La muta della pelle

Dopo un po’ la pazienza diventa come la pelle morta, una muta di pelle che ti porti addosso. E’ il controstampo di te che cadrà. Ti rinnoverai. La tieni perché proteggi la pelle che è sotto, troppo cruda per esporla.

Con la mia muta di pelle sono andato in Banca. Il mio avvocato aveva chiesto all’avvocato di mia moglie di poter chiudere un conto cointestato. Mia moglie mi aveva informato che avrebbe potuto solo al 16 di agosto, al pomeriggio. Poi sarebbe stata troppo impegnata per farlo. E va bene. Al 16 di agosto ci vediamo in banca alle 15, avevo risposto.

Arrivo davanti alla filiale in pieno centro. Non c’è nessuno. Visto il gran caldo magari sarà entrata, penso. Entro.

Trovo mia moglie seduta alla prima scrivania davanti ad un impiegato della banca. Mi aspettano.

Si erano già portati avanti con il lavoro, pareva.

Neanche saluto l’impiegato che non conosco e mia moglie:

  • Qui risultano due chiavette per il conto on line. Tu quante ne hai?

Il tono investigativo di mia moglie che tanto mi irritava quando stavo a casa. La chiamavo la marescialla. Che rompicoglioni Gesù, mi ero disintossicato.

  • Una, ne ho avuta sempre una.

Rispondo di rimessa.

Guardo l’impiegato con faccia interrogativa. Non parla. Pare intimorito dal tono da Gestapo di mia moglie. Non ho idea a cosa si riferiscano. Ho sempre avuto una chiavetta con cui controllo il mio conto personale e quello cointestato. Sono nella stessa banca. Mi sforzo ma non mi ricordo dell’esistenza di un’altra chiave.

Finalmente dopo qualche secondo di silenzio interviene l’impiegato.

  • Qui risultano due chiavette. Lei ricorda il suo codice cliente?

Glielo dico. Per fortuna non ho problemi di memoria ancora.

  • Si, risulta questa chiavetta e poi ce ne è un’altra che risulta agganciata al conto cointestato e ad un altro conto.
  • Guardi io ho solo questa, non so per cosa è l’altra. Non l’ho mai avuta.

Mia moglie con tono intimidatorio.

  • Dobbiamo andare a fondo a questa cosa. (Rivolta all’impiegato). Questo, (indicando me) già mi ha portato via i soldi, ci manca che controlla i fatti miei!

In quel momento mi sento di fare una capriola all’indietro. Conoscevo bene quei modi arroganti, quel timore che il mondo trami contro di lei ed il suo fare intimidatorio.

Stando a casa mi ero creato una campana entro cui vivere fatta per lo più di silenzio ed indifferenza. Mi rimetto la vecchia maschera e fisso l’impiegato che fa finta di non sentire. E’ imbarazzato più di me, smanetta sul pc alla ricerca di non so quali codici.

Mi ha dato del ladro praticamente, devo pur dire qualcosa.

  • Guardate, cercate pure, ma io ho solo una chiavetta. Cercate e appurerete certamente quanto sto dicendo. C’è bisogno di questo per chiudere il conto?

– In teoria no. Se chiudiamo il conto, le chiavette si sganciano. La perdete, ma se non la usate poco importa.

  • NO! VOGLIO SAPERE SE QUESTO MI SPIA!

Mia moglie, quasi urlando.

– Già ha portato via i miei soldi. Se mi spia gli faccio passare i guai!

La guardo sbalordito. Non ho portato via alcun soldo ovviamente. Allude ai pochi risparmi che avevo sul mio conto personale, ma che erano miei. Per mia moglie oltre alla casa e tutto il contenuto le avrei dovuto lasciare anche i miei risparmi, credo. Meno male che c’è stata la sentenza di un giudice che non ha accolto questa sua richiesta strampalata.

L’impiegato sempre più imbarazzato ed intimorito pesta sulla tastiera. Credo voglia liberarsi anche lui di noi al più presto. Intuisco che è un amico di mio suocero perché ad un certo punto chiede a mia moglie di verificare se per caso la avesse il padre, la chiave. Magari è dell’altro suo conto, le dice.

Dopo quindici anni vengo a sapere che mia moglie ha un altro suo conto in quella banca.

Mi viene da ridere. Questa donna pensa che io la spii e mi nasconde proprietà e conti correnti da quindici anni. E’ una meraviglia tutto questo.

Ho dovuto anche far vedere a mio figlio i bonifici che effettuavo per dimostrare che non era vero che li lasciassi senza soldi. E’ una roba senza senso.

Mia moglie si allontana per parlare con il padre in gran segreto al telefono.

Torna e conferma che la chiave la ha il padre.

  • Bene, non avevo dubbi.

Dico, sorridendo ironico.

  • Bene, allora provvedo a chiudere il conto se mi date l’ok.

L’impiegato ha fretta di sbarazzarsi di noi.

  • Per me va bene.
  • Voglio essere sicura che non possa controllare i miei conti con la sua chiavetta!

Tuona ancora mia moglie.

Oramai rido. Guardo l’impiegato con la faccia sorridente. Lui però non si permette di contraccambiare. O è serietà, o ha i coglioni a terra o ha paura di far brutta figura con mio suocero che oltre ad essere un buon cliente, deve essere suo amico.

  • Senti, non sapevo nemmeno che tu avessi questo conto, come faccio a controllarlo con la mia chiavetta?
  • Si si, non mi fido di te. Siete tremendi voi, ci manca pure che mi spii oltre a derubarmi.

Butto le spalle in giù, non so più come replicare. L’impiegato, dopo aver smanettato un altro po’ dice a mia moglie di stare tranquilla. Con la chiavetta vedo solo il mio conto.

Conoscendola non è convinta ma non me ne frega assolutamente nulla. Ho solo voglia di sciogliere l’incontro.

Ci eravamo messi d’accordo per discutere dei ragazzi all’uscita dalla banca. Sento che non è un buon momento per parlare dei ragazzi. Ho già il disgusto sullo stomaco. Sarebbe meglio rimandare per essere più neutri per affrontare un discorso così importante. Significherebbe prendere un altro appuntamento e la cosa mi disturba ancora di più. Decido di affrontarla anche in quelle condizioni.

Nei giorni precedenti siamo stati convocati dall’assistente sociale del Comune.

Il giudice aveva inviato il provvedimento anche al servizio. Ci hanno chiamato per sentire i nostri problemi.

Intorno alle 12 dell’11 agosto mi arriva una telefonata da un certo Dott. Cittadini

  • Buongiorno Signore, sono il Dott. Cittadini, assistente sociale del Comune di Paperopoli. La chiamo per il provvedimento emesso dal giudice in merito alla sua separazione e alla situazione con i ragazzi che lei non riesce a vedere.
  • Ah si, mi dica pure.
  • Ho appena finito di sentire sua moglie, è andata via cinque minuti fa.Dovremmo incontrarci.
  • Mi dica lei. Io sono in città non mi muovo.
  • Guardi, noi potremmo vederci oggi, se le è possibile, altrimenti se ne parla il 29 perché poi io sono in ferie, signore.
  • Per me va bene anche oggi, vengo nel pomeriggio?
  • Guardi noi siamo qui fino alle 14.
  • Vengo subito allora, non c’è problema.

 

Mi dice l’indirizzo presso cui trovarlo e mi dirigo da lui.

Lorenza del Centro di Mediazione mi aveva spiegato che per prassi tutti i provvedimenti del tribunale passano dal servizio del Comune,  per essere poi smistati ai vari servizi di supporto.

Il centro è un edificio che mi sembra una scuola materna. L’accesso avviene attraverso dei cancelli in acciaio chiusi a chiave. Sembra di essere in un carcere. C’è una signora che ha un mazzo di chiavi da secondino in mano e prima di aprire chiede informazioni sul motivo della visita.

Dopo aver spiegato che ero stato chiamato dal Dott. Cittadini, apre e mi dice di proseguire per il corridoio. In fondo a destra.

Sono le indicazioni tipiche di un cesso, penso.

Busso ed entro nella stanza. Il Dott. Cittadini è un ragazzo, giovane, poco più di trenta anni, mi sembra. Alto, moro, con la barba, di bella presenza.

Mi chiama signore e alterna il lei al tu. Un po’ indeterminato.

Rompo gli indugi e gli chiedo di poterci scambiare del tu. Acconsente ma continua sempre a chiamarmi ‘signore’.

-Signore, raccontami un po’ dei problemi con i ragazzi. Dimmi tutto ciò che vuoi. Io ho parlato con tua moglie, e lei mi ha raccontato la sua storia. Ora vorrei sentire la tua.

Il ‘signore’ già è una parola che stride come un gesso sulla lavagna quando non scivola, accoppiato al tu, mi sembra di grattarci con un pezzo di ferro. Provo un senso di fastidio.

Questo tipo ha in mano molto di me, non posso consentirmi commenti fuori posto per ora, senza conoscerlo. Magari diventiamo amici più in là e posso fare qualche battuta. Per ora meglio mantenere un certo formalismo e sano distacco.

Racconto la mia versione dei fatti, lui mi ascolta.

E’ completamente diverso da Lorenza.

Con Lorenza mi sentivo al centro dell’attenzione mentre parlavo, della sua e della mia.

Con il Dott. Cittadini è sempre lui che tiene la scena. Nel momento in cui mi precisa che ha due lauree e qualche Master comprendo che ho di fronte un giovane. Sembra preparato ma denuncia un po’ di inesperienza.

In genere, sventola i propri titoli chi ha bisogno di ricordarlo anche a se stesso di averli. L’esperienza è ago e filo per cucire addosso un titolo, senza esperienza è solo carta da sventolare.

Non è una cattiva persona. Giovane e pieno di sé come è giusto essere alla sua età, sento che manca un po’ della profondità necessaria per contenere i miei problemi.

Come se avessi tanta roba da sistemare e solo una valigetta a disposizione di fronte a me.

Finisco il mio racconto e mi rendo conto che si finge mio complice. Lo fa per carpire quante più informazioni possibile, il suo intento è palese. Con me dà addosso alle moglie rompipalle, con le moglie dà addosso ai mariti stronzi. Sto al suo gioco, non ho voglia di mettermelo contro.

Mi ha dato un po’ di informazioni sul racconto di mia moglie. Lo sento indispettito perché pare che mia moglie si sia presentata al colloquio con la solita amica psicologa. Lui non deve averla presa molto bene. Da quanto ho capito, ha letto la cosa come una intimidazione nei suoi confronti. Ha messo la psicologa alla porta con fermezza. Almeno lui riesce a metterla in riga mia moglie.

Mi ha raccontato che l’ha intimorita per cercare di scuoterla. Le ha detto che se non si dà una mossa è costretto a segnalare la situazione al tribunale dei minori.

– Non lo farò mai, questo lo dico a te signore, ma è un modo per scuotere la signora.

Mi ha poi detto che mia moglie si dichiara follemente innamorata di me.

Il suo commento è stato:

  • Tutte uguali le donne, prima ti crepano e poi si dichiarano pentite.

Anche questo faceva parte del suo modo per instaurare un regime di confidenza. Almeno l’ho letta così. Mi è sembrato un pettegolezzo però, più che una confidenza.

Sia il pettegolezzo che la confidenza sono un flusso di informazioni. Con il pettegolezzo offri una informazione impersonale e la puoi dare a chiunque, con la confidenza offri anche un pezzo di te e lo fai con chi pensi che la tenga con cura.

Mi ha lasciato il suo numero di cellulare, è stato molto gentile. Non posso dirne male. Un ragazzo preparato ed entusiasta, solo un po’ crudo.

Quando andavo a parlare con Lorenza al centro di mediazione mi sembrava di fare una visita di quelle approfondite, come da uno specialista, con lui mi è sembrato di andare alla visita medica per il rinnovo della patente.

Al pomeriggio mi scrive con Whatsapp mia moglie:

  • Ti ha per caso contattato il dott. Cittadini?
  • Si, mi ha contattato, lo ho incontrato
  • Oggi?
  • Si mi ha telefonato e detto che aveva visto te. Sarei potuto andare oggi o il 29. Sono andato oggi.
  • Come sei rimasto d’accordo?
  • Sono rimasto d’accordo che devo farmi sentire dai ragazzi e provare a vederli e che tu mi aiuterai.
  • E del centro di Mediazione?
  • Non capisco, dopo Ferragosto li chiamo e provo a vederli. Che centro?

Fingo di non sapere nulla delle minacce che Cittadini ha fatto a mia moglie.

  • Per la famiglia. Non ti ha detto che avrebbe inviato le carte al Centro di Mediazione?
  • Non è lui il Centro di Mediazione?

Preferisco fare il vago, non voglio dare punti fermi a mia moglie. Credo che se si spaventasse un po’, la cosa avrebbe un buon effetto sulla sua disponibilità.

  • Lui è un assistente sociale.
  • Non abbiamo parlato di questo, mi ha detto che dobbiamo trovare una soluzione altrimenti deve prendere dei provvedimenti.
  • Allora sarebbe meglio risolvere da soli senza far coinvolgere queste parti per il bene dei ragazzi, con pazienza.
  • Li ha chiamati il giudice, lui dovrà relazionare.
  • Non sarebbero belle cose per i ragazzi, che non se lo meritano. Se hai dieci minuti, ti spiego. Forse non hai afferrato o non ti hanno spiegato. Tu quanto sei stato?
  • Un’ora.
  • Io tre, forse non hai capito tu.

Per mia moglie, qualsiasi cosa si misura di quantità. Anche una conversazione si misura a tempo. Non conta ciò che ti sei detto. Hai capito di più perché la conversazione è durata di più.

Non ha importanza se hai capito o meno un concetto, ma quanto tempo lo hai studiato.

Cittadini mi ha chiesto di smorzare i toni e lo faccio.

  • Senti, dammi una mano e vediamo di sistemare il tutto. Incominciamo dopo ferragosto. Senza polemiche e nulla. I ragazzi devono stare con me i fine settimana, lavoriamo per raggiungere questo obiettivo.
  • Devi arrivarci gradualmente, forse non hai capito.
  • Forse non hai capito tu. Bisogna darsi da fare e in fretta. Altrimenti mandano i documenti al tribunale dei minori. Non ti è chiara la gravità di quanto sta accadendo, forse, e di quanto è accaduto per un anno. Rimbocchiamoci le maniche e vediamo di sistemare.
  • Ma allora intanto basta che ti inizino a vedere, con calma, tu non hai capito.
  • Va bene, tutto va bene, purchè si inizi. Bisogna dare segnali di miglioramento
  • Poi ci aggiorniamo e se va al tribunale dei minori dipende da noi.
  • Certo, bisogna evitarlo a tutti i costi.
  • Ah meno male!
  • Settimana prossima aiutami ad incontrarli
  • I fine settimana alterni… questo non è stato stabilito dal giudice, vedi intanto di riavvicinarti che è già tanto o passare qualche ora con loro che già sarebbe molto, il resto si vede, ciao.
  • Certo, magari… sarei felice

Tutto questo è accaduto prima di Ferragosto. Il tenore dell’incontro dopo ferragosto, in banca, mi ha spiazzato. Temo di aver capito però.

Esiste la parte di mia moglie che deve rigare dritto. Probabilmente le hanno detto di non far la stupida sia il suo avvocato, sia il suo entourage. Ne va del buon esito della causa.

Anche ribadire all’assistente sociale che è innamorata di me ancora, fa parte del copione. La separazione con addebito che chiedono, funziona se lei fa la parte della innamorata, abbandonata. Recita il ruolo di vittima.

Intanto, quando meno te l’aspetti accade l’imponderabile.

Un mio amico mi manda degli screen shot tratti da facebook. Non sono iscritto a facebook e quindi posso leggere solo in questo modo.

Si tratta di mio cognato, fratello giovane (34 anni) di mia moglie proprietario del negozio di abbigliamento presso cui lei lavora.

E’ in vacanza a Porto Cervo, con la sua nuova fiamma, una giornalista che non conosco.

I suoi amici negozianti commentano e gli dicono di tornare presto perché mia moglie da sola al negozio non ce la fa, la vedono esaurita.

Il mio amico mi ha mandato le foto perché è una prova che mia moglie lavora al negozio. Lei nega di farlo, solo per spillarmi più soldi. Lavora in nero, non è assunta.

