Dream on

L’altra sera sono andato a prendere i ragazzi da due feste. Prima mio figlio AAAAA che era a casa di un compagno della scuola calcio con gli altri della squadra.
Sono giorni di vacanza e fanno un po’ più tardi del solito. Mi son fatto trovare alle 23,30 sotto casa del suo amico.
Ho parcheggiato l’auto spalle all’ingresso della palazzina, messo un po’ di musica e ho cominciato a navigare con il telefono per ammazzare l’attesa.
Sono un po’ scaramantico, metto sempre una scelta casuale sulla mia playlist e sento cosa mi vuol dire la musica. Come fosse un oracolo.
Dream on. Vecchi  tempi
MI piace ascoltare i testi delle canzoni, mi distrae molto.
Everytime that I look in the mirror
All these lines on my face gettin’ clearer
Ogni volta che mi guardo allo specchio
Tutte le linee sulla mia faccia si fanno più chiare
Eccolo là… l’oracolo mi dice di guardarmi allo specchio, e ce l’ho proprio qua d’avanti lo specchietto retrovisore.
Mi guardo. Certo alle 23,30, in pieno inverno, non sono al mio massimo. Il tempo passa per tutti.
Le feste mi hanno distrutto come al solito. Sono gonfio.
Il gonfiore del viso mi fa sentire lo zucchero di tutti i dolci che mi sono tracannato. Mi dà un po’ di nausea.
I miei capelli neri hanno resistito per un bel po’, all’alba dei 47 anni cedono anche loro. Mi dò ancora un paio d’anni, poi divento completamente brizzolato e l’età sarà sempre più evidente. MI do un tono con un po’ di ginnastica facciale, cerco di stirare le rughe intorno agli occhi.
Non cambia granché.
The past is gone
It went by like dust to dawn
Isn’t that the way
Everybody’s got their dues in life to pay
Il passato è svanito
Se n’è andato come polvere all’alba
Non è così che si fa
Tutti hanno dei doveri per cui pagare
Già… si paga. E’ l’unica cosa certa, penso. La faccia è lo scontrino del tempo alla cassa della vita.
Il vociare dei ragazzi alle spalle mi interrompe in questo patetico de profundis personale. Meno male.
Metto in pausa la musica per sentire cosa dicono i ragazzi.
Mio figlio AAAAA è in compagnia, escono dal cancello del condominio.
Apre lo sportello dell’auto. In genere quando lo vado a prendere accompagniamo qualche amico anche. Ci si dà una mano tra genitori. Io tendo ad essere sempre presente, per sfruttare le occasioni di stare un po’ con i ragazzi.
Forse anche se fossi a casa non lascerei che lo accompagnassero altri.
Vedo AAAAA con una faccia furba.
AAAAA: Abbiamo un problema.
Paperino: Che è successo?
Ho capito che dovevamo accompagnare più di qualcuno. AAAAA mi guarda in silenzio con un ghigno.
Sono tanti, ma sono alle mie spalle e non riesco a quantificare il problema.
Paperino: Lo risolviamo il problema! Non ti preoccupare.
AAAAA: dobbiamo dare qualche passaggio.
Paperino: Certo. Ci mancherebbe.
Sul sedile d’avanti si infila Matteo, figlio di Pina e Leo. Un ragazzo molto spigliato e con la battuta pronta.
Oddio se guardo la comitiva sono talmente vispi che sarebbe da mettere guinzaglio e museruola a tutti.
Incomincia una battaglia tra lui e mio figlio che tenta di farlo scendere dal sedile d’avanti.
Interviene anche Gabriele, un loro ex compagno di squadra che non vedevo da un po’. E’ molto bravo ed è passato nel vivaio di una squadra di serie B, non gioca più con loro. Credo farà il professionista con un po’ di testa sulle spalle.
Lo saluto.
Paperino: Ciao Gabriele, da quanto tempo!
Gabriele: Ciao Paperino.
Gabriele da man forte ad AAAAA, tirano per la giacca Matteo che nel frattempo si aggrappa al sedile.
Ridono…. e rido anche io. Ragazzi… penso, divertirsi con le stronzate rimane la cartina di tornasole di mascolinità.
Matteo è un giocherellone e urla:- no! Non voglio stringermi dietro!
Gabriele: AAAAA, non mollare, non lo fare sedere avanti!
Mi distraggono e non mi accorgo di quanta gente ho in macchina già.
Finalmente Matteo cede, si sistemano tutti.
Dallo specchietto retrovisore, nel buio dell’auto, vedo un po’ di facce dietro.
Cerco di contarli… 1,2,3,4,5….
Paperino: Ou! Ma quanti cazzo siete????
Ridono fragorosamente.
Matteo: Paperino, sei tu che vedi doppio, non ti preoccupare!
Paperino: Mi farete arrestare!
A vedere le facce nere nel buio, per un attimo mi sento uno scafista.
Matteo: Tranquillo se ci fermano parlo io con la polizia!
AAAAA: dai papà, il primo lo lasciamo tra meno di un chilometro.
Dopo quel dai papà, avrei fatto qualsiasi cosa mi avesse chiesto.
‘’Silenzi e no’’ mi hanno scorticato la pelle in un anno, una risposta diversa mi fa ancora l’effetto di un unguento.
MI fermo ancora qualche secondo. Quanto sono belli e allegri. Si ammazzano dal ridere e si vogliono bene.
Sono nell’età in cui si costruiscono le amicizie per la vita, perché disinteressate.
Ci si sceglie nel mucchio solo per affinità e si sta in mucchio.
Quello che adoro nei ragazzi è il potenziale. Il potenziale e tutto ciò che può accadere ed ancora non è avvenuto. Sono le possibilità. E’ da una certa età in poi che capisci che la vita è più bella a immaginarsela. Quando sei giovane hai il diritto di immaginarti ciò che vuoi e noi adulti dovremo garantirglielo.
Agli ingegneri insegnano che l’energia potenziale è uguale alla energia cinetica. L’energia di ciò che può essere, il potenziale appunto, corrisponde esattamente l’energia di ciò che poi accade.
Me la ricordo la lezione di fisica. Una pallina in cima ad una salita ha una sua energia. Non la vediamo, ma c’è. La percepiamo solo quando facciamo rotolare la pallina giù. Il potenziale diventa movimento ed in quel caso possiamo intuire meglio che ci sia energia. Tanto più alto sarà il potenziale, ovvero tanto più in alto sarà la pallina, tanto più sarà la velocità con cui verrà giù.
Sono stato sempre poco ingegnere nel DNA e quando vedevo la pallina lassù la prima cosa a cui pensavo è che da lì potesse mettere delle ali e volteggiare giù come un deltaplano.
L’idea che seguisse la sua strada segnata mi stava stretta.
I ragazzi sono un po’ così. E’ come se fossero su una cima, pronti per buttarsi giù per qualche versante.
Su in cima, si assomigliano tutti. Le differenze quasi si annullano nel potenziale che li accomuna e li tiene uniti.
Ripenso se è il caso o meno di caricare tanta gente in auto. Mi viene in mente che quando ero piccolo ci caricavano con lo stesso numero anche in una 126 Fiat. A vederne una oggi fa impressione, è poco più grande di una scatoletta di tonno. Eppure ci costipavamo anche in cinque sei all’epoca, tipo sardine.
Vado, con un po’ di strizza, ma contento.
Consegno i ragazzi ad uno ad uno alle loro case. Rientrando nel numero consentito tiro un sospiro di sollievo.
Schiaffi, risate, sfottò durante il tragitto…la mia auto come una pentola che bolle.
Ridevo anche io, non mi andava di richiamarli all’ordine, volevo sentire proprio il loro rumore, sentire la loro energia contagiosa.
E’ la volta di BBBBB, anche lui ad una festa.
Qualcuno mi ha detto di non ridurmi a fare il tassista. Non me ne frega molto. La possibilità di vivere un pezzo della loro vita oltre al calcio non ha prezzo.
Ne sono affamato.
BBBBB è ad una festa di compleanno ad un locale. AAAAA rimasto in auto con me, lo chiama e lo avvisa.
AAAAA: BBBBB, esci, stiamo arrivando.
Lo scenario cambia completamente.
BBBBB esce con camminata dinoccolata con il suo amico Francesco.
Occhialuti entrambi, me li vedo avvicinarsi all’auto con una flemma degna di un koala.
Ondeggiano, non camminano dritto. Anche loro hanno il sorriso stampato.
E’ una frizzantezza diversa. Prima c’era anidride carbonica, ora sembra effervescente naturale.
Comprendo di dover accompagnare anche Francesco a casa.
Abita vicino a casa della mia ex moglie. Non dovrò fare tanta strada.
I due si mettono dietro. Niente schiaffi e rumori.
Chiacchiericcio complice sottovoce. La faccia infilata negli smartphone. Ogni tanto uno infila la faccia nel telefono dell’altro.
A quanto capisco commentano un video.
Faccio loro qualche domanda sulla festa e mi rispondono distrattamente, della serie non rompere le palle abbiamo da fare.
Ho messo fuori un potenziale e ne ho tirato su uno completamente diverso. Ma sono in cima alla discesa anche loro. Magari non scenderanno giù dritti, credo faranno con calma con più di qualche pausa. Comodi certamente.
Li scarico tutti, il potenziale mi ha disteso anche le rughe.
Riaccendo il mio oracolo.

