il caso che venga in chiesa. Lo guardo, ci penso qualche secondo poi:

  • Lascia perdere papà, prova a chiamarlo e magari gli fai un pensiero se ti va.

Non volevo sottoporre un uomo vecchio alla umiliazione di vedersi girare le spalle da un nipote. Sarebbe stata troppo per lui, devastante per me e un domani anche per i miei figli, forse.

  • Vorrei fargli gli auguri, mi componi il numero di telefono?

Mi dice porgendomi il telefonino.

  • Certo

Cerco il numero e invio.

Passo il telefono a mio padre.

Non era una preghiera la mia, non so pregare. Ho desiderato con tutto me stesso che mio figlio rispondesse.

Vedevo la faccia di mio padre e con la mente contavo gli squilli del telefono. Ero in apnea.

Dopo il quinto suono libero ho ripiegato la speranza.

Quando finisce, la speranza è una roba brutta. Per questo dicono che sia l’ultima a morire. Quando ero più piccolo e mi ripetevano questa frase mi divertivo a controbattere:

  • Come fate a dirlo?

Se è l’ultima a morire, davvero l’ultima, chi controlla che muoia? Forse non muore mai!

Da adulto ho scoperto che muore, e quando muore fa male.

Mio figlio come sempre non ha risposto. Mio padre come sempre ha abbozzato un sorriso:

  • Non avrà sentito.

Non si è scomposto per nulla e ha aggiunto:

  • Abbiamo un biglietto?

Esiste una fase della vita in cui siamo predisposti ad apprendere. E’ il momento in cui immagazziniamo le informazioni e le teniamo per noi. Il trasporto emotivo e intellettuale è dall’esterno verso l’interno. Ci appropriamo del mondo esterno con avidità.

Esiste un’altra fase invece, che è quella della comprensione. In questa fase, il movimento è inverso, dall’interno verso l’esterno.

Avvolgiamo le cose con la nostra mente ed il nostro animo, non ce ne appropriamo.

E’ il vero amore, quello maturo e consapevole.

Ero in ansia per mio padre. Sapevo però che a quell’ennesima delusione non avrebbe battuto ciglio. Credo che sia così quando di speranze ne hai viste morire tante nella vita. Comprendi e ami senza aspettative.

Il problema è per me che ancora non comprendo come così piccole aspettative non possano essere corrisposte. Lui invece comprende e per questo è molto più di me.

Vado nel soggiorno, estraggo un bigliettino da una scatola. L’avevo vista qualche giorno prima rovistando tra le vecchie cose. Lo porgo a mio padre.

Scrive il biglietto:

Auguri infiniti. Il nonno.

Mette dei soldi nella busta e me la da.

  • Dagli questa da parte mia.

Questo momento non lo dimenticherò, ne sono certo. Avrei potuto tagliare anche una fetta dell’amore per quanto fosse consistente.

La confusione mi è svanita improvvisamente. Sarei andato in chiesa senza aspettative.

Arrivo alle 17,45 nel piazzale della chiesa. E’ già pieno di auto, trovo posto a fatica.

Entro in chiesa e vedo la testa nera di mio figlio sulla destra. Mi avvicino. Mia cognata è seduta accanto a lui. Ha in braccio la sua piccola. Giulia, ha quattro anni e i boccoli biondi dei genitori.

Se è lì, mia cognata sarà la madrina di mio figlio.

Alla panca accanto c’è seduta solo mia moglie, dietro di lei mio figlio più grande e mio cognato.

Arrivo, abbraccio mio figlio piccolo e gli do un bacio. Non risponde. Saluto mia cognata e mi siedo nella panca accanto a mia moglie.

Le dico:- Ciao!

Non risponde, si alza e se ne va, prende posto alla panca dietro accanto a mio cognato e mio figlio grande.

Giusto per stemperare la tensione! Penso.

Mi giro verso mio figlio più grande allora. Gli tocco il naso con un dito e :

  • Ciao, tu sempre deciso a non salutarmi?

Non dice una parola.

Mio cognato affettuoso invece:

  • Ciao, come stai?

Giulia mi vede e rivolta alla madre.

  • C’è lo zio!!!

Prende il braccio di mio figlio piccolo che le sta accanto e cerca di girarlo verso di me.

  • C’è lo zio!!!

Mio figlio non si gira. Allora passa alle maniere forti Giulia.

Gli prende la testa e la gira con le mani.

  • Lo zio!!!

La guardo e sorrido. Mi nascondo la faccia tra le mani, come ero abituato a giocare con lei.

Mi sorride e viene da me.

  • Zio, dopo vieni a casa della nonna?
  • Ciao Giulia, che bella che sei. Sei elegantissima!

Cerco di cambiare discorso, ma femmine si nasce. Togliere un pensiero dalla testa ad una femmina è una ingenuità da maschio.

  • Allora? Vieni dalla nonna dopo?
  • Forse Giulia, forse. Tu mi vuoi?

Non mi risponde, ride e corre dalla madre. Ogni tanto mi guarda con lo sguardo furbo e mi sorride. E’ irresistibile. Ricambio.

Mi giro a guardare mio figlio più grande seduto dietro. E’ seduto, ha la testa bassa ed il telefono tra le mani. Digita nervosamente fingendo di essere preso.

– Hai deciso di non salutarmi allora?

Non risponde.

Lo lascio stare. Mi giro e continuo a fare i giochi di sguardi con Giulia.

Alle spalle sento le voci dei miei suoceri. Nel frattempo accanto a me si erano sedute altre due persone. Mia suocera saluta i ragazzi e chiede a mia moglie dove può sedersi.

  • Siete venuti tardi e ci hanno fregato il posto!

Credo che alludesse a me.

Saluto mia suocera.

Non si gira nemmeno a guardarmi. Non risponde.

In un istante valuto tutte le opzioni possibili. Faccio l’unica cosa che posso fare in quel momento. Rimango seduto e mi guardo intorno cercando di non pensare a chi mi circonda.

Oggi è il giorno della comprensione, mi ripeto.

Mio figlio piccolo ogni tanto mi guarda con la coda dell’occhio. Non riesco a capire se lo fa per sbaglio, o perché vuole vedermi.

Sento che dietro si scambiano i posti. Poi capisco che i miei suoceri prendono il posto di mio figlio grande proprio alle mie spalle. Lui va da qualche altra parte e mio cognato viene a sedersi accanto a me.

Mi chiede di farmi un po’ in là, così può tenere a bada Giulia senza che dia fastidio a cresimando e madrina.

Con mio cognato non ho problemi. Ci facciamo una chiacchierata e ogni tanto mi da qualche informazione sotto voce.

  • Stiamo lavorando, è dura però! Bisbiglia quasi.

Il più duro è tuo figlio grande. Adesso si è convinta anche mia moglie a collaborare e tua moglie sta dicendo ai ragazzi di chiamarti. Stamattina, per esempio, ha insistito coi ragazzi perché ti chiamassero per farti gli auguri di buon compleanno.

  • Senti Bernardo, non mi dire queste cose.

Non basta dire ai ragazzi di chiamare, giusto per lavarsi la faccia.

I ragazzi vanno guidati. Se lei non si adopera per dargli delle regole, una educazione, che si faccia da parte. Il far finta lo ritengo ancora più squallido.

Io non lo avrei permesso.

Se i ragazzi non rispondono al telefono. Gli togli il telefono per una settimana. Vediamo se continuano a non rispondere.

A cosa serve dire di rispondere e poi fottersene se non lo fanno. Giusto per far vedere? Per lavarsi la coscienza? Meglio non farlo, guarda.

  • Lo so fratello, lo so. Ma stiamo lavorando, fidati. Ci vuole tempo.
  • Certo se mi siedo e lei si allontana come se avessi la peste, che esempio vuoi che sia per i ragazzi. Ti pare un gesto distensivo?
  • Si, ma lo sai com’è.
  • Bernardo, io non posso tollerare più. C’è in gioco una posta troppo grande. Il tempo passa e i ragazzi crescono. Io li perderò così.

La cerimonia prosegue, mio figlio grande è sparito. Mi godo la vista del piccolo almeno.

Sento la voce dei miei suoceri dietro. Mia moglie si muove a destra e sinistra facendo foto e filmati col telefono.

Mio cognato fa qualche foto e gli chiedo di passarmela. Lo fa di nascosto. Mi invia un paio di foto con whatsapp.

Arriva la fine della messa. Mio figlio è sorridente e contento. Vado in auto e prendo i regali, il mio e quello di mio padre. Appena il vescovo dice andate in pace, mi avvicino a mio figlio, lo abbraccio e gli do una borsetta.

  • Dentro c’è il mio regalo e quello del nonno. Auguri amore mio. Lo abbraccio forte. Anche da parte del nonno. Ti aspetta , sai?
  • OK. Mi risponde stavolta.

Saluto mio cognato e la piccola Giulia. Mio cognato mi bisbiglia:

  • Vieni a trovarmi di mattina!
  • OK, Bernardo. Verrò

Mio figlio più grande è sparito. Vado via.

Oggi doveva essere il giorno della comprensione, ma non sono sufficientemente maturo evidentemente.

Io fatico ancora a comprendere.

 

 

 

 

Al passaggio a livello

Mio figlio più piccolo giovedì fa la cresima. E’ un giorno speciale, essendo anche il giorno del mio compleanno. L’ho saputo da mia moglie della Cresima, per una richiesta di compartecipazione alle spese.

Non ho il dono della fede. Nutro un grande rispetto per chi crede, lo vedo come un qualcuno che riesce dove io non ci sono riuscito. Più che laico, sono sempre stato un po’ anarchico di carattere. L’idea del dogma mi è stata sempre stretta come se indossassi un vestito due taglie inferiori. A tratti mi procura claustrofobia. Mi piacerebbe credere però. Sarebbe una gran bella cosa.

A casa di mia moglie si dicono devoti invece. Ci tengono molto ai sacramenti ed alle festività religiose. Da loro per la prima volta ho festeggiato Sant’Antonio, anche se non c’era nessuno che si chiamasse così in casa. E’ un santo importante, dicono. Il rispetto di queste sacralità è la Pietà Cristiana. Un sentimento che viene da lontano, anche i latini lo annoveravano tra le qualità del buon padre di famiglia. Per i romani era la pietas,  con qualche sfumatura diversa. Nel caso dei familiari di mia moglie  la pietà cristiana la vedo un po’ vuota di carità. Pensano molto ai cazzi loro prima, alla faccia anche di Sant’Antonio credo.

Senz’altro frequentano la chiesa più di me. Quando ci entrano abbozzano un inchino, fanno il segno della croce e si baciano il dito. Specie mia suocera, dopo essere entrata in chiesa inspiegabilmente si trasforma. L’atteggiamento è come di chi si volesse scusare del suo ingombro. La testa tende ad incassarsi tra le spalle nascondendo il collo, le spalle si stringono tra di loro. Anche le labbra si uniscono a cuoricino. Gli occhi diventano languidi, sono sempre bassi ed evitano di incrociare chicchessìa. La consistenza sembra la parte molle della lumaca. Mio suocero invece pare il suo guscio tanto è impettito e suona vuoto.

Una volta glielo dissi.