Con un ghigno mando le foto a Francesco, il mio migliore amico, avvocato. Non disturbo Mario, il mio avvocato nella separazione. E’ ferragosto quasi. Lo lascio in pace.

Francesco mi chiama.

  • Non pensi che possa servire nella causa? Gli chiedo.
  • Certo che serve. Non sapevo si fosse messo con Miriam.
  • La conosci?
  • Si, è una giornalista. Tu non la conosci?
  • No
  • Ah, sei uno dei pochi. Lo dice ridendo e capisco che è un commento ironico sulla facilità di cambio partner della ragazza.

Ridiamo pensando a mia suocera che fa tanto la castigatrice di costumi e si ritrova in casa il meglio della sregolatezza.

Dopo un paio d’ore mi telefona di nuovo Francesco.

  • Il diavolo a volte si diverte.
  • Ah si?

Rido. Lo conosco da troppo per non capire che ha qualche buona notizia da darmi.

  • Che bolle nella pentola del diavolo?

Ci sono alcune persone che sono sempre al centro della notizia. E se non lo sono, ci mettono poco ad entrarci. Francesco è uno di questi.

  • Mi ha chiamato un ex di Miriam, uno dei tanti! Ho commentato il fatto che si fosse messa con tuo cognato e sai che mi ha detto?
  • Cosa?
  • E’ indagato in una operazione dell’antimafia che riguarda lo spaccio di cocaina.
  • Nooooooooo….
  • Siiiiii… che coglione.
  • Ma come? E quando? Non so nulla!
  • Pare che siano riusciti a insabbiare la notizia ma è stato coinvolto con intercettazioni telefoniche in una grande operazione della procura. Verso fine maggio.
  • Quell’imbecille? L’antimafia? La cocaina? Non ci posso credere.
  • Così mi ha detto. Pare che siano andati a casa e l’abbiano perquisita anche.

Mio cognato vive in una dependance ricavata nella villa di mio suocero. Per un attimo il pensiero di mia suocera annusata dai cani dell’antidroga mi ha prodotto un brivido di piacere.

  • Ma tu guarda! Ma quello è un coglione. Possibile sia coinvolto in una roba del genere?
  • Guarda, vedo di verificare, ma questo amico mi ha detto che lui è a ruota per il consumo e pare sia finito nell’inchiesta proprio per le continue intercettazioni telefoniche che aveva con i venditori. Non so molto altro. Quando riapre il tribunale vedrò se riesco ad avere qualche informazione in più.

Rimango senza parole. Mio cognato è poco più che un ragazzo e non riesco ad immaginarlo in un tale casino e giro vizioso.

Faccio una rapida ricerca su internet. Il suo nome effettivamente compare tra gli indagati a piede libero di una maxi operazione dell’antidroga avvenuta verso fine maggio.

L’operazione coinvolge più province ed il suo nome compare solo nell’edizione del quotidiano della provincia limitrofa alla nostra. Nell’edizione della nostra provincia ci sono i nomi degli arrestati, ma non quello degli indagati a piede libero.

Collego anche il fatto che alla cresima di mio figlio piccolo, il due giugno, non fosse presente.

Mi dispiace per lui. Un ragazzo che si rovina la vita con la droga è sempre un peccato.

Poi penso al fatto che non abbia mai assunto mia moglie, dicendo che non ce l’avrebbe fatta a pagarle i contributi.

Penso alle tante volte in cui i miei ragazzi sono stati da lui in casa a giocare alla playstation .

Penso alle volte che mia moglie ha fatto accompagnare i miei ragazzi da lui in auto, facendoli sfilare davanti a me.

Penso alle volte che mia moglie e mia suocera hanno avuto da ridire sulla moralità della gente, per cose molto meno gravi.

Penso anche a qualche soggetto losco che girava intorno al negozio ogni tanto.

Penso tanto.

Non so gioire per le disgrazie altrui, ma francamente la notizia mi restituisce un senso di equilibrio nuovo. Non per la tragedia di mio cognato. L’ho visto crescere e realizzarsi, non posso essere contento di una sua disgrazia.

Sono contento come quando finivo un esercizio di analisi matematica molto complicato. Controllavo il risultato sul libro e coincideva con il mio.

E’ la vita che è un teorema esatto. Generalmente gli schiaffi che prendi sono proporzionali a quelli che hai dato. Troppe volte avevo sentito il clan di mia moglie fare i moralisti sulla condotta di vita altrui. Quanto accaduto è un riequilibrio che la vita si stava prendendo. Il risultato torna nella vita.

Ora c’è da preoccuparsi dei ragazzi. Non voglio speculare sulla notizia. Non posso nemmeno trascurarla. Se fossi stato a casa avrei dedicato attenzione alla cosa. Voglio fare come se fossi a casa. Da padre non mi sono dimesso.

Intanto fuori dalla banca alla prima parola di mia moglie contro me e i miei cari le ho fatto capire di sapere della cosa.

Non se l’aspettava, forse pensavano di aver insabbiato la notizia.

Mi ha minacciato. Mi ha detto che mi avrebbe querelato se avessi detto una cosa del genere in giro. Dopo, ho anche ricevuto la telefonata di mio suocero. Non ho risposto. Probabilmente voleva minacciarmi anche lui.

La cosa deve aver comunque scosso il clan.

In questi giorni mia moglie ci tiene a certificare che lei rivolge ai ragazzi le mie richieste con insistenza. Come se questo bastasse ad assolvere il suo impegno alla collaborazione.

Siamo rimasti d’accordo che invito i ragazzi e lei si fa parte diligente nel veicolare e sponsorizzare la richiesta. Ieri

  • Ho scritto ai ragazzi, non rispondono.
  • Non vogliono venire, evidentemente bisogna inventarsi altro;
  • Con questa autonomia che gli lasci non fai una buona cosa, più che ripetertelo all’infinito, non posso. Quando ci sarà bisogno di me, non potrò nulla.
  • Parli e basta, non ti fai venire idee e sai solo accusare, non fai altro.
  • Proverò con i segnali di fumo. Che idee posso trovare se non mi parlano, non mi rispondono, non li vedo.
  • Se facessi meno il professore. Se usassi meno arroganza e più amore forse ci riusciresti.
  • Certamente, hai tu qualche idea?
  • Bisogna trovare qualcosa come la moto per AAAAA anche per BBBBB. Pensa anche tu.
  • Fin tanto che nonni, zii, amici e tu vi sostituirete al padre, non servirà a nulla. Arriverà il momento che avranno bisogno del padre e non potrete più sostituirvi. Allora sarà dura. Ci sono delle cose che devono fare col padre, senza discussioni. Sottolineo ‘devono’.
  • Ma chi ti vuole sostituire, cerca di rientrare nel tuo ruolo che non hai saputo gestire. Tra l’altro con BBBB non hai mai avuto un gran rapporto. Poi è testardo. Pensa ad una idea piuttosto che addossare colpe. Buona giornata.
  • Non servirà solo l’idea. Non si comprano queste cose. Ci vogliono regole per i figli.
  • Regole che hanno più di ogni altro ragazzino, caro.
  • Ti dico solo ciò che penso vada fatto e tu non fai. Puoi solo tu adesso. Devi dirgli che devono vedere il padre come gli dici di fare i compiti, per ora. E’ una regola che non hanno. Non lasci scegliere se fare o meno i compiti. Invece lasci scegliere se vedere o meno il padre. Pensaci. A lungo andare questo diventerà un danno.
  • Pensa tu a quello che puoi fare e non fare l’arrogante.
  • Immediatamente, dare una regola senza discussioni. E’ semplicissimo. Ci vogliono meno di due secondi. Domani andate a trovare il nonno con vostro padre! Punto.

A parti invertite avrei fatto lo stesso. Più tempo passa, più gli fai fare ciò che vogliono, più sarà difficile.

 

Mi chiama Mario, il mio avvocato nella causa di separazione.

  • Paperino che è successo?
  • Perché?
  • Ho ricevuto una mail dall’avvocato di tua moglie.
  • Ah, e che dice?
  • Dice che tu ti approcci a lei con arroganza e la devi smettere altrimenti prenderà provvedimenti.

 

Una volta in un rettilario vidi un serpente, un pitone che cambiava pelle. La pelle morta si distaccava piano e tutta in un pezzo. Era squamata e opaca. Era tanto spessa e consistente che pareva che il serpente si stesse sdoppiando. Sotto, c’era la pelle nuova. Lucida, bella, color grigio verde. Sembrava metallizzata, conteneva un serpente nuovo.

Ogni tanto penso a come andrà a finire questa storia. Vorrei che i miei ragazzi un giorno leggessero di questa pelle che si sta staccando fatta di amore, rabbia, pazienza, tentativi, cose giuste e tanti errori del padre che non sarò più. Stanno cambiando loro e cambierò anche io inevitabilmente. Ci ritroveremo forse, ma saremo altri.

Questa pelle che si sta staccando la sto conservando in queste pagine, per loro.

L’incontro

P: Allora

M: Allora

P: Parliamo dei ragazzi, che proposta hai.

M: Non è che ho una proposta

Sai come funziona un centro di mediazione?

Mandare i ragazzi ad un centro di mediazione è una vera cattiveria.

P: Ma quella è una seconda ipotesi che ha previsto il giudice

M:No quello è un parere che avete espresso voi in prima analisi

P: Quello viene tirato in ballo se non troviamo un accordo, quindi cerchiamo di trovare un accordo tra di noi.

M: Trovare un accordo tra di noi che significa, perché mandare i tuoi figli al centro di mediazione…a parte che non verrebbero mai. Che padre sei che vuole il centro di mediazione per i figli?

P: Ascolta quella è una cosa che ha stabilito il giudice ma solo se non troviamo un accordo noi.

M: Ma tu sai che cos’è un centro di mediazione? Ti sei informato? Ti sembra un posto dove mandare i tuoi figli?

P: Ascolta io devo vedere i ragazzi?

M: Chi te lo impedisce?

P: Tu devi collaborare fattivamente, che proposte concrete hai?

M: Devi essere più costante, non è che puoi chiamare una volta e poi sparisci!

P: Costante? Sparisco? Ma se sono mesi che provo a chiamarli e mando messaggi e non mi rispondono mai!

M: hanno una età di 14 e 13 anni non mi fanno nemmeno avvicinare al telefono. Più che dire avete risposto? Ma Papi vi ha chiamato?

P: Non mi basta. Io ho il diritto di visita e un weekend ogni due. Se non riusciamo a trovare un accordo ci dobbiamo avvalere dell’aiuto di terzi.

Il Giudice ha detto:

– I ragazzi devono vedere il padre.

M: Certo che devono vedere il padre. Ma se non vogliono?

P: Se non vogliono evidentemente c’è qualche problema! E bisogna indagare su questo problema.

M: Sarà sofferenza, sarà dolore.

P: Quello che è!

M: Tu perché quando ha fatto l’esame non gli hai chiesto al bambino se aveva bisogno e se aveva bisogno che lo accompagnassi?

P: Come non gliel’ho chiesto, ma che dici?

M: A me ha detto che gli hai detto solo in bocca al lupo.

P: No no, gli ho mandato tre messaggi per chiedergli se volesse che lo accompagnassi, se avesse bisogno, non mi ha mai risposto.

Evidentemente stanno incominciando a dire bugie anche.

M: No non bugie. Io gli ho chiesto se tu gli avessi chiesto, lui mi ha detto che poi dopo l’esame gli hai scritto.

P: No no no, ci mancherebbe, ti dico subito.

E’ preoccupamente che cominci a dire bugie, conoscendo AAAAA è preoccupante.

Allora:

Il due agosto: hai bisogno che ti porti? Fammi sapere se vuoi che ti venga a prendere.

Nessuna risposta.

Il tre agosto:Buongiorno AAAAA hai bisogno che ti venga a prendere per l’esame?

Il quattro agosto: Buongiorno figlio mio, in bocca al lupo.

Non mi ha mai risposto.

M: e perché non sei andato alla motorizzazione!

P: ma se non sapevo l’orario, non mi ha mai risposto!

E poi cosa dovevo fare? Trovarmi lì con qualcuno di voi? E lui che non mi guardava come tutte le altre volte?

Ti sei dimenticata che mi hai ripreso con la telecamera quando sono venuto sotto casa che non mi rispondevano al telefono?

M: Io non ti ho ripreso, ti ho fatto solo una foto perché tu eri immobile.

P: Quindi mi hai ripreso perché ero immobile?

M: Eri immobile, eri immobile. Gli hai chiesto a tuo figlio BBBBB della tesina ?

P: BBBBB non mi risponde da quando gli hai detto che non voglio mandarlo in vacanza.

M: Ma che dici, da molto prima che non ti risponde.

P: Mi ha scritto, perché non vuoi mandarmi in vacanza? Chi glielo ha detto? L’uccellino?

M: Non lo so, io gli ho detto che saremmo andati e aspettavamo la tua autorizzazione.

Comunque è una vita nuova per loro.

P: Ma perché dire queste cose ai ragazzi?

M: Ma tu li leggi i messaggi tuoi? Io ho solo detto non so se possiamo andare….

P: Va bene ci sono stati degli errori, lasciamo perdere chi li ha commessi. Mi dici quando posso venire a prendere i ragazzi?

M: Non è che vieni e te li prendi e loro non vogliono.

P: Ho capito, il giudice ha stabilito dello cose. Mi spieghi come intendi rispettarle?

M: Ci vuole pazienza, devi lavorarci dietro.

P: Io ci lavoro da un anno, non rispondono al telefono e non è una cosa normale.

M: Devi essere più costante.

P: Ma se li cerco in continuazione!

M: Tu chiami una volta e non ti fai sentire più!

P: Ma che dici!!!!

M: Oggi hai chiamato?

P: ma che significa? Sono mesi che non mi rispondono! Oggi ho mandato due messaggi! Non mi hanno risposto!

M: E’ chiaro tu li ricatti!

P: ma non dire così, sono le parole che poi mi ripetono loro.

M: Ma che dici , non lo ho mai detto a loro.

P: me lo scrivono!

M: Guarda sono loro che lo dicono a me, non io a loro. Quando BBBBB ti ha chiesto le cartucce della stampante, perché gli hai detto che le compravi se veniva con te.

P: ma perché non lo vedevo da mesi!

M: Ci vuole amore, falle le cose senza chiedere nulla in cambio.

P: Secondo me non va così ma ognuno gestisce le cose a suo modo.

M: la moto allora. Hai fatto la moto. Perché non l’hai lasciata?

P: Primo, mio figlio deve ancora fare l’esame. Secondo, non posso lasciare la moto in mano ad un ragazzo che non risponde al telefono, non dice dove sta, non so con chi è. Ma stai scherzando? E devo avere tripla preoccupazione.

M: Tripla preoccupazione, e allora io?

P: Tu cosa? Quando risponderà al telefono, mi dirà con chi e dove sta, allora possiamo pensare di fargli guidare la moto!

M: E allora non la compravi.

P: la moto è mia infatti.

M: Si tua, gli hai fatto prendere il patentino e tutto il resto. Io ho accettato solo perché si avvicinasse. Però non voglio.

P: Non è un problema, non vedrà la moto. Avrà il patentino che potrà servirgli.Gli ho chiesto delle guide ma ancora non mi risponde.

M: Ma devi essere più umano devi dare amore.

P: Ok, devo dare amore. Io devo vedere i ragazzi. Che proposte hai?

M: Per quando vuoi figurati, che ti credi che per me è una fatica. E li ho tenuti al top come sempre, da sola.

P: Bene sei stata eccezionale.

M: Si si, me lo dicono tutti, guarda.

P: Mi fa piacere, detto questo?

M: detto questo non voglio andare al centro di mediazione.

P: Concretamente, il giorno di ferragosto che dovete fare?

M: non c’è in programma nulla

P: Posso venire a prendererli?

M: Non è che puoi venire e prenderli, mica sono un pacco.Che quando venivi a prenderli a me faceva piacere, cosa credi che a me piaccia fare avanti e dietro?

P: Vedi ci sono tanti episodi che mi hanno dato dimostrazione diversa.

M: Ma che dici.

P: Senti lasciamo perdere il passato. Guardiamo al futuro.

M: Allora non è che mo prendi dei ragazzi di quattordici anni e te li porti.

P: Non prendo niente, i ragazzi devono vedere il padre e i parenti del padre. Non lo dico solo io, lo dice anche il giudice. Partendo da questo presupposto dobbiamo trovare un accordo in tal senso.