Sing with me, sing for the years
Sing for the laughter, sing for the tears
Sing with me, if it’s just for today
Maybe tomorrow the good Lord will take you away
Dream On, Dream On
Dream yourself a dream come true
Dream On, Dream On
Dream until your dream come true
Dream On, Dream On, Dream On..
Canta con me, canta per quegli anni
Canta per le risa, canta per le lacrime
Canta con me, anche se è solo per oggi
Forse domani il buon Dio ti porterà via
Continua a sognare, continua a sognare,
Sogna un sogno che si avveri
Continua a sognare, continua a sognare
Sogna finchè il tuo sogno non si avvera
Continua a sognare, continua a sognare…

Forse si può non smettere mai di essere una pallina in cima ad una salita. Non si dovrebbe mai rinunciare al proprio potenziale.
Dream on, andiamo a nanna.

 

L’abitudine al vuoto

Oggi ho portato AAAAA alla partita, giocavano un derby con l’altra squadra della città. Hanno vinto 5 a 1. Hanno strapazzato gli avversari.

AAAAA aveva fatto una piccola sbavatura in difesa, non era costata nulla alla squadra ma continuava a rimuginare sull’errore fatto, in auto. Voleva essere rassicurato.

Paperino:- Stai tranquillo, era solo una sbavatura, non un errore. Poi hai recuperato.

AAAAA:- Si, lo potevo evitare, solo che mi hanno passato la palla male e non son riuscito a controllarla.

Mi è venuto da ridere, in questo siamo piuttosto simili. Ci piace far bene le cose e se non vanno come avevamo pensato stiamo lì a rimuginare per un bel po’.

In settimana erano venute per la visita a casa Antonella e Lorenza.

L’appuntamento era alle 12, mi ero fatto trovare in un punto facile da raggiungere per poi scortarle a Monteamaro. Da sole non avrebbero trovato la mia casa.

Avevo fatto tardi e non ero riuscito a passare prima da casa per controllare che tutto fosse a posto. Mio padre in mattinata aveva fatto delle briciole sul tavolo e non me ne ero accorto. Non vuoi che sediamo in cucina per il caffè e Lorenza si siede proprio lì, con le braccia sulle briciole appiccicose?

Che figura. Dopo la visita sono stato a rimproverarmi un bel po’.

Nel vedere mio figlio avere quella reazione, è sembrato di rivedermi.

L’ho consolato ed ho riso.

Paperino:- Succede, dai. Mica si può essere sempre perfetti!

AAAAA:- Ma poi ho giocato bene?

Paperino:- Benissimo. Hai fatto quella chiusura sull’ala che è stata una meraviglia!

AAAAA:- Hai visto?

Paperino:- Certo che ho visto!

Si è ringalluzzito. Anche a lui come a me basta poco per rianimarci. Abbiamo la ripresa veloce.

Ho portato in giro per casa di Monteamaro Lorenza ed Antonella. Ho presentato loro mio padre che ha attaccato coi suoi ricordi. Sono state poco tutto sommato. Il tempo di un caffè. Credo che la visita fosse di cortesia e di prassi. Avendola fatta a casa della mia ex moglie e dei ragazzi, per pareggiare, hanno fatto visita anche da me.

Lorenza nel congedarsi mi ha detto che è tempo di parlare con i ragazzi. Bisogna cominciare a tirare fuori il rospo. Loro lo faranno probabilmente ma deve partire da me l’esplorazione.

Finora ho buttato la polvere sotto il tappeto. E’ giunto il momento di cominciare a far pulizia sul serio.

AAAAA dopo la partita ha voluto che lo accompagnassi ad un ristorante. Era stato inviato da un amico. Lasciare mio figlio a pranzo con altri, alla domenica, mi ha scombussolato un po’. Non me lo aveva detto prima, né me lo aveva riferito la mia ex moglie, figuriamoci.

Pretende che io la informi di qualsiasi movimento faccia con i ragazzi da scuola calcio a casa. Delle cose a cui lei dà il consenso, se ne guarda bene dall’informarmi.

Avrei detto di si anche io, ma lasciarlo da altri quando con me ci sta così poco, è dura.

Mi sono messo in auto dopo pranzo, pieno di pensieri e con un po’ di malinconia. Solo, una magnifica giornata. Ho pensato di fare una passeggiata. Un po’ di musica, il sole, la campagna. Fuori c’erano 20 gradi, ho abbassato un po’ il finestrino per prendere un po’ d’aria. Chissà perchè quando dentro ti prende la malinconia fuori c’è sempre qualcosa di bello!

La malinconia ti prende il petto, ti prende come la fame prende lo stomaco. Quando è forte ti causa anche dei crampi, delle fitte forti alternate ad uno stato di bisogno da riempire con qualcosa. Mi sono messo sulla complanare della superstrada e diretto ad un centro commerciale. Comprare qualcosa mi avrebbe distratto.

Un tempo, al posto della superstrada a doppia corsia con spartitraffico c’era una statale con tanto di pietre miliari o meglio detti cippi chilometrici. Erano quelle pietre bordo strada con inciso un numero. La statale è rimasta come complanare alla moderna superstrada, le pietre miliari sono state sostituite dalle Nigeriane. Anche di loro ce n’è una ogni chilometro. Le pietre misuravano la distanza da Roma, le Nigeriane danno la misura delle distanze nel mondo. Globalizzazione anche questa.

Questa settimana ho incontrato Gianni. E’ un amico, avvocato penalista. Un vecchio amico. Siamo cresciuti insieme, stesse scuole ed amicizie. Eravamo compagni di merende e di goliardie. Chissà quante volte ci siamo parati il culo a vicenda ed essere compagni nella trasgressione ti lega in maniera particolare per il resto della vita. La trasgressione è una colla incredibile tra gli amici oltre che tra gli amanti.

Il mio avvocato nella separazione, Mario, è tipo molto corretto deontologicamente. Dall’altra parte però non lo sono tanto. Ho pensato che, se voglio raggiungere la pace, mi tocca affilare un po’ le armi e tenerle pronte. Gianni, facendo il penalista, ravana parecchio nel torbido. Era sempre con un piede nel torbido anche da ragazzo. Continua a farlo.

Questa settimana mi sono accorto che mi sono sparite le ultime   buste paga. Da gennaio in poi. Le avevo conservate in cassetto in ufficio, insieme a tutte le altre cumulate da quindici anni a questa parte. Delle due l’una. Dopo quindici anni le ultime buste paga ho deciso di metterle in qualche altro cassetto. Se è accaduto, oggi, per una amnesia improvvisa, non lo ricordo. Oppure, le ha prese qualcuno. La sospettata numero uno, anzi l’unica, è mia cognata. la sorella di mia moglie che lavora in azienda con me. Non avrebbe difficoltà ad accedere alla mia stanza. Io sono sempre in giro e non uso chiavi per i cassetti. Non ho alcuna prova e farò una denuncia contro ignoti ai carabinieri. Vedremo. Mi hanno detto inoltre che sono stato pedinato da un investigatore privato. Mentre mediamo, stanno lavorando come un sottomarino per fottermi, sembra. Mi danno la carota coi figli e mi aspettano per le mazzate in tribunale. Speriamo di non andare con la bandiera bianca e tornare con la testa mozzata.

Tempo fa avevo chiesto a Gianni di prendere informazioni su una indagine che aveva coinvolto consumatori e trafficanti di cocaina. Ne era rimasto invischiato mio cognato di cui ignoravo queste abitudini. Rimasi sconvolto alla notizia. E’ il proprietario del negozio in cui lavora mia moglie. Il fratellino viziato.

