La muta della pelle

Dopo un po’ la pazienza diventa come la pelle morta, una muta di pelle che ti porti addosso. E’ il controstampo di te che cadrà. Ti rinnoverai. La tieni perché proteggi la pelle che è sotto, troppo cruda per esporla.

Con la mia muta di pelle sono andato in Banca. Il mio avvocato aveva chiesto all’avvocato di mia moglie di poter chiudere un conto cointestato. Mia moglie mi aveva informato che avrebbe potuto solo al 16 di agosto, al pomeriggio. Poi sarebbe stata troppo impegnata per farlo. E va bene. Al 16 di agosto ci vediamo in banca alle 15, avevo risposto.

Arrivo davanti alla filiale in pieno centro. Non c’è nessuno. Visto il gran caldo magari sarà entrata, penso. Entro.

Trovo mia moglie seduta alla prima scrivania davanti ad un impiegato della banca. Mi aspettano.

Si erano già portati avanti con il lavoro, pareva.

Neanche saluto l’impiegato che non conosco e mia moglie:

  • Qui risultano due chiavette per il conto on line. Tu quante ne hai?

Il tono investigativo di mia moglie che tanto mi irritava quando stavo a casa. La chiamavo la marescialla. Che rompicoglioni Gesù, mi ero disintossicato.

  • Una, ne ho avuta sempre una.

Rispondo di rimessa.

Guardo l’impiegato con faccia interrogativa. Non parla. Pare intimorito dal tono da Gestapo di mia moglie. Non ho idea a cosa si riferiscano. Ho sempre avuto una chiavetta con cui controllo il mio conto personale e quello cointestato. Sono nella stessa banca. Mi sforzo ma non mi ricordo dell’esistenza di un’altra chiave.

Finalmente dopo qualche secondo di silenzio interviene l’impiegato.

  • Qui risultano due chiavette. Lei ricorda il suo codice cliente?

Glielo dico. Per fortuna non ho problemi di memoria ancora.

  • Si, risulta questa chiavetta e poi ce ne è un’altra che risulta agganciata al conto cointestato e ad un altro conto.
  • Guardi io ho solo questa, non so per cosa è l’altra. Non l’ho mai avuta.

Mia moglie con tono intimidatorio.

  • Dobbiamo andare a fondo a questa cosa. (Rivolta all’impiegato). Questo, (indicando me) già mi ha portato via i soldi, ci manca che controlla i fatti miei!

In quel momento mi sento di fare una capriola all’indietro. Conoscevo bene quei modi arroganti, quel timore che il mondo trami contro di lei ed il suo fare intimidatorio.

Stando a casa mi ero creato una campana entro cui vivere fatta per lo più di silenzio ed indifferenza. Mi rimetto la vecchia maschera e fisso l’impiegato che fa finta di non sentire. E’ imbarazzato più di me, smanetta sul pc alla ricerca di non so quali codici.

Mi ha dato del ladro praticamente, devo pur dire qualcosa.

  • Guardate, cercate pure, ma io ho solo una chiavetta. Cercate e appurerete certamente quanto sto dicendo. C’è bisogno di questo per chiudere il conto?

– In teoria no. Se chiudiamo il conto, le chiavette si sganciano. La perdete, ma se non la usate poco importa.

  • NO! VOGLIO SAPERE SE QUESTO MI SPIA!

Mia moglie, quasi urlando.

– Già ha portato via i miei soldi. Se mi spia gli faccio passare i guai!

La guardo sbalordito. Non ho portato via alcun soldo ovviamente. Allude ai pochi risparmi che avevo sul mio conto personale, ma che erano miei. Per mia moglie oltre alla casa e tutto il contenuto le avrei dovuto lasciare anche i miei risparmi, credo. Meno male che c’è stata la sentenza di un giudice che non ha accolto questa sua richiesta strampalata.

L’impiegato sempre più imbarazzato ed intimorito pesta sulla tastiera. Credo voglia liberarsi anche lui di noi al più presto. Intuisco che è un amico di mio suocero perché ad un certo punto chiede a mia moglie di verificare se per caso la avesse il padre, la chiave. Magari è dell’altro suo conto, le dice.

Dopo quindici anni vengo a sapere che mia moglie ha un altro suo conto in quella banca.