M: Il giudice te lo ha detto tante volte, lei deve essere più presente. Sig. Paperino non è che può farsi vedere un giorno e poi sparire.

P: Guarda il giudice non sa, più costanti di me ce ne sono pochi.

M: Si e che hai fatto?

P: Sono andato a vedere gli allenamenti per mesi, senza che mi salutassero.

M: E perché te ne andavi e non ti fermavi?

P: Ma se entravo negli spogliatoi pure e non mi salutavano.

M: Tu ti devi avvicinare.

P: Senti, tu mi stai solo provocando forse.

M: Che sei venuto sotto casa quei giorni cosa hai concluso.

P: Senti lasciamo perdere il passato.

M: No cosa hai concluso.

P: Ho concluso che mi hai ripreso con la telecamera come uno stalker.

M: Non riprendevo, ti ho fatto una foto.

P: Riprendevi, ma lasciamo stare il passato, parliamo del futuro.

M: Non riprendevo, Ho fatto una foto perché volevo far vedere che tu stavi immobile.

P: Con una foto? Senti lasciamo perdere il passato.

M: Si volevo far vedere che stavi immobile.

P: Bene facevi una foto e questo è educativo? Davanti ai ragazzi mi fotografavi come dici tu, non mi riprendevi con la telecamera, per dimostrare che stessi immobile? Senti lasciamo stare, parliamo del futuro, scordiamoci il passato.

M: Bene non puoi venire e pretendere di prenderli.

P: Senti lo ha stabilito anche il giudice che devono vedere il padre. Il giudice ha stabilito il diritto di visita 3 volte a settimana e poi un weekend a testa. Se non troviamo un accordo noi dobbiamo farci aiutare da terzi.

M: I giudice non ha stabilito questo, ha detto a discrezione dei genitori.

P: bene non lo ha stabilito il giudice, è la mia richiesta, lo troviamo un accordo?

M: Non puoi pretendere, devi avere la pazienza…

P: Bene, non troviamo un accordo. Ci rivolgiamo a terzi.

M: Fai una cattiveria nei confronti dei ragazzi.

P: Non è una cattiveria, è un tentativo di aiutarli.

M: No guarda, è una cattiveria.

P: Ma se tu non riesci a metterli in queste condizioni…

M: Mica ci devo riuscire io.

P: ma sei tu che hai un rapporto con loro!

M: Guarda, se leggiamo la sentenza non parla proprio del diritto di visita.

P: Senti diciamo agli avvocati che non troviamo un accordo, è meglio.

M: no, sei tu che non hai la elasticità necessaria. Bisogna arrivarci per gradi.

P: Non c’è più nulla da graduare.

M: Parleranno col giudice e diranno loro perché non ti vogliono vedere, a quindici anni c’è il consulto.

P: Il giudice si è espresso già! Entro agosto se non troviamo un accordo interviene il centro per la famiglia.

M: E tu questo vuoi?

P: No, se possiamo evitarlo.

M: E no perché tu minacci.

P: Ma che minaccia, non lo dico io, lo ha stabilito il giudice! Leggi.

Rilegge la sentenza che si è portata dietro. Non trova il punto.

Glielo trovo io.

P: In caso di mancato accordo, i minori dovranno seguire le indicazioni del centro per la famiglia!

Dovranno…..

Quindi troviamo noi l’accordo, dico io.

M: Non dice entro agosto, tu non hai l’elasticità e la pazienza di aspettare.

Ci sono casi in cui passano anni.

P: non devono passare!

M: Devi avere pazienza, hai sbagliato tu.

P: va bene ho sbagliato io, pazienza.

M: Sei hai aspettato un anno, puoi aspettare anche altri due o tre mesi.

P: Non c’è da aspettare più, basta. Oggi hanno bisogno del padre, non domani né dopodomani. Oggi.

M: A me lo stai dicendo?

P: Bene. E perché vuoi rimandare di due o tre mesi.

M: Io non voglio rimandare, bisogna avere pazienza, può essere una settimana, può essere un mese. Si può anche parlare in quattro. Cosa che era stata detta, anche per far vedere che i rapporti sono distesi.

P: Perfetto, io sono aperto a tutto. Ho una sola perplessità. Non riusciamo ad avere un dialogo a due e ci riusciamo in quattro? Ma comunque proviamo, perché no.

M: Ci vuole tempo, loro hanno subito tanta pressione. Dovevamo parlare in quattro e non lo abbiamo mai fatto.

P: Bene, facciamolo.

M: Ma devi aspettare.

P: Senti aspetto da troppo. Se non ce la facciamo noi, andiamo da chi ci aiuta.

M: Non al centro della famiglia, là li rovinano i ragazzi.

P: Non lo ho stabilito io!

M: Tu sbagli l’approccio.

P: Sei tu che devi essere più incisiva, quando vuoi gli fai fare le cose. Tu puoi. Se tu vuoi, loro lo fanno.

M: Io glielo dico ogni giorno.

P: No, non è questione di dirglielo, è questione di farglielo fare. Tu puoi. Ripetere una cosa solo per sciacquarsi la bocca non va bene. A quattordici anni i ragazzi devono fare quello che dicono i genitori. Devono….

M: In una condizione normale, non in questa.

P: Ancor di più in questa. Anzi, ancor di più.

M: Secondo me bisogna arrivare con la gradualità

P: Con la gradualità stiamo andando sempre peggio.

M: Ma che dici peggio.

P: Ma ti rendi conto che non mi rispondono da mesi o no? Io non so che fanno. Dove sono, non so nulla.

M: Quante volte hai chiamato?

P: Vuoi un couter delle telefonate? Non lo so…. E’ inutile che ci pigliamo in giro.

M: Tu pensi che a me rispondono facilmente? Ci ho messo un bel po’ per farmi rispondere.

P: Allora se ci sei riuscita per te, puoi riuscirci per me.

M: Io lo faccio.

P: Non lo fai.

M: Lo faccio ma non mi ascoltano.

P: I ragazzi devono fare quello che dice il genitore. Ma lasciamo perdere il passato, pensiamo a cosa fare nel futuro.

M: Perché in questi mesi non mi hai chiesto mai come stanno i ragazzi?

P: Senti, lasciamo stare il passato, pensiamo al futuro, abbiamo ricordi differenti. Allora per ferragosto?

M: Io rimango qui non mi posso permettere nulla.

P: Certo, tuo fratello a Porto Cervo e tu non ti puoi permettere, ma lasciamo stare anche questo.

M: Tu ti sei portato via tutti i risparmi.

P: Ahahahaha…. Va bene….Lasciamo stare questo argomento dai…

M: Si lasciamo perdere. Caso strano il 19 hai preso tre stipendi.

P: Tre stipendi? Ma che dici. Guarda, lasciamo stare.

Detto questo? Che intenzioni hai?

M: Io sono venuta qua per darti dei consigli.

P: bene dobbiamo parlare di come fare per farmi riavere un rapporto coi ragazzi.

M: Il giudice ha stabilito che i ragazzi devono fare quello che concordano i genitori. Da niente a stare con te, non è possibile. Quindi se vuoi arrivare alla rottura è bene che lo dici subito.

P: Io non voglio la rottura, io voglio vedere i miei figli.

M: Tu vuoi arrivare a distruggere i tuoi figli, mandarli dagli assistenti sociali. A quel punto preferisco che li senta il giudice. Hanno l’età per farlo. I ragazzi devono essere liberi di non andare da nessuna parte.

P: Ma non è così, i ragazzi devono vedere il padre. Se non riusciamo noi, ci vuole un aiuto esterno.

M: Allora il giudice, o un privato, un consulente esterno, ai servizi sociali non li mando.

P: Bene, un aiuto, il giudice, zio Pietro, zio Filippo, zio Giovanni….non so chi sarà.

M: Contattiamo una persona privata esterna.

P: E dobbiamo pagare un esterno. Ma cosa cambia?

M: Tu sei già andato, dovresti sapere com’è.

P: Senti, detto questo, praticamente come intendi procedere? Come intendi collaborare? Io vengo a prenderli, poi?

M: Bisogna fare le cose con calma.

P: Bene, cosa intendi per fare le cose con calma?

M: Io glielo dico ogni giorno, ma non vi manca vostro padre? Da quando te ne sei andato fino a mo. E BBBBB sai che dice? Che non gli manchi proprio.

P: Bene e sei contenta.

M: non sono contenta.

P: Lo dici con contentezza.

M: Contentezza? Te lo sto dicendo con tranquillità. Con serenità.

P: Questa non è una cosa che desta preoccupazione?

M: Certo che desta preoccupazione.

P: E non ci vuole un aiuto per andare a fondo su questa cosa? Ti sembra una cosa normale?
M: Tu sei andato da specialisti?

P: Si.

M: Che ti hanno consigliato?

P: Mi hanno consigliato di far sentire in ogni modo la mia presenza.

M: Si come?

P: Mandando messaggi, telefonando, andando al campo, provare con ogni modo a contattarli.

M: Si ? e poi?

P: Ho evitato di andare a scuola, una volta che ci sono andato, tu hai avvisato AAAAA .

M: ma che dici.

P: Ah no? Dopo che mi hai visto mi è arrivato il suo messaggio di insulti, un caso? Un caso anche che mi hai aspettato fuori dal colloquio di matematica per dirmi faccia di merda?

M: ma che dici?

P: ahahahaha…. Bugia vero? Certo…

M: Non ti ho neanche guardato.

P: sei un’attrice… va bene…Lasciamo stare dai, pensiamo al futuro.

M: Si non parliamo di me e di te… lì usciranno le cose al momento opportuno.

P: va bene, usciranno.Pensiamo ai ragazzi. Non ho capito cosa proponi.

M: Non avendo tu mai avuto il ruolo di padre, rientrando alle sette alla sera, non sai che non è che stanno con me i ragazzi a quattordici anni.

P: male, è una età delicata invece, dovresti vigilare.

M: Li offendi se dici così, sono ragazzi eccezionali.

P: Non li offendo, sono ragazzi eccezionali ma l’età è delicata, bisogna sapere che fanno e con chi stanno.

M: Ah si? E perché non mi hai chiesto mai dove stanno di sabato?

P: L’ho fatto. Abbiamo ricordi diversi ti dico.

M: io lascio tutto, li seguo. Qualsiasi cosa sto facendo lascio e li seguo. Tu che hai fatto?

P: io l’ho fatto…Tutte le volte che sono venuto a casa e sei uscita con lui facendomelo sfilare davanti,Tutte le volte che al campo di calcio è sfilato davanti a me e lo ha portato via tuo fratello,Tutte le volte che al campo di calcio è sfilato davanti a me e lo ha portato via tuo padre e tua madre senza salutarmi.

M: E’ logico, se non voglio stare con te con qualcuno devono stare.

P: Devono stare col padre.

M: Se vogliono, se non vogliono?

P: Devono stare col padre.

M: Se non vogliono io devo trovare una soluzione

P: Devono stare col padre.

M: Certo, quando vogliono.

P: Non quando vogliono, devono stare col padre.

M: Ma se non vogliono? Che fai li prendi e li violenti?

P:No, gli adulti devono fare in modo che stiano col padre. Senti, se mi fai delle proposte concrete, altrimenti diciamo agli avvocati che non troviamo un accordo. Io sto per esaurire la pazienza. Io la settimana prossima li vengo a prendere.

M: e fino alla settimana prossima?

P: Oggi siamo a mercoledì, hai detto che a ferragosto vogliono stare con gli amici. Con me non vorranno stare certamente. Vorranno stare con gli amici.

M: Non so , chiediglielo.

P: Ma come chiediglielo, non mi rispondono!

M: Secondo me sarebbe il caso di incontrarsi, perché una volta che vieni a prenderli che fanno ?vengono?

P: Va bene, incontriamoci.

M: Perché voglio fare una domanda, tu vieni a prenderli, loro vengono?
P: Dovrebbero venire, sono loro padre. Se tu insisti, loro vengono.

M:Io insisto, perché non vi fate una vacanza con papi? Gli ho detto?
P: No… si dice… dovete fare una vacanza con papà, punto.

M: Gliel’ho detto.

P: Quando vuoi fanno le cose che dici. Significa che su certe cose insisti su altre meno.

M: No, le cose con te non le vogliono fare.

P: va bene, allora bisogna trovare il modo …

M: Non ti vogliono neanche vedere!

P: Bisogna trovare il modo allora….

M: Sai che mi ha detto BBBBB?

P: Che ti ha detto?

M : io ogni giorno gli dicevo, ma papi non vi manca… mi hanno detto che li angosciavo per quanto ho insistito, tanto che ho dovuto smettere. Sai che mi ha detto BBBBB?
P: Che ti ha detto?
M: Che non è cambiato nulla per lui, tanto con te non aveva un rapporto. Per me non è cambiato nulla, con papi non avevo un rapporto.

P: Ottimo, e ti sembra una cosa normale?

M: A te sembra bello?

P: No, bisogna trovare il modo per cambiare tuto ciò. Non è una cosa normale.

M:Sai AAAAA che mi ha detto?

P: Che ti ha detto?

M: Che sta meglio.

P: benissimo. Ci siamo separati, è giusto che stia meglio. Era un inferno.

M: Ma che inferno, mi ha detto io sto meglio così, senza papi.

P: bene, concretamente che vuoi fare, incontrarsi?
M: Non è che vieni a casa e li obblighi, anche perché ho parlato con tanti specialisti nessuno vede le cose come dici tu.

P: Benissimo, ascolto tutti io.

M: Certo quando mi dicevi, informati. Mi sono informata.

P: Concretamente cosa vuoi fare non ho capito. Laciamo stare il passato, concretamente cosa vuoi fare?

M:Parliamo con loro in quanto almeno dimostri un minimo di rispetto nei miei confronti che non hai avuto.

P: questa è una tua opinione.

M: Perché non è vero? La gettata di merda che mi hai fatto addosso? Gettare merda sulla madre dei tuoi figli.

P: Bene qualcuno deve aver riferito ai ragazzi queste cose, o sempre l’uccellino? Ma lasciamolo perdere il passato.

M:No no.

P : Lasciamolo perdere il passato, pensiamo al futuro

M: Dobbiamo parlare, invece di dare schiaffi a tuo figlio chiama me e chiedi a me dove stanno i ragazzi.

P: Ma che schiaffo…. Ma lascia stare…

M: Tu gli hai tirato uno schiaffo.

P: ma lascia stare… pensiamo al futuro… cosa vuoi fare.

M: Gli hai tirato uno schiaffo e mi ha chiamato, mi sono pure spaventata.

P: ma lascia stare, pensiamo al futuro. Poi dici che non ho pazienza. Ti sto dicendo, cosa vuoi fare per il futuro?

M: Intanto devi essere più costante.

P: Cosa intendi per più costante?

M: Costante.

P: Costante cosa vuol dire? è una parola vuota se non la riempi di contenuti.

M: non stare a fare il filosofo. Te lo dico in dialetto se vuoi. Hai sentito degli specialisti, che ti hanno detto?

P: Devo cercare di mantenere viva la mia presenza per quello che posso. Questo mi hanno detto. E questo cerco di fare.

M: Voglio sapere in questi mesi come hai fatto a tenere viva la tua presenza.

P: Lascia perdere il passato, ho fatto. Tu ritieni di no, io di si.

M: No, voglio sapere come.

P: Lascia perdere il passato, guardiamo avanti.

M: Tu cosa ritienti?

P: Io devo vederli, sentirli e stare con loro. Ma a telefono non mi rispondono, se mi avvicino mi evitano, sms nulla. Li devo vedere. Come posso fare a vedere i miei figli? Questa è la domanda.

M: Vai al campo di calcio e aspetti.

P: l’ho fatto per mesi.

M: Ti avvicini.

P: L’ho fatto per mesi, sono entrato negli spogliatoi e facevano finta di non vedermi.

M: Davanti agli altri non lo farebbero.

P: AAAAA lo ha fatto, come no, per mesi ti dico. Mi sono avvicinato per abbracciarlo, si è divincolato e se ne è andato, davanti ai suoi amici.

M: Non lo hai fatto.

P : Ti prego, lascia stare il passato, parliamo del futuro. Io ho tanta pazienza, ma si sta esaurendo. Allora, cosa vuoi fare? Io devo poter vedere i miei ragazzi. Come intendi intervenire?