Gianni mi ha chiamato e ci siamo visti ad un bar, doveva riferirmi.

Mio cognato sembra sia solo un forte consumatore e non c’entra con i traffici. Per il momento i dati della indagine non possono essere resi pubblici, ma se la sua posizione venisse archiviata come pare che succeda, verrà informata la prefettura. In quel momento la sua dipendenza potrebbe diventare un dato da poter attingere ed usare all’occorrenza nella causa.

Mio cognato vive in una dependance nella casa dei miei suoceri e potrei arrivare a chiedere che i ragazzi non frequentino la casa in sua presenza.

E pensare che la mia ex moglie gli faceva portare in auto i ragazzi alle partite pur di non farli andare con me. Non è un pensiero che fa bene alla mediazione, ma ci vorrà tempo per dimenticare. Mi si attorciglia ancora lo stomaco al pensiero.

Per quanto riguarda il pedinamento invece, Gianni ha telefonato ad alcuni investigatori privati in città, chiedendo se avessero problemi a prendere un incarico per seguire la mia ex moglie. Un trucco. Se avessero sollevato problemi, avrebbe avuto la certezza che mia moglie si fosse rivolta alla persona contattata per seguire me.

Così è accaduto. Tra l’altro, il soggetto in questione è un suo caro amico e collaboratore occasionale. Gli ha confermato di aver lavorato per mia moglie per scoprire mie relazioni extra coniugali. Non aveva rilevato nulla. Quell’imbecille di mio suocero invece che pedinare me, avrebbe speso meglio i suoi soldi per pedinare il figlio che si strafaceva di cocaina.

Il fatto è che questi stanno con le armi ben affilate e io ed il mio avvocato mi pare che stiamo andando alla causa tipo cappuccetto rosso nel bosco. Mi manca il cestino e i fiorellini.

Gianni mi ha proposto anche di fare una denuncia all’ispettorato del lavoro per smascherare il fatto che mia moglie lavori in nero da mio cognato e che non sia disoccupata come dichiari.

Potrei anche rivolgermi ad un investigatore privato per farlo, chiamerebbe lui per me. Registrerebbero per un po’ tutte le mattine in cui è lei a sollevare la saracinesca.

Un arsenale di cose da usare in guerra praticamente.

Gli ho chiesto di pensarci un attimo.

Gianni:- Paperino, senti a me. Ne ho viste tante di separazioni. Non c’è esclusione di colpi. Armati, non andare al patibolo disarmato. Pensa che ciò che fai è per difenderti ed ho la sensazione che dalla parte della tua ex moglie ti stiano preparando la forca.

Paperino:- Si lo so. Ma dammi un po’ di tempo. Se inasprisco le cose ora che grazie alla mediazione si stanno sistemando, posso far danno ai ragazzi.

Ci penso. Tu ci sei sempre?

Gianni:- Quando vuoi, fai un fischio e partiamo.

Paperino:- Ti devo qualcosa?

Gianni:- Ma che dici? Non mi devi nulla né ora, né mi dovrai nulla nel caso ti dia una mano.

Paperino:- Grazie amico mio.

Ho comprato qualcosa all’ipermercato ed un po’ di vuoto l’ho colmato. Il sole, finita l’ora legale, alle 16 è già basso. Ho fatto un salto nell’orto. Ho preso un zucca bella grande, dei peperoni da friggere e dei carciofi. Sono i primi ad uscire. E’ piena la busta degli ortaggi ma a me manca sempre qualcosa. Torno in casa e scrivo, magari scrivendo la stretta al petto se ne va.

Ma non è così, il post è finito ma ho ancora dei pensieri ed il vuoto da riempire.

Chissà quante volte questo vuoto lo hanno avuto i miei ragazzi quando a sera non mi avevano sul divano con loro.

Chissà questo dolore cosa provoca in un ragazzo. Sto male io che un po’ di vita l’ho fatta, figuriamoci cosa hanno subito loro e cosa continuano a subire.

In questo anno e più, non hanno capito ed io non ho spiegato.

Ha spiegato qualcun altro al mio posto e io sono responsabile perché ho permesso di sostituirmi. Si sono alternati in tanti e tutti con nobile scopo.

Tutti si sono sentiti autorizzati a sostituirsi a me. Così come mi sostituivano nell’accompagnarli a destra e manca.

Penso alla mia paura nell’affrontare con loro l’argomento. Ho paura di causar loro dolore, più di quanto hanno vissuto finora. Ho paura di soffrire nel vederli soffrire.

La mia incertezza ha creato un muro sempre più alto che la mia ex moglie e il suo clan non hanno fatto altro che cementare. Più passa il tempo, più questo muro si alza. Subentrano altre abitudini che si consolidano. Me lo hanno detto anche Lorenza ed Antonella.

”E’ passato troppo tempo dalla separazione reale. Certe abitudini si consolidano”.

Purtroppo anche a vivere senza padre ci si abitua.

Una volta provai a parlare con AAAAA. Era poco dopo l’essere andato via da casa, quando ancora mi parlava. Scoppiò a piangere ed io non andai oltre.

Non so se cerco un tempo che non avrò, ma vorrei averne un po’ di più. Questo ho detto a Lorenza. Aiutatemi ad avere una giornata per me e per loro. Se li ferisco ho bisogno di poter essere io a ricucirli. Poi, vorrei non affrontare il problema con tutti e due contemporaneamente. Uno alla volta. Quando sono insieme sono sempre più chiusi del solito, come se non volessero farsi vedere deboli dall’altro nel cedere nei miei confronti.

So che quando parlerò farò loro del male e non posso pensare di ferirli e poi lasciarli a chi sulla ferita mette dell’anticoagulante.

Intanto la mia ex si è rifiutata di consegnare la tabella con una ipotesi di suddivisione dei giorni di affido. Dice che secondo lei non serve se non si tiene conto delle esigenza dei ragazzi.

Il solito ritornello che sono loro che decidono.

Quando intervenire allora? Nei dieci minuti in cui li vedo?

Il fatto che non stiano con me si radicherà e sarà sempre più dura sradicare l’abitudine del vuoto.

Achille e la tartaruga

Giovedi 22 settembre appuntamento al centro di mediazione. Oramai bazzico da un po’ da queste parti. Ho persino capito dove parcheggiare senza dover pagare. Significa essere di casa.

Il centro si trova in una palazzina uffici appena fuori le vecchie mura della città. E’ una zona costruita con il boom edilizio degli anni 60. L’edificio si affaccia nella piazza del vecchio ospedale. Da un ventennio ne hanno fatto uno più grande fuori città. In realtà, a guardarlo, il vecchio sembra più nuovo del nuovo, come spesso accade alle strutture pubbliche di ultima generazione. E’ un posto a cui sono affezionato, ci sono nato e quando ci passo davanti lo sento come uno di famiglia.

La palazzina del centro di mediazione è molto più recente. Una struttura moderna cemento e vetro. Ha l’affaccio nella piazza, ma si entra da un ingresso laterale. Il granito grigio scuro a pavimento e pareti fa l’ingresso un po’ buio e tetro. C’è un corridoio molto lungo che porta ad un ascensore.

La pulsantiera dell’ascensore indica il nono piano. In realtà i piani sono solo quattro. Un fatto singolare, un guasto elettronico. Forse l’ascensorista aveva delle velleità non compiute. Da quando frequento il centro questa cosa mi fa sorridere. Mi piace pensare che l’ascensorista sognasse di arrivare al cielo.

Arrivo sempre per primo, mi fanno accomodare nella solita stanza in fondo a destra. Ci sono le quattro sedie pronte, senza tavolo. C’è una nuova nota di colore. Le sedie non sono tutte nere. Nella posizione dove in genere siedono le mediatrici, ci sono due sedie gialle. Un giallo intenso, quasi fluorescente.

Caratterialmente amo sparigliare, avrei voluto sedermi su una delle sedie gialle, scombinando gli equilibri. Il pensiero mi ha sfiorato con un ghigno. Mi diverte molto cambiare le carte in tavola, ma non è cosa gradita alle donne ed io ne aspetto tre. Sarebbe incauto. Sotto sotto le donne sono conservatrici, apprezzano i cambiamenti quando sono loro a determinarli. Lascio perdere.