  • Mi sembri Actarus, sai?
  • Come? E che è? Una malattia?
  • Quando entri in chiesa ti trasformi come Actarus ai tempi di Goldrake. Hai presente Goldrake, il cartone animato? Si trasforma in un razzo missile?! In chiesa ti trasformi, come Goldrake e salvi l’umanità. Mi fai impazzire.
  • Ahahahaha, hai sempre voglia di scherzare tu!

Ero serissimo.

Comunque mio figlio si cresima solo per la famiglia di mia moglie. Nessuno dei miei è stato invitato. Io sono stato informato per le spese, credo. Non tirerò fuori un centesimo.

Si avvicina il giorno, il due è alle porte.

Scrivo a mio figlio, un sms. Pare li riceva.

  • Ti va di andare a comprare qualcosa per la cresima con me al pomeriggio?

Ti passo a prendere?

Nessuna risposta.

Passo a mia moglie:

  • Il piccolo non risponde. Gli ho chiesto se volesse uscire con me al pomeriggio per comprare qualcosa.

Risponde

  • Intanto le prove della cresima sono state spostate al pomeriggio, non potrebbe.
  • Vado a vederlo, allora.

Poi comincia la solita tiritera sui soldi.

  • Ti informo che siamo senza soldi.
  •  Vengono con me e non ci sono problemi.
  •  I ragazzi devono anche uscire, puoi dargli dei soldi.
  •  Se il piccolo esce con me glieli do volentieri.
  •  Ma se non volesse uscire puoi darglieli lo stesso e poi parlo dei soldi della spesa. Ho anticipato i soldi per la chiesa, 30 euro, te lo ricordo.
  •  Se stanno con me, non hai bisogno di spesa.
  •  Frasi inutili visto che sai che non vengono con te da dicembre che non avete rapporti e pensi che di botto vengano per magia? Non ti avvicini da mesi a loro ma se ci riesci ben venga. Ora per piacere lasciami stare.
  • Certo, cosa ci vuole. Sono il padre, ricordi? Dammi una mano piuttosto che assecondarli. Stasera non li fare uscire. Vedi che vengono poi con me.

Fine delle trasmissioni.

 

Intorno alle 16 e 15 parcheggio nel piazzale della chiesa.

Con la sua aria svagata vedo sbucare mio figlio piccolo dall’angolo. Ha sempre l’aria di chi è quasi per caso in un posto. Mi fa una grande simpatia oggi, più del solito.

Lo vedo e mi viene da sorridere.

Esco dall’auto, mi metto sulla sua strada. Passa, gira la testa dall’altra parte come se non mi volesse vedere.

  • Ehi ciao, vieni un attimo qua.

Accenna ad un ciao con la mano e basta. Va via. Venti metri dopo ci sono tutti i suoi amici. Si unisce al gruppo. A quella età quando diventano mucchio, fai fatica a distinguerli. Sono tutti uguali, indistinti ed indistinguibili. Bei ragazzi con la faccia pulita. La presenza degli amici mi inibisce, mi sento intruso, non mi avvicino. Avvicinarsi a tale allegria e spensieratezza con qualche pensiero triste, non va bene. Rimango nell’imbarazzo per un po’, poi decido di andare a prendere un caffè da Fabio, il bar dietro casa che non frequento più ormai. Invito per telefono Luigi, un mio amico.

Sono duecento metri, faccio la strada a piedi. Per raggiungere il bar passo proprio davanti alla mia ex casa.

Mentre mi avvicino, vedo che stanno uscendo mio figlio più grande con un amico, Andrea. Anche lui vicino di casa. Andrea abita proprio di fronte al bar, si staranno dirigendo lì.

Lo chiamo. Non mi risponde, gira la testa e va via accelerando. Saluto Andrea che contraccambia, un filo imbarazzato. Mio figlio avanti accelera, Andrea dietro che lo segue, io al seguito dei due.

Alzo la voce

  • Non mi saluti?

Nessuna risposta.

Decelero e lascio prendere loro qualche metro di vantaggio. Guardo nel portafogli, due pezzi da cinquanta. Magari mi avvicino e gli do dei soldi.

Si fermano davanti al portone di casa di Andrea, aspettano che qualcuno apra.

Mi avvicino, mio figlio si gira verso il muro. Gli prendo il braccio, per spingerlo a guardarmi e gli dico:

  • Ehi, non mi saluti?

Con un gesto brusco si divincola e mi dice

– Ma vai vai!

Gli tiro uno schiaffo, un buffetto con la punta delle dita. Non un ceffone.

Ehi, che modi sono?

Intanto aprono il cancello, lui abbassa la testa, prende il telefono.

Capisco che chiama mia moglie, è in lacrime e si allontana.

Entrano in casa di Andrea.

Immagino che stia arrivando mia moglie per fare da giustiziere.

La aspetto per affrontarla.

  • – Che hai fatto?
  • – Mi ha risposto male e gli ho dato un buffetto.
  • – Chiamo i carabinieri!
  • – Chiama chi vuoi.
  • – Prende il telefono e fa per fare un numero.
  • – Io ho da fare, lo vuoi capire! Non posso stare a casa col patema che c’è un pazzo in giro che picchia mio figlio. Adesso ti faccio passare i guai!
  • – Non l’ho picchiato, chiedi a lui prima e ad Andrea, che era presente.
  • – Gli ho solo tirato un buffetto. Piange per nervoso, non perché gli abbia fatto male.

Mi lascia scambia delle parole con Luigi che nel frattempo mi aveva raggiunto ed entra in casa di Andrea.

La gente nel bar guarda. Non me ne sono reso conto ma dobbiamo aver combinato un bel casino.

Luigi mi dice:

  • Non credo che ci siano speranze , sai? Non riesce a capire che adesso dovrebbe rimproverare il figlio perché non ti saluta e non ti risponde o perché ti ha risposto in maniera maleducata. Non fare queste sceneggiate con te. Non lo farà, però. Dovrebbe anche costringerlo a uscire, per parlarti. Tu non stare ad angustiarti. Hai fatto bene.

Esce mia moglie. Credo che la abbiano convinta   che non è nulla.

Credo anche che Andrea abbia avvalorato la mia versione dei fatti. Esce, non ha più in mente di denunciarmi, almeno.

Luigi fa uno strenuo tentativo. Parla ancora con mia moglie.

– Sai, se glielo dice la madre, magari lui esce a parlare col padre. E’ importante che parlino ora.

E’ importante sempre, ma ora in maniera particolare per quello che è accaduto. Potrebbe essere il momento per chiarire.

  • Voi non ci credete, ma io provo sempre a convincerli a parlare col padre. Che voi non ci crediate poi, è un altro conto, così come pensare che sia io a manipolarli.

Intervengo.

  • Perdonami, nessuno dice che tu non lo faccia. I ragazzi però vanno educati. Non basta dire loro ”parlate con vostro padre”. Se non rispondono al telefono, glielo togli il telefono! A parti inverse, stai tranquilla che io mi sarei comportato così. Non avrei mai permesso che i miei figli non rispondano alla madre al telefono. Glielo avrei tolto immediatamente. Così si educano i ragazzi.
  • Ma vai…. Chi te le dice queste cose, Lorenza? La dottoressa del centro della famiglia che hai corrotto?
  • Ho corrotto? Ma che dici? Ma perché pensi sempre che qualcuno macchini alle tue spalle?
  • Siiiii… ripete le stesse cose che dici tu, che credi che sia cretina io?
  • Ma forse dice le stesse cose solo perché sono cose di buon senso! Ci hai pensato?
  • Basta, dire cose su questi ragazzi. Sono ragazzi eccezionali, con due palle così e nonostante tu abbia abbandonato il tetto coniugale loro non hanno perso un colpo. Io non ti permetto di dire queste cose di loro.

Interviene Luigi di nuovo.

  • Ma tu dovresti intervenire più pesantemente coi ragazzi, non solo dirglielo. Tu li devi obbligare a tenere un dialogo col padre. Potrà essere anche conflittuale, ma il dialogo ci deve essere e solo tu puoi fare in modo che ci sia, attualmente. Vivono con te.
  • Certo che lo faccio, ma ci vuole pazienza. Non come fa il signore che vuole tutto e subito.
  • Ascoltami, ti prego. Sono passati nove mesi e le cose peggiorano. Non te ne rendi conto? Non può passare tanto tempo. Sto perdendo qualsiasi autorità e autorevolezza nei loro confronti. Non potrò più fare il padre a breve.
  • Il tuo metodo quale è quello di alzare le mani?
  • Per favore, mi ha risposto male, gli ho dato un buffetto. L’ho richiamato all’ordine, anche per sms le volte che risponde mi risponde in malo modo. E non era uno schiaffo.
  • Non ti qualificano più come padre, e questo non è colpa mia. Quindi non puoi presentarti e trattarli così.

Luigi tenta ancora disperatamente.

  • Non lasciare che i problemi tra di voi influenzino il rapporto col padre. Quello dovresti agevolarlo comunque.
  • Voi non lo conoscete quanto è bugiardo quest’uomo, per questo lo difendete.
  • No, non voglio proprio entrare nel merito di quelli che sono i problemi fra di voi.
  • E’ invece è questo il problema. E’ il suo carattere che crea problemi con tutti e quindi anche con i figli.
  • Non voglio mettermi in mezzo.
  • Tu sei stato chiamato?
  • No, vedi io abito qua e mi ero venuto a prendere il caffè. Mi dispiace della situazione e se posso tento di dare un aiuto, ma posso stare zitto.
  • Io so solo che sono stata chiamata da mio figlio in lacrime. Peggio per lui, ha fatto dei passi indietro. Io ora me ne vado.
  • Non ti sembra invece che dovresti fare qualcosa per avvicinare il figlio al padre?
  • Io non vedo l’ora che arrivi il quattordici luglio perché quest’uomo non lo voglio più vedere.
  • Ma il problema non è tra voi due, scusami.

Intervengo di nuovo.

  • Scusami, a parti inverse io non avrei permesso questo distacco di un figlio dalla madre.
  • Caro mio, in questi mesi tu non hai fatto nulla per evitarlo.
  • Ma che stai dicendo?
  • Io me ne vado, ci sarà una udienza e parleremo là.
  • Ma io parlo dei ragazzi, che c’entra l’udienza.
  • Certo, parleranno anche loro.

La discussione è continuata per un po’. E’ uscito anche il padrone di casa presso cui si era rifugiato mio figlio. Mi ha dato delle pacche verbali , dicendo che capiva la situazione e che provava anche lui a darmi una mano per quel che poteva.

Alla fine lo scontro con mia moglie sembrava avesse depresso più lui e Luigi di me.

Torno nel piazzale della chiesa e prendermi l’auto. Luigi mi accompagna. Incrocio Brizio e Susanna. Gli racconto dell’accaduto e mi ricordano di provare a parlare col parroco.

Nemmeno loro sono frequentatori della comunità. Però per affetto mi dicono che se funziona tornano in chiesa! Mi vogliono bene.

Lascio Luigi ed entro in chiesa. Il piccolo non c’è, le prove della cresima sono terminate. La chiesa brulica di gente, in gran parte donne che sembrano aver molto da fare. Evidentemente fervono i preparativi per le cerimonie.

Fermo un frate che è enorme. Credo debba aprire la seconda anta della porta per passarci. Mi fa impressione.

  • Salve Padre, cerco il parroco.

Dovevo fare qualcosa. Non nutrivo grandi speranze nel dialogo col parroco, ma proprio per questo dovevo provarci. Le grandi imprese nascono sempre quando si pensa di fare tutt’altro.

