La mia fede diversa

 

Ogni tanto entro nelle chiese, mi piace l’odore. Mi piacciono più le piccole delle grandi. E’ formidabile quanto l’atmosfera possa rendere privato uno spazio aperto a tutti. E’ la sensazione di casa in uno spazio comune. Mi piace entrarci quando non c’è funzione religiosa, per via della maggiore intimità. Non nutro fede ahimè, mi piace vedere il sorriso di chi la ha . Mi crea un senso di benessere vedere un uomo che sta bene. Vedere la luce negli occhi di un credente quando parla di Dio, mi sazia.

Ho avuto una educazione religiosa, ho fatto il catechismo per la Comunione e la Cresima. In realtà per me è stato come un prolungamento della scuola dell’obbligo. Si andava a scuola e si andava al catechismo. Al sabato si giocava anche nel piazzale della chiesa. Mi muovevo in un percorso tracciato. La mia indole scalpitava.

In casa mia c’era rispetto per religione e la religiosità in genere, non si praticava. Si è sempre rispettato tutto ciò che è sacro a dir la verità.

Sacro era certamente il lavoro. Si rispettava la fatica altrui come se si fosse di fronte alla liquefazione del sangue di san Gennaro. Guai a disturbare chi lavorasse!

Allo stesso modo si rispettava il riposo di chi aveva lavorato.

Sacro era il più debole. Ridere delle disgrazie altrui poteva significare la fustigazione immediata.

Sacro era il tempo. Si utilizzava come adesso si fa con l’acqua , il gas e la corrente elettrica. Con giudizio perché costava. Eravamo in sei in casa. Uno slittamento di dieci minuti al mattino poteva causare un ritardo di due ore nella cena. Più o meno come i ritardi di un volo in un aeroporto. Si creava un effetto domino.

Non ho mai visto i miei andare a messa se non per particolari cerimonie. Mio padre, uno degli uomini più laici che abbia mai conosciuto, ma l’ho scoperto da adulto.

Al secondo anno di catechismo, tornai a casa e annunciai a mia madre:

  • Mamma, io non credo in Dio.

Vidi sul suo volto disappunto e preoccupazione.

Avevo parlato con disinvoltura come sempre, solitamente non vedevo turbamento sul suo volto. La cosa mi bloccò. Devo aver detto qualcosa di grosso pensai.

  • A si? Come mai?
  • Non lo so, non sono convinto. Come mai qua Dio e là Maometto? E poi a che mi serve questo catechismo?

Mia madre non replicò, ebbi un sottile dispiacere. Certi miei discorsi la stranivano a volte, difficilmente la vedevo turbata.

Alla sera sentì che ne parlava con mio padre. Quando qualcosa la agitava, aspettava a sera mio padre. Lo aspettava in casa ma era come se stesse alla finestra in attesa, fremeva.

Appena arrivato, mio padre andava nella stanza da letto per cambiarsi. Lei lo seguì e gli disse:

– Tuo figlio mi ha detto che non crede in Dio.

Feci in tempo a sentire solo la prima frase, il resto del dialogo posso solo immaginarlo, perché dopo questa frase mia madre chiuse la porta della camera da letto.

Quanto avrei dato per avere questa complicità con la madre dei miei figli.

Al giorno dopo, mio padre entrò nella mia stanza mentre facevo i compiti .

La cosa non era usuale per me, quando accadeva era perché c’era qualcosa in pentola. La visita ufficiale del capo mi piaceva molto. Mi faceva sentire più grande.

Non ricordo bene tutto il dialogo, ma il succo lo ricordo perfettamente.

– Prima di farti una opinione su qualcosa, la devi conoscere. Se non conosci, su cosa ti fai una opinione? Finisci il catechismo, a quel punto la tua potrà essere una vera opinione.

Mio padre mi trattava da adulto da quando avevo cinque anni. Le sue frasi erano rare   all’epoca. Erano inappellabili, come inappellabile è una legge non scritta. Il dialogo forse è stata una scoperta delle generazioni successive. Credo sia stato inventato dopo la tv a colori per scomparire nell’era degli smart phone.

Fu il mio primo approccio critico alla fede comunque. Provavo a vedere diverso.

Forse una volta Dio l’ho incontrato. Un mio compagno di scuola perse il fratello più piccolo, poco più che adolescente. Era in campeggio con gli amici e morì per un attacco di asma, in tenda. Una cosa tremenda.

Andai ai funerali. La morte di un figlio è la più dura prova a cui la vita può sottoporre un uomo. Deve essere una roba che ti schiaccia fisicamente. Se Dio esiste davvero, deve aver inventato questo supplizio per ucciderti lasciandoti in vita.