A differenza delle scale condominiali, la stanza è luminosissima. C’è una grande finestra che Lorenza mi spalanca per cambiare l’aria, dice. Mi chiede se ho problemi a rimanere da solo con la porta chiusa. In attesa che arrivino tutti, lei finisce altro.

  • Dove mi metti sto. Le dico.

Mi sono ricordato di quello che mi diceva mia madre. Pare che da piccolo, mi lasciasse per terra a giocare, su di una coperta. Si allontanava, non mi sentiva fiatare per ore, tanto che si dimenticasse di me. Poi preoccupata, tornava e mi ritrovava nella stessa posizione a giocare o magari addormentato, riverso per terra. Mi sono sempre sopportato bene, col tempo ho notato che non è una gran cosa in termini di carriera e vantaggio sociale. Nel mondo esterno vince chi scalcia e chi picchia più forte. Mia moglie in questo è una professionista, lei vive uno stato di guerra continuo con qualunque cosa le capiti a tiro. Farebbe causa alle mosche.

Dopo l’ennesima gomma di automobile che forava prendendo lo spigolo del marciapiedi mi chiamò al telefono comunicandomi l’intenzione di voler fare causa al Municipio. Il motivo: ‘’fanno i marciapiedi troppo larghi’’. La cosa preoccupante era che non fosse per nulla una battuta.

In quindici anni mi è capitato molte volte di mettere la mano sulla fronte e chiudere gli occhi. In quella posizione, ho capito che se fai una lieve pressione sul bulbo oculare con le palpebre chiuse, riesci a scacciare i pensieri che ti infestano la mente. Me ne faceva venire parecchi.

Sono state due ore toste questa volta. Lorenza ed Antonella si sono stancate molto.

Nei giorni precedenti riportavo BBBBB a casa dopo l’allenamento grazie alle indicazioni di Lorenza e con il gentile aiuto di mia moglie che evitava di andarci. Lei un po’ lo ingannava di proposito. Gli diceva che sarebbe andata a riprenderlo e poi mi presentavo io, da solo. Non è riuscita a dirgli ‘’viene tuo padre’’, in sintesi.

La prima volta ho dovuto faticare a convincerlo a seguirmi. Il fatto che lei gli promettesse di tornare a prenderlo ha creato qualche problema.

Ho dovuto usare un po’ di risolutezza di fronte al suo diniego. Gli ho preso la borsa e ho cominciato a camminare:

Peperino: Dai su, forza.

BBBBB: No, viene la mamma, me lo ha promesso.

Paperino: Non viene ti dico, ci siamo messi d’accordo, lei non può.

BBBBB: No, non voglio.

Paperino: Dai su, dai ti porto io. Non cambia nulla, che vuoi che sia. Dai ciccio forza.

BBBBB: No

Alla fine la mia risolutezza ha avuto la meglio. BBBBB è testardo ma bonaccione.

Purtroppo arrivato a casa si è messo a piangere. La forzatura evidentemente lo ha fatto stizzire.

Lei forse non aspettava altro. Mi ha chiamato, rimproverandomi.

Sono sicuro che lo ha fatto con i ragazzi presenti. Mentre mi parlava pensavo ai ragazzi che sentivano, ho cercato di minimizzare e di non farla alterare ulteriormente. Avrebbe denunciato il mio comportamento a Lorenza e Antonella, ha detto. Avrei fatto un abuso a suo modo di vedere.

Così è stato.

Non va bene così, ha detto Lorenza. Con i ragazzi siate chiari. Non va bene ingannarli.

Benedizione! ho pensato.

Ho rincarato.

Paperino: Scusami, ma dimentichi che è mio figlio? Posso dire a mio figlio di entrare in auto? O no? Non l’ho mica torturato. E poi se torna a casa e piange non puoi telefonare per rimproverarmi davanti a loro. Devi esser certa che non farei mai del male a mio figlio. Se fai così alimenti il loro distacco. Dai un alibi ai loro comportamenti.

Moglie: Non sono modi! Obbligare un ragazzo ad entrare in auto! Già è successo l’altra volta, lo hai anche spinto con la mano! Ero presente!

Paperino: Ma non l’ho spinto.

Moglie: Meno male che ci sono loro! Verranno a testimoniare. Si, hai messo la sua testa giù e lo hai obbligato ad entrare.

Paperino: Ma non dire fesserie.

Lorenza: Ma quanto sono grandi sti ragazzi?

Paperino: BBBBB è quasi quanto me, secondo te posso averlo messo di peso in auto?

Moglie: Lo hai fatto.

Paperino: Ma cosa dici? Se tu gli fai pensare che il fatto che venga con me è solo una possibilità, non cambierà mai. Se gli prometti che lo vai a riprendere e poi non vai, non va bene. Se mi rimproveri davanti a loro, dai forza al loro comportamento. A parti invertite stai tranquilla che mi sarei incazzato con loro. Altro che rimproverarmi. Avresti dovuto dirgli: ‘’ti è andata bene che papà non ti ha dato un ceffone’’. Quello è tuo padre e vai in auto con lui senza tante storie. Ci vuole tanto?

Moglie: Se loro non vogliono non puoi obbligarli, stanno soffrendo.

Antonella: Lui sta tentando di dirti che forse dovreste essere più collaborativi davanti a loro. Mostrarvi uniti almeno su queste cose.

Sono mesi che vado avanti così, ci vuole forza a sopportare tutto questo. Me la sta facendo pagare in questo modo. Più mostro attaccamento ai ragazzi, più gode del fatto che mi rigettino.

E’ vergognoso che tutto questo possa accadere. Sbotto.

Paperino: Ti sei fatta una domanda? Perché stanno venendo con me ora e prima non lo facevano? Perché per un anno non son venuti e vengono proprio ora? Te lo sei chiesto? Tu che dici che fai di tutto per farli venire con me! Come mai ora? Avanti, hai una risposta? Perché hai aspettato che lo dicesse un giudice? Perché non prima? Un anno è passato. Cosa è cambiato? Perché quando ti ho invitata io, qui, al centro di mediazione, non ci sei venuta? Cosa è cambiato, me lo sai dire?

Moglie: No, io sto insistendo…

Paperino: Ecco! Brava!!!!! Finalmente… Stai? Cosa? I-n-s-i-s-t-e-n-d-o!!! Questa è la parola magica. Se avessi insistito prima, oggi non saremmo qua! E se i ragazzi non fanno quello che diciamo, devi insistere di più, non rimproverarmi!

Antonella e Lorenza mi lasciano parlare, non aggiungono altro.

Moglie: Ma che dici, io ho fatto di tutto per convincerli.

Fiato sprecato, penso. Mi son dovuto sorbire le solite accuse stupide. Non avrei fatto il padre, sarei stato assente, non ho capacità di dialogo coi ragazzi. Lei non può fare per me, se non son capace di riattivare il dialogo, lei cesserà di essere disponibile come lo è stata finora. Lei ha sempre invogliato i ragazzi a stare con me, ma contro la loro volontà, decisi a non vedermi, nulla ha potuto. La causa di questo rigetto dei miei figli è il mio cambiamento. Farnetica di una mutazione genetica, proprio. I ragazzi non mi riconoscono, avrebbero difficoltà di riconoscimento causato dalla mia mutazione. Roba da laboratorio, insomma. Questo il succo dei discorsi. Stomachevole. Quando discussione mi prende lo stomaco, divento intollerante.

Lorenza e Antonella la riempiono di complimenti per lo sforzo che sta facendo. La stanno lavorando, penso. Tra un po’ le assestano il colpo. Ed il colpo arriva. Lo sferra sempre Lorenza.

Lorenza: Perché non facciamo che i ragazzi facciano i compiti con il padre?

Moglie: Beh… si certo se vogliono, per me ben venga.

Lorenza: (Rivolta a me) Per te potrebbe andare?

Paperino: Ci mancherebbe. Li ho sempre fatti i compiti con i miei figli, mi piacerebbe eccome.

Lorenza: Ecco allora dobbiamo provarci. Magari in qualcosa dove tu non riesci ad assisterli. Che ne so, la matematica per esempio!

Moglie: Si, la matematica non è proprio il mio forte.

Lorenza: Ecco, magari il padre ingegnere, potrà fare qualcosa per loro.

Moglie: Quello che non ha mai fatto!

Paperino: Ma perché devi dire queste cose? Io facevo i compiti con i ragazzi ogni sera. Te lo sei dimenticato? Tornavo alle 8 e dalle 8 in poi AAAAA mi ripeteva tutto. Dov’eri tu?