Mi viene da ridere. Questa donna pensa che io la spii e mi nasconde proprietà e conti correnti da quindici anni. E’ una meraviglia tutto questo.

Ho dovuto anche far vedere a mio figlio i bonifici che effettuavo per dimostrare che non era vero che li lasciassi senza soldi. E’ una roba senza senso.

Mia moglie si allontana per parlare con il padre in gran segreto al telefono.

Torna e conferma che la chiave la ha il padre.

  • Bene, non avevo dubbi.

Dico, sorridendo ironico.

  • Bene, allora provvedo a chiudere il conto se mi date l’ok.

L’impiegato ha fretta di sbarazzarsi di noi.

  • Per me va bene.
  • Voglio essere sicura che non possa controllare i miei conti con la sua chiavetta!

Tuona ancora mia moglie.

Oramai rido. Guardo l’impiegato con la faccia sorridente. Lui però non si permette di contraccambiare. O è serietà, o ha i coglioni a terra o ha paura di far brutta figura con mio suocero che oltre ad essere un buon cliente, deve essere suo amico.

  • Senti, non sapevo nemmeno che tu avessi questo conto, come faccio a controllarlo con la mia chiavetta?
  • Si si, non mi fido di te. Siete tremendi voi, ci manca pure che mi spii oltre a derubarmi.

Butto le spalle in giù, non so più come replicare. L’impiegato, dopo aver smanettato un altro po’ dice a mia moglie di stare tranquilla. Con la chiavetta vedo solo il mio conto.

Conoscendola non è convinta ma non me ne frega assolutamente nulla. Ho solo voglia di sciogliere l’incontro.

Ci eravamo messi d’accordo per discutere dei ragazzi all’uscita dalla banca. Sento che non è un buon momento per parlare dei ragazzi. Ho già il disgusto sullo stomaco. Sarebbe meglio rimandare per essere più neutri per affrontare un discorso così importante. Significherebbe prendere un altro appuntamento e la cosa mi disturba ancora di più. Decido di affrontarla anche in quelle condizioni.

Nei giorni precedenti siamo stati convocati dall’assistente sociale del Comune.

Il giudice aveva inviato il provvedimento anche al servizio. Ci hanno chiamato per sentire i nostri problemi.

Intorno alle 12 dell’11 agosto mi arriva una telefonata da un certo Dott. Cittadini

  • Buongiorno Signore, sono il Dott. Cittadini, assistente sociale del Comune di Paperopoli. La chiamo per il provvedimento emesso dal giudice in merito alla sua separazione e alla situazione con i ragazzi che lei non riesce a vedere.
  • Ah si, mi dica pure.
  • Ho appena finito di sentire sua moglie, è andata via cinque minuti fa.Dovremmo incontrarci.
  • Mi dica lei. Io sono in città non mi muovo.
  • Guardi, noi potremmo vederci oggi, se le è possibile, altrimenti se ne parla il 29 perché poi io sono in ferie, signore.
  • Per me va bene anche oggi, vengo nel pomeriggio?
  • Guardi noi siamo qui fino alle 14.
  • Vengo subito allora, non c’è problema.

 

Mi dice l’indirizzo presso cui trovarlo e mi dirigo da lui.

Lorenza del Centro di Mediazione mi aveva spiegato che per prassi tutti i provvedimenti del tribunale passano dal servizio del Comune,  per essere poi smistati ai vari servizi di supporto.

Il centro è un edificio che mi sembra una scuola materna. L’accesso avviene attraverso dei cancelli in acciaio chiusi a chiave. Sembra di essere in un carcere. C’è una signora che ha un mazzo di chiavi da secondino in mano e prima di aprire chiede informazioni sul motivo della visita.

Dopo aver spiegato che ero stato chiamato dal Dott. Cittadini, apre e mi dice di proseguire per il corridoio. In fondo a destra.

Sono le indicazioni tipiche di un cesso, penso.

Busso ed entro nella stanza. Il Dott. Cittadini è un ragazzo, giovane, poco più di trenta anni, mi sembra. Alto, moro, con la barba, di bella presenza.

Mi chiama signore e alterna il lei al tu. Un po’ indeterminato.

Rompo gli indugi e gli chiedo di poterci scambiare del tu. Acconsente ma continua sempre a chiamarmi ‘signore’.