Trovai il padre e la madre del ragazzo in chiesa. Erano sorridenti, cantavano con i palmi delle mani aperti, rivolti al cielo. Avevano gli occhi gonfi di lacrime, ma sembrava che ringraziassero. Emanavano luce.

Lo sguardo sempre verso una grande finestra in alto, dietro l’altare.

La cosa mi toccò nel profondo. Ebbi una sensazione di disagio fortissima dovuta alla potenza e alla bellezza di quanto stavo vedendo. C’era un misto di timore anche. Stendhal deve aver provato qualcosa di simile. Non riuscì nemmeno ad avvicinarmi per dare le condoglianze. Mi sembrava di insozzare un’opera d’arte.

Avevo perso dei cari anche io, i miei palmi non erano rivolti in su, avevo i pugni serrati vicino al corpo accartocciato.

Anche nel dolore si può essere diversi pensai.

Auguro a tutti di avere un figlio. E’ l’emozione più violenta di una vita, per lo meno della mia. Io non ho assistito al parto, era un cesareo e sono un po’ fifone. In passato i papà non assistevano ai parti, perché cambiare . Trovai questa scusa con me stesso, questa volta non mi convenne essere diverso. Durante il parto ero in attesa in un corridoio di un piccolo Ospedale, paralizzato dall’ansia mentalmente e fisicamente. Credo fossi seduto da qualche parte e c’erano fratelli, zii, cognati, suoceri. Mi chiamarono:

  • E’ nato, E’ nato!

Sapevo già che fosse un maschietto dalle ecografie. Avevo già deciso di dargli lo stesso nome di mio padre e strappato il consenso di mia moglie. Una piccola presentazione tra me e lui c’era stata. Ogni tanto avvicinavo la mano alla pancia di mia moglie e sentivo arrivare un calcetto proprio in quella direzione! Facevo un sobbalzo ogni volta, mi sembrava spavento ma era batticuore di innamorato. Una cosa incredibile che in una pancia possa esserci una vita che tira calci con quella precisione.

Mi fecero entrare in una saletta con i parenti più stretti. Mi guidavano, credo fossi completamente rincoglionito. Non c’era molto spazio. Nella stanza una finestra larga un metro circa con una tendina bianca. Nulla di più. Non capivo bene cosa dovesse accadere, c’era solo l’agitazione di tutti quelli che erano con me che aumentava. L’ansia altrui moltiplicava la mia che già non si teneva. Non ero poi tanto preparato sulle procedure.

Mentre guardavo le facce emozionate di tutti i presenti, la tendina di fronte a me si aprì. C’era una infermiera che teneva una cosetta piccola e raggrinzita tra le mani.

La sollevò in alto, le grinze della pelle si distesero per un attimo.

Era colorito e piangeva. Questa volta si aprirono verso l’alto anche i miei palmi delle mani come se istintivamente chiedessi di passarmelo, ma c’era il vetro.

Quanto è stato bello quel momento, lo ho ancora negli occhi. Credo di aver trattenuto il respiro per un po’. Dopo mi hanno riferito le uniche parole che abbia pronunciato :

– Eccolo, Eccolo, Eccolo

Non servono tante scuole, corsi e preparazioni. Padre lo diventi in una frazione di secondo, appena vedi tuo figlio per la prima volta.

Ho incollato le mani e la faccia al vetro. Sentivo chi mi stava intorno come se avessi ovatta nelle orecchie. Ero concentrato sulla bellezza, non ne avevo mai vista tanta.

Avevo studiato la perfezione dell’Universo a scuola, mi aveva rapito la sua complessità senza imperfezioni. Mi mancava qualcosa. La semplice complessità dell’universo e la semplice complessità di una vita hanno un unico filo conduttore, la bellezza.

La bellezza è quello cosa che è capace di turbarti, sconvolgerti e confonderti.

Credo che chi ha sposato una fede,  la bellezza l’abbia trovata. Io la cerco ancora invece.

Per il resto sono convinto che duemila anni fa è vissuto un grande uomo.

Lanciava un messaggio diverso, potente e bello. Scosse e sovvertì il mondo. Un giorno mentre parlava alla sua gente disse:

Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.

Beati gli afflitti, perché saranno consolati.

Beati i miti, perché erediteranno la Terra.

Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.

Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.

Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.

Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.

Beati i perseguitati a causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.

Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.

Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli.

 

Non congiungo le mani per pregare e non guardo il cielo.

Se passasse davanti a me però, toglierei il cappello e mi inginocchierei.