Moglie: mah.

Come si fa a difendersi da tutto ciò? Che chance hai contro qualcuno che dice delle cose non vere sul tuo conto? Posso accettare un giudizio. Il giudizio dà fastidio ma bisogna accettare che qualcuno veda le cose in maniera diversa. Io mi ritengo affettuoso, lei può pensare diversamente. Mi vede arido. D’altra parte se ci separiamo, non la pensiamo allo stesso modo su tante cose. Non posso accettare che si menta su fatti oggettivi. Che io facessi i compiti con i ragazzi non è una roba opinabile. E’ un dato. Mentire sul proprio conto può essere un gesto istintivo per difendersi. Mentire sul conto degli altri è il male. Lo fa qualcuno che vuole il tuo male. Accadeva quasi ogni giorno che io studiassi coi ragazzi. Non sporadicamente.

Il dialogo costruisce, lo scontro distrugge.

Il dialogo c’è se i due interlocutori vogliono affermare le proprie ragioni, anche diverse e contrastanti. Se uno dei due più che affermare le proprie ragioni vuole il male dell’altro, il dialogo cessa, inizia lo scontro. Chi più chi meno, ci si rimette entrambi. E’ una legge della fisica. Nessuno dei due esce indenne. Nel nostro caso ci rimettono i figli che sono in mezzo.

Lorenza e Antonella ci danno appuntamento dopo quasi tre settimane. Poi comprendo che avremo degli incontri singoli in mezzo. Ci assegnano un compito.

Pensare una modalità di affido. Quanti giorni da me, quanti da lei. Arrivare al prossimo incontro con una proposta di gestione settimanale dei ragazzi. Nel frattempo, far sì che mi vedano e senza inganno. Anche per fare dei compiti, magari.

Sabato BBBBB ha una partita. Ne approfitto, mi faccio prestare la moto da mio fratello e lo vado a prendere in moto. Esce sorridendo. Non cambia però, risponde sempre a monosillabi.

Si fa male al tallone durante la partita. Mi precipito a vedere che si è fatto. Mi sembra contento delle attenzioni, ma il suo atteggiamento è costante.

Nell’intervallo della partita vado a cambiare la moto con l’auto. Non fa la doccia e sudato in moto si ammazzerebbe. Lo riaccompagno in auto, siede sempre al sedile di dietro, come fossi il suo autista. Ascolta musica.

Paperino: Che ascolti?

BBBBB: Video su facebook.

Paperino: Ahhhh… se mi iscrivessi a facebook solo per te? Mi daresti l’amicizia?

BBBBB: No.

Paperino: Come no? Lo farei solo per te, mono amico.

BBBBB: non do l’amicizia ai parenti.

Paperino: Ma noi siamo parenti stretti!

BBBBB: Peggio.

 

Achille era veloce, velocissimo. Pare che fosse il più veloce dell’antichità. La tartaruga l’animale più lento che l’uomo conoscesse.

Achille correva dieci volte più veloce. Fecero una gara un giorno. La tartaruga partiva con dieci metri di vantaggio ed era sicura che Achille non l’avrebbe mai presa.

Achille fece 10 metri per raggiungerla, la tartaruga ne fece uno più avanti ed Achille non la raggiunse.

Achille Fece un metro per raggiungerla e la tartaruga fece 10 cm in avanti, nello stesso tempo.

Achille percorse come un fulmine i 10 cm e la tartaruga si spostò di un centimetro.

Forse Achille non prenderà mai la tartaruga nel paradosso di Zenone.

Mi piacque molto quando lo lessi al liceo. Al di là del significato filosofico mi piaceva pensare che Achille e la tartaruga si divertissero un mondo  sulla spiaggia.

A me basta una spiaggia e le mie due tartarughe. Inseguire non mi pesa.

La comprensione

Il giorno della cresima è stato particolarmente duro.

Dal mattino mi sono arrivati gli auguri di buon compleanno, ho risposto in automatico, tipo segreteria. Con la testa ero già in chiesa. Ore 18.00.

Al mattino sono stato svegliato dalle mie gazze. In campagna da mio padre la mia stanza ha una porta finestra in ferro che volge a oriente. Al mattino il sole inonda di luce la stanza. Non è quello a svegliarmi. Nemmeno il gallo. Anzi, sfatiamo questo mito che il gallo canti all’alba. Il gallo canta quando gli pare a lui, anche a notte fonda. Almeno, il mio è un anarchico. Al mattino invece, appena il sole è un po’ alto, ho quattro o cinque gazze che mi beccano l’infisso esterno in ferro. Le gazze sono attirate dal luccichìo. L’infisso in ferro colpito dai raggi del sole luccica. Si avvicinano e beccano.

Al primo giorno mi hanno fatto prendere un’accidenti, sembrava che qualcuno volesse forzare la porta. Dal secondo giorno in poi, aperta la tenda, seduto sul letto, rimango un po’ a guardarle. Sono la più bella sveglia che avessi mai avuto le mie amiche ladre. E sono puntuali! D’estate la loro sveglia è più o meno alle 6 del mattino, in inverno un po’ più tardi.

Doccia e barba fatta con particolare cura, in genere sono piuttosto sbrigativo. A seguire tutto con calma. Ho addosso una sensazione strana. Alla cresima di mio figlio non è stato invitato nessuno della mia famiglia, nemmeno io veramente. Avevo comunicato a mia moglie che sarei andato comunque.

Ho passato la mattinata a bighellonare, centro commerciale, caffè con un amico, piccole commissioni. Ero teso.

A mezzogiorno raggiungo mio padre. Pranziamo insieme oggi, festeggio il compleanno con lui. Mi chiede se è il caso che venga in chiesa. Lo guardo, ci penso qualche secondo poi:

  • Lascia perdere papà, prova a chiamarlo e magari gli fai un pensiero se ti va.

Non volevo sottoporre un uomo vecchio alla umiliazione di vedersi girare le spalle da un nipote. Sarebbe stata troppo per lui, devastante per me e un domani anche per i miei figli, forse.

  • Vorrei fargli gli auguri, mi componi il numero di telefono?

Mi dice porgendomi il telefonino.

  • Certo

Cerco il numero e invio.

Passo il telefono a mio padre.

Non era una preghiera la mia, non so pregare. Ho desiderato con tutto me stesso che mio figlio rispondesse.

Vedevo la faccia di mio padre e con la mente contavo gli squilli del telefono. Ero in apnea.

Dopo il quinto suono libero ho ripiegato la speranza.

Quando finisce, la speranza è una roba brutta. Per questo dicono che sia l’ultima a morire. Quando ero più piccolo e mi ripetevano questa frase mi divertivo a controbattere:

  • Come fate a dirlo?

Se è l’ultima a morire, davvero l’ultima, chi controlla che muoia? Forse non muore mai!

Da adulto ho scoperto che muore, e quando muore fa male.

Mio figlio come sempre non ha risposto. Mio padre come sempre ha abbozzato un sorriso:

  • Non avrà sentito.

Non si è scomposto per nulla e ha aggiunto:

  • Abbiamo un biglietto?

Esiste una fase della vita in cui siamo predisposti ad apprendere. E’ il momento in cui immagazziniamo le informazioni e le teniamo per noi. Il trasporto emotivo e intellettuale è dall’esterno verso l’interno. Ci appropriamo del mondo esterno con avidità.

Esiste un’altra fase invece, che è quella della comprensione. In questa fase, il movimento è inverso, dall’interno verso l’esterno.

Avvolgiamo le cose con la nostra mente ed il nostro animo, non ce ne appropriamo.

E’ il vero amore, quello maturo e consapevole.

Ero in ansia per mio padre. Sapevo però che a quell’ennesima delusione non avrebbe battuto ciglio. Credo che sia così quando di speranze ne hai viste morire tante nella vita. Comprendi e ami senza aspettative.

Il problema è per me che ancora non comprendo come così piccole aspettative non possano essere corrisposte. Lui invece comprende e per questo è molto più di me.

Vado nel soggiorno, estraggo un bigliettino da una scatola. L’avevo vista qualche giorno prima rovistando tra le vecchie cose. Lo porgo a mio padre.

Scrive il biglietto:

Auguri infiniti. Il nonno.

Mette dei soldi nella busta e me la da.

  • Dagli questa da parte mia.