M: io non so.

P: Allora io ci provo, se poi non ci riesco ci facciamo aiutare.

M: devi avere pazienza.

P: io ci provo da un anno.

M: In maniera sbagliata secondo me. Se ti avvicini e stai immobile non otterrai nulla.

P: Ma che immobile, sono entrato pure negli spogliatoi da AAAAA, non mi salutava più.

M: Dovevi insistere.

P: ma come? Ho insistito fino alla fine, ogni santa volta.

E’ continuata per altri 10 minuti circa….

 

Ho mandato un messaggio ai ragazzi per chiedere di passare il ferragosto con me.

Lei si è impegnata a darmi una risposta, se loro non replicano.

Le ho detto che tutta la settimana successiva avrei provato ogni giorno.

Poi avrei chiesto aiuto a terzi, dopo averle ribadito:

Se vuoi, puoi.

 

 

 

 

Inizia la partita

Ho chiesto a Mario, il mio avvocato, alla luce del dispositivo del Giudice, di partire all’attacco senza indugio. Ha scritto all’avvocato di mia moglie.

Caro Silvio,

            nel prendere buona nota, allo stato, dell’ordinanza presidenziale dello scorso 19 luglio e sollecitato dal mio assistito, ferme restando le richieste formulate nelle difese, in particolare quelle riguardanti le modalità dell’affido condiviso (collocazione settimanale anche presso il padre) e diritto di visita, comunico che l’ing. Paperino ribadisce la sua determinazione a ricostituire il rapporto che ha sempre avuto con i figli nel corso di tutti questi anni e chiede di conoscere se la Tua assistita intenda collaborare fattivamente in tal senso o se, invece, la situazione rimane quella dichiarata dopo l’incontro delle parti avvenuto presso i locali del nostro Ordine.

Il mio assistito è dell’avviso di esercitare il diritto di visita per tre volte alla settimana con una permanenza dei figli con lui per almeno quattro ore e, a settimane alterne, la loro permanenza nel fine settimana (sabato e domenica dalle ore 15.30 del primo giorno alle ore 19.30 del secondo).

Attendo una risposta sul punto, segnalando l’urgenza per non far trascorrere invano questo mese estivo e anticipando che, nell’eventualità la sig.ra Moglie fosse di avviso contrario ovvero dichiari l’indisponibilità dei figli in tal senso (ad oggi il padre non è messo nelle condizioni di poterne parlare direttamente con loro), si darà corso alla prescrizione presidenziale di interessare il Centro per la famiglia di Paperopoli, il quale fornirà le indicazioni da seguire per le modalità del rapporto padre-figli.

L’ing. Paperino chiede anche che per il mese di agosto i figli possano stare con lui per almeno una settimana consecutiva.

La Tua assistita ha fornito l’iban di un conto corrente aperto presso il Banco di Topolinia, su cui effettuare il versamento dell’assegno disposto dal giudice; l’ing. Paperino ha già provveduto per il corrente mese di agosto. Ti chiedo di farmi avere conferma di tale modalità anche per il futuro.

E’ necessario, poi, procedere entro questo mese alla chiusura del conto corrente bancario intestato ai due coniugi. Attendo di avere conferma della disponibilità della sig.ra Moglie.

Segnalo, inoltre, che entro queste mese il mio assistito dovrà disdire tutte le utenze a lui intestate; qualora vi fosse interesse a subentrare nei contratti in essere, per evitare i costi per i nuovi, Ti chiedo di avvertirmi subito in modo da organizzare il cambio di intestazione.

            Ad oggi l’ing. Paperino deve riavere i seguenti beni personali: tutti gli orologi, bracciali e anelli; l’abbigliamento sportivo. A ciò va aggiunto un trapano Hilti, di valore e proprietà della società, come ben noto alla sig.ra Moglie.

Poiché sinora la Tua assistita è rimasta sorda ad ogni sollecitazione, più volte effettuata, attendo di avere una risposta ultimativa; in difetto, dovrò tutelare la legittima richiesta del cliente.

            Con i migliori saluti.

Sono rientrato proprio oggi da un viaggio di lavoro. Ed un periodo in cui litigo con tutti. Mi infastidisco per stronzate. Mi devo dare una calmata.

E’ il primo mese in cui mi devo attenere a delle regole ben precise in fatto di mantenimento.

Alle regole dovrebbe attenersi anche la controparte, teoricamente.

Il giudice ha sentenziato che entro il quindici di ogni mese devo versare l’assegno a mia moglie.

Lei già a fine mese si era preoccupata di mandarmi un whatsapp con le coodinate bancarie del conto nuovo che ha aperto allo scopo.

Se fosse così premurosa per favorire il mio rapporto coi ragazzi non avrei gli stessi problemi.

L’1 agosto mi arriva un altro Whatsapp.

‘Siamo senza soldi, non so come fare’.

E’ in vacanza con i ragazzi, al mare. Ci sono i miei suoceri con lei. Abitualmente spendono e spandono, non hanno problemi. Ha più entrate di me in questo periodo, forse. E’ senza soldi. Ma va bene.

Pazienza ci vuole Paperino. Pazienza.

Sto studiando come sedare la rabbia. Devo praticare.

Sono indeciso se aspettare il 15 agosto per fare il bonifico o farlo subito.

E’ un peccato che non sappia fare lo stronzo. Forse ci si nasce.

Dopo aver finito il libro di Lorenza sulla rabbia dovrei chiederle un qualcosa su come diventare un vero stronzo. Giusto per bilanciare.

Stamattina faccio il bonifico. Le mando anche foto della contabile e mi risponde con un grazie.

15 minuti dopo, mio figlio più grande, dopo una settimana di silenzio risponde ad un mio sms.

Aveva gli esami teorici per la patente da quattordicenne oggi. Mi scrive che ha passato gli esami. Non so essere stronzo e tantomeno freddo. Ogni volta che ho un minimo contatto, mi viene un tuffo al cuore. Poi devo far finta di nulla.

Non penso immediatamente alla strana coincidenza. Bonifico a mia moglie con invio della contabile. 15 minuti dopo, messaggio di mio figlio.

Ci penso dopo alla cosa, ma scaccio via il pensiero. Mi sembra di scartare i canditi da un pezzo di dolce buonissimo.

Tich, il vietnamita autore del libro sulla rabbia, mi avrebbe dato la cintura arancione forse.

Ho una grande fortuna. Mi faccio ridere.

Tra me e me penso:

– le ho fatto una cortesia, magari si distende un po’. Mi darà le mie cose rimaste in casa senza che faccia intervenire il giudice.

Quindi:

‘’ Saresti così gentile da darmi le mie cose rimaste in casa senza che faccia intervenire il giudice?’’

Nessuna risposta.

Lo diceva mia nonna prima di Tich. Fai bene e scordati.

Non le ho mandato il bonifico in anticipo per avere le mie cose, ma dopo, ho pensato che la mia cortesia potesse essere ricambiata.

Lorenza del centro di mediazione mi ha prestato il libro sulla rabbia, come sempre è stata gentilissima. Ne ho letto un bel po’ ed oggi, che sono stato da lei, ne abbiamo parlato. ‘Spegni il fuoco della rabbia’ scritto da un Monaco Vietnamita candidato al Nobel per la pace.

Insegna la consapevolezza. Ha dato vita proprio ad una Comunità/Scuola in Francia per insegnare la consapevolezza. I buddhisti insegnano a farsi saltare in aria dalla felicità. Una jihad di panna e fragole. Altra pasta.

Ho spiluccato sempre poco del buddhismo. E’ la prima volta che leggo un vero e proprio libro sull’argomento.

I monaci buddhisti mi hanno sempre destato grande simpatia. Ogni volta che ne vedo uno, vorrei tirargli un pizzicotto sulle guance e abbracciarmelo. Mi danno l’idea che siano di famiglia. Non li vedi da molto tempo, sono come parenti lontani a cui sei affezionato. Hanno sempre quell’aria serafica e sorridente. E’ una meraviglia.

Ero stato sempre piuttosto scettico sulla possibilità che il modo di ragionare orientale in generale e dei buddhisti in particolare potesse sovrapporsi al nostro stile di vita.

Il mio amico Thic (l’autore del libro) , di fronte ad una situazione che fa incazzare mi dice di fare una passeggiata e di respirare. La rabbia bisogna sbollirla e non c’è nulla di meglio che fare una bella passeggiata e dei bei respiri profondi. Al momento ‘fare altro’ è la parola d’ordine.

Un po’ come quando cali la pasta. Se stai sempre lì a controllarne la cottura non sarà mai pronta. Se ti distrai e fai altro, il tempo passa tanto in fretta che rischi anche di scuocerla.

Non va mai gestita a caldo la rabbia.

Strano modo di affrontare la vita quello degli orientali. Ammirevole per certi versi, ma tanto distante dai nostri modi.

E’ affascinante il loro approccio ai problemi della vita. La rabbia per esempio è considerato un problema che è solo dentro di noi. Non c’è altro modo di risolverlo, se non concentrandosi su se stessi. Se cerchiamo il litigio, scateniamo un escalation di incazzatura che difficilmente porterà pace. Produrrà rabbia su rabbia e sofferenza diffusa.

Ho riflettuto molto su questa cosa. Anche nella nostra cultura c’è la spinta alla introspezione, alla conoscenza del proprio io per arrivare alla consapevolezza di sé. Da noi l’introspezione costituisce un punto di partenza. E’ come prepararsi la valigia ed essere attenti a tutto ciò che c’è dentro. Ogni cosa ci può servire per il viaggio che ci attende.

Loro invece si allenano a partire senza nulla, un viaggio senza valigia. Non avranno bisogno di nulla se non di se stessi. La differenza non è da poco. A me piace avere le mie cose però. Poche, ma utili al momento giusto. Da solo non mi basto.

Un po’ onanistica come filosofia per il mio modo di essere. Le volte che provo a comportarmi seguendo qualche loro pratica, ne ottengo un po’ di frustrazione.

Con le dovute proporzioni e senza voler offendere nessuno mi pare una masturbazione invece di una sana scopata. Il piacere lo raggiungi, ma non ne sei mai appagato.

Mi piace strafogare, e loro consumano con sobrietà.

Di contro, ne apprezzo molte sfumature, assaggio qua e là con piacere ma non riesco proprio a riempirmi.

Ci sono degli aspetti molto pratici che aiutano in certe situazioni.

Camminare e respirare per esempio, è proprio un bel modo per sbollire, ci ho provato e funziona. Così come è un bel modo per concentrarsi sul presente.

I problemi, le ansie, le arrabbiature sono del passato e del futuro. Se riusciamo a vivere il presente ce ne affranchiamo, almeno nel momento.

Una cosa che mi ha sorpreso molto e che mi ha trovato perfettamente allineato è la convinzione che non esistano il bene ed il male. Ci sono delle negatività nella vita come l’odio, la disperazione, la rabbia. Non bisogna scoraggiarsi. Vanno riconosciute e trasformate in positivo, con pazienza. Dai rifiuti si fa il compost e con il compost si genera la vita.

Dobbiamo essere capaci di sfruttare anche le cose cattive, che non ci piacciono. Ci nutriranno invece che danneggiarci, se trasformate.

Lorenza mi abbandona.

Me lo ha comunicato oggi, presentandomi la collega che seguirà me e mia moglie. Lo avevo immaginato che avrebbe fatto un passo indietro. Avendo visto molto più me che mia moglie, la sua neutralità sarebbe stata in difficoltà forse.

Ho finto di accettare la cosa con fair play.

Mi è dispiaciuto molto. Lorenza mi ha aiutato tanto in questo periodo. Le ho detto che mi è servito molto il percorso che abbiamo fatto.

La partita non era ancora iniziata ma andare lì al centro, mi sembrava come entrare nello stadio e calpestare l’erba almeno. Sentivo i cori e respiravo il clima dello partita.

Lorenza mi ha fatto sentire in partita anche se la partita non c’era per nulla.

Mi ha tenuto su di giri e caldo in tutto questo periodo. Una grande allenatrice. Ha saputo ascoltare e motivare. Adesso tocca a me.

L’arbritro ha fischiato. Mario, il mio avvocato ha dato il segnale. Si attacca.

… sed lex

 

Il giudice si è pronunciato .


Per il mio avvocato è andata bene, per gli avvocati è sempre bene. Per qualche amico una schifezza, per altri così e così. Molti sono rimasti delusi.

Il giudice si è persino persuaso che possiamo tornare insieme io e mia moglie. A domanda specifica, nessuno dei due rispondeva.

  • Pensate di poter tornare insieme?

Silenzio.

Nessuno dei due in realtà voleva far vedere di essere la causa della separazione. Non rispondevamo entrambe ed ha pensato che il silenzio fosse assenso. Sarà deformazione professionale da pubblica amministrazione ritenere il silenzio un assenso. In realtà, nella vita dei non burosauri, il silenzio …sono cazzi.

Per i ragazzi dovremo trovare un accordo, altrimenti si andrà al centro di mediazione.

Sono felice, conosco la struttura e mi piace. Lo frequento già il centro e se non c’è altra strada, mi daranno una mano loro. C’è Lorenza e ci sono i suoi colleghi. Ci è andata anche mia moglie su mio invito, poi non ha ritenuto continuare. Adesso lo ordina il giudice. Qualcosa cambia.

Sono curioso di vedere che succede. Il mio avvocato sta scrivendo al suo chiedendo giorni ed orari in cui potrò godere del diritto di visita.

Se i ragazzi non vengono con me, come presumibile, andremo al Centro di Mediazione.

Il giudice ha specificato che io e mia moglie dobbiamo profondere impegno ‘’leale’’. L’aggettivo utilizzato mi ha fatto pensare che abbia intuito la situazione.

Economicamente non cambia molto. Faticherò a riconoscere a mia moglie quanto dovuto, come fatico già ora. Considerando che le utenze di casa debba pagarle lei e le spese dei ragazzi vanno divise, la cifra rispetto a prima non cambia. In altri tempi non sarebbe stato un problema, adesso i soldi scarseggiano e sarà complicato. Ma vedrò.

Vivo di ciò che faccio, non di ciò che ho. Farò.

I soldi non li fabbrico né li rubo. Se ci sono li do, se non ci sono li darò.

Mi ha penalizzato avere quote di alcune società. Purtroppo tutte in forte crisi, non producono nulla. Se non falliscono prima, regalerò le quote. Averle in carico pare costituisca reddito presunto, mi conviene regalarle.

Mia moglie ha un appartamento di proprietà in affitto. Le è stato sufficiente dichiarare che l’affitto non lo percepisca lei. Questa proprio non l’ho capita. Potrei dichiarare che il mio stipendio non lo percepisca io a questo punto!

Anche dei miei effetti personali, orologi etc…. nessuna traccia nel dispositivo.

Anche per questo il mio avvocato scriverà.

Ad ogni buon conto, brutte o belle ci sono delle regole ora. Le regole non accontentano mai, meglio pensare che siano buone. E’ un mal costume tutto italiano quello di contestare le regole. E’ solo un modo per giustificare una sconfitta.

Se le regole non piacciono meglio non giocare. Per giocarsela sarà necessario rispettarle ed a questo gioco, gioco solo per vincere.

Eccole di seguito:

Tribunale di Paperopoli

Sezione Civile

Provvedimenti Presidenziali nel procedimento per separazione personale fra

Moglie – ricorrente

e Paperino – resistente.

IL PRESIDENTE DELEGATO

Letto il verbale dell’udienza del 18-07-2016, sentite le parti e i rispettivi difensori, esaminati il ricorso introduttivo e la comparsa di costituzione;

rilevato che l’esperimento di conciliazione non ha dato esito positivo;

dispone procedersi all’istruzione della lite.

Nomina se medesimo Giudice Istruttore e fissa per la prima comparizione e la trattazione innanzi a sé l’udienza del 05-12-16, ore 9,30.

Assegna alla parte ricorrente termine di giorni trenta dalla comunicazione della presente ordinanza per il deposito in Cancelleria di memoria integrativa che contenga gli elementi di cui all’art. 163, 3 comma, nn. 2,3,4,5,e 6 cpc.