  • Vedi in giro. Non so dov’è.

Mi aggiro per la chiesa e per i vari locali adiacenti, Sagrestìa, Oratorio.

Nessuna traccia. Sto per mollare ma finalmente mi imbatto in lui.

E’ solo, che culo. In genere i parroci sono circondati da uno stuolo di persone.

E’ un ragazzo, avrà poco più di trenta anni. Occhi azzurri buoni.Vanno bene come speranza.

  • Buonasera padre. Ha cinque minuti per me?
  • Certo, dimmi pure.
  • Sa padre, mio figlio fa la cresima il due giugno. Purtroppo ho una situazione difficile in casa. Io e mia moglie ci stiamo separando e non ho un dialogo con i ragazzi.

Mi blocca.

  • Dovete riprovarci.
  • – No vede padre, è quasi un anno che non viviamo più insieme.
  • Che significa! Venite qua che vi faccio tornare insieme io.
  • – Penso che non si possa padre. Comunque ero qui per i ragazzi, se lei mi potesse aiutare in qualche modo.
  • – I ragazzi vedono il sacramento tradito e soffrono, l’ho vissuto anche io sulla mia pelle.
  • – Si certo padre.
  • – Parla con tua moglie e venitemi a trovare.
  • – Va bene, padre. Ci penso. Grazie.
  • – Ciao.

Esco, penso che la mia depressione sia arrivata ai livelli di Luigi e il papà di Andrea. Se prima c’era un gap tra me e loro, penso di averlo colmato abbondantemente. Non è colpa sua, la grande impresa però non c’è stata. Cosa posso dire, è il suo modo di vedere la cosa e nei suoi abiti è legittimo. E’ solo che forse ora non mi può aiutare. Almeno così mi pare.

Me ne ritorno a casa, in campagna.

Non ho voglia di fare in fretta. Avrei voglia di perdermi in realtà. Prendo la strada più lunga che attraversa due passaggi a livello. Ho la speranza che passi un treno, trovi la sbarra abbassata e possa stare qualche minuto ad attendere.

I passaggi a livello in campagna sono uno dei posti più affascinanti che conosca. Dopo un po’ che stai in campagna hai quasi il bisogno di sentire che il moderno esista. La quiete ti anestetizza e hai bisogno di un po’ di adrenalina per riprenderti. Il passaggio a livello da piccolo era la mia porta verso il futuro. Durante i mesi estivi, in campagna, finiti tutti i giochi che avrei potuto inventarmi, mi prendeva un po’ di malinconia. Il silenzio in quei momenti mi annoiava. Prendevo la bici e facevo un paio di kilometri verso la ferrovia. Mi avvicinavo alle sbarre, abbandonavo la bici fuori strada e mi sedevo ad aspettare su di una pietra. Prima, da campagnolo provetto, verificavo che non ci fossero serpi sotto. Così mi aveva insegnato il nonno. Il treno lo avverti prima ancora di sentirne il rumore o di vederlo. E’ la natura intorno ad agitarsi e ad annunciare l’arrivo. Gli alberi lungo la ferrovia si svuotavano degli uccelli. L’atmosfera si caricava, i peletti delle braccia da preadolescente si rizzavano e sembrava che così accadesse alla natura intorno. Lo seguivo con lo sguardo poi. Passava veloce e il suo vento sulla faccia mi caricava da matti. Inforcavo la bici con la mia dose di adrenalina e tornavo indietro fischiettando.

Il primo passaggio a livello purtroppo è aperto. Rimango un po’ deluso.

Faccio i due kilometri che lo separano dall’altro. Chiuso per fortuna.

Mi avvicino alla barra e spengo il motore. Esco dall’auto e tiro un sospiro di sollievo. Cerco una pietra e aspetto il treno.

 

 

 

 

 

Vietato parlare al conducente, ma fatelo

 

– BASTA ASPETTARE. Devi agire, fai sentire la tua presenza.

– Se non ti rispondono al telefono e ti hanno bloccato i contatti, al mattino vai sotto casa.

– Devono sapere che tu ci sei comunque.

– Non lasciarle prendere il sopravvento.

– Non farti escludere

– Intervieni con qualcuno che possa aiutarti, carabinieri.

– Possibile che lei non capisca che fa male ai suoi figli?

– Ma possibile che non si possa fare nulla? L’avvocato non può intervenire?

– Non considerarli per un po’. Non farti vedere né sentire.

Quando sei stanco, perdi un po’ della tua volontà. C’è anche un modo di dire , prendere per sfinimento. E’ così, la stanchezza ti fa accondiscendente. Ti fai trasportare perché non hai la forza di guidare. Chiedi un cambio guidatore, magari riesci a farti un sonnellino.

Guidate voi per favore, io vorrei riposare!

Purtroppo alla guida di te stesso non si mette nessuno, c’è solo tanta gente che parla al conducente. Vogliono capire la strada e aiutarlo a trovare una scorciatoia. Lo fanno perché gli vogliono bene. Lo farei anche io. E’ un ronzìo fastidioso per le orecchie , ma irradia calore in tutto il corpo e il conducente lo vuole. Ne ha bisogno.

In questo periodo alla sera è bello, non fa freddo e hai qualche ora di luce per svuotarti e ricaricare le pile. Riposa il cervello, la stanchezza si concentra sulle spalle. Quelle non riesco a decontrarle. E’ bello anche al mattino, fa caldo ma non troppo, in genere c’è un gran sole. Un getto violento di acqua calda sotto la doccia scioglie i muscoli, la rasatura della barba aiuta a sentirsi luminosi e freschi.

Stamattina mi sono svegliato di buzzo buono.

E’ da qualche giorno che vado sotto casa dei miei ragazzi.

Saluto ma non sono ricambiato. Il primo giorno è stata dura. Anche il secondo ed il terzo, un po’. Poi mi sono abituato a non essere ricambiato. Il dolore dopo un po’ lascia la forma e ti ci adagi comodo.

In genere escono da casa alle 7,40. Oggi sono in ritardo.

7,45 ancora nulla.

Ma andranno a scuola?

Faccio mente locale sulle feste comandate o le possibili vacanze. Non mi risulta nulla, saranno solo in ritardo.

7,47, eccoli. Sento sempre un filo di agitazione quando escono. Mi batte il cuore più forte.

Per un attimo mi ricordo che 47 è u’muort.

Uhm…. Non si mette bene.

Esco dall’auto.

  • Buongiorno!

Alzo un po’ il tono della voce, gli altri giorni era stato troppo basso e non mi avevano sentito, forse.

Mia moglie ha il braccio alzato.

Che strano, penso.

Sono senza occhiali e socchiudo gli occhi per mettere a fuoco. Ha qualcosa in mano.

  • Che fa?

I ragazzi lato marciapiede testa bassa si avvicinano alla sua auto. Lei lato strada col braccio ancora alzato, procedono in parallelo.

Finalmente si avvicinano e metto a fuoco. Ha il telefono in mano. Sta filmando.

  • Mi filma!

Mi blocco un attimo. La telecamera mi inibisce. Non sono un attore in fin dei conti.

I ragazzi, sempre con la testa bassa, entrano in auto. Lei ancora fuori che filma. Il più grande siede al sedile davanti, il piccolo dietro.

Che belli che sono i miei figli, però. In questo anno son diventati due giovanotti.

Adesso portano tutti e due gli occhiali. Non ero molto favorevole a che li mettessero, hanno un disturbo di astigmatismo molto lieve. Mio cognato, ottico, metterebbe gli occhiali anche ai cani. Lui è uno che viene ascoltato e nella famiglia di mia moglie, ‘’lo ha detto mio cognato’’ conta più di un ‘’lo ha detto la televisione’’. E’ nella parte più alta del tabellone. Credo che anche il parroco sia sotto di lui.

  • Perché mi riprende con la videocamera?

Mi distraggo un attimo dai ragazzi. Anche mia moglie entra in auto. Controluce, dal vetro anteriore dell’auto, non riesco a vedere i corpi dentro. Fa un po’ effetto specchio.

Distintamente vedo la telelecamera del telefono che mia moglie tiene ben piazzata davanti al cruscotto, con la mano destra. C’è il flash acceso.

Accende l’auto, cambia mano per reggere il telefono ed inserire la marcia, poi lo riprende con la destra.

Faccio un saluto con la manina. Un ciao e sorrido.

Credo di avere un sorriso da ebete stampato. Devo chiederle di passarmi il video, per verificare!

Si avvicinano, e si ferma vicino a me. Con la manovra mi piazza mio figlio grande a pochi centimetri.

Lei continua a filmare. Riprende me fuori dall’auto, chinato con la testa vicino al finestrino e mio figlio che è seduto davanti. Ci separa il vetro. I ragazzi evitano di incrociare il mio sguardo e guardano avanti. Pensavo aprissero il finestrino per dirmi qualcosa. Mio figlio,  invece, chiude quei due centimetri che erano rimasti aperti.

Mi sembra irreale la scena.

La telecamera continua a videostranirmi.

Busso al vetro e dico a mio figlio:

Ciao! Non mi saluti?

Ho lo stesso imbarazzo di quando ti riprendono ai matrimoni e devi per forza dire qualcosa. In quel momento non ti viene mai nulla da dire. In genere ti senti in obbligo  e dici una stronzata di cui ti pentirai per almeno qualche ora.

Mio figlio più grande fa un gesto con la mano per dire a mia moglie di procedere, mio figlio più piccolo è impietrito, dietro, con il corpo tra i due sedili davanti.

Vanno via.

Guardo l’auto che si allontana. Risalgo sulla mia.

Mi metto di nuovo alla guida. Cerco di realizzare quanto accaduto.

Sono passate delle ore, ma ancora mi sento strano. Mi sento come un orologio molle in un quadro di  Salvador Dalì. Cerco un qualcosa per appendermi.

Qualcuno ha qualcosa da dire al conducente?

L’uomo invisibile

Ritornati dal Torneo di Pasqua è rimasto un bel legame con i genitori degli altri ragazzi. Su mia iniziativa avevamo creato un gruppo su Whatsapp, per le comunicazioni di servizio durante il torneo. Avevo inserito anche qualche genitore che era rimasto a casa, così potevamo mandargli le foto .

Ci eravamo ripromessi di organizzare una rimpatriata e così è stato. Nico, il mio compagno in auto, aveva prenotato una pizzeria per sabato. Ci si chiedeva sul gruppo se fossero venuti o meno i ragazzi. Io non potevo esprimere la mia, non sapendo nemmeno dove fossero i miei.

Il mio contatto i miei figli lo avevano bloccato. Erano rimasti nel gruppo da me creato su whatsapp e mi piaceva immaginare che mi lasciassero una porticina aperta. Rimaneva l’ultimo canale di comunicazione.

Avevo messo come immagine del gruppo una vignetta con Charlie Brown e Snoopy disegnati di spalle.

Charlie dice a Snoopy

– qual è il doppio di sei?

Snoopy risponde:

– siamo!

Usavo il gruppo per mandare il buon giorno al mattino e per tutto quello che mi veniva da dire. Da molte settimane non rispondevano più, ma era pur sempre uno spiraglio.

Nel mio immaginario era come infilare dei pizzini sotto la porta della loro cella. Un modo per tenere viva la mia presenza, anche se non mi volevano vedere.