Questo momento non lo dimenticherò, ne sono certo. Avrei potuto tagliare anche una fetta dell’amore per quanto fosse consistente.

La confusione mi è svanita improvvisamente. Sarei andato in chiesa senza aspettative.

Arrivo alle 17,45 nel piazzale della chiesa. E’ già pieno di auto, trovo posto a fatica.

Entro in chiesa e vedo la testa nera di mio figlio sulla destra. Mi avvicino. Mia cognata è seduta accanto a lui. Ha in braccio la sua piccola. Giulia, ha quattro anni e i boccoli biondi dei genitori.

Se è lì, mia cognata sarà la madrina di mio figlio.

Alla panca accanto c’è seduta solo mia moglie, dietro di lei mio figlio più grande e mio cognato.

Arrivo, abbraccio mio figlio piccolo e gli do un bacio. Non risponde. Saluto mia cognata e mi siedo nella panca accanto a mia moglie.

Le dico:- Ciao!

Non risponde, si alza e se ne va, prende posto alla panca dietro accanto a mio cognato e mio figlio grande.

Giusto per stemperare la tensione! Penso.

Mi giro verso mio figlio più grande allora. Gli tocco il naso con un dito e :

  • Ciao, tu sempre deciso a non salutarmi?

Non dice una parola.

Mio cognato affettuoso invece:

  • Ciao, come stai?

Giulia mi vede e rivolta alla madre.

  • C’è lo zio!!!

Prende il braccio di mio figlio piccolo che le sta accanto e cerca di girarlo verso di me.

  • C’è lo zio!!!

Mio figlio non si gira. Allora passa alle maniere forti Giulia.

Gli prende la testa e la gira con le mani.

  • Lo zio!!!

La guardo e sorrido. Mi nascondo la faccia tra le mani, come ero abituato a giocare con lei.

Mi sorride e viene da me.

  • Zio, dopo vieni a casa della nonna?
  • Ciao Giulia, che bella che sei. Sei elegantissima!

Cerco di cambiare discorso, ma femmine si nasce. Togliere un pensiero dalla testa ad una femmina è una ingenuità da maschio.

  • Allora? Vieni dalla nonna dopo?
  • Forse Giulia, forse. Tu mi vuoi?

Non mi risponde, ride e corre dalla madre. Ogni tanto mi guarda con lo sguardo furbo e mi sorride. E’ irresistibile. Ricambio.

Mi giro a guardare mio figlio più grande seduto dietro. E’ seduto, ha la testa bassa ed il telefono tra le mani. Digita nervosamente fingendo di essere preso.

– Hai deciso di non salutarmi allora?

Non risponde.

Lo lascio stare. Mi giro e continuo a fare i giochi di sguardi con Giulia.

Alle spalle sento le voci dei miei suoceri. Nel frattempo accanto a me si erano sedute altre due persone. Mia suocera saluta i ragazzi e chiede a mia moglie dove può sedersi.

  • Siete venuti tardi e ci hanno fregato il posto!

Credo che alludesse a me.

Saluto mia suocera.

Non si gira nemmeno a guardarmi. Non risponde.

In un istante valuto tutte le opzioni possibili. Faccio l’unica cosa che posso fare in quel momento. Rimango seduto e mi guardo intorno cercando di non pensare a chi mi circonda.

Oggi è il giorno della comprensione, mi ripeto.

Mio figlio piccolo ogni tanto mi guarda con la coda dell’occhio. Non riesco a capire se lo fa per sbaglio, o perché vuole vedermi.

Sento che dietro si scambiano i posti. Poi capisco che i miei suoceri prendono il posto di mio figlio grande proprio alle mie spalle. Lui va da qualche altra parte e mio cognato viene a sedersi accanto a me.

Mi chiede di farmi un po’ in là, così può tenere a bada Giulia senza che dia fastidio a cresimando e madrina.

Con mio cognato non ho problemi. Ci facciamo una chiacchierata e ogni tanto mi da qualche informazione sotto voce.

  • Stiamo lavorando, è dura però! Bisbiglia quasi.

Il più duro è tuo figlio grande. Adesso si è convinta anche mia moglie a collaborare e tua moglie sta dicendo ai ragazzi di chiamarti. Stamattina, per esempio, ha insistito coi ragazzi perché ti chiamassero per farti gli auguri di buon compleanno.

  • Senti Bernardo, non mi dire queste cose.

Non basta dire ai ragazzi di chiamare, giusto per lavarsi la faccia.

I ragazzi vanno guidati. Se lei non si adopera per dargli delle regole, una educazione, che si faccia da parte. Il far finta lo ritengo ancora più squallido.

Io non lo avrei permesso.

Se i ragazzi non rispondono al telefono. Gli togli il telefono per una settimana. Vediamo se continuano a non rispondere.

A cosa serve dire di rispondere e poi fottersene se non lo fanno. Giusto per far vedere? Per lavarsi la coscienza? Meglio non farlo, guarda.

  • Lo so fratello, lo so. Ma stiamo lavorando, fidati. Ci vuole tempo.
  • Certo se mi siedo e lei si allontana come se avessi la peste, che esempio vuoi che sia per i ragazzi. Ti pare un gesto distensivo?
  • Si, ma lo sai com’è.
  • Bernardo, io non posso tollerare più. C’è in gioco una posta troppo grande. Il tempo passa e i ragazzi crescono. Io li perderò così.

La cerimonia prosegue, mio figlio grande è sparito. Mi godo la vista del piccolo almeno.

Sento la voce dei miei suoceri dietro. Mia moglie si muove a destra e sinistra facendo foto e filmati col telefono.

Mio cognato fa qualche foto e gli chiedo di passarmela. Lo fa di nascosto. Mi invia un paio di foto con whatsapp.

Arriva la fine della messa. Mio figlio è sorridente e contento. Vado in auto e prendo i regali, il mio e quello di mio padre. Appena il vescovo dice andate in pace, mi avvicino a mio figlio, lo abbraccio e gli do una borsetta.

  • Dentro c’è il mio regalo e quello del nonno. Auguri amore mio. Lo abbraccio forte. Anche da parte del nonno. Ti aspetta , sai?
  • OK. Mi risponde stavolta.

Saluto mio cognato e la piccola Giulia. Mio cognato mi bisbiglia:

  • Vieni a trovarmi di mattina!
  • OK, Bernardo. Verrò

Mio figlio più grande è sparito. Vado via.

Oggi doveva essere il giorno della comprensione, ma non sono sufficientemente maturo evidentemente.

Io fatico ancora a comprendere.

 

 

 

 