Assegna alla parte resistente, termine fino a 10 giorni prima della predetta udienza per il deposito di memoria integrativa e per la proposizione delle eccezioni processuali e di merito che non siano rilevabili d’ufficio. Sui provvedimenti temporanei e urgenti nell’interesse della prole e dei coniugi;

considerato, quanto ai figli minori AAAAAA e BBBBBB (di 14 e 13 anni), che entrambi i genitori hanno chiesto l’affidamento condiviso e con la collocazione presso la madre, con la quale sono rimasti dall’insorgere della crisi coniugale: sono emerse tuttavia notevoli difficoltà nei rapporti con il padre che non riesce a incontrare continuativamente né a parlare con i ragazzi (soltanto da qualche settimana è stato possibile ripristinare incontri con il primogenito, in occasione delle lezioni di scuola guida, sembra con cadenza settimanale); anche la ricorrente è apparsa consapevole del pregiudizio che potrà derivare ai ragazzi (nel pieno della fase adolescenziale) della esclusione della presenza paterna;

ritenuti pertanto indispensabili, innanzitutto, un impegno concreto e leale di ciascuno dei genitori nel favorire in ogni modo i rapporti padre figli e in secondo luogo, un intervento di sostegno da parte professionisti specializzati che si ritiene di individuare nel Centro per la Famiglia di Paperopoli, diretto sia a ripristinare una normale e serena frequentazione tra il Paperino e i figli e sia a tentare una mediazione tra i coniugi, che non sembra abbiano escluso l’ipotesi di una ricomposizione dell’unità familiare (da quanto emerso in questa fase, le cause della crisi coniugale, anche alla luce dell’attuale situazione personale dei coniugi , non sembrano tanto gravi da risultare insuperabili)

ritenuto che, stante la normale collocazione dei figli presso la madre a questa vada assegnata la casa coniugale , costituita da un immobile appartenente ad una società (facente capo alla famiglia del resistente), messo a disposizione del nucleo familiare attraverso un contratto di locazione: Il Paperino continuerà a pagare il canone pari a d euro xxxx al mese e le spese condominiali, mentre la Moglie dovrà farsi carico delle utenze domestiche divisibili , con decorrenza dal settembre /ottobre 2016 in avanti;

ritenuto che, allo stato, ricorrano i presupposti per imporre al Paperino un assegno di mantenimento di euro xxxx euro al mese di cui xxx per il mantenimento dei figli ed euro xxxx per il mantenimento della moglie, in quanto:

  • nell’ultimo triennio il Paperino ha dichiarato un reddito medio mensile di circa xxxx euro al mese ed è socio di società commerciali (dato questo certamente rilevante, quanto meno sul piano patrimoniale, nonostante la particolare congiuntura di crisi economica in cui versano alcune aziende);
  • La Moglie è proprietaria di un immobile locato (ma non è chiara la destinazione dei proventi), possiede una specifica capacità professionale e lavorativa, collabora nell’esercizio commerciale del fratello (con intuibili risvolti economici), e rimane nell’esclusiva proprietà della casa coniugale;

così provvede in via temporanea e urgente:

  • autorizza i coniugi a vivere separati, ciascuno nel domicilio di propria libera scelta;
  • affida i figli minori AAAAA e BBBB ad entrambi i genitori con ordinaria collocazione presso la madre e rimette all’accordo tra le parti le modalità di rapporto tra Paperino e i figli; in caso di mancato accordo, i genitori e gli stessi minori dovranno seguire le indicazioni del Centro per la Famiglia di Paperopoli, al quale si richiede un intervento di sostegno e mediazione per i fini indicati in premessa;
  • pone a carico di Paperino l’obbligo di versare entro il 15 di ogni mese, l’assegno mensile di euro xxxxxx di cui euro xxxxx quale contributo per il mantenimento dei figli ed euro xxxxx per il mantenimento della moglie, con decorrenza dal mese di agosto 2016, con adeguamento istat su base annuale, oltre il 50% delle spese straordinarie necessarie per i figli, le quali, dovranno essere concordate preventivamente tra i genitori;
  • assegna a Moglie la casa coniugale con tutti i beni mobili che l’arredano, con le precisazioni di cui in premessa in ordine al canone, alle spese condominiali ed alle utenze.

Manda alla Cancelleria per la comunicazione all’ufficiale dello Stato Civile del Comune dove è stato celebrato il matrimonio, ai sensi dell’art. 191 c.c. (come modificato dalla L.55/2015) ai fini dell’annotazione dello scioglimento della comunione.

Si comunichi alle parti, al centro per la Famiglia di Paperopoli ed al P.M.

Paperopoli 19/07/2016

 

La cella

I ragazzi sono partiti in vacanza con i nonni e mia moglie. Vanno in un villaggio dove mio suocero ha una multiproprietà. Si divertono molto lì. Sono liberi, in bici dalla mattina alla sera ed in compagnia di tanti coetanei.

Forse il più grande non lo vedrò più, almeno per ora. Ha finito con la scuola guida. Non lo accompagnerò più al mattino. I primi di agosto farà l’esame di teoria. Farà su e giù dal luogo di villeggiatura in giornata. Proverò ad incontrarlo.

Ho ripreso a mandare sms al mattino. Mando un buongiorno senza risposta a entrambe.

L’sms unidirezionale senza risposta è ritornato ad essere l’unica freccia al mio arco.

Mia moglie mi scrive solo per soldi. Tra poco il giudice definirà quanto le devo dare e ci toglieremo anche questo pensiero.

Forse un giorno finirà tutto questo. Non so se riuscirò a perdonare. Sono capace di essere indifferente, l’indifferenza è il mio surrogato di perdono.

Il vero perdono mi pare impossibile. Forse è per spiriti nobili, diversi da me. Per me è come una torta vecchia di  due giorni,  quando decidi di mangiarla per non buttarla.

Mandi giù solo perché è meglio così. Ti ricordi quando era appena sfornata.

È passata una settimana ed ancora nulla, nessuna pronuncia dal giudice. Francesco mi aveva avvisato che sarebbero passati una decina di giorni. Questa settimana si dovrebbe sapere qualcosa. Sarò fuori per lavoro da mercoledì. Se riuscissi a sapere qualcosa prima, sarebbe meglio.

Vivo una specie di modalità ‘eco’ in questi giorni. Anche questo è un modo per gestire il distacco.

Sabato c’è stato un raduno dei genitori e dei ragazzi della squadra di calcio del più grande. Ci siamo visti alla casa al mare di Leo e Pina.

Fanno il tifo per me tutti, senza interesse alcuno e non so come ringraziarli. Mi sto riempiendo di debiti di riconoscenza, mutui su mutui di affetto che non so nemmeno se riuscirò a risarcire in qualche modo.

Pina ha organizzato questo incontro sia per il piacere di rivedere tutti, sia nella speranza che mio figlio potesse accettare l’invito e passare una giornata con me.

L’ho invitato e anche suo figlio lo ha invitato, ma proprio sabato partiva con i nonni in vacanza. Magari se non ci fosse stata la coincidenza di date mi avrebbe detto si. O magari mi avrebbe detto di no ugualmente. Non ho la prova contraria.

All’incontro ci sono andato da solo. Abbiamo passato una bella giornata al mare.

Abbiamo festeggiato. Uno dei ragazzi è stato preso dalle giovanili di una squadra di calcio importante. Sono davvero felice per Patrizio e Ivana, i suoi genitori. ll periodo è difficile, sono senza lavoro. Si barcamenano con lavoretti arrangiati. Accompagnare il figlio in treno a fare i provini per questa squadra è stato un sacrificio immane, hanno venduto delle cose per poterlo fare.

Lui raccontava, lei rideva ed erano veramente belli. L’eleganza, quando è povera, è tra le cose che prediligo nella vita.

Il ragazzo studierà e avrà una possibilità. Loro non avrebbero potuto offrirgliela e sono contentissimi di questo.

Ho ridimensionato di colpo i miei problemi.

Sono abbastanza sereno in questi giorni. Sento come rumore di fondo il dispiacere per il fatto che il piccolo non mi parli da mesi. Chissà a cosa sta pensando. Non è uno drastico lui, di carattere. Deve aver sentito qualcosa che gli ha dato proprio fastidio. Ho smesso di arrovellarmi sul perché delle cose. Non mi chiedo la causa ma l’effetto ancora persiste. A volte l’effetto ha una sua vita indipendente.

Gli anni scorsi, al sabato e alla domenica li raggiungevo anche io al villaggio. Era l’unico posto dove stessi bene nonostante la presenza di mia moglie e dei miei suoceri. C’è il villaggio molto ben curato, con un bel prato e molto verde. All’interno si circola solo a piedi o in bicicletta. I ragazzi così sono tranquilli. C’è una pineta enorme che divide il villaggio dal mare, dopo la pineta le dune di sabbia e al di là delle dune una spiaggia bellissima.

La natura, quando è uno spettacolo così potente, ricuce anche le crepe tra gli uomini.

Passavo un paio di giorni a gironzolare tra pineta e mare. Facevo una corsa, dormivo, leggevo e seguivo i ragazzi da lontano tra una partita di calcio, una partita al ping pong e una di bocce al mare.

Essendo un posto contenuto, riuscivo a spiarli da lontano per vedere come si relazionassero ai compagni. Capivo molte sfumature del loro carattere così. Alla loro età cominciano a costruirsi i primi filtri. Si comportano in maniera un po’ diversa con i coetanei rispetto a quanto facciano in famiglia. Da lontano quelle sfumature le coglievo bene, mi bastava un riflesso.

Oggi vederli da lontano mi sembra un supplizio. Devo cambiare registro.

Non posso continuare a fare le stesse cose. L’unico su cui posso agire è me stesso.

Essere se stessi a volte può diventare una prigione. Ci ritroviamo a fare le stesse cose senza possibilità di evadere. È una prigione strana dove la buona condotta ti allunga la pena, non te la sottrae. Sei da solo giudice, carceriere e compagno di cella di te stesso. Ti fai da avvocato anche. A difenderti riesci come un principe del foro. I piani di evasione sono come lo yogurt nel frigo . Lo hai preso per fare una vita più sana, lo tieni per giorni in fresco e quando finalmente ti decidi a mangiarlo, è scaduto. Ci riproverai , non è la fine del mondo ti dici. È solo uno yogurt e poi non sto così male. Passi e ripassi davanti alla finestra della tua cella. Quello che vorresti essere è lì fuori e tu rimani dentro.

Lorenza mi ha dato un libro sulla rabbia e la sua gestione. Non l’ho ancora letto, il messaggio è piuttosto chiaro.

La rabbia è la mia prigione. Per lo meno una delle mie. Se devo cambiare qualcosa di me devo partire da lì.

Me la sono costruita per difendermi una cella e ci sono rimasto rinchiuso. Non posso eliminarla, non credo di riuscirci. Devo riconoscerla bene, capire i confini e poi imparare a entrare e uscire. Intanto riconoscerla sarà un bel passo in avanti. Un giorno forse per buona condotta uscirò per sempre.

Magari scappa anche il perdono così.

Primo round

La camicia bianca è pronta. Ne ho diverse. Una è di sartoria, metterò quella. Il capo di qualità lo senti addosso, scivola come un bagnoschiuma.

Sveglia alle sei, doccia, barba. Alle sette sono in cantiere, alle otto in ufficio.

Facce da funerale. Oramai è mesi che si arranca. Le banche non danno più un euro, i committenti se non falliscono, comunque  non pagano. Le tasse bisogna comunque pagarle. Hanno scambiato le aziende per moltiplicatori di pani e di pesci. Giornata quasi normale praticamente.

Sento il mio amico fraterno che mi ha supportato tutti questi mesi. È’ avvocato anche lui, mi accompagnerà in tribunale oggi.

Ieri Mario, il mio avvocato ufficiale, mi ha mandato la comparsa. L’ho letta ieri sera. Mi è sembrata cazzuta. Gliene ha scritte di tutti i colori al collega, legale di mia moglie.

Mario si è incazzato da morire. L’avvocato di mia moglie, nelle memorie presentate, ha scritto che la negoziazione è fallita a causa mia.  Un avvocato non dovrebbe mai portare in giudizio argomenti della negoziazione. E’ una prassi deontologica. Portare argomentazioni di una negoziazione, per di più false, è un fare che definire scorretto è un eufemismo.

Dalla comparsa di Mario:

Dispiace allora leggere nel ricorso (pag. 4, righi 21 e 22) che la via giudiziale della separazione sarebbe stata la conseguenza di non poter proseguire l’avviata procedura di negoziazione assistita “per l’accertata reale ragione del naufragio dell’unione coniugale”, vale a dire la relazione extraconiugale (passaggio svolto nel periodo precedente del ricorso), quando invece la ricorrente e soprattutto il suo primo difensore conoscono bene l’andamento del dialogo e la chiusura della Signora ad ogni possibile proposta collaborativa proveniente non solo dal mio assistito ma anche dal suo stesso difensore.

Discutibile la scelta di addebitare il naufragio della negoziazione assistita a Paperino, per di più attribuendolo al fatto della relazione, che non ha mai avuto ingresso nella discussione, e ancor più discutibile la scelta di voler inserire fatti – per di più non veritieri e mai accaduti – che sono e devono rimanere all’interno della riservatezza propria di una concorde decisione di tentare la negoziazione.

La questione non ha invero una diretta rilevanza nel giudizio; denota, però, il preoccupante atteggiamento della ricorrente volto a forgiare fatti ed episodi “ad usum delphini”, per utilizzare un’espressione cara alla ricorrente.

(Usum delphini è una espressione utilizzata molto dall’avvocato di mia moglie nel ricorso. Mario lo prende per culo, citandolo)

E ancora una volta è stato Paperino a chiedere alla moglie, con lettera del 26.4.2016, di recarsi insieme dal servizio di mediazione familiare del Comune, avendone parlato con la dott.ssa Lorenza……

Dopo avere accettato e dopo essersi recata per due incontri, ancora una volta la ricorrente ha mostrato la sua vera natura, abbandonando il percorso congiunto che avrebbe potuto giovare a loro in funzione soprattutto del migliore benessere per i figli.

Stridono allora tutte le ingiuste, ingiustificate e non vere accuse profferte nei confronti del marito, quando invece la stessa Signora ha inizialmente accettato il percorso condiviso, ben consapevole di essere la causa principale del fallimento del rapporto familiare.

Strumentalmente oggi, in sede contenziosa, cerca di mettere in cattiva luce il resistente (così limitandosi all’uso di un’espressione che meriterebbe ben altra colorazione) per raggiungere immotivati fini locupletivi.

Effettivamente mia moglie può prendere per culo me, ma se si mette il suo avvocato a prendere per culo il mio è una presa per culo al quadrato! Troppo.

Vado a prendere mio figlio da casa per portarlo a scuola guida. Ieri gli ho preso due bermuda con i saldi. Oramai è ad una taglia da me. Sento il fiato sul collo. Rimane un modo di dire purtroppo, magari lo sentissi davvero il suo fiato, il collo mi si squaglierebbe di felicità.

Non gli dico nulla del fatto che non mi abbia risposto ai messaggi. Ho deciso di parlare solo in positivo con lui, per ora.

Sembra che i bermuda gli siano piaciuti. Per il resto è un cavargli di bocca qualche monosillabo. Lascio mio figlio e vado a prendere un  caffè con il mio amico Francesco. Mi ripete di stare tranquillo. Saliamo in tribunale, Mario  ci aspetta in una stanza alla segreteria dell’ordine degli avvocati.

Ci vediamo. Mario mi scruta e mi sistema il look.  Mi fa abbottonare un bottone alla camicia, ne avevo due aperti.

Gli dico:

  • certo, sennò sembro un puttaniere.

Francesco ride, Mario rimane serio ma ha un ghigno stampato in faccia. Sembra teso. Chiedo a Francesco che lo conosce bene.

  • Tranquillo, Mario è così . Hai presente una caffettiera quando esce il caffè?

Lui prima dell’udienza si carica a molla.

Me lo hanno detto tutti che in udienza è bravo. Oggi mi fa un po’ di impressione . Lo vedo sempre  attivo e sveglio, stamattina mi pare assatanato. Mi rilassa la cosa, c’è chi è più teso di me.

Ci mettiamo in un corridoio ad aspettare. Arriva mia moglie con uno stuolo di persone. Il suo avvocato, due amiche, il figlio del suo avvocato, avvocato anche lui e una praticante. Dico:

  • Ammazza, come numero ci stracciano.

Ridiamo.