Me li immagino come prigionieri, ma forse il vero prigioniero sono io, penso.

Preoccupato che non sapesse da altri della serata con i genitori dei suoi compagni, di buon ora, scrissi a mio figlio più grande:

– Domani mi hanno invitato a mangiare una pizza i genitori dei tuoi compagni di squadra. Non so se vengono i figli pure, ma se volessi venire, ne sarei felice. Un bacio e buona giornata a tutti e due.

La comunicazione per messaggi mi ricorda la mia infanzia. Mandi un messaggio  e ogni tanto controlli se ti è arrivata la riaposta. Mia madre mi mandava a controllare se le galline avessero fatto l’uovo. Mi armavo di mazza fuori dal recinto. Avevo una paura fottuta del gallo. Entravo con circospezione con la mazza ben salda in mano, mi avvicinavo alla tettoia dove sotto erano posizionate le cassette per la cova delle galline.

La prendevo larga, il gallo era davvero grosso o io molto piccolo, non so.

Arrivato alla tettoia, con un occhio sbirciavo nelle cassette, con l’altro tenevo d’occhio il bestione.

Quasi sempre l’uovo c’era. Sorridevo e lo portavo felice in casa.

Da tempo, le uova dei miei figli non le vedevo più.

Poco prima delle otto di mattina, invece, arriva la risposta. Trovo una supposta più che un uovo.

– E non ti vergogni? Hai proprio una bella faccia tosta, mi devi mettere sempre in difficoltà per far vedere che sei bravo, ma tanto lo capiranno e poi ti avevo già detto di non mettermi in difficoltà con i miei amici e ti intrometti, vergognati.

Mi siedo. Ho bisogno di una pausa.

Che brutta parola per un ragazzo. Che brutta parola in genere. Vergogna è una roba che ho sempre associato alle cose più misere dell’uomo. Ludibrio, scherno, sopraffazione. Quanto è tosta che mio figlio mi dica di vergognarmi. Che male. Cosa gli dico? Provo a imbastire una risposta:

– Di cosa mi devo vergognare?

Perché non parliamo e mi spieghi?

Cosa ti crea difficoltà?

Nessuna risposta, e la cosa più brutta viene dopo.

Il nome di mio figlio più grande con la dicitura ‘’ha abbandonato’’.

Mi sarebbe piaciuto parlare con questi di Whatsapp, per trovare una dicitura un po’ meno forte di ‘’ha abbandonato’’. L’abbandono è un qualcosa di irreversibile. Avrebbero potuto pure scrivere un bel ‘’ciao torno tra poco’’, sarebbe più umano.

Non sanno che c’è chi soffre degli abbandoni?

Il grande è andato via, chiuso, game over.

Che direbbero Charlie Brown e Snoopy? Adesso fottiti, probabilmente.

– Maledetto! Dico a me stesso.

Ma che cazzo! Ma come ti viene di scrivergli della cena!

Io non sudo quasi mai, solo la tensione mi fa sudare. Grondo.

Ma perché si è arrabbiato? Cosa c’è di male ad andare in pizzeria con gli altri genitori?

Ho pensato che fosse una roba di buon senso dirglielo, perché non lo sapesse da altri.

Comincio a pensare che il buon senso non ti rende felice.

Un mio amico, figlio di separati, mi ha raccontato che la cosa che ricorda dei primi tempi della separazione dei genitori era proprio il senso di vergogna.

Si vergognava ogni volta che in pubblico veniva fuori o poteva intuirsi il fatto che i suoi genitori fossero separati.

Erano gli anni ottanta , qualcosa è cambiato. In classe di mio figlio, quasi la metà dei ragazzi sono figli di separati.

Mi ricordo mio padre. Una volta intuì che avessi delle difficoltà. Non ricordo bene il motivo, ma ero visibilmente giù. Mi si avvicinò. Restò qualche minuto in silenzio, io anche, con la testa bassa. Non mi chiese il perché stessi così. Forse per riprendermi mi sarebbe bastato sentirlo vicino. Dopo un po’ mi disse:

– Non devi avere paura di nulla figlio mio, il mondo è tuo e ti aspetta. Non fare come il millepiedi che nella paura di non sapere quale piede muovere per primo, rimane immobile. Tu nei hai mille di piedi, avanti.

Mi irrorò di coraggio. Oggi è una cosa che mi ripeto ogni volta che mi sento in difficoltà.

L’ho ripetuto anche ai miei di figli. Ma evidentemente non sono stato all’altezza dell’originale.

A sera, la seconda pugnalata.

Prendo il cellulare e leggo il nome del piccolo e di seguito ‘’ ha abbandonato’’.

Anche lui. Potevo prevederlo.

Oramai potevo parlare con un muro. Era uguale.

Devo fare qualcosa, ci penserò nel fine settimana.

Una delle caratteristiche di mia moglie è la sua capacità di infilare il dito nella piaga. E’ un talento di tante donne, ma alcune lo hanno sviluppato maggiormente. Mia moglie è una fuoriclasse. La dimensione di questa qualità la rendeva unica e faceva in modo che stesse sui coglioni ai più. Quasi tutti gli amici mi hanno confessato, dopo la separazione, che la sopportavano solo perché mia moglie.

Puntuale, con tutto il suo talento, dopo settimane di silenzio, un suo messaggio su whatsapp.

Leggo un numero nel corpo del testo, 150. Si tratta di soldi, suppongo. Prima di leggere il testo guardo l’immagine che ha messo sul suo profilo Whatsapp.

Una frase di Ligabue: Credo nel rumore di chi sa tacere.

Mi viene da ridere. Se c’è una persona che non sa tacere, questa è lei. Negli ultimi tempi ho visto che ha cambiato spesso immagine del profilo. In genere frasi stupide, di quelle che hanno un senso se dette dall’autore con il carico della sua originalità. Come il prosciutto di Parma o il Parmigiano che quando li mangi a Parma hanno tutto un altro sapore.

Mi si accende la speranza che la sua irrequietezza sia dovuta ad un corteggiamento. Un tempo le donne, se corteggiate, cambiavano spesso abiti, acconciatura, dettagli. Ora cambiano spesso immagine di profilo se vogliono mettersi in mostra. Magari, volesse il cielo.

Vado al corpo del testo:

– Sei pregato di fare il versamento delle misere 150 euro settimanali almeno il lunedì mattina visto che rimaniamo senza soldi già dal venerdì e devo poter fare la spesa per far mangiare i tuoi figli, visto che già ci stanno prestando i soldi, grazie.

Il grazie finale è la sua firma ed ahimè l’ho ritrovato in qualche brutto messaggio proveniente dai miei figli, come se ci fosse il suo imprinting.

Conto fino a dieci. Continuo a leggerla:

– Tra l’altro ti ricordo di aggiungere qualcosa in più visto che i ragazzi sono in fase di sviluppo e non hanno vestiti che vanno quindi devo provvedere ad acquistare qualcosa per la primavera.

Non credo che abbia mai saputo dell’esistenza delle virgole. D’altra parte non le usava nemmeno nel parlato.

– E anche rimborsa queste spese che allego grazie.

Sono fuori sede e non sono riuscito a farle il bonifico che faccio ogni lunedì. Lo avrei fatto nel primo pomeriggio. Quanto vorrei fargliela pagare in qualche modo. Il mio avvocato mi ha obbligato a non parlare più con lei di denaro. Mi ha detto anche di staccare le utenze come sky e fastweb a mio nome, ma non me la sono sentita ancora. Le toglierei ai ragazzi.

Continuo a leggere whatsapp. Quattro foto in allegato. Scontrini per farmaci da banco e una ricevuta di un hotel per 140 euro. L’hotel che ha pagato da poco al torneo dei ragazzi in Abruzzo.

Rabbia, vorrei cantargliene quattro. Venendo in Abruzzo mi ha tolto la possibilità di riallacciare un minimo di rapporto con mio figlio più grande e vorrebbe che le pagassi anche il conto dell’hotel!

Resisto.

Scrivo al mio amico avvocato. Faccio una istantanea dello schermo e gliela mando.

Mi fai sapere se posso dire che non pago se i ragazzi non dovessero sbloccarmi come contatto sui telefoni? E se continuano a non rispondermi? Mi chiede il rimborso dell’hotel in Abruzzo, mi fai sapere come posso rispondere?

Lui mi risponde:

Ti chiamo tra un po’.

La rabbia è troppa per aspettare, ma continuo a scrivere a lui:

Sai in realtà vorrei rispondere:

‘’vaffanculoateaquellegrandissimeputtanedituamadreetuasorellaequelrimbambitodituopadreetuttalatuarazzadimerda’’.

Mi risponde:

bravo, comincia così e finisci con ‘’ecco ecco’’.

Per fortuna mi fa ridere.

Non ce la faccio a trattenermi oltre, le scrivo:

I ragazzi hanno bloccato il mio numero telefonico e non posso comunicare con loro. Sono sotto la tua responsabilità e non mi sembra stia facendo un grande lavoro visto quello che accade. Ti rammento che le spese vanno concordate. Non posso riconoscere spese se non concordate. Mi hai sempre detto che non puoi intervenire su di loro perché sono grandi. Bene, se ci sono spese da fare per vestiario, fammi chiamare direttamente. Sono grandi, come dici tu e possono farlo. Sarò felice di parlare con loro e di accompagnarli.

Risponde lei:

Non ti hanno bloccato i messaggi, tu scrivi quando ti pare e quando vuoi,  quando ti pare sparisci. E’ normale che non ti parlano e meno male che ci sono io che mi occupo di loro. Non fare la vittima. Le spese concordate te le ho dette. Tu invece non hai neanche chiesto al più piccolo di venire con te al torneo e non hai detto ai ragazzi che andavi, si vede che i soldi ci sono solo per te, mi sa. (la punteggiatura è mia)

Da quando me ne sono andato da casa ogni santo giorno ho telefonato ai miei figli e ho scritto loro messaggi a ripetizione. Da prima di Natale hanno preso a non rispondermi più al telefono e quasi mai ai messaggi. Da un mese circa nemmeno una parola.

Mi ripeto, stai calmo, è solo una cretina che ti provoca. Aggiungo:

Lo sai che il piccolo non risponde da un mese nemmeno ai messaggi, vedo che non si può parlare con te, fa nulla. Ti ripeto che le spese vanno concordate. Quindi ti prego di rendermi edotto prima, se ci sono spese mediche. Per le altre attendo che mi chiamino i ragazzi.

Lei: Non ti conviene, comunque al piccolo potevi chiederlo con i messaggi se volevi. Le spese mediche sono quelle e non si possono concordare prima. Le spese dei vestiti… vado io a prenderli , quindi puoi anticiparmi qualcosa grazie.

Non hanno vestiti, non gli va nulla grazie.

Poi ti farò la foto degli scontrini, ovviamente, come al solito. E ricordati di non permetterti a offendere il mio lavoro di madre, pensa ai tuoi comportamenti. Ricordalo sempre e da oggi sei pregato di limitare i tuoi pareri personali e rimanere nei ranghi e nei limiti delle spese grazie.

Capisco a questo punto che è entrata in gioco sua sorella. Ci sono parole come limitare e ranghi che non sono nel vocabolario usuale di mia moglie, lo sono invece in quello di mia cognata, che conosco bene perché lavora con me. Non ho la prova, ma la quasi certezza.