Per ogni soluzione c’è un problema

Sapete cosa è il counseling? Non lo sapevo neanche io.
Non ne avevo sentito parlare mai prima, non avevo mai avuto esperienza diretta nè con couselor nè con psicologi.
Qualche giorno dopo essere andato via da casa, ero in tremenda difficoltà emotiva. Lo svegliarmi senza i miei cuccioli in casa rappresentava uno strappo enorme. Stavo male.
Mi vidi in un bar con un’amica psicologa. Le raccontai quanto mi fosse accaduto ed il tenore dei rapporti in casa. Mi disse una cosa importante che mi è servita molto:
“Non ti fare una colpa per quello che é accaduto. Se è successo era il modo ed il momento in cui doveva essere.”
Nei primi giorni l’ostruzionismo di mia moglie con i ragazzi non aveva ancora molto effetto. I ragazzi mi rispondevano prontamente al telefono, riuscivo ad avere un po’ di ascendente su di loro, sebbene fossi lontano. Ero ancora un padre come lo ero stato per i 14 anni precedenti.
Ma Tina, l’amica psicologa, me lo aveva detto. Descrivendole i comportamenti di mia moglie, mi annunciò che molto probabilmente le cose sarebbero peggiorate.I fatti hanno dimostrato che è stata una Cassandra, ahimè. Aggiunse che mi sarei dovuto preparare ad affrontare un periodo molto difficile, lei però, come amica, non mi avrebbe potuto seguire professionalmente . Mi consigliò una sua conoscente , counselor, molto brava.
Tentennai un po’ i primi tempi. Avevo il numero, ma non chiamavo. Sentivo la cosa come una sconfitta. Col passare dei giorni i comportamenti dei ragazzi mi spiazzavano sempre di più. La svolta negativa la ricordo benissimo. Dovevo passare a prendere uno dei ragazzi. Mia moglie in una delle sue esplosioni me lo voleva impedire, per rappresaglia non mi ricordo a che. Al telefono con mio figlio sentivo lei di sottofondo che diceva: ”Se non vi va, non dovete dire per forza di si a vostro padre. Dovete dirgli di no se è una cosa che non volete! Imparate a dire no, anche. Ha rotto il cazzo quello, che pretende sempre di averla vinta! Mo’ basta!”.
Da allora per un po’ di tempo, ”nononmiva”, fu la loro unica risposta. Successivamente le risposte non ci furono più.
Il counseling è una roba a metà tra la marchetta e la visita medica, il tutto in outlet. Paghi una persona , a costi contenuti, affinché ti faccia eiaculare le emozioni bloccate e ti indichi una terapia per il mal d’animo. Un buon fast food della psicoterapia mi sembra. Anche se la psicoterapia la ho vista solo nei film. Meno impegnativo forse, come se parlassi ad un amico.
A quanto ho capito, il male dell’uomo moderno è la sua incapacità di riconoscere le proprie emozioni, per poi esternarle. Di questo male,sindrome collettiva diffusa, pare io sia un malato grave. Così mi dice Katia, la mia counselor.
Il primo incontro in uno studio di avvocati. Forse è lo studio di suo marito e si appoggia lì per la sua attività. Non ho indagato sulla cosa, ma mi è parso di intuire così. Sta di fatto che sediamo entrambe lato ospiti della scrivania e questo aggiunge precarietà alla mia sensazione di pesce fuor d’acqua.
Se è precaria lei che dovrebbe essere la mia guida, figurati come mi sento io. Ho la stessa sensazione di quando qualcuno ti convoca per discutere di lavoro nella hall di un hotel. Non sei a casa di nessuno, in campo neutro, e non sai se ti tocca attaccare o difenderti.
Sta di fatto che ti senti sempre un po’ ospite nonostante dopo qualche seduta il dialogo diventi più fluido e amichevole. Le racconto di ciò che sto passando, mi ascolta, ma dopo un po’ mi ferma chiedendomi di chiudere col telegiornale della settimana. Si passa agli approfondimenti. Come le rubriche del tg2.
Non me lo dice, ma credo che quello che voglia è che io sia meno controllato di quello che sono. Mi sta guidando, per lo meno tenta, a riconoscere gli stati d’animo.
Durante una seduta mi ha proposto una roba oscena. Si è alzata dalla sedia, si è messa di lato e mi ha detto di fare finta che la sedia fosse mio figlio:

”Parlaci”, mi fa.” Fammi vedere cosa diresti a tuo figlio, fai finta che lo hai lì”.
Sudavo quasi. Non mi piace venir meno ai compiti e tanto meno gettare la spugna. Ma dopo qualche secondo l’ho guardata e le ho detto: ”Senti Katia, è proprio indispensabile questa roba? Non credo di riuscirci… pensi sia grave?”.
Lei severa: ”Dai! Prova”.
Mi sono cimentato di nuovo, ma nulla. Non mi uscivano le parole.
Non vi capita di avere la vescica bloccata al gabinetto se c’è qualcuno che vi ronza intorno? Ecco, per me era così, ero bloccato allo stesso modo.
Era inutile stare a guardare la sedia per tentare di parlarci, non lo avrei mai fatto, così come è inutile stare delle ore al gabinetto nella speranza di sbloccarsi, se non viene. Se qualcuno ti fa il verso ”psssss” per stimolarti, peggio! Aggiungi la frustrazione alla disfatta.

E’ severa Katia e mi bastona.

Credo sia brava, non ho termini di paragone ma non mi annoia e mi doma. Quando finisco con lei non ho la sensazione di aver buttato tempo e soldi.
Ho l’abitudine di sorridere quando racconto una roba che mi fa male. Non me ne ero accorto prima, me lo ha fatto notare lei. Pensavo fosse un pregio, ma mi sono reso conto che è un meccanismo di difesa. Parlo di una roba che mi causa dolore e per bilanciare, sorrido. ”D’altra parte questa è fisica”, le ho detto. ”Per raggiungere l’equilibrio, se sporgi una gamba, ti viene di bilanciare il peso sporgendo un braccio d’altra parte o sposti il baricentro del corpo in senso opposto muovendo il busto”.
Lei si incazza da morire. Quando sorrido mi guarda con faccia grave e:
”Vedi? Stai ridendo! Stai ridendo, perchè tu non vuoi far vedere che stai male, vero?
Stai ridendo perchè non è bene mostrare la propria sofferenza, vero?
Questo sei tu, ridi perchè vuoi nascondere le emozioni!”
Eccheccazzo! Ma ti pare che possa spendere dei soldi per farmi trattare in malo modo? Che stia diventando masochista?
Ogni volta che vado da Katia mi dico che è l’ultima volta che ci torno, ma è lo stesso pensiero che faccio quando esco dal Mc Donald.
La verità è che forse siamo tutti un po’ masochisti, godiamo un po’ nell’essere maltrattati. Il fatto che lo faccia qualcuno con cui non hai alcuna relazione sociale non ti pregiudica alcunché nel quotidiano. Te lo fai fare.
Chissà se provano questo tipo di godimento quelli che si fanno picchiare a pagamento. Adesso esagero con la fantasia, ma è vero che nella vita prima o poi rivaluti tutto. Le cose non cambiano, siamo noi a cambiare e di pari passo cambia la nostra valutazione. A pensarci, quante ne avrei dette in passato su qualcuno che si fa trattare così e paga per giunta.
Col tempo mi sono accorto che è un teorema.  Ciò che deridi, prima o poi ti torna addosso come boomerang con una precisione superiore a quella dei lanci degli aborigeni australiani.
Oggi trovo beneficio nel parlare con qualcuno. Il counseling non ti dà soluzione, potenzia le tue capacità emotive per combattere il problema.
La soluzione sei tu e devi essere una soluzione forte per abbattere qualsiasi problema. Per ogni soluzione c’è un problema!
Katia è il mio personal trainer e ho la sensazione che nonostante la mia ritrosìa, qualche muscoletto stia venendo fuori.

Gli oggetti allo specchio….

imageKatia all’ultima seduta di counseling mi da un compito. Prendi un quaderno, scrivi tutte le emozioni che riconosci, descrivendo la sensazione fisica che si accompagna. Se puoi, cerca di ricordare anche le smorfie del tuo viso e prova a riprodurle allo specchio.

Ma si può? Mi sento un po’ tirato per le orecchie a svolgere, ma sono stato sempre un tipo diligente e mi sono messo di buona lena ad eseguire il mio compitino. Invece del quaderno, ho cominciato ad usare il ‘’note’’ del mio Iphone. Più pratico.

Arrivato il momento di guardarmi allo specchio, ho avuto un po’ di difficoltà. La mia indole ha fatto attrito e resistenza. Ma a cosa serve tutto ciò?  Qualche mese fa al pensiero di annotare le emozioni e di fare le facce conseguenti allo specchio, mi sarei sentito ridicolo. La vita cambia repentinamente però, più velocemente di quanto si possa immaginare.

E cosa  avrei detto a 30 anni di me, se avessi pensato me a 45, in queste condizioni?

A quarantacinque anni, passerai molto tempo a cogliere le tue emozioni e a fare facce allo specchio!

Coglione! avrebbe detto me di me futuro!

A sentire la mia conselour invece è proprio questo il mio male. Sentirmi ridicolo solo perchè metto a nudo le mie emozioni. Mi rimprovera per questo.

Mi avvio allo svolgimento del  tema come un bue portato in palestra, anzi, se potessi, raglierei.

Quando hai poco, non puoi fare molta selezione,  non ci riesci. Prendi tutto quello che viene, pensi solo a riempirti. Smetti di fare lo schizzinoso. Quando hai fame, una pasta scaldata ti pare un pasto divino.

Ho provato in questi giorni a riprodurre davanti allo specchio i vari stati d’animo, ma non mi riesce di scostarmi di molto dalle emoticons di whatsapp. Quella tipo urlo di Munch mi riesce benissimo, è quella che mi da più soddisfazione!

Ma soprattutto, una volta che riconosco le emozioni, come faccio a trasmetterle ai miei ragazzi che nemmeno mi parlano? Questa domanda mi sono dimenticato di farla a Katia. Dovrei scrivere delle domande e portarmele dietro, penso. La memoria non mi basta più. La necessità dei pizzini va di pari passo con gli occhiali da vicino. Comincio a pensare che sono gli occhialetti a far dimenticare le cose!