Saluto mia moglie, non ricambia, bontà sua. Saluta con volto tirato sia Mario che Francesco.

Mario prende a parlare con i colleghi. Ogni tanto si gira e mi guarda. Mi sistema il collo della camicia e mi dice di mettere la giacca che porto in mano.

Ha un fare paterno, mi piace questa coccola, mi dà sicurezza.

Francesco pare il suo allenatore, avvicinandosi  mi dice che parla a Mario per far evaporare la adrenalina, si rischia che in udienza azzanni tutti.

C’è da attendere . Mia moglie si è presentata col viso molto tirato.

Speriamo esploda.

Le aule di tribunale sono un chiacchiericcio continuo. Non capisco nemmeno come un giudice possa concentrarsi. La giustizia è in confusione perché lo sono le sue aule. C’è un brusìo di sottofondo che ti fa fare fatica a comprendere cosa ti dica uno accanto.

Dicono che nascano molte relazioni clandestine tra avvocati. Secondo me è perché per parlarsi devono avvicinarsi tanto da pomiciare quasi.

Arriva Mario sempre più impaziente:

  • qua facciamo notte, dice.

Meno male che ho il mio blog. Scrivo sul ‘note’ del telefono. Mi concentro su altro e non conto il tempo, passa.

Sono nel corridoio. Sento un po’ di discorsi. Gli avvocati si distinguono perché hanno dei fascicoli in mano o una borsa. Gli altri sono per metà abbandonati sulle sedie. Non fa caldissimo ma ci saranno una trentina di gradi. La pressione bassa nei soggetti che soffrono si sta facendo sentire.

Gli avvocati commentano molto il look dei colleghi, ho notato.

Se ad un ingegnere chiedessi che abito porti il suo interlocutore, 99 su 100:

  • Che hai detto scusa?

Breve riflessione a fronte corrucciata

  • Non saprei
  • Non è tra i parametri che ho considerato.

Continua l’attesa.

Il corteo di mia moglie, vista l’attesa si muove in altra sede.

Forse hanno letto la comparsa di Mario e si ritirano per prendere le contromisure.

Io aspetto nel corridoio con Francesco.

Era con me anche sull’altare, ed è lui che mi ha presentato mia moglie.

E’ bene che stia a pagare il conto insieme a me!

L’unica cosa che mi dà fastidio è questo brusìo costante. Guardo le altre persone che sono nel corridoio ma non riesco a capire cosa si dicano.

Mario è sempre in giro a parlare con colleghe donne. Mi sembra molto gettonato.

Anche lui è separato. Ha una figlia con la prima moglie. Poi si è risposato ed ha avuto altre due figlie dalla seconda moglie. Un bel curriculum matrimoniale.

Quasi tutte le avvocatesse passano e si fermano a parlare con lui. Non è un adone, ma sicuramente un uomo brillante.

Io scrivo.

Una  amica di mia moglie è uscita dall’aula e si è messa a parlare al cellulare proprio davanti a me.  Ho la sensazione che sia venuta a spiare cosa stia scrivendo. Parla al telefono ed ogni tanto butta l’occhio. La curiosità è femmina.

Continuo a scrivere il mio post imperturbabile.

Ne conosco tanti di avvocati anche io. Ho frequentato il liceo classico, nell’unico liceo della città. Quasi tutti i miei compagni di scuola hanno preso la carriera forense, poi.

Alla fine, pur essendo ingegnere, sono finito a gestire contratti come lavoro. Un po’ lo faccio anche io il leguleio. Chissà come sarei stato da avvocato. Quello che non mi piace di questa professione è la eccessiva forma. La forma, la ritengo una cosa indispensabile, la apprezzo se è proiezione e giusto involucro. Un bel regalo diventa veramente bello se ci fai anche un bel pacco. In questi casi la forma diventa un moltiplicatore di sostanza. Spesso mi sembra che gli avvocati  usino molta formalità solo per nascondere la mancanza di contenuti. E’ un sipario del poco.

Mia moglie esce ogni tanto dall’aula e cerca lo sguardo in segno di sfida. Le piace far vedere che lei è spavalda.

Ora sono seduto da solo. Alzo lo sguardo e le concedo di fulminarmi con una occhiata.

La guardo , credo che i miei occhi somigliassero a quelli del merluzzo che ha lesso mia zia ieri. Quando voglio, so essere completamente inespressivo.

La separazione è un calvario. Guardandola però, mi rendo conto che non tornerei indietro per nulla al mondo.

Sono le 12,15. Attendiamo ancora. Penso molto a mio figlio stamattina. Mi parlava sempre a monosillabi. Non so se ho fatto bene o meno a non dirgli nulla del fatto che non mi abbia risposto ai messaggi che gli ho inviato.

Quando mi rendo conto che sto rimuginando scaccio il pensiero. Mi ero ripromesso di evitare i ripensamenti. Non gli ho parlato, ergo, ho fatto bene a non parlargli, mi ripeto mentalmente come un pezzo di rosario.

Arriva il nostro turno.

La discussione avviene in saletta riservata. Già questa è una buona cosa. Niente brusìo più.

C’è il giudice e la cancelliera seduti dietro una cattedra. Il giudice è un tipo bassino, occhialuto. Sarebbe simile a Ghandi se non fosse per gli occhiali rettangolari, invece che tondi. Giacca, ma non cravatta. Carnagione scura. Un uomo sulla sessantina. Serio, si vede che non è un tipo esuberante.

La cancelliera è bianco latte di carnagione. Capelli scuri, anche lei un po’ avanti negli anni.

Il colore della pelle dei due contrasta parecchio. Lei è cadaverica, mi fa impressione un po’.

La stanza è piuttosto piccola. In cinque ci stiamo a stento. Ci sediamo io e Mario da un lato, un po’ discosti dalla cattedra. Mia moglie, il suo avvocato e la praticante attaccati alla cattedra, come se dovessero pranzare.

L’arroganza spesso è anche fisica.

Il giudice esordisce chiedendo se c’è una possibilità di tornare insieme.

Nessuno risponde. Ripete due o tre volte la richiesta. Nessuno si pronuncia.

Mario fa presente che i tentativi si sono fatti, sono naufragati.

Il giudice deve aver letto qualcosa. Dopo il  tentativo di riconciliazione, credo doveroso per lui,  va subito al punto dei figli.

  • Come mai questi ragazzi non vedono il padre?

Rivolto a mia moglie

Lei:

–      è colpa  del signore qui presente. E’ un padre assente, non riesce a instaurare un rapporto con loro. E’ un violento ed è il suo modo violento di gestire il rapporto che li fa fuggire. In tutti questi mesi ho provato a convincere i ragazzi a riaprire il dialogo col padre. Ho provato in tutti i modi. Non c’è stato nulla da fare. Lui è cambiato e non lo riconoscono più.

Ha detto poche parole, ma il sangue mi ribolle come in una pentola. Sento un fitta forte allo stomaco. Penso e ripenso a quello che ho passato. Non sudo, è il dolore a colarmi dalla fronte.

Il giudice:

  • Ma lei, signora, è consapevole che i ragazzi hanno bisogno del padre ora? Sono degli adolescenti, se non li recupera ora, non li recupera più.

Lei

  • -Il problema è che lui non può ricordarsi di fare il padre quando gli pare a lui.

Monta la rabbia. Vigliacca .

Il giudice rivolto a me:

  • Lei deve cercare di tenere il dialogo quotidianamente coi ragazzi. Non basta una volta ogni tanto.

Guardo Mario e gli chiedo autorizzazione a vomitare. Non posso più trattenermi, devo parlare. Mi autorizza.

  • Signor Giudice, io ho cercato ogni giorno i miei figli,  dal primo giorno che sono andato via da casa. I primi tempi era mia moglie ad impedirmi di vederli. Non me lo  consentiva, faceva ostruzione in ogni modo. I primi mesi mi era consentito solamente portarli su e giù dalla scuola calcio. Ad un certo punto ha deciso che non potevo fare neanche più quello. Andavo a prendere mio figlio da casa. Usciva lei con lui. Sfilavano davanti. Lei mi guardava con aria di sfida. Li seguivo, rimanevo a vedere l’allenamento e poi era la volta dei miei suoceri farmi sfilare i ragazzi davanti. Io ho vissuto questo in tutti questi mesi. Non ho ricevuto gli auguri a Natale, gli auguri al compleanno, i ragazzi non hanno risposto nemmeno al nonno al telefono. I miei figli mi dicono che sono un bugiardo e non so nemmeno perché. Mi hanno anche detto che li affamo, quando ho sempre versato più di quello che potrei. Ho pagato tutto, affitto, bollette, tornei, scuola calcio, libri, finchè li ho visti davo loro anche la paghetta al sabato. Mi sono impoverito. Mi hanno bloccato i contatti telefonici. Non potevo chiamarli al telefono e sono andato sotto casa per dargli il buon giorno ogni mattina. Non volevano che andassi alle partite di calcio e ci andavo semplicemente per farmi vedere e per vederli da lontano. Nemmeno un ciao mi dicevano quando cercavo di avvicinarmi. Mio figlio non voleva che andassi ai colloqui scolastici. Non so perché, provava un senso di vergogna per la  situazione familiare. Non gli ho potuto parlare per capire. Lo hanno fatto tutti, io no. Me lo ha impedito mia moglie. Sono andato lo stesso ai colloqui. Mi ha visto mia moglie e la prima cosa che ha pensato di fare è informare il ragazzo che stessi lì.  Ha buttato benzina sul suo senso di vergogna. Perché questo? Questo è tentare di conciliare il rapporto coi miei ragazzi? Quella volta mi ha anche aspettato all’uscita dell’aula di matematica per appellarmi in modo non ripetibile.

Lei:

  • No è vero, è falso!

Bastarda, penso.

Continuo:

  • Finalmente dopo mesi che  non vedevo il più grande ,riesco a convincerlo a farsi accompagnare alla scuola guida. Mia moglie ha la buona idea di partire con la sorella e mio cognato in Grecia in quei giorni e portarsi i ragazzi. Le chiedo di pensare anche al fatto che fossero mesi che non vedevo mio figlio ed avevo appena ricevuto una piccola riapertura. Forse sarebbe stato più importante il mio rapporto con lui della vacanza. La vacanza la avrebbero fatta comunque, dopo. A fine luglio vanno al mare con i nonni in un posto che a loro piace molto.

Invece che discutere con me, ha riferito subito ai ragazzi che io non volessi mandarli in vacanza. Anche questo è collaborare?.

Mio figlio piccolo mi ha chiesto con un sms il perché non volessi mandarlo in vacanza. Non c’è stato verso di riavvicinarlo da allora. Ha chiuso tutti i ponti. Anche questo è collaborare?

  • Signora, non mi pare che suo marito sia una persona che non tiene ai figli. Almeno così mi pare. Se i ragazzi lo rigettano c’è un problema da valutare. Mi pare incredibile che questo accada tra due persone laureate, con una certa cultura, insomma.

Il trasporto con cui parlo  non ha fatto pensare a finzione. La verità profuma anche se vomitata.

Il giudice ha insistito con mia moglie sul fatto che fosse assolutamente necessario per i ragazzi riprendere il dialogo col padre.

  • Dovete riuscirci. Io posso emettere un provvedimento. Ma se non decidete voi di collaborare per il bene dei ragazzi, il mio provvedimento rimane carta. Se non lo fate voi, mi costringete a rivolgermi a terzi.

Il giudice mi sembra visibilmente dispiaciuto della situazione.

Mia moglie:

  • I ragazzi sono eccezionali e se non vogliono vedere il signore qui presente, (così mi chiama) è solo colpa sua.

Tira fuori dalla borsa le pagelle dei ragazzi. Scoppia in lacrime. Le lacrime di una donna fanno sempre il loro effetto. Mi sembra che il giudice si intenerisca. Una scena degna del miglior Mario Merola. Così commenta il mio amico Brizio quando gli racconto l’accaduto.

 L’avvocato di mia moglie insiste sul fatto che sia il giudice a sentire i ragazzi e non vengano indirizzati ad un centro di mediazione. Sono convinti che i ragazzi, interrogati dal giudice, siano pronti a dire peste e corna del padre, credo.

E’ una roba che mi strugge il cuore. Probabilmente accadrebbe, ma non riesco ancora a darmene una spiegazione.

Insistono molto su questo. Vogliono il giudice, non il centro di mediazione.

Mario è stato bravo. E’ intervenuto ogni tanto al momento giusto. Sta molto attento perchè la discussione non degeneri. Fa presente che al centro di mediazione ci siamo stati già, su mia proposta, sia io che mia moglie. Mia moglie non ha inteso continuare, dopo solo due incontri. Continuare invece sarebbe la cosa più logica.

  • Noi ovviamente, saremmo favorevoli a qualsiasi tentativo teso a recuperare il rapporto padre figli. Ci affidiamo a lei, Giudice.

Si arriva ai denari.

Mia moglie nega di avere un lavoro. Il suo è a nero presso il negozio del fratello, ma asserisce di dare solo una mano saltuaria.

Arriva a negare persino l’evidenza. E’ proprietaria di un appartamento che è in affitto. Le dà un reddito di cinquecento euro al mese. Dichiara che i soldi li prende il padre perché, benchè l’appartamento sia intestato a lei, si tratta di un investimento del padre.

Il giudice e il mio avvocato si fanno una risata.

Tra qualche giorno il  giudice si esprimerà con un dispositivo provvisorio.

Mario dice che è andata bene. Gli avvocati dicono sempre così.

Lo credo anche io, comunque. Male di certo non è andata.

Esco dall’aula, il clan di mia moglie sembra contrariato. Forse la parte economica non li ha entusiasmati. Per quello che hanno detto sui ragazzi, non credo si siano scomposti più di tanto. A loro cambia poco. Non riesco a capire cosa pretendano dal punto di vista economico. La loro richiesta è superiore al mio stipendio. Forse pensano che vada a rubare a notte e abbia altre fonti di reddito.

Ho mal di testa.

Anche se mi dicono che dovrei essere soddisfatto, non riesco ad essere contento. La rabbia è un grappolo di nodi. Ci metti un po’ a scioglierla. Devi farlo con calma, senza fretta. Rischi di innervosirti e di imbrogliare ancor di più la matassa. Se non sciogli tutti i nodi, non puoi distendere il filo.

Adesso arriva agosto. In Italia il diritto va in vacanza.

Ripenso a tutti questi mesi passati a cercare solo uno sguardo dei miei ragazzi.

Mi si serrano le mandibole.

Le ore che ho passato dietro la rete di un campo di calcio al freddo e al gelo per non avere nemmeno un ciao in cambio.

Le volte che mi sono avvicinato e sono stato scacciato come una mosca.

Le volte che sono andato a prenderli e sono saliti in macchina di altri.

Il dolore quando li ho incontrati e hanno cambiato strada.

L’umiliazione di essere chiamato bugiardo.

Le volte che li ho aspettati sotto casa solo per dire buongiorno e non ricevere nemmeno uno sguardo in cambio.

La tristezza infinita, le notti insonni.

I quintali di pagine scritte, i fiumi di parole spesi con consulenti, amici, specialisti e chiunque potesse dare una spalla su cui piangere o un semplice aiuto.

Le volte che ho sperato che rispondessero ad un messaggio o ad una telefonata.

Le sere che ho consolato mio padre ed il suo dispiacere.

Le telefonate e gli sms invano.

Le volte che mi sono dovuto ricucire il dolore da solo nel silenzio della campagna.

I sorrisi, fingendo forza, quando dentro di me morivo.

Le volte che ho chiesto perché e quello che mi dicevano era, abbi pazienza.

Le volte che ho avuto pazienza.

Mi sembra di essere in montagna. Fai una scalata durissima, la vetta non è la fine. E’ un buon punto di osservazione, ti dà la vista giusta per capire che la strada da fare è ancora tanta. Quello che ti spaventa è che sei stanco, ma sei solo all’inizio.

 

 

 

Gluk

Domani è il giorno che aspetto da un po’. Mi sembra di avere un esame. Sono alla ricerca della stessa concentrazione . L’attesa è stata piuttosto lunga.

I ragazzi non rispondono. Il più piccolo ormai è più di un mese. Da quando mia moglie gli ha detto che non lo avrei mandato in Grecia con gli zii. Mi ha scritto l’ultimo sms: ‘voglio andare in Grecia. Perché non posso?’ Dirgli dopo,  che sarebbe potuto andare, non è servito. Mi ha messo alla porta.