Me ne accorgo anche dal fatto che le risposte arrivano dopo qualche minuto. Sicuramente sono precedute da consultazione.

Continuo:

Mi dispiace, ma così non va bene. Non credo di offendere nessuno. Parlo di fatti.

Lei: Vedremo, buona giornata.

Io: Mi dici che i ragazzi sono grandi, approfitta per farmi parlare con loro!

Lei: Se puoi versami i soldi, al lunedì mattina.

Io: Se possibile, senz’altro. Per le spese mediche, ho bisogno di sapere se stanno male i miei figli. Quindi, ti prego di avvisarmi. Fammi parlare con loro. Voglio avere la certezza che i farmaci siano per loro, non ti dispiacere.

Lei: Ancora scuse, per non provvedere neanche a questo. Non fa niente, Ciao.

Io: Accuse?

Lei: Buona giornata.

Io: Attendo che mi chiamino i ragazzi.

Lei: Sai che non lo faranno, per questo scrivi questo,  per cosa poi.

Io: Lo devono fare, sarebbe una grande cosa se lavorassi in tal senso. Mi auguro che possa farlo.

Lei: Già fatto e rifatto, cerca tu di modificare il tuo modo di porti, forse andrebbe meglio. Comunque non ho più nulla da dire, le spese sono quelle, fai tu poi, grazie.

Io: Fammi sapere quando i ragazzi stanno male, mi fai chiamare, provvedo personalmente ai farmaci. Se provvedi tu, vorrei almeno sapere da loro cosa hanno. Mi pare di non chiedere nulla di strano. E’ nei miei doveri, anzi. Per le altre spese attendo di essere chiamato da loro. Mi hai detto che loro decidono. Per me sarà un piacere provvedere, se posso. Non mi hai nemmeno fatto vedere le pagelle. Se questo è il tuo modo di operare, stiamo freschi. Approfitto per ricordarti dei miei effetti personali che sono ancora a casa: abiti, libri, orologi.

Lei: Tutte eresie, ti prego di limitarti grazie.

Percepisco che le mie parole sono andate a segno. Le sorelline non replicano, non hanno argomenti e affondo.

Io: Saresti così gentile da comunicarmi la data dei colloqui?

Domani vengo a prenderli per portarli a scuola. Magari potresti convincerli in tal senso.

Eresie… anche queste?

Nessuna risposta?

Devono essersi bloccate davanti al fatto che, per rimborsare le spese dei farmaci, abbia chiesto di poter parlare coi ragazzi e sapere da loro che stanno male.

Sono felice per aver tenuto testa a mia moglie, ma mi rimane il senso di pesantezza per le parole amare di mio figlio.

Chissà cosa staranno dicendo a quei ragazzi.

Sarà mia suocera con il suo perbenismo falso?

Sarà mia moglie di rimbalzo a mia suocera?

Forse mia cognata. Anche se lei con il suo speciale attaccamento al denaro la vedo concentrata sulle indagini patrimoniali e su come spillarmi quanti più soldi possibile. E’ la più camaleontica del gruppo e potrebbe essere la vera musa ispiratrice di cotanta merda.

Da tempo in ufficio va in giro tra i colleghi con foto di donne. Sembra che le foto le siano state fornite da mia moglie e lei indaghi. Vogliono  verificare se sono donne conosciute, mie probabili amanti.

Cerca di avere informazioni dettagliate sulle mie attività, anche. Vuole capire se ho altra fonte di reddito.

Oramai è diventata una macchietta e non se ne rende conto. Per fortuna chi mi circonda mi stima. Lei ci parla, fa la civetta per accattivarsi il collega, puntualmente vengo informato.

Stamattina sono andato davanti a casa. Arrivato alle 7.30, in tempo per vederli uscire.

In quel momento arriva nei pressi del cancello il vicino di casa con due damigiane. Viene verso di me per salutarmi. Che palle penso, ma proprio adesso dovevi venire? Alcune persone non hanno proprio il dono dell’opportunità. Tu ti stai giocando molto e ti vengono a parlare della porta del garage che non si chiude. Tutte a me capitano.

Loro escono dal cancello, mi passano davanti. Mia moglie e mio figlio grande, di corsa, quasi scappassero. Non mi guardano nemmeno in faccia. Il vicino si rende conto della situazione, fa segno col capo verso mia moglie, mi guarda ed alza gli occhi al cielo. Non la può sopportare nessuno, ha litigato con tutti anche nel palazzo.

Dico a gran voce: Buongiorno!

Il piccolo si gira e mi saluta a bassa voce:

Buongiorno.

Alemeno uno. Grazie piccolo mio!

Entro in auto, è vero che rimandare aumenta la paura, ma affrontare, aumenta il coraggio. Mi sento bene.

Dopo un po’ incalzo, continuo l’attacco su Whatsapp.

– Sabato mattina o pomeriggio sono disponibile a uscire coi ragazzi per comprare qualcosa. Se volessero pranzare o cenare con me mi farebbero felice. Ho ancora il contatto bloccato da loro. Se riferisci, te ne sarei grato. Lo avrei fatto stamattina sotto casa, ma siete scappati via senza salutare. Ciao.

Lei: Intanto i messaggi non sono bloccati e puoi scrivere. Stamattina quando e cosa??

Ma tu guarda che stronza! So già dove vuole andare a parare. E’ quello che raccontano in giro lei e la sorella. Io ho abbandonato i ragazzi non fregandomene più nulla di loro e sarebbe per questo che loro non mi vogliono vedere.

E’ la giustificazione socialmente utile alla loro cattiveria.

Adesso do corpo alle voci che sento in giro.

Sono davvero delle merde, un’associazione a delinquere della peggior specie.

Sono diventato un uomo invisibile e vogliono che diventi invisibile anche per i ragazzi.

Rispondo:

Non mi hai visto?

C’era anche il vicino, ricordi?

O hai problemi con la memoria?

 

Dopo un’ora, lei:

Per piacere potresti lasciarmi stare grazie.

 

 

 

 

 

 

Per ogni soluzione c’è un problema

Sapete cosa è il counseling? Non lo sapevo neanche io.
Non ne avevo sentito parlare mai prima, non avevo mai avuto esperienza diretta nè con couselor nè con psicologi.
Qualche giorno dopo essere andato via da casa, ero in tremenda difficoltà emotiva. Lo svegliarmi senza i miei cuccioli in casa rappresentava uno strappo enorme. Stavo male.
Mi vidi in un bar con un’amica psicologa. Le raccontai quanto mi fosse accaduto ed il tenore dei rapporti in casa. Mi disse una cosa importante che mi è servita molto:
“Non ti fare una colpa per quello che é accaduto. Se è successo era il modo ed il momento in cui doveva essere.”
Nei primi giorni l’ostruzionismo di mia moglie con i ragazzi non aveva ancora molto effetto. I ragazzi mi rispondevano prontamente al telefono, riuscivo ad avere un po’ di ascendente su di loro, sebbene fossi lontano. Ero ancora un padre come lo ero stato per i 14 anni precedenti.
Ma Tina, l’amica psicologa, me lo aveva detto. Descrivendole i comportamenti di mia moglie, mi annunciò che molto probabilmente le cose sarebbero peggiorate.I fatti hanno dimostrato che è stata una Cassandra, ahimè. Aggiunse che mi sarei dovuto preparare ad affrontare un periodo molto difficile, lei però, come amica, non mi avrebbe potuto seguire professionalmente . Mi consigliò una sua conoscente , counselor, molto brava.
Tentennai un po’ i primi tempi. Avevo il numero, ma non chiamavo. Sentivo la cosa come una sconfitta. Col passare dei giorni i comportamenti dei ragazzi mi spiazzavano sempre di più. La svolta negativa la ricordo benissimo. Dovevo passare a prendere uno dei ragazzi. Mia moglie in una delle sue esplosioni me lo voleva impedire, per rappresaglia non mi ricordo a che. Al telefono con mio figlio sentivo lei di sottofondo che diceva: ”Se non vi va, non dovete dire per forza di si a vostro padre. Dovete dirgli di no se è una cosa che non volete! Imparate a dire no, anche. Ha rotto il cazzo quello, che pretende sempre di averla vinta! Mo’ basta!”.
Da allora per un po’ di tempo, ”nononmiva”, fu la loro unica risposta. Successivamente le risposte non ci furono più.
Il counseling è una roba a metà tra la marchetta e la visita medica, il tutto in outlet. Paghi una persona , a costi contenuti, affinché ti faccia eiaculare le emozioni bloccate e ti indichi una terapia per il mal d’animo. Un buon fast food della psicoterapia mi sembra. Anche se la psicoterapia la ho vista solo nei film. Meno impegnativo forse, come se parlassi ad un amico.
A quanto ho capito, il male dell’uomo moderno è la sua incapacità di riconoscere le proprie emozioni, per poi esternarle. Di questo male,sindrome collettiva diffusa, pare io sia un malato grave. Così mi dice Katia, la mia counselor.
Il primo incontro in uno studio di avvocati. Forse è lo studio di suo marito e si appoggia lì per la sua attività. Non ho indagato sulla cosa, ma mi è parso di intuire così. Sta di fatto che sediamo entrambe lato ospiti della scrivania e questo aggiunge precarietà alla mia sensazione di pesce fuor d’acqua.
Se è precaria lei che dovrebbe essere la mia guida, figurati come mi sento io. Ho la stessa sensazione di quando qualcuno ti convoca per discutere di lavoro nella hall di un hotel. Non sei a casa di nessuno, in campo neutro, e non sai se ti tocca attaccare o difenderti.
Sta di fatto che ti senti sempre un po’ ospite nonostante dopo qualche seduta il dialogo diventi più fluido e amichevole. Le racconto di ciò che sto passando, mi ascolta, ma dopo un po’ mi ferma chiedendomi di chiudere col telegiornale della settimana. Si passa agli approfondimenti. Come le rubriche del tg2.
Non me lo dice, ma credo che quello che voglia è che io sia meno controllato di quello che sono. Mi sta guidando, per lo meno tenta, a riconoscere gli stati d’animo.
Durante una seduta mi ha proposto una roba oscena. Si è alzata dalla sedia, si è messa di lato e mi ha detto di fare finta che la sedia fosse mio figlio:

”Parlaci”, mi fa.” Fammi vedere cosa diresti a tuo figlio, fai finta che lo hai lì”.
Sudavo quasi. Non mi piace venir meno ai compiti e tanto meno gettare la spugna. Ma dopo qualche secondo l’ho guardata e le ho detto: ”Senti Katia, è proprio indispensabile questa roba? Non credo di riuscirci… pensi sia grave?”.
Lei severa: ”Dai! Prova”.
Mi sono cimentato di nuovo, ma nulla. Non mi uscivano le parole.
Non vi capita di avere la vescica bloccata al gabinetto se c’è qualcuno che vi ronza intorno? Ecco, per me era così, ero bloccato allo stesso modo.
Era inutile stare a guardare la sedia per tentare di parlarci, non lo avrei mai fatto, così come è inutile stare delle ore al gabinetto nella speranza di sbloccarsi, se non viene. Se qualcuno ti fa il verso ”psssss” per stimolarti, peggio! Aggiungi la frustrazione alla disfatta.

E’ severa Katia e mi bastona.