-Signore, raccontami un po’ dei problemi con i ragazzi. Dimmi tutto ciò che vuoi. Io ho parlato con tua moglie, e lei mi ha raccontato la sua storia. Ora vorrei sentire la tua.

Il ‘signore’ già è una parola che stride come un gesso sulla lavagna quando non scivola, accoppiato al tu, mi sembra di grattarci con un pezzo di ferro. Provo un senso di fastidio.

Questo tipo ha in mano molto di me, non posso consentirmi commenti fuori posto per ora, senza conoscerlo. Magari diventiamo amici più in là e posso fare qualche battuta. Per ora meglio mantenere un certo formalismo e sano distacco.

Racconto la mia versione dei fatti, lui mi ascolta.

E’ completamente diverso da Lorenza.

Con Lorenza mi sentivo al centro dell’attenzione mentre parlavo, della sua e della mia.

Con il Dott. Cittadini è sempre lui che tiene la scena. Nel momento in cui mi precisa che ha due lauree e qualche Master comprendo che ho di fronte un giovane. Sembra preparato ma denuncia un po’ di inesperienza.

In genere, sventola i propri titoli chi ha bisogno di ricordarlo anche a se stesso di averli. L’esperienza è ago e filo per cucire addosso un titolo, senza esperienza è solo carta da sventolare.

Non è una cattiva persona. Giovane e pieno di sé come è giusto essere alla sua età, sento che manca un po’ della profondità necessaria per contenere i miei problemi.

Come se avessi tanta roba da sistemare e solo una valigetta a disposizione di fronte a me.

Finisco il mio racconto e mi rendo conto che si finge mio complice. Lo fa per carpire quante più informazioni possibile, il suo intento è palese. Con me dà addosso alle moglie rompipalle, con le moglie dà addosso ai mariti stronzi. Sto al suo gioco, non ho voglia di mettermelo contro.

Mi ha dato un po’ di informazioni sul racconto di mia moglie. Lo sento indispettito perché pare che mia moglie si sia presentata al colloquio con la solita amica psicologa. Lui non deve averla presa molto bene. Da quanto ho capito, ha letto la cosa come una intimidazione nei suoi confronti. Ha messo la psicologa alla porta con fermezza. Almeno lui riesce a metterla in riga mia moglie.

Mi ha raccontato che l’ha intimorita per cercare di scuoterla. Le ha detto che se non si dà una mossa è costretto a segnalare la situazione al tribunale dei minori.

– Non lo farò mai, questo lo dico a te signore, ma è un modo per scuotere la signora.

Mi ha poi detto che mia moglie si dichiara follemente innamorata di me.

Il suo commento è stato:

  • Tutte uguali le donne, prima ti crepano e poi si dichiarano pentite.

Anche questo faceva parte del suo modo per instaurare un regime di confidenza. Almeno l’ho letta così. Mi è sembrato un pettegolezzo però, più che una confidenza.

Sia il pettegolezzo che la confidenza sono un flusso di informazioni. Con il pettegolezzo offri una informazione impersonale e la puoi dare a chiunque, con la confidenza offri anche un pezzo di te e lo fai con chi pensi che la tenga con cura.

Mi ha lasciato il suo numero di cellulare, è stato molto gentile. Non posso dirne male. Un ragazzo preparato ed entusiasta, solo un po’ crudo.

Quando andavo a parlare con Lorenza al centro di mediazione mi sembrava di fare una visita di quelle approfondite, come da uno specialista, con lui mi è sembrato di andare alla visita medica per il rinnovo della patente.

Al pomeriggio mi scrive con Whatsapp mia moglie:

  • Ti ha per caso contattato il dott. Cittadini?
  • Si, mi ha contattato, lo ho incontrato
  • Oggi?
  • Si mi ha telefonato e detto che aveva visto te. Sarei potuto andare oggi o il 29. Sono andato oggi.
  • Come sei rimasto d’accordo?
  • Sono rimasto d’accordo che devo farmi sentire dai ragazzi e provare a vederli e che tu mi aiuterai.
  • E del centro di Mediazione?
  • Non capisco, dopo Ferragosto li chiamo e provo a vederli. Che centro?

Fingo di non sapere nulla delle minacce che Cittadini ha fatto a mia moglie.

  • Per la famiglia. Non ti ha detto che avrebbe inviato le carte al Centro di Mediazione?
  • Non è lui il Centro di Mediazione?