Il più grande lo vedo al mattino e agli sms aveva preso a rispondermi.

Da venerdì , dopo che l’ho lasciato alla scuola guida, non risponde. Può essere che la squadra avversaria faccia sentire al gruppo il peso dell’evento. Non so che accade. Non mi angoscio più.

Mia moglie al venerdì mi ha mandato il solito messaggio che ha finito i soldi e che devo dare i soldi ai ragazzi per uscire al sabato.  Non le ho risposto.

Lorenza è stata molto gentile. Mi ha concesso un allenamento di rifinitura. Ci sono stato venerdì . Abbiamo parlato dell’udienza, abbiamo riso e scherzato . Mi ha visto bene e pronto. Mi è sembrato proprio uno di quegli allenamenti blandi che gli atleti fanno nel pre gara. Giusto per svegliare i muscoli. La rivedrò a fine agosto.

– Se accade qualcosa degna di nota e dovessi aver bisogno, chiama.

mi ha detto.

Mio padre si sta lasciando un po’ andare. Ormai vede poco, non cammina più tanto sicuro, anche. Sarà il caldo . Non lo soffre nemmeno lui, come me. Ma a quasi 90 anni, credo che picchi uguale sulle prestazioni, anche se non gli crea insofferenza. Lo perseguito per dirgli di bere. Gli fa bene e poi mi piace che si incazza come ai vecchi tempi, lo vedo vivo. Ogni volta che mi accorgo che ha qualche défaillance  in più, penso al tempo che gli rimane ed alla speranza che ho di farlo stare coi nipoti. Non ne parlo più con lui. Evito il discorso, sperando che congeli il desiderio. È il più grande stimolo che ho in questa battaglia.

  • È’ la prima battaglia Paperino . Hai un grande esercito! Ti senti preparato?
  • Sissignore! Si sta diluendo anche la fifa!

Chi ha avuto grandi paure e grandi sofferenze nella vita, si è misurato. Non è più forte. Tutti siamo forti, ma ce ne accorgiamo solo quando non abbiamo altra possibiltà che esserlo. Chi ha sofferto di più, ha misurato più degli altri la sua forza. La profondità e lunghezza delle cicatrici ne sono il metro.

Oggi mi sono svegliato alle quattro, non dormivo e alle cinque  mi sono messo a scrivere. Voglio stare da solo e concentrarmi.

Quando tu sei l’unico rumore che senti attorno, significa che sei solo. La solitudine è una condizione mentale, non fisica. A volte la cerchiamo. A me accade sempre prima di un esame.

Speravo facesse un gran caldo in questi giorni e invece stanotte ha fatto proprio fresco. Ieri c’è stata pioggia e la temperatura si è abbassata di una decina di gradi.

Da piccolo, quando pioveva mi piaceva andare in giro a cercare i ristagni d’acqua. Mi piaceva il rumore che ci faceva una pietra quando la tiravi dentro. Quel ” gluk” mezzo risucchio sordo e ovattato, mezzo tonfo mi faceva eco nel corpo. Ed era irresistibile. Ogni volta che passavo vicino ad un ristagno d’acqua , mi fermavo, cercavo una pietra e mi mettevo vicino all’acqua. Prendevo il mio tempo, come un tuffatore. Aspettavo due o tre secondi e buttavo la pietra. Il ‘gluk’ era fuori come rumore, ma mi risuonava dentro . Quando lo facevo con qualche amico vicino, quel rumore interno non lo sentivo affatto. Era tutto un altro suono.

Ormai per me era il rumore della solitudine . Oggi lo avverto ogni tanto. Mando sms ai miei figli e non rispondono . Il mio telefono è la pozza d’acqua . Ci passo vicino . Lo prendo e scrivo :

Domani ti va di andare al mare con me? Porti qualche amico anche.

‘’Gluk’’.

Cinque minuti alla partenza

E’ un po’ che non vado a vela. Problemi di lavoro, famiglia, mi ci hanno tenuto lontano. Per quasi venti anni è stato un bel divertimento. Avevamo un bel gruppo, un equipaggio discreto tecnicamente e ben affiatato. La cosa più importante, ci divertivamo.

In barca eravamo in otto. Prima delle regate ci si vedeva sul pontile, si prendeva un caffè, si chiacchierava con quelli delle altre barche, generalmente si discuteva delle condizioni meteo. Alcuni erano bersaglio di sfottò, c’era un bel clima spensierato.

Regatavamo quasi ogni domenica da fine aprile a metà giugno.

Quando il vento è teso, l’atmosfera cambia un po’. La situazione di fondo rimane più o meno la stessa. C’è aria frizzante e allegria diffusa, meno disponibilità alla perdita di tempo. I pensieri della settimana li anneghi uguale, non nel cazzeggio, nella concentrazione che metti sulla preparazione delle attrezzature. In banchina tutti sono attenti a controllare. Vento e onde preoccupano. Lo svago diventa un impegno.

Anche nella vita di tutti i giorni quando hai un appuntamento importante che si avvicina, tutto ciò che fai durante la giornata diventa un modo per trovare la giusta concentrazione. Tendi a fare tutto per bene quando sei concentrato. La meccanica, il ritmo e la ripetitività dei movimenti sono la tua speciale ritualità alla ricerca di una sicurezza. Come il saltatore in alto che prima di partire ripete in testa la rincorsa.

L’abitudine è un rito per non perdersi e ritrovarsi.

Con il vento forte le vele scaricano tonnellate di forza sulle corde (cime, per i marinai) e sui cavi di acciaio (stralli e sartie). Arrivi in porto, le bandiere sono tese al vento. Sventola forte solo la parte terminale come la lingua di un serpente. Si sente un tintinnìo continuo. Sono le cime che urtano sulle parti metalliche della barca. Il rumore è un misto tra una frustata e un suono di campanelli. Quando un velista sente il tintinnìo avverte già i dolori dei lividi sul corpo. Non ci si prepara ad una passeggiata.

Ci vuole una attenzione tripla affinchè tutto sia perfetto. Un errore nella preparazione della barca, un errore in manovra, può significare rottura di attrezzatura, danni notevoli e rischio di farsi molto male, ma molto.

Per questo un equipaggio diventa affiatato. Il vero affiatamento lo hai quando puoi metterti l’uno nelle mani dell’altro.

Quando hai qualcosa di importante da affrontare, ti circondi delle persone che reputi migliori. Selezioni e fai la scrematura. E’ come se mettessi fuori un cartello, ‘’no perditempo’’. Come quando metti la giacca migliore per una cerimonia, ti guardi allo specchio. Vuoi vederti bene perché bene ti vedano gli altri. Le persone migliori con cui vuoi stare sono lo specchio che vorresti avere.

Finiti i preparativi e le chiacchiere ci si muove, si mollano gli ormeggi.

L’uscita dal porto è a motore. La vela principale, la randa, si tira su quasi subito. Per le altre si aspetta l’ultimo momento. Si continua la chiacchiera ma è una chiacchiera di raccoglimento.

Nel nostro equipaggio ognuno aveva i suoi modi per abbattere la tensione. Lello raccontava barzellette. Ne sa e ne ricorda una quantità impressionante.

Mio fratello, detto Hulk per la stazza, scaricava tensione mettendo in ordine. E’ uno che ha bisogno di fare qualcosa di pratico per distrarsi, altrimenti meglio dormire al sole e arrostirsi. Non conosce le vie di mezzo.

Manu, il timoniere, cercava distrazione parlando di cani, la sua passione o del culo di qualche ragazza notata in banchina. Sul secondo argomento convergevano le attenzioni di tutti.

Carlo, il prodiere, detto l’uomo ragno, era l’unico a lavorare sul serio. E’ quello che rischiava più di tutti, dovendosi arrampicare in situazioni critiche anche per decine di metri. Un grillo, fisicamente. Adesso, dopo la prima figlia, faticherebbe anche lui.

Ogni tanto urlava qualcosa che si perdeva nel vento e nel chiacchiericcio di chi stava dietro.

Dopo un po’ faceva capolino a poppa (la parte posteriore della barca) sbraitando e incazzato nero perché lui lavorava e non gli si prestava la dovuta attenzione per dargli una mano. Ridevamo, era sempre la stessa storia, ma aveva fiumi di ragioni. Come ogni volta chiudeva dicendo si trattasse dell’ultima volta che sarebbe venuto. Tornava a prua e continuava a lavorare. L’incazzatura la faceva notare nei movimenti bruschi e nella maggior forza messa nel fare le cose.

La diversità è la maggiore bellezza dell’uomo per me. Ti colora la vita. Ne ha paura solo chi ha l’animo con pochi colori. Amici diversi ti fanno pensare in maniera differente. Hai chi ti sgrida, chi ti incoraggia, chi si incazza con il mondo per difenderti, chi ti racconta una storiella per farti ridere. Fanno equipaggio con te e puoi scegliere chi ascoltare a seconda del tuo stato d’animo. E’ una ricchezza e la hai a tua disposizione.

Qualcuno stappava un birra, qualcuno chiudeva gli occhi e si godeva il sole e il vento. Francesco si dedicava alla musica. Chi tentava di mangiare un panino era immediatamente redarguito da quel rompipalle di mio fratello. Il suo ordine mentale doveva per forza essere recepito dagli altri. Si sarebbe mangiato tra una regata e l’altra, aveva sentenziato. Contraddire Hulk non era consigliabile per ovvie ragioni e poi perché è un bambinone. Se non si fa come dice lui, si offende. Meglio dargli ragione sui panini che su altro.

Io tenevo un orecchio alle barzellette di Lello e mi preparavo gli strumenti per navigare. La navigazione e il senso dell’orientamento sono sempre stati il mio forte. Ero io ad usarli in barca. Mi assicuravo che tutto funzionasse. Orologio per il conto alla rovescia, strumenti di navigazione. Al collo portavo una bussola da rilevamento. Mi serviva a verificare la velocità delle altre barche rispetto alla nostra.

Mi affiancavo al timoniere e a Francesco e si parlava della tattica e delle condizioni meteo che mi ero studiato dal giorno prima.

Mi è sempre piaciuto occuparmi di strategia e sono sempre stato un secchione.

Anche questa volta ho studiato. L’udienza si avvicina. I miei strumenti di navigazione sono stati la calma e la pacatezza. Ho cercato di non perdere la bussola anche se hanno fatto di tutto per farmela perdere. Tutto sommato mi pare di esserci riuscito. Anche in questo caso l’ho tenuta ben stretta intorno al collo la bussola. La rotta per me è stata sempre ben definita e sotto controllo. Qualche fuori rotta c’è stato ma l’ho corretto con l’aiuto di chi ha avuto la pazienza di starmi vicino.

Una cosa molto bella della vela, specie in condizioni estreme, è che si esce per non fare errori. Vince chi sbaglia meno. Può essere talmente disastroso un errore, che già non commetterne è una vittoria. Una scelta giusta o sbagliata può regalarti una vittoria o una sconfitta, ma la cosa fondamentale è non sbagliare.

Tutto deve avvenire con un sincronismo perfetto.

In tutti questi mesi ho sbagliato più di qualche volta. Ho lavorato duramente per capire quali fossero gli errori da non fare. Sono stato da una consulente, adesso frequento il centro di mediazione familiare, ho creato un blog.

Mi nutro del pensiero degli altri. Ho bisogno del pensiero diverso. A volte mi sembra di non avere idee personali ma di essere un convogliatore di idee altrui, le mie, non mi bastano.

Rubo i pensieri degli altri e mi riempio le tasche.

Sono stato ore ed ore a sfogarmi con amici, parenti e conoscenti. Ho cercato una sponda per mettere fuori le mie paure e capire giusto da farsi. Paura ne ho avuta molta. Ho sofferto. Anche in questo caso vorrei sbagliare il meno possibile.

Il momento più esaltante di una regata inizia  quando danno i dieci minuti alla partenza. Dall’interno della barca viene portata in coperta la vela di prua adatta alle condizioni meteo marine del momento.E’ tattica anche questa. Non far capire agli avversari fino all’ultimo che tipo di vela si vuol tirare su per non dare riferimenti.Un buon equipaggio è bravo a montare le vele in poco tempo. Più tardi si tira su la vela di prua, più tardi si danno riferimenti agli avversari.A dieci minuti viene data una specie di allerta dalla giuria con esposizioni di bandiere particolari, suoni di tromba e avvisi via radio.La tensione sale ma non è quella massima ancora. Si tergiversa sopra e sotto incrociando le altre imbarcazioni. Si scruta, cercando di capire che tipo di attrezzatura stanno per montare gli altri o che lato della linea di conviene scegliere.

Molto del mio tempo lo sto consumando cercando di capire cosa tirar fuori in aula e cosa no. So che alla fine prevarrà l’istinto del momento. Ma fare programmi aiuta molto. Si sa che chi fa e disfa, non perde mai tempo.

La vera bagarre inizia ai cinque minuti. Si spengono i motori e si viaggia solo a vela. Solo a vela la barca manovra meno facilmente.  Ci sono le onde, il vento, il sole. Gli unici rumori rimangono gli ordini a bordo e lo sgranocchiare dei verricelli che girano. Le vele sono tutte su. Gli equipaggi manovrano tutti in un fazzoletto d’acqua. E’ pericoloso. Le barche non devono superare una linea immaginaria costituita dalla barca giuria e una boa posta  sul campo di regata. Continuano ad andare su e giù vicino alla linea, ma stando attenti a non oltrepassarla. Dopo il segnale di partenza possono tagliare la linea immaginaria, non prima. Pena la squalifica. In barca tutti sono ai posti di manovra. Il timoniere da ordini secchi. Non alza molto la voce per non far sentire le sue intenzioni agli altri equipaggi.

Il prodiere si mette come una polena alla punta della barca. Con una mano si tiene al cavo di acciaio per non cadere in acqua. Onde e spruzzi lo sbattono. L’altra mano la ha stesa ben in vista per tutti. Segnala la distanza dalla linea immaginaria. Ci sono delle regole nella navigazione. Bisogna dare delle precedenze per mare, così come sulle strade. In acqua non ci sono i cartelli stradali però. E’ un po’ più complicato . Due equipaggi esperti che si avvicinano con le loro barche sanno esattamente chi ha la precedenza. La cosa diventa problematica quando in poco spazio si trovano una ventina di barche. In quel caso tutti pensano di avere la precedenza. Ne sono convinti. Come arrivare ad un incrocio semaforizzato in ora di punta e trovarlo spento. Nel disordine passa chi è prepotente, non chi ha ragione.Se l’equipaggio sa il fatto suo, non si fa infinocchiare dalle urla e dalla prepotenza altrui.

Chi ha la precedenza, in mare la deve chiedere. La parola magica è ‘’acqua’’. Acqua in regata significa appunto: ‘’spostati e fammi passare perché ho la precedenza’’. In una bolgia come quella del pre-partenza le urla tra una barca e l’altra sono assordanti.Bisogna stare tranquilli ed essere determinati. Sbagliare in quel momento è come per un ciclista perdere il pedale nella volata finale.

Ho cercato di evitare lo scontro con mia moglie negli ultimi tempi. Ho avuto netta la sensazione che lei cercasse la bagarre. E’ il suo terreno quello. Penso che volesse spingermi nel suo campo.

A volte ci sono riuscito, a volte meno. Però ho capito e individuato qual è l’errore che non devo commettere. Alzare i toni fa il suo gioco. I miei toni saranno pacati e cercherò di usare tutta la determinazione di cui sono capace.

Ai cinque minuti inizia un carosello infernale. La barca giuria e la boa che segnano la linea di partenza sono le uniche cose a rimanere ferme. Tutto il resto mulina vorticosamente. Barche che ruotano e avanzano minacciose una contro l’altra. Urla forsennate per precedenze inesistenti. Verricelli che girano rumoreggiando come la corda di un orologio.

Vento, onde e spruzzi rendono il quadro adrenalinico.

In mare il buon senso dovrebbe prevalere sempre e così avviene generalmente. Qualche volta però, qualcuno si ritira con un bel buco sulla chiglia. Se c’è uno scontro è il minore dei mali che possa accadere.

I miei pensieri stanno cominciando ad essere vorticosi a pochi giorni dall’udienza. Sono stato calmo e pacato finora, adesso rischio di aggrovigliarmi.