Credo sia brava, non ho termini di paragone ma non mi annoia e mi doma. Quando finisco con lei non ho la sensazione di aver buttato tempo e soldi.
Ho l’abitudine di sorridere quando racconto una roba che mi fa male. Non me ne ero accorto prima, me lo ha fatto notare lei. Pensavo fosse un pregio, ma mi sono reso conto che è un meccanismo di difesa. Parlo di una roba che mi causa dolore e per bilanciare, sorrido. ”D’altra parte questa è fisica”, le ho detto. ”Per raggiungere l’equilibrio, se sporgi una gamba, ti viene di bilanciare il peso sporgendo un braccio d’altra parte o sposti il baricentro del corpo in senso opposto muovendo il busto”.
Lei si incazza da morire. Quando sorrido mi guarda con faccia grave e:
”Vedi? Stai ridendo! Stai ridendo, perchè tu non vuoi far vedere che stai male, vero?
Stai ridendo perchè non è bene mostrare la propria sofferenza, vero?
Questo sei tu, ridi perchè vuoi nascondere le emozioni!”
Eccheccazzo! Ma ti pare che possa spendere dei soldi per farmi trattare in malo modo? Che stia diventando masochista?
Ogni volta che vado da Katia mi dico che è l’ultima volta che ci torno, ma è lo stesso pensiero che faccio quando esco dal Mc Donald.
La verità è che forse siamo tutti un po’ masochisti, godiamo un po’ nell’essere maltrattati. Il fatto che lo faccia qualcuno con cui non hai alcuna relazione sociale non ti pregiudica alcunché nel quotidiano. Te lo fai fare.
Chissà se provano questo tipo di godimento quelli che si fanno picchiare a pagamento. Adesso esagero con la fantasia, ma è vero che nella vita prima o poi rivaluti tutto. Le cose non cambiano, siamo noi a cambiare e di pari passo cambia la nostra valutazione. A pensarci, quante ne avrei dette in passato su qualcuno che si fa trattare così e paga per giunta.
Col tempo mi sono accorto che è un teorema.  Ciò che deridi, prima o poi ti torna addosso come boomerang con una precisione superiore a quella dei lanci degli aborigeni australiani.
Oggi trovo beneficio nel parlare con qualcuno. Il counseling non ti dà soluzione, potenzia le tue capacità emotive per combattere il problema.
La soluzione sei tu e devi essere una soluzione forte per abbattere qualsiasi problema. Per ogni soluzione c’è un problema!
Katia è il mio personal trainer e ho la sensazione che nonostante la mia ritrosìa, qualche muscoletto stia venendo fuori.

Gli oggetti allo specchio….

imageKatia all’ultima seduta di counseling mi da un compito. Prendi un quaderno, scrivi tutte le emozioni che riconosci, descrivendo la sensazione fisica che si accompagna. Se puoi, cerca di ricordare anche le smorfie del tuo viso e prova a riprodurle allo specchio.

Ma si può? Mi sento un po’ tirato per le orecchie a svolgere, ma sono stato sempre un tipo diligente e mi sono messo di buona lena ad eseguire il mio compitino. Invece del quaderno, ho cominciato ad usare il ‘’note’’ del mio Iphone. Più pratico.

Arrivato il momento di guardarmi allo specchio, ho avuto un po’ di difficoltà. La mia indole ha fatto attrito e resistenza. Ma a cosa serve tutto ciò?  Qualche mese fa al pensiero di annotare le emozioni e di fare le facce conseguenti allo specchio, mi sarei sentito ridicolo. La vita cambia repentinamente però, più velocemente di quanto si possa immaginare.

E cosa  avrei detto a 30 anni di me, se avessi pensato me a 45, in queste condizioni?

A quarantacinque anni, passerai molto tempo a cogliere le tue emozioni e a fare facce allo specchio!

Coglione! avrebbe detto me di me futuro!

A sentire la mia conselour invece è proprio questo il mio male. Sentirmi ridicolo solo perchè metto a nudo le mie emozioni. Mi rimprovera per questo.

Mi avvio allo svolgimento del  tema come un bue portato in palestra, anzi, se potessi, raglierei.

Quando hai poco, non puoi fare molta selezione,  non ci riesci. Prendi tutto quello che viene, pensi solo a riempirti. Smetti di fare lo schizzinoso. Quando hai fame, una pasta scaldata ti pare un pasto divino.

Ho provato in questi giorni a riprodurre davanti allo specchio i vari stati d’animo, ma non mi riesce di scostarmi di molto dalle emoticons di whatsapp. Quella tipo urlo di Munch mi riesce benissimo, è quella che mi da più soddisfazione!

Ma soprattutto, una volta che riconosco le emozioni, come faccio a trasmetterle ai miei ragazzi che nemmeno mi parlano? Questa domanda mi sono dimenticato di farla a Katia. Dovrei scrivere delle domande e portarmele dietro, penso. La memoria non mi basta più. La necessità dei pizzini va di pari passo con gli occhiali da vicino. Comincio a pensare che sono gli occhialetti a far dimenticare le cose!

Perche fino a qualche mese fa avevo un rapporto splendido con i ragazzi, senza fare tutti questi studi davanti allo specchio? Cosa è cambiato ora?

Mi sento come quando da studente mi chiedevo perché dovessi  studiare Lucia e Renzo. A cosa mi servono nella vita? Ora mi ritrovo a essere simile ai capponi di Renzo,  mi becco da solo però.

Oggi sono andato alla partita del più grande. E’ stata una partita importante, si è giocato l’intero campionato tra le prime due della classifica. Stavolta non ho provato nemmeno a chiedergli di accompagnarlo. La cosa mi ha preoccupato, questa inerzia potrebbe significare cedimento e non voglio. Arrivo un po’ nervoso al campo.

Ho preso il caffè di rito con gli altri genitori e sono salito sulla tribuna. Mentre guardo in giro per scorgere qualche volto amico da salutare, abbasso lo sguardo, proprio davanti a me, seduto accanto ai suoi amici, mio figlio piccolo. E’ a mezzo metro e non lo ho visto!

La faccia smarrita. evidentemente lui mi ha visto ed è fortemente in imbarazzo. Sto lì da almeno due minuti a distanza di carezza e non mi accorgo di lui.  Lo guardo, un tuffo al cuore. Lo saluto, mi risponde a fatica, mi metto accanto a lui, lo abbraccio e lo bacio sulla testa. Si divincola e gira la testa dall’altra parte. Mi rendo conto che ci sono i suoi amici e le sue amiche, ha tredici anni e per un adolescente non deve essere il massimo farsi vedere abbracciare e baciare dal proprio papà in condizioni normali, figuriamoci nelle nostre.

Faccio in tempo a chiedergli come stia, mi risponde che sta  bene, bofonchiando, poi  accentua il suo divincolarsi e mi offre quasi la schiena.

Evito di creargli imbarazzo e mi metto a sedere due file più su accanto ad altri genitori. Mi sento come ad avere una fetta di torta davanti, ma ne posso mangiare solo un pezzetto per via della dieta. La lascio e provo una mancanza fisica.

Stasera mi sono messo davanti allo specchio ed ho provato ad eseguire il mio compitino.

Che emozione è il tuffo al cuore? E’ quello che ti capita quando non ti aspetti di vedere qualcuno e quel qualcuno è la persona più importante della tua vita? Come te la rappresento Katia?

Rimango fisso immobile davanti allo specchio. Mi cade una lacrima, poi un’altra. Piango, ma non è un pianto amaro, è un pianto neutro. Non è nè gioia nè dolore. O meglio è gioia e rabbia allo stesso tempo che si compensano. Capita anche che piova col sole, mi sembra così.  Il mio cuore è felice, nel naso ho ancora l’odore di mio figlio, tra le braccia sento la sua morbidezza,  ma piango. Sono arrabbiato perché era lì e mi trattenevo per non creargli imbarazzo e perché probabilmente, se mi fossi avvicinato di nuovo si sarebbe allontanato.

Spero di essere riuscito a rappresentartela questa emozione, Katia. Magari sono riuscito a trasmettere qualcosa anche al mio piccolo, che sarebbe meglio. Parlo da solo con lo specchio.

Davanti a me c’è Vincenzo il migliore amico di mio figlio.

Comincia la partita, io divido i miei occhi tra mio figlio piccolo seduto due file più avanti e mio figlio più grande che in campo si gioca il campionato.

Succede un qualcosa di strano. Vincenzo per tutta la partita non fa che chiedermi pareri sulle squadre, sui giocatori, su ogni.

Sono troppo preso e concentrato sui miei ragazzi, su ogni mossa che fanno, uno in campo e l’altro sugli spalti per accorgermi che Vincenzo mi parla da mezz’ora. Rispondo automaticamente come i risponditori automatici, quelli che ti dicono:’’ prema uno se vuoi questo, prema due se vuoi quello ‘’ …tu invece vorresti tanto un operatore di quelli: ‘’buonasera sono Giovanni, come posso esserle utile!’’.

Arriva l’intervallo, mi giro sulla sinistra e sotto alla tribuna, ai bordi del campo, vedo tutto il clan di mia moglie.  C’è lei, il padre, la madre, mia cognata, il marito di lei con la piccola, una amica con il marito anche. Sono allegri e felici, ridono e scherzano.

Mi danno nausea, per fortuna sono lontani. La cosa mi urta anche, provo un po’ di gelosia. Un tempo il pallone era a mio esclusivo appannaggio. Guarda quanti sono oggi! E non sanno nemmeno se il pallone è tondo o quadrato. Che nervi.

Mi guardo allo specchio, non piango più. Si accentuano le rughe sul volto, aumenta la salivazione, deglutisco. Mi prende allo stomaco, si accartoccia come la carta del pane e la mia faccia sembra un pomodoro maturo e sfatto. I denti si serrano.

Mio figlio e Vincenzo si sono alzati e sono in giro con gli  altri ragazzi, li perdo di vista.

Scambio qualche parola sulla partita con gli altri genitori. La squadra perde, mio figlio in campo però lotta e gioca bene, tutto papà… J

Ricomincia la partita, secondo tempo.

I ragazzi tornano al loro posto, cerco di sentire i discorsi del piccolo con le amiche ma con il rumore di fondo del pubblico non riesco a carpire le parole. Non mi ha mai dato tanto fastidio un rumore di fondo.

Vincenzo prende delle patatine dalla busta del suo vicino, si gira e me le offre direttamente dalle sue mani, con quella naturalezza che solo i ragazzi hanno: Vuoi una patatina? Quasi fossi il suo compagno di banco.

Lo guardo. Ho un attimo di esitazione, sto per dire no. Guardo la patatina e gli dico:” grazie Vincenzo”. Il ragazzo mi stava coccolando da mezz’ora e non me ne ero accorto. Riavvolgo il nastro del primo tempo in mente. Si era accorto della reazione di mio figlio che mi aveva allontanato, Vincenzo è un ragazzo intelligente e da più di mezz’ora che cercava di coinvolgermi per consolarmi forse.

Mi guardo allo specchio. I miei occhi scondinzolano, abbozzo un sorriso a bocca chiusa, la testa si inclina leggermente su una spalla come a cercare un appoggio. Che bravo Vincenzo, penso. Mi ha voluto bene, mi accarezzava virtualmente e neanche me ne ero accorto.

Se il migliore amico di mio figlio mi tratta bene, può essere che loro non parlino poi così male di me, penso. Mi si riaccende una speranza. Sono più di cinque minuti che sono davanti allo specchio. Il tempo passa.

Avevo un’auto americana. Mi ricordo che sullo specchietto retrovisore c’era un adesivo: The objects in the mirror are closer than they appear. (Gli oggetti allo specchio sono più vicini di quello che sembrano)

Leggevo spesso quella frase. Gli americani sono maniaci per la sicurezza e da buon italiano commentavo:”sti  americani potevano risparmiarsela questa banalità”. Leggevo e ci riflettevo molto quando ero in auto, stando sullo specchietto mi balzava continuamente agli occhi. Avrei potuto staccare l’adesivo ma non l’ho mai fatto, mi solleticava la fantasia e cercavo un significato nascosto, più filosofico di quello pratico.

Adesso mi pare chiaro cosa cercavo. Stare allo specchio mi sta avvicinando a me stesso. L’esercizio di Katia, serve proprio a questo forse. Mi devo riappropriare di me stesso per offrire il meglio di ciò che sono.

In casa me lo hanno sempre detto, per far stare bene chi ti sta intorno, devi stare bene prima tu. Se vado in giro con questi occhi tristi, smarrito, come vuoi che chi mi sta intorno stia bene o mi riconosca?

Una persona che ha avuto una esperienza simile alla mia mi ha detto:

Quando torneranno e passerà la sofferenza quello che ricorderai è tutto il tempo che hai buttato a soffrire.

La partita finisce. E’ stata emozionante, i ragazzi hanno perso ma hanno giocato bene. Mio figlio più piccolo scende di corsa dalle tribune. Mi precipito a toccargli la testa e gli dico: Ciao! Non si gira a guardarmi, ma ricambia il ciao. E’ qualcosa!

Saluto Vincenzo.

E’ tardi, mi metto a nanna. Oggi non è andata così male, mi sono portato avanti con i compiti e l’oggetto nello specchio si è avvicinato di molto.

Teodoro, dono degli dei.

Credo che un indicatore della intelligenza sia la capacità di accorgersi dell’esistenza degli uomini e delle cose. Allo stessa stregua, la disattenzione verso cose e uomini  è sinonimo di stupidità. L’intelligenza è un dono degli dei.

Oggi il mio primogenito ha fatto una partita. Si è giocato fuori casa, in un paese a 50 km di distanza.

Non avendo ormai più  notizie dai miei ragazzi, mi informo  sugli orari da altri genitori.  In genere, in occasione delle trasferte, ci si raduna presso la scuola calcio di buon ora. Si  parte poi  con la carovana di auto alla volta dello stadio fuori città. Il buon Gabriele mi aveva informato: partenza 8,45.

Mando il messaggio di rito a mio figlio: Ti vengo a prendere alle 8,30!

Sapevo già che avrebbe rifiutato, ma non posso darmi per vinto prima di provarci.

Risposta quasi immediata: No, in primis non voglio e poi ho chi mi accompagna.

In primis…. Caspita, penso. Latino. Il mio piccolo uomo fa il primo liceo scientifico e quindi comincia a masticare un po’ di latino.

La risposta era veramente brutta, ma  da un po’ sono preparato a queste risposte e quasi impermeabilizzato. Mi concentro sulle parole, come se il particolare mi potesse far dimenticare il tutto. Ho frequentato il liceo classico e quello che ha attirato la mia attenzione nella frase sono state le  due parole: In primis.

Mio figlio che infila due parole in latino! Non ci sarebbe da meravigliarsi, se la cava benissimo a scuola, ma la cosa mi ha dato il senso del tempo che passa ed il fatto che probabilmente me lo vedrò uomo senza accorgermene, così come mi sto perdendo lo studio delle declinazioni.

Ero solito seguirlo nei compiti quando ero a casa, ora non so nemmeno cosa stia studiando.

Provo una grande frustrazione. Proprio ciò in cui sono stato sempre forte, lo studio e l’amore per esso, non potrò più travasarlo ai miei figli. Questa è davvero una interruptio!

Non ci sarò quando leggeranno di Paolo e Francesca, di Ulisse e della semenza dei suoi compagni. Non ci sarò per tante cose. Probabilmente non saprò dei primi amori e delle prime delusioni. Mi perderò tutte le prime. Eppure mi sento di poter dare tanto. E’ veramente frustrante.

Vivo una quiete disperata per questo, solo la rabbia non mi fa rassegnare.

Amore disperato e rabbia. Mi vengono  in mente i più famosi versi di   Catullo.

Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris.
Nescio, sed fieri sentio et excrucior.

(Ti odio e ti amo. Come possa fare ciò, forse ti chiedi.
Non lo so, ma sento che così avviene e me ne tormento.)

L’interruzione di un grande amore genera una grande rabbia.

Avrà usato il latino per farmi vedere che lo sta imparando? O è una frase che ha sentito da qualcun’ altro? A volte mi sento come le adolescenti che tolgono i petali alla margherita e dicono: mi sta pensando? o non mi sta pensando?

Sa bene del mio legame e il mio amore per le lingue antiche, magari era un modo per richiamare forte la mia attenzione e dirmi tra le righe, ti voglio bene.

Mi illudo forse, ma decido di giocare e  replicare in latino. Riprendo le parole di Catullo che era nei miei pensieri in quel momento:

Excrucior fili mi, quia causam nescio.

(Mi tormento figlio mio, perchè non capisco il motivo).

Ovviamente nessuna risposta. Poi aggiungo in Italiano: mi dispiace che non voglia venire con me.

Se mi avesse scritto quelle due parole in latino per attirare la mia attenzione, ora è contento che gli abbia risposto a tono.

Intanto ritorno al dettaglio per non smarrirmi: ho chi mi accompagna. Cerco di immaginare chi lo accompagni. Sarà uno del clan, il nonno o lo zio. Il fratello di mia moglie che non vedo da mesi.

L’attenzione e la sensibilità verso le emozioni altrui sono la forma più pura di generosità e di intelligenza. Nella famiglia di mia moglie sono un po’ deficitari da questo punto di vista, in maniera particolare gli uomini della famiglia.  Quindi non può che essere uno dei due a fare l’accompagnatore.

Ad uno dotato di un minimo di sensibilità e di intelligenza emotiva non  verrebbe mai di recarsi ad un appuntamento col figlio di un altro, sostituendosi al padre e sapendo  per giunta che anche il padre sarà presente. Sono coinvolto nella cosa, ma la ritengo vergognosa in assoluto, al di là del mio personale coinvolgimento. Credo che mai mi presterei a qualcosa del genere. Ma a ciascuno il suo.

Arrivo al raduno. Mi guardo intorno, mio figlio ancora non c’è. Qualche altro genitore mi vede. Un tempo arrivavo sempre con mio figlio, eravamo inseparabili. Mi vedono da solo, provo un filo di imbarazzo,  tutti sanno della situazione ma non fanno domande.

Si avvicina Teodoro. Scambiamo due chiacchiere. Mi piace andare alle partite anche per questo. Chiacchiero con gli altri papà e mi trovo molto bene. Gente semplice e senza fronzoli.

Dopo cinque minuti arriva mio figlio. L’accompagnatore manco a dirlo  è mio cognato, appunto. Gli indicatori di intelligenza non hanno fallito. Mio figlio esce dall’auto e nemmeno mi saluta. Mi ha visto bene, ma forzatamente non gira la testa verso di me per non incrociare il mio sguardo. Raggiunge il capannello dei suoi compagni. Ha il broncio, lo vedo da lontano. Mio cognato esce dall’auto e si avvicina per salutarmi.

” Ciao” dico.

”Ciao”, e quasi per scusarsi, ”erano mesi che non lo vedevo giocare ed ho pensato di fare un salto oggi”.

Non mi piacciono le frasi di circostanza e in tono dimesso:” Certo, con me non è voluto venire, mi ha detto che aveva qualcuno che lo accompagnava”.

”Io non c’entro nulla” mi fa.

Il primo pensiero è: emerito coglione, se non c’entri nulla, cazzo ci fai qua! Poi mi ricordo che ho di fronte un trentenne, non è un padre e  soprattutto non è un aquila.

”Non ti preoccupare” gli faccio.

” No, non mi preoccupo, non c’entro proprio nulla” insiste.

Niente da fare penso, se uno è coglione è coglione. Non potevo aspettarmi qualcosa di diverso.  Da un lato vuol dirmi che non si preoccupa di aver fatto una roba da pezzi di merda, anzi lui è tranquillo, dall’altra mi dice che comunque non c’entra nulla.

Sorrido amaro e gli dico: ” Ciao, ci vediamo”.

Torno dagli altri genitori. Due o tre  degli altri papà mi fanno: ”Chi è quello?”

”Il fratello di mia moglie” dico in modo rassicurante, come se sapessi della cosa.

Avevo capito che la domanda era retorica. Probabilmente sapevano tutti chi fosse, ma volevano testimoniarmi  la loro solidarietà. Era un modo per dire: ”Sto pezzo di merda, come si permette ad accompagnare tuo figlio, dal momento che tu sei qua? Siamo con te”

La mia risposta a metà tra il rassicurante ed il rassegnato era servita a sedare il loro astio solidale.

Si parte. Teodoro mi commuove. Aveva seguito tutto. Dall’arrivo di mio figlio al dialogo con mio cognato ed evidentemente aveva letto bene il mio stato d’animo. ”Sei solo?” Mi dice. Lo guardo e non rispondo, abbozzo un  sorriso  con le spalle ben giù. Credo che bastasse  vedermi in quel momento, non c’era bisogno di risposte. Lui in auto aveva la moglie ed il figlio più grande, diciottenne. Fa un cenno al figlio diciottenne e lo invita a farmi compagnia. In quel gesto, sento un senso di calore immenso. Avrei voluto rifiutare, ma il calore del gesto e la sua semplicità sono stati talmente grandi che non mi sono sentito di opporre alcuna resistenza. Aspetto che Antonio entri in auto e mi metto come sempre al comando della carovana. Tutti, da sempre, me lo fanno fare. Conosco bene le strade da farsi  perchè per lavoro sono sempre in giro e poi ho notevole dimestichezza con gli strumenti di navigazione. Quando c’è da raggiungere una meta nuova, il capo  carovana sono io.  La presenza di Antonio in auto mi riempie di gioia, mi attenua la malinconia della solitudine e la rabbia nel vedere il viso di mio figlio nell’auto del coglione. In trenta minuti siamo a destinazione. Io,  il coglione, mio figlio e gli altri.

Grazie Teodoro, dono degli dei.

Il silenzio degli innocenti.

1 marzo. Oggi è il compleanno del piccolo.

Da tempo che mandavo messaggi a lui e alla madre chiedendo come volesse festeggiare il compleanno. Mio padre si era offerto di pagargli la pizzeria con gli amici, cosa che aveva fatto con il più grande ed insisteva ogni giorno perchè organizzassi.

Per gli uomini di un tempo la formalità è più che sostanza. Per lui non poteva essere che avesse fatto un regalo ad uno e nulla all’altro. Quindi ogni giorno… Hai chiamato? Ne andava del suo senso di equilibrio e giustezza. Soprattutto gli anziani ne hanno bisogno, ad una certa età non si vogliono lasciare conti in sospeso.

Ed io:- Papà purtroppo non rispondono.