Preferisco fare il vago, non voglio dare punti fermi a mia moglie. Credo che se si spaventasse un po’, la cosa avrebbe un buon effetto sulla sua disponibilità.

  • Lui è un assistente sociale.
  • Non abbiamo parlato di questo, mi ha detto che dobbiamo trovare una soluzione altrimenti deve prendere dei provvedimenti.
  • Allora sarebbe meglio risolvere da soli senza far coinvolgere queste parti per il bene dei ragazzi, con pazienza.
  • Li ha chiamati il giudice, lui dovrà relazionare.
  • Non sarebbero belle cose per i ragazzi, che non se lo meritano. Se hai dieci minuti, ti spiego. Forse non hai afferrato o non ti hanno spiegato. Tu quanto sei stato?
  • Un’ora.
  • Io tre, forse non hai capito tu.

Per mia moglie, qualsiasi cosa si misura di quantità. Anche una conversazione si misura a tempo. Non conta ciò che ti sei detto. Hai capito di più perché la conversazione è durata di più.

Non ha importanza se hai capito o meno un concetto, ma quanto tempo lo hai studiato.

Cittadini mi ha chiesto di smorzare i toni e lo faccio.

  • Senti, dammi una mano e vediamo di sistemare il tutto. Incominciamo dopo ferragosto. Senza polemiche e nulla. I ragazzi devono stare con me i fine settimana, lavoriamo per raggiungere questo obiettivo.
  • Devi arrivarci gradualmente, forse non hai capito.
  • Forse non hai capito tu. Bisogna darsi da fare e in fretta. Altrimenti mandano i documenti al tribunale dei minori. Non ti è chiara la gravità di quanto sta accadendo, forse, e di quanto è accaduto per un anno. Rimbocchiamoci le maniche e vediamo di sistemare.
  • Ma allora intanto basta che ti inizino a vedere, con calma, tu non hai capito.
  • Va bene, tutto va bene, purchè si inizi. Bisogna dare segnali di miglioramento
  • Poi ci aggiorniamo e se va al tribunale dei minori dipende da noi.
  • Certo, bisogna evitarlo a tutti i costi.
  • Ah meno male!
  • Settimana prossima aiutami ad incontrarli
  • I fine settimana alterni… questo non è stato stabilito dal giudice, vedi intanto di riavvicinarti che è già tanto o passare qualche ora con loro che già sarebbe molto, il resto si vede, ciao.
  • Certo, magari… sarei felice

Tutto questo è accaduto prima di Ferragosto. Il tenore dell’incontro dopo ferragosto, in banca, mi ha spiazzato. Temo di aver capito però.

Esiste la parte di mia moglie che deve rigare dritto. Probabilmente le hanno detto di non far la stupida sia il suo avvocato, sia il suo entourage. Ne va del buon esito della causa.

Anche ribadire all’assistente sociale che è innamorata di me ancora, fa parte del copione. La separazione con addebito che chiedono, funziona se lei fa la parte della innamorata, abbandonata. Recita il ruolo di vittima.

Intanto, quando meno te l’aspetti accade l’imponderabile.

Un mio amico mi manda degli screen shot tratti da facebook. Non sono iscritto a facebook e quindi posso leggere solo in questo modo.

Si tratta di mio cognato, fratello giovane (34 anni) di mia moglie proprietario del negozio di abbigliamento presso cui lei lavora.

E’ in vacanza a Porto Cervo, con la sua nuova fiamma, una giornalista che non conosco.

I suoi amici negozianti commentano e gli dicono di tornare presto perché mia moglie da sola al negozio non ce la fa, la vedono esaurita.

Il mio amico mi ha mandato le foto perché è una prova che mia moglie lavora al negozio. Lei nega di farlo, solo per spillarmi più soldi. Lavora in nero, non è assunta.

Con un ghigno mando le foto a Francesco, il mio migliore amico, avvocato. Non disturbo Mario, il mio avvocato nella separazione. E’ ferragosto quasi. Lo lascio in pace.

Francesco mi chiama.

  • Non pensi che possa servire nella causa? Gli chiedo.
  • Certo che serve. Non sapevo si fosse messo con Miriam.
  • La conosci?
  • Si, è una giornalista. Tu non la conosci?
  • No
  • Ah, sei uno dei pochi. Lo dice ridendo e capisco che è un commento ironico sulla facilità di cambio partner della ragazza.