Mi vengono in mente le cose più disparate. L’altro giorno ripensavo al fatto che mia moglie avesse detto al piccolo che non volessi mandarlo in Grecia.
Da allora lui non mi parla più nonostante poi, avessi acconsentito. Dove è il buon senso in tutto ciò? Ho tanti perché che mi ruotano in testa. Sto cercando di fermarli. Voglio frenare questo vortice.

I timonieri hanno già scelto il punto da cui vogliono partire e attraversare la linea immaginaria. In genere si tenta di fermare la barca mettendo le vele in direzione del vento e facendole sventolare come una bandiera. E’ una situazione di stasi. E’ il momento più difficile. A barca ferma con le vele che sbattono forte sei pericoloso per te e per le altre barche. Non puoi manovrare. Sei su una barca che pesa tonnellate e non puoi decidere tu dove mandarla. Vicino a te tante altre barche nelle stesse condizioni. E’ il movimento che ti consente la manovra. Quando poi decidi di muoverti, non parti mai dritto. La barca a vela nei primi secondi in cui le vele vengono caricate dal vento si muove in senso trasversale. Per un gioco di forze tra parte immersa e pressione del vento sulle vele, la direzione diventa in avanti, invece che di lato. Sono leggi fisiche, per molti pare un miracolo che la barca possa muoversi quasi contro vento.

Toccherà anche a me muovermi controvento.

Ho tutto da perdere. Lo so bene che mia moglie parte col favore dei pronostici. Farà la parte della povera abbandonata e mi dipingerà come uno stronzo. Cercherò di non sbandare e muovermi dritto anche se soffieranno contro lei e il suo avvocato.

In barca c’è chi deve stare attento alle manovre, chi, meno impegnato, butta gli occhi a 360 gradi per controllare che qualcuno non ti rovini addosso. Al timoniere vengono trasferiti pochi messaggi e chiari.

In quel momento la tensione è alle stelle. Il timoniere tiene d’occhio le vele, tiene d’occhio le altre barche, tiene d’occhio il braccio del prodiere che ben steso a prua gli indica la distanza dalla linea immaginaria che non deve superare. Nessuno fiata più. Solo il navigatore scandisce il tempo.

Negli ultimi giorni è accaduta una cosa strana. I miei amici che mi sono stati vicini in tutti questi mesi hanno smesso di dirmi la loro.

Come se sapessero che adesso tocca a me e a chi mi guida. Non ha senso aggiungere altro. Potrebbe generare solo confusione. Ho sentito intorno un sacro rispetto per la mia solitudine. Come se mi avessero detto:

  • forza, ti siamo stati accanto, ora tocca a te.

Mancano sessanta secondi. Una voce alla radio dalla barca giuria indica preceduto da un colpo di tromba:

  • un minuto, un minuto alla partenza!

Il navigatore sa che deve scandire il tempo al timoniere e all’equipaggio. Si sono accordati per dare il tempo ogni cinque secondi fino a meno trenta secondi. Poi ogni secondo. Piano e chiaro per non farsi ascoltare dagli altri.

La barca è quasi ferma in questo momento. Le vele sono state mollate e si sono messe a bandiera senza pressione. Le onde alte fanno oscillare la barca.

Il navigatore chiama i trenta secondi. Il timoniere dà gli ultimi ordini.

  • Cominciate a cazzare (per i mariani cazzare significa tirare la corda).

Le vele, cazzando, prendono pressione. La barca lentamente si muove di lato.Una volta in partenza ho visto due alberi agganciarsi e spezzarsi. Gli equipaggi per fortuna ne uscirono illesi, non c’era nemmeno moltissimo vento.

Dopo qualche secondo che il navigatore :

  • trenta, ventinove, ventotto…

la barca prende a muoversi in avanti. Il prodiere continua a dare la distanza dalla linea. Il timoniere finalmente dà il segnale.

  • Vele a segno! Partiti, partiti!

Ha calcolato che con la velocità della barca si raggiungerà la linea nel tempo giusto per non essere squalificati.

  • Cazza Cazza Cazza!!!!

Si incita chi regola le vele. Per cazzare le vele con vento forte ci vuole forza. Hulk, in quel momento mulinella con tale forza che sradicherebbe un albero. Meglio non trovarsi nelle vicinanze.

Le vele sono a segno. L’equipaggio si mette tutto in posizione, seduti da un lato con le gambe fuoribordo. I pesi vengono disposti per raddrizzare la barca che con la pressione del vento tende a sbandare.

Gli spruzzi delle onde spaccate dalla prua ti stemperano tensione e sudore.

Viene data la regolazione di fino alle vele.

Chi regola le vele urla:

  • Target, target!

Si è raggiunta la velocità ottimale, le vele sono regolate perfettamente, i pesi dell’equipaggio sono giustamente riposti.

Il timoniere è più rilassato. In assetto, la barca va quasi da sè. Spacca le onde che è una meraviglia. Si sente la potenza del vento sulle vele e la reazione in avanti dello scafo. Sembra di stare su un cavallo di razza.

Il prodiere rimane a prua per verificare che allo scadere del tempo la barca sia giustamente entro la linea e non si rischi la squalifica. Poi rientra anche lui in assetto.

Ci si guarda e si sorride. Si scambiano molti cinque. E’ andata anche questa.

Gli ultimi giorni per me saranno così. Mi fermerò in attesa tentando di frenare i vortici in testa . Se potessi fermerei le pulsazioni del cuore anche.

Il giorno dell’udienza metterò a segno le mie vele e partirò. La mia partenza sarà da posizione giusta. Mi sono preparato un vita per questo. Seguirò le regole ed il buon senso. Sono fatto così. Si dice che solo le cose mai iniziate non finiscano.

Novanta, la paura.


La paura è una brutta bestia. E’ un toro che va afferrato per le corna, non le puoi girare intorno.

Se le giri intorno finisci nel suo vortice e non ne esci più. Ti inghiottisce. Devi affrontarla di petto e ci vuole una buona dose di coraggio. Il coraggio se non lo hai te lo costruisci quando sei stanco, sconfitta su sconfitta.

Io ci combatto ogni giorno con la paura. Una piccola grande paura è la timidezza. Sono stato un gran timido e lo sono tutt’ora. Prima ero sopraffatto, ora mi difendo. La timidezza la definisco una paura leggera, light per usare un inglesismo. Non è una roba soffocante, che ti fa mancare l’aria. Ti annebbia la vita però. E’ come avere il parabrezza appannato. Ti costringe ad andare molto piano anche se la strada è tutta per te e potresti pigiare sull’acceleratore.

L’altro giorno ero al bar. Affianco a me c’era il fratello di un mio caro amico che si gustava il suo cappuccino. Un uomo di una certa età, con il volto segnato dal tempo. Lo guardavo, avevo capito che non mi avesse riconosciuto.

Lo saluto? O Faccio finta di nulla?

Tempo fa avrei girato lo sguardo dall’altra parte. Non sarebbe accaduto nulla, non è nulla di importante il saluto ad una persona qualsiasi. Non ti cambia la vita, pensi.

Non è vero invece. Rinunciare è peggio che perdere. Se perdi almeno ci hai provato.

La sconfitta la sciogli nel ricordo della battaglia.

La rinuncia ti logora invece, hai perso a tavolino e ti rimane il desiderio di fare un tentativo.

Devi batterti ed è più facile batterti per le piccole cose. E’ un buon allenamento.

E così che l’altro giorno:

  • Ciao, sei il fratello di Giovanni, vero?

Mi guarda sorpreso e tirando il collo un po’ indietro sulla difensiva:

  • Sì.

L’aria rimane interrogativa, non lo dice, ma la domanda ‘’tu chi sei’’, si legge tra le rughe.

  • Ciao Antonio, sono Paperino. Ci siamo conosciuti da Giovanni, ricordi?

Gli porgo la mano per stringerla, ricambia. Le mani non si mollano per qualche secondo come se dal contatto potesse venire il riconoscimento.

  • Veroooooo, scusami. Non ti avevo riconosciuto. Ciao, come stai?
  • Bene, me la cavo!
  • Tu?
  • Bene, dai. Ti posso offrire qualcosa?
  • No ti ringrazio, stavo per andare via, ho un po’ di fretta. Salutami Giovanni.
  • Certo, ti ringrazio Paperino, ciao, stammi bene.

Sorrideva lui, sorridevo io.

Questo dialogo non ha cambiato nulla nella vita di Antonio né, ahimè, nella vita di Paperino.

Qualcosa di positivo è accaduto però:

  • Sono stati generati due sorrisi che potevano non esserci.
  • Paperino ha vinto contro la timidezza, la volta successiva sarà ancora più sicuro.
  • Una piccola vittoria non ti aggiusta la giornata, ma una sconfitta, anche se piccola,

l’avrebbe guastata.

Noi timidi ci blocchiamo spesso per stupidaggini. In mezzo alla gente siamo una catastrofe. Al ristorante per esempio. Hai bisogno del cameriere, mano alzata, dito indice in evidenza.

  • Scusi! Cameriere….

Per il cameriere che passa, sei diafano. Sembra che il timido l’abbia scritto in faccia ‘’non mi considerare anche se ti chiamo’’.

Ti guardi intorno, scruti gli altri. Hanno mica visto il maldestro tentativo andato a vuoto? Ti passi la mano nei capelli come se volessi sistemarli.

Assumi una faccia che vuol dire:

– Voglio sistemarmi i capelli. Visto che c’ero, ho anche chiamato il cameriere! Non era il mio obiettivo principale. Cosa avete da guardare?

Dopo un po’ ci riprovi. Aspetti che il cameriere questa volta passi veramente vicino. Se non ti vede e non ti sente, gli puoi toccare una spalla. Con un tocchetto, senza essere troppo invadente. Stavolta pianifichi per non fare brutta figura, non sono ammessi errori. Agli altri tavoli hanno sguardi severissimi, sembra che stiano aspettandoti al varco.

Sei talmente concentrato sui movimenti del cameriere nella sala che non ascolti praticamente nulla di ciò che si dice al tuo tavolo.

Il cameriere finalmente si avvicina. Rimanendo seduto sollevi il busto, metti il petto in fuori. Sembri un felino pronto ad assalire la preda. Sei ben puntato sul bordo della sedia. Il sorriso di cortesia è già pronto.

Calcoli il tempo per sparare il tuo ‘’scusi’’ come un campione olimpico del tiro a piattello.

Al momento giusto, quando il cameriere è a un metro e mezzo di distanza, alzi il braccio con eleganza. Indice su con movimento plastico. Ostenti sicurezza.

  • Scusi!

Con tono deciso.

Non vuoi che lo blocca quello del tavolo accanto per un braccio?

La timidezza è così, ti concentri sugli altri invece che pensare alla tua vita e poi comunque fai una figura di merda.

Le spalle si affossano. Sprofondi nella sedia, nello sprofondare ti guardi di nuovo intorno. I volti dei vicini sono impietosi stavolta. Hanno colto tutti che sei un imbranato e non ci sai fare. Magari stanno ridendo per fatti loro. Ma a te sembra che tutti ti deridano.

Vorresti pagare il conto ed andartene.

Se combatti le tue paure ad un certo punto la vita cambia. Prendi coscienza delle tue debolezze e non temi di mostrarle.

Scopri che non te ne frega nulla degli altri nel locale, anzi, se li coinvolgi, possono darti una mano. Se ti guardano dopo che il tuo tentativo va a vuoto, sorridi, rotei l’indice in aria, ti alzi dalla sedia e accenni ad un ballo. Fai ridere chi sta a tavola con te e ti conquisti il sorriso di qualcuno al tavolo accanto. Passa il cameriere e quello del tavolo accanto lo ferma per te.

C’è una sottile differenza tra il chiedere aiuto e condividere una difficoltà.

Nel secondo caso l’aiuto è reciproco. Anche condividere una difficoltà è un aiuto. Chi ti dà una mano non risponde ad una richiesta. E’ più libero, si imbarca nella difficoltà con te.

Vincere le piccole paure è un trampolino per superare le grandi.

Ci sono paure che ti paralizzano. L’elenco sarebbe infinito. Ognuno ha le sue fobie particolari, legate ad episodi della vita, a piccoli e grandi spaventi.

Vivendo in campagna, in una zona un po’ isolata, ho avuto sempre paura a rientrare in casa da solo.

Mio padre ha costruito la casa e non ha voluto fare un bel muro di cinta, come fanno alcuni. La recinzione della nostra casa è una rete metallica, c’è una siepe di arbusti sul confine, ma si vede bene attraverso. Dall’esterno si vede benissimo l’interno e altrettanto dall’interno del giardino verso la strada. Oltre ad un discorso di privacy un bel muro alto tre metri mi avrebbe fatto sentire protetto.

Ho sempre pensato a questa cosa, ma non avevo mai chiesto una spiegazione.

Un giorno facendo una passeggiata chiesi la ragione della scelta a mio padre.

  • Papà, ma perché hai fatto la recinzione trasparente e non un bel muro di cinta? Non sarebbe stato più sicuro?

Mi rispose placidamente, come se aspettasse la domanda da anni.

  • Ti senti più sicuro se lo vedi il pericolo o se non lo vedi?
  • Già… se lo vedo.
  • E secondo te un malintenzionato che oltrepassa la recinzione esterna, si sente più sicuro se può agire indisturbato o se dalla strada qualcuno lo può vedere?

Quelle risposte di mio padre mi danno un fastidio tremendo,  non ammettono replica per quanto sono semplici e vere.

E’ così è per tutte le paure. Se ci trinceriamo dietro un muro, nessuno avvertirà il pericolo che corriamo. A lungo andare non avremo nemmeno la lucidità per avvertire che si sta avvicinando.

Se viviamo le nostre paure in modo trasparente, chi ci sta intorno le potrà condividere. Anche noi saremo in grado di avvertire il pericolo che arriva e prepararci ad affrontarlo.

Erigere muri è un modo per rinunciare ad affrontare la vita.

Sono mesi che cerco di capire che muro si è alzato tra i ragazzi e me.

Ho passato gli ultimi due giorni in Calabria. Sono andato a vedere un torneo di Calcio di mio figlio più grande. Ho invitato il piccolo a venire con me. Gli ho mandato un sms. Non mi ha risposto.

Il giorno prima di partire, mentre accompagnavo il più grande alla scuola guida gli ho dato la crema protettiva per il sole e l’Autan. Avevo sentito dagli altri genitori che lì avrebbe fatto molto caldo e sarebbe stato pieno di zanzare.

Ha preso i due flaconi. In quel momento c’ero io che avevo fatto qualcosa per lui e lui che la accettava. Non era solo una crema a passare dalle mie mani alle sue.

Una cosa ‘normale’ tra padre e figlio. E’ quello che ci manca da mesi purtroppo.

Ho avvertito chiara la sua contentezza per la normalità del momento.

Il recinto tra me e lui c’è sempre, ma sembra stia diventando trasparente. Ci siamo letti in faccia le difficoltà.

Sono stati due giorni molto belli. Ho fatto del mio meglio. Ho portato del gatorade a tutta la squadra tra una partita e l’altra. Ogni tanto mi avvicinavo a mio figlio e gli chiedevo se avesse bisogno di qualcosa. Non lo ho assillato. L’ho lasciato in compagnia della squadra ma gli ho fatto sentire la mia presenza. Contavo le volte che si avvicinavano gli altri genitori ai figli e facevo uguale. Non volevo strafare.

Vorrei parlargli, ma la paura ancora ha il sopravvento. Ha accettato di vedermi a condizione che non gli parli dei problemi. Ho paura che se infrango la condizione si ritiri di nuovo dietro il muro invalicabile. Forse è come mio padre. Hanno lo stesso nome pure. Ha messo il recinto e lo ha reso trasparente. Provo a mostrarmi con le mie debolezze. Chissà che non decida di condividere.

Ce la sto mettendo tutta. Non perderò a tavolino.

Il Dispiacere

Ho dato corso a tutti i consigli, cercando di prendere il meglio, rielaborare e fare il meglio.

Almeno quello che io ho ritenuto essere il meglio.

Avevo detto a mia moglie che all’ora di pranzo avrei portato i ragazzi al dentista.

Il piccolo non lo vedo dal giorno della sua cresima. Sta facendo gli esami di terza media. Gli mando gli in bocca al lupo via SMS. Non risponde mai