25 febbraio. Giovedì scorso, finalmente! Messaggio del piccolo sul gruppo whatsapp che ho coi miei figli.

”Voglio questo regalo”. Allegate due fotografie.

Leggo. E’ un volantino per un viaggio in Spagna dal costo di circa 700,00 euro.

La contentezza di aver ricevuto un messaggio da mio figlio dopo così tanto tempo si affievolisce e lascia il posto all’amaro. ”Mi contattano solo per soldi”, penso. Il dispiacere è come la sconfitta al calcio. Rivedi la partita nella tua mente e cerchi di capire che cosa hai sbagliato. Tanto più alte sono le aspettative, tanto più alta è la delusione. Anche le parole di conforto di chi fa il tifo per te suonano vuote nel tonfo della caduta. Per ora hai perso, già, ”per ora”. Fin tanto che potrai aggiungere queste due paroline dopo ogni sconfitta, la sconfitta sarà solo ”per ora”. Significa che c’è ancora benzina per ripartire.

Dopo qualche attimo di vuoto, le mie spalle accasciate tipo orango, mi viene un moto di rabbia. Avrei voluto scrivere a quella testa di cazzo della madre. Il ragazzo non mi avrebbe mai mandato quel messaggio senza spinta, dopo settimane di silenzio. Lei è sempre quella che dice che non può farci nulla, i ragazzi non vogliono sentirmi nè vedermi, nonostante lei cerchi di convincerli a farlo.

Quando si tratta di chiedere soldi, però, improvvisamente riesce. Magìa pura.

”Lascia stare”,  mi dico.” Prendi il lato positivo della cosa. Tuo figlio ti ha scritto. Almeno si è ricordato che ha un padre”.

Non so perchè, ma questa faccenda del lato positivo mi fa venire in mente una rivisitazione di Pitagora. ”Il quadrato costruito su un lato positivo, più il quadrato costruito sull’altro lato negativo è uguale a quella grande ipotenusa di mia moglie al quadrato. Che stronza!”.

Nonostante il training autogeno, la rabbia non cede il passo.

Prendo il cellulare per rispondere, ma mi fermo. ”Aspetta”, mi dico. ”Rispondi tra un po’, quando sarai più lucido”.

Aspetto 18 minuti :

Avete idea di come mi fate sentire? Non mi rispondete al telefono, non mi parlate, nemmeno mi dite come va a scuola. Mi trattate come se non esistessi, se vengo agli allenamenti fate finta di non vedermi. Non ho avuto la possibilità di parlarvi, avete cancellato pure il nonno che ogni tanto piange per questo. Non una telefonata, non un messaggio. Mi parlate solo per chiedere soldi. Questo mi fa stare male e mi umilia. Mi volete cancellare?

Silenzio. Il silenzio è innocente, è quello che viene dopo che preoccupa.

26 febbraio. Al mattino dopo infatti, replica del piccolo:

”Ti vedi cosa scrivi e dici, mamma mia, ti cancelli da solo”.

Guardo l’orario, le 7,30. Si sta preparando per andare a scuola. Il tono e le parole tipiche della madre. Ma voglio pensare che sia stato lui a dirlo. Basta! Ipotizzare che ci sia qualcuno dietro non serve. E’ lui che scrive,  devo rapportarmi con lui e rispondere a lui. Piuttosto  servirebbe cercare di capire cosa non va in me o cosa vedono loro che non vada. Le dietrologie?  Bene lasciarle nella soffitta dei pensieri.

Riguardo il messaggio più volte. Che male che fa, accidenti. Ingoio saliva e rileggo. Non passa. Ritorna il senso di vuoto. La sensazione mi sembra quella di un pugile oramai cotto, le ha prese di santa ragione in ogni parte del corpo e la carcassa la reggono solo le ossa e l’orgoglio. I muscoli  sono andati. Nell’angolo, tra un round e l’altro, l’allenatore gli parla. Non sente nulla. L’audio è ovattato e la concentrazione è sul diretto che si è beccato in pieno viso. Lo stesso effetto mi fanno i consigli degli amici allenatori.

” Non te la prendere, non sono loro che parlano”

”Sono plagiati”

”Poveri ragazzi, cosa gli stanno combinando, tu non mollare”

A me fa male. Incasso per me e per loro. Guardo la spugna nel secchio.

Mi riprendo e dopo 3 minuti:

”Perchè non parliamo e mi dici cosa c’è che non va in ciò che scrivo e dico? Un giudizio va spiegato, se mi spieghi posso capire cosa c’è di sbagliato. Avanti… dimmi che c’è che non va in ciò che scrivo e dico”.

Silenzio.

26-27-28 febbraio. Passano venerdì, sabato, domenica. Sabato esco, compro delle maglie sportive con i saldi, un buono da game stop, so che lui va matto per i giochi, un biglietto di auguri. Scrivo una letterina per accompagnare.

Silenzio dall’altra parte.

Mando i soliti messaggi di buongiorno, dei video che mi sembrano carini,qualche intercalare con ” che fate? mi mancate molto”,  li avviso del ritorno della serie di Montalbano in tv.

Nulla, solito Silenzio.

29 febbraio. Ieri, vigilia del compleanno del piccolo, scrivo:

”Ciao. Domani vengo a farti gli auguri. Se vuoi ti porto io a scuola”.

Lui:” Ma dove”

Strano, ha risposto subito, penso. Non accadeva da molto tempo.

Rispondo: – A casa, o dove vuoi tu. Se vuoi ti porto a scuola, o ti porto da scuola a casa, o ti porto dove vuoi…:-). Voglio farti gli auguri.

Lui:- Ma va.

Replico, il botta e risposta mi sta entusiasmando, è un dialogo praticamente: – Che vuoi dire? Non vuoi che ti faccia gli auguri?

Silenzio di nuovo ahimè.

1 marzo. Oggi, finalmente compleanno e di buon ora:

”Auguri! Sono fuori. Volevo farti gli auguri e darti un regalo”.

Aspetto 5 minuti. Mi metto con l’auto vicino a quella della madre. Se non mi rispondono, almeno se escono per andare a scuola, avrò modo di salutarli a distanza. Mi vedranno.

Vedo nello specchietto mio figlio che esce dal portone. Mi squaglio, non pensavo proprio che accettasse. Esco dall’auto. Mi guarda e sorride. Sorrido anche io, gli vado incontro.

Lo abbraccio, lo bacio, lo stringo. Si stacca. Mi ripeto, e quando ricapita!  Non mi sembrava vero.

Auguri amore mio, gli dico. Sembra contento lui. Prendo dall’auto la busta con i regali, verifico rapidamente che ci sia tutto e glieli elenco: Ti ho preso delle maglie, un buono da game stop e una letterina.

Mi dice grazie, gli chiedo se vuole che lo accompagni a scuola, ma si gira e va. Mentre corre via verso il portone mi dice  che non può perchè deve passare con la madre a ritirare dei pasticcini da offrire ai compagni di classe. E’ lontano, non faccio in tempo a dirgli che potremmo  andare insieme. Andato ormai.

Mi sento come dopo aver dato il primo bacio ad una fidanzata. La prima volta dopo averla baciata sotto casa, la fai andare. In realtà muori dalla voglia di ribaciarla ma ti obblighi a  non esagerare, potrebbe infastidirsi!

Ritorno in auto con gli occhi a cuoricino, ma dentro di me sono incredulo, sento che non è tutto al suo posto.

Mi allontano in auto.

Messaggio. Passati 10 minuti appena.

Mio figlio: – Non era questo il regalo che ti avevo chiesto. E’ quello del nonno??? Potevi pure non venire. Io devo organizzare la festa, potevi darmi dei soldi grazie.

Mi fermo con l’auto a bordo strada. Rileggo.

Quel ”soldi grazie” mi ritorna qualcosa in mente oltre alla nausea alle narici. Mia moglie ogni volta che mi chiede dei soldi è solita: ”Abbiamo finito i soldi grazie”.

C’è quella grande ipotenusa dietro questo, ora ne avevo ragionevole certezza .

Immagino la scena, il bambino entra in casa con la busta del regalo, lei lo prende, rovista e commenta urlando. Questo ti ha regalato? E il regalo che ti doveva fare? Scriviglielo a mamma! Poteva pure evitare di venire, le maglie te le regalano i tuoi amici già.

O giù di lì.

La rabbia risale come il mercurio in un termometro. E’ rossa e calda come la febbre alta.

”Stai calmo”, mi dico. Sono di nuovo all’angolo del ring. Il mio allenatore mi ripete di non mollare, di tenere duro e di provare a giocare di gambe. Guardo la spugna nel secchio. Ce la puoi fare. Non so cosa mi tenga su.

”Aspetta prima di rispondere”, mi dico.

Passano sei minuti e replico:

”Il nonno lo avrebbe fatto volentieri il regalo, ma non ti pare che andava coinvolto? Sai che è molto triste perchè non vi vede mai? E’ vecchio il nonno e un po’ di affetto gli farebbe bene e farebbe bene anche a voi.”

Mio figlio: ”Il nonno sta male forse per quanto sei diventato cattivo”. A questo punto capisco che è proprio mia moglie che parla attraverso mio figlio. Lui è un pacione, non si sarebbe mai messo a replicare a tu per tu. Semmai avrebbe taciuto.

Invece un’ altro messaggio: ” E tu potevi fare altro, con le magliette non si mangia, me le regalano gli amici già. Potevi evitare di venire, faccio bene a non considerarti”.

Mi sveglio finalmente, non sono più sopraffatto. Abbandono l’angolo metto il paradenti e ritorno sul ring più incazzato che mai. Questo messaggio mi fa intendere che è lei che scrive, e usa il ragazzo. E’ un’ostaggio poverino. In mano ad una folle. Non immagina i danni che sta facendo.

”Perchè mi dici così? Cosa ho fatto per farti pensare queste cose? Il nonno si è offerto di farti il regalo. Nessuno lo ha chiamato, nemmeno per dire come stai nonno.Sono addolorato perchè un giorno tutto questo vi farà dispiacere. Io ho il dovere di dirvelo.”

Lui/lei continua:- Dispiaciti per te e per come sei diventato.

Io: Io sono sempre lo stesso di sei mesi fa, amore mio.

Interviene in chat l’altro:- E’ vero, ha ragione! Dispiaciti per come sei diventato!

” Se mi spiegate cosa sono diventato, mi fate un piacere. Mi piacerebbe capire cosa vedete di diverso, magari capisco qualcosa. Mi dite che sono cattivo ma non mi spiegate perchè, cosa ho fatto di cattivo? Portare un regalo e fare gli auguri è cattiveria? E’ un periodo duro ed io sono in grande difficoltà. Ma non mollo, faccio ciò che posso. Non capisco veramente dove vedete cattiveria in me e cosa pensate che sia diventato. Mi piacerebbe molto ascoltarvi. Potreste vedere cose che io non colgo o magari siete voi a non cogliere delle cose. Parlare e spiegarsi serve a questo. Io sono vostro padre e continuerò a farlo per quello che mi sarà possibile. Avervi vicino mi darebbe grande forza, mi mancate molto. Per quanto riguarda il nonno non sapete quante volte mi ha detto che voleva offrire la festa di compleanno. Ve l’ho scritto, ripetutamente. Nessuno mi ha risposto o lo ha chiamato.”

Silenzio. Se tacciono, sono sicuro che sono loro a rispondere.