Ridiamo pensando a mia suocera che fa tanto la castigatrice di costumi e si ritrova in casa il meglio della sregolatezza.

Dopo un paio d’ore mi telefona di nuovo Francesco.

  • Il diavolo a volte si diverte.
  • Ah si?

Rido. Lo conosco da troppo per non capire che ha qualche buona notizia da darmi.

  • Che bolle nella pentola del diavolo?

Ci sono alcune persone che sono sempre al centro della notizia. E se non lo sono, ci mettono poco ad entrarci. Francesco è uno di questi.

  • Mi ha chiamato un ex di Miriam, uno dei tanti! Ho commentato il fatto che si fosse messa con tuo cognato e sai che mi ha detto?
  • Cosa?
  • E’ indagato in una operazione dell’antimafia che riguarda lo spaccio di cocaina.
  • Nooooooooo….
  • Siiiiii… che coglione.
  • Ma come? E quando? Non so nulla!
  • Pare che siano riusciti a insabbiare la notizia ma è stato coinvolto con intercettazioni telefoniche in una grande operazione della procura. Verso fine maggio.
  • Quell’imbecille? L’antimafia? La cocaina? Non ci posso credere.
  • Così mi ha detto. Pare che siano andati a casa e l’abbiano perquisita anche.

Mio cognato vive in una dependance ricavata nella villa di mio suocero. Per un attimo il pensiero di mia suocera annusata dai cani dell’antidroga mi ha prodotto un brivido di piacere.

  • Ma tu guarda! Ma quello è un coglione. Possibile sia coinvolto in una roba del genere?
  • Guarda, vedo di verificare, ma questo amico mi ha detto che lui è a ruota per il consumo e pare sia finito nell’inchiesta proprio per le continue intercettazioni telefoniche che aveva con i venditori. Non so molto altro. Quando riapre il tribunale vedrò se riesco ad avere qualche informazione in più.

Rimango senza parole. Mio cognato è poco più che un ragazzo e non riesco ad immaginarlo in un tale casino e giro vizioso.

Faccio una rapida ricerca su internet. Il suo nome effettivamente compare tra gli indagati a piede libero di una maxi operazione dell’antidroga avvenuta verso fine maggio.

L’operazione coinvolge più province ed il suo nome compare solo nell’edizione del quotidiano della provincia limitrofa alla nostra. Nell’edizione della nostra provincia ci sono i nomi degli arrestati, ma non quello degli indagati a piede libero.

Collego anche il fatto che alla cresima di mio figlio piccolo, il due giugno, non fosse presente.

Mi dispiace per lui. Un ragazzo che si rovina la vita con la droga è sempre un peccato.

Poi penso al fatto che non abbia mai assunto mia moglie, dicendo che non ce l’avrebbe fatta a pagarle i contributi.

Penso alle tante volte in cui i miei ragazzi sono stati da lui in casa a giocare alla playstation .

Penso alle volte che mia moglie ha fatto accompagnare i miei ragazzi da lui in auto, facendoli sfilare davanti a me.

Penso alle volte che mia moglie e mia suocera hanno avuto da ridire sulla moralità della gente, per cose molto meno gravi.

Penso anche a qualche soggetto losco che girava intorno al negozio ogni tanto.

Penso tanto.

Non so gioire per le disgrazie altrui, ma francamente la notizia mi restituisce un senso di equilibrio nuovo. Non per la tragedia di mio cognato. L’ho visto crescere e realizzarsi, non posso essere contento di una sua disgrazia.

Sono contento come quando finivo un esercizio di analisi matematica molto complicato. Controllavo il risultato sul libro e coincideva con il mio.

E’ la vita che è un teorema esatto. Generalmente gli schiaffi che prendi sono proporzionali a quelli che hai dato. Troppe volte avevo sentito il clan di mia moglie fare i moralisti sulla condotta di vita altrui. Quanto accaduto è un riequilibrio che la vita si stava prendendo. Il risultato torna nella vita.

Ora c’è da preoccuparsi dei ragazzi. Non voglio speculare sulla notizia. Non posso nemmeno trascurarla. Se fossi stato a casa avrei dedicato attenzione alla cosa. Voglio fare come se fossi a casa. Da padre non mi sono dimesso.

Intanto fuori dalla banca alla prima parola di mia moglie contro me e i miei cari le ho fatto capire di sapere della cosa.

Non se l’aspettava, forse pensavano di aver insabbiato la notizia.

Mi ha minacciato. Mi ha detto che mi avrebbe querelato se avessi detto una cosa del genere in giro. Dopo, ho anche ricevuto la telefonata di mio suocero. Non ho risposto. Probabilmente voleva minacciarmi anche lui.

La cosa deve aver comunque scosso il clan.

In questi giorni mia moglie ci tiene a certificare che lei rivolge ai ragazzi le mie richieste con insistenza. Come se questo bastasse ad assolvere il suo impegno alla collaborazione.

Siamo rimasti d’accordo che invito i ragazzi e lei si fa parte diligente nel veicolare e sponsorizzare la richiesta. Ieri

  • Ho scritto ai ragazzi, non rispondono.
  • Non vogliono venire, evidentemente bisogna inventarsi altro;
  • Con questa autonomia che gli lasci non fai una buona cosa, più che ripetertelo all’infinito, non posso. Quando ci sarà bisogno di me, non potrò nulla.
  • Parli e basta, non ti fai venire idee e sai solo accusare, non fai altro.
  • Proverò con i segnali di fumo. Che idee posso trovare se non mi parlano, non mi rispondono, non li vedo.
  • Se facessi meno il professore. Se usassi meno arroganza e più amore forse ci riusciresti.
  • Certamente, hai tu qualche idea?
  • Bisogna trovare qualcosa come la moto per AAAAA anche per BBBBB. Pensa anche tu.
  • Fin tanto che nonni, zii, amici e tu vi sostituirete al padre, non servirà a nulla. Arriverà il momento che avranno bisogno del padre e non potrete più sostituirvi. Allora sarà dura. Ci sono delle cose che devono fare col padre, senza discussioni. Sottolineo ‘devono’.
  • Ma chi ti vuole sostituire, cerca di rientrare nel tuo ruolo che non hai saputo gestire. Tra l’altro con BBBB non hai mai avuto un gran rapporto. Poi è testardo. Pensa ad una idea piuttosto che addossare colpe. Buona giornata.
  • Non servirà solo l’idea. Non si comprano queste cose. Ci vogliono regole per i figli.
  • Regole che hanno più di ogni altro ragazzino, caro.
  • Ti dico solo ciò che penso vada fatto e tu non fai. Puoi solo tu adesso. Devi dirgli che devono vedere il padre come gli dici di fare i compiti, per ora. E’ una regola che non hanno. Non lasci scegliere se fare o meno i compiti. Invece lasci scegliere se vedere o meno il padre. Pensaci. A lungo andare questo diventerà un danno.
  • Pensa tu a quello che puoi fare e non fare l’arrogante.
  • Immediatamente, dare una regola senza discussioni. E’ semplicissimo. Ci vogliono meno di due secondi. Domani andate a trovare il nonno con vostro padre! Punto.

A parti invertite avrei fatto lo stesso. Più tempo passa, più gli fai fare ciò che vogliono, più sarà difficile.

 

Mi chiama Mario, il mio avvocato nella causa di separazione.

  • Paperino che è successo?
  • Perché?
  • Ho ricevuto una mail dall’avvocato di tua moglie.
  • Ah, e che dice?
  • Dice che tu ti approcci a lei con arroganza e la devi smettere altrimenti prenderà provvedimenti.

 

Una volta in un rettilario vidi un serpente, un pitone che cambiava pelle. La pelle morta si distaccava piano e tutta in un pezzo. Era squamata e opaca. Era tanto spessa e consistente che pareva che il serpente si stesse sdoppiando. Sotto, c’era la pelle nuova. Lucida, bella, color grigio verde. Sembrava metallizzata, conteneva un serpente nuovo.

Ogni tanto penso a come andrà a finire questa storia. Vorrei che i miei ragazzi un giorno leggessero di questa pelle che si sta staccando fatta di amore, rabbia, pazienza, tentativi, cose giuste e tanti errori del padre che non sarò più. Stanno cambiando loro e cambierò anche io inevitabilmente. Ci ritroveremo forse, ma saremo altri.

Questa pelle che si sta staccando la sto conservando in queste pagine, per loro.