Perche fino a qualche mese fa avevo un rapporto splendido con i ragazzi, senza fare tutti questi studi davanti allo specchio? Cosa è cambiato ora?

Mi sento come quando da studente mi chiedevo perché dovessi  studiare Lucia e Renzo. A cosa mi servono nella vita? Ora mi ritrovo a essere simile ai capponi di Renzo,  mi becco da solo però.

Oggi sono andato alla partita del più grande. E’ stata una partita importante, si è giocato l’intero campionato tra le prime due della classifica. Stavolta non ho provato nemmeno a chiedergli di accompagnarlo. La cosa mi ha preoccupato, questa inerzia potrebbe significare cedimento e non voglio. Arrivo un po’ nervoso al campo.

Ho preso il caffè di rito con gli altri genitori e sono salito sulla tribuna. Mentre guardo in giro per scorgere qualche volto amico da salutare, abbasso lo sguardo, proprio davanti a me, seduto accanto ai suoi amici, mio figlio piccolo. E’ a mezzo metro e non lo ho visto!

La faccia smarrita. evidentemente lui mi ha visto ed è fortemente in imbarazzo. Sto lì da almeno due minuti a distanza di carezza e non mi accorgo di lui.  Lo guardo, un tuffo al cuore. Lo saluto, mi risponde a fatica, mi metto accanto a lui, lo abbraccio e lo bacio sulla testa. Si divincola e gira la testa dall’altra parte. Mi rendo conto che ci sono i suoi amici e le sue amiche, ha tredici anni e per un adolescente non deve essere il massimo farsi vedere abbracciare e baciare dal proprio papà in condizioni normali, figuriamoci nelle nostre.

Faccio in tempo a chiedergli come stia, mi risponde che sta  bene, bofonchiando, poi  accentua il suo divincolarsi e mi offre quasi la schiena.

Evito di creargli imbarazzo e mi metto a sedere due file più su accanto ad altri genitori. Mi sento come ad avere una fetta di torta davanti, ma ne posso mangiare solo un pezzetto per via della dieta. La lascio e provo una mancanza fisica.

Stasera mi sono messo davanti allo specchio ed ho provato ad eseguire il mio compitino.

Che emozione è il tuffo al cuore? E’ quello che ti capita quando non ti aspetti di vedere qualcuno e quel qualcuno è la persona più importante della tua vita? Come te la rappresento Katia?

Rimango fisso immobile davanti allo specchio. Mi cade una lacrima, poi un’altra. Piango, ma non è un pianto amaro, è un pianto neutro. Non è nè gioia nè dolore. O meglio è gioia e rabbia allo stesso tempo che si compensano. Capita anche che piova col sole, mi sembra così.  Il mio cuore è felice, nel naso ho ancora l’odore di mio figlio, tra le braccia sento la sua morbidezza,  ma piango. Sono arrabbiato perché era lì e mi trattenevo per non creargli imbarazzo e perché probabilmente, se mi fossi avvicinato di nuovo si sarebbe allontanato.

Spero di essere riuscito a rappresentartela questa emozione, Katia. Magari sono riuscito a trasmettere qualcosa anche al mio piccolo, che sarebbe meglio. Parlo da solo con lo specchio.

Davanti a me c’è Vincenzo il migliore amico di mio figlio.

Comincia la partita, io divido i miei occhi tra mio figlio piccolo seduto due file più avanti e mio figlio più grande che in campo si gioca il campionato.

Succede un qualcosa di strano. Vincenzo per tutta la partita non fa che chiedermi pareri sulle squadre, sui giocatori, su ogni.

Sono troppo preso e concentrato sui miei ragazzi, su ogni mossa che fanno, uno in campo e l’altro sugli spalti per accorgermi che Vincenzo mi parla da mezz’ora. Rispondo automaticamente come i risponditori automatici, quelli che ti dicono:’’ prema uno se vuoi questo, prema due se vuoi quello ‘’ …tu invece vorresti tanto un operatore di quelli: ‘’buonasera sono Giovanni, come posso esserle utile!’’.

Arriva l’intervallo, mi giro sulla sinistra e sotto alla tribuna, ai bordi del campo, vedo tutto il clan di mia moglie.  C’è lei, il padre, la madre, mia cognata, il marito di lei con la piccola, una amica con il marito anche. Sono allegri e felici, ridono e scherzano.

Mi danno nausea, per fortuna sono lontani. La cosa mi urta anche, provo un po’ di gelosia. Un tempo il pallone era a mio esclusivo appannaggio. Guarda quanti sono oggi! E non sanno nemmeno se il pallone è tondo o quadrato. Che nervi.

Mi guardo allo specchio, non piango più. Si accentuano le rughe sul volto, aumenta la salivazione, deglutisco. Mi prende allo stomaco, si accartoccia come la carta del pane e la mia faccia sembra un pomodoro maturo e sfatto. I denti si serrano.

Mio figlio e Vincenzo si sono alzati e sono in giro con gli  altri ragazzi, li perdo di vista.

Scambio qualche parola sulla partita con gli altri genitori. La squadra perde, mio figlio in campo però lotta e gioca bene, tutto papà… J

Ricomincia la partita, secondo tempo.

I ragazzi tornano al loro posto, cerco di sentire i discorsi del piccolo con le amiche ma con il rumore di fondo del pubblico non riesco a carpire le parole. Non mi ha mai dato tanto fastidio un rumore di fondo.

Vincenzo prende delle patatine dalla busta del suo vicino, si gira e me le offre direttamente dalle sue mani, con quella naturalezza che solo i ragazzi hanno: Vuoi una patatina? Quasi fossi il suo compagno di banco.

Lo guardo. Ho un attimo di esitazione, sto per dire no. Guardo la patatina e gli dico:” grazie Vincenzo”. Il ragazzo mi stava coccolando da mezz’ora e non me ne ero accorto. Riavvolgo il nastro del primo tempo in mente. Si era accorto della reazione di mio figlio che mi aveva allontanato, Vincenzo è un ragazzo intelligente e da più di mezz’ora che cercava di coinvolgermi per consolarmi forse.

Mi guardo allo specchio. I miei occhi scondinzolano, abbozzo un sorriso a bocca chiusa, la testa si inclina leggermente su una spalla come a cercare un appoggio. Che bravo Vincenzo, penso. Mi ha voluto bene, mi accarezzava virtualmente e neanche me ne ero accorto.

Se il migliore amico di mio figlio mi tratta bene, può essere che loro non parlino poi così male di me, penso. Mi si riaccende una speranza. Sono più di cinque minuti che sono davanti allo specchio. Il tempo passa.

Avevo un’auto americana. Mi ricordo che sullo specchietto retrovisore c’era un adesivo: The objects in the mirror are closer than they appear. (Gli oggetti allo specchio sono più vicini di quello che sembrano)

Leggevo spesso quella frase. Gli americani sono maniaci per la sicurezza e da buon italiano commentavo:”sti  americani potevano risparmiarsela questa banalità”. Leggevo e ci riflettevo molto quando ero in auto, stando sullo specchietto mi balzava continuamente agli occhi. Avrei potuto staccare l’adesivo ma non l’ho mai fatto, mi solleticava la fantasia e cercavo un significato nascosto, più filosofico di quello pratico.

Adesso mi pare chiaro cosa cercavo. Stare allo specchio mi sta avvicinando a me stesso. L’esercizio di Katia, serve proprio a questo forse. Mi devo riappropriare di me stesso per offrire il meglio di ciò che sono.

In casa me lo hanno sempre detto, per far stare bene chi ti sta intorno, devi stare bene prima tu. Se vado in giro con questi occhi tristi, smarrito, come vuoi che chi mi sta intorno stia bene o mi riconosca?

Una persona che ha avuto una esperienza simile alla mia mi ha detto:

Quando torneranno e passerà la sofferenza quello che ricorderai è tutto il tempo che hai buttato a soffrire.

La partita finisce. E’ stata emozionante, i ragazzi hanno perso ma hanno giocato bene. Mio figlio più piccolo scende di corsa dalle tribune. Mi precipito a toccargli la testa e gli dico: Ciao! Non si gira a guardarmi, ma ricambia il ciao. E’ qualcosa!

Saluto Vincenzo.

E’ tardi, mi metto a nanna. Oggi non è andata così male, mi sono portato avanti con i compiti e l’oggetto nello specchio si è avvicinato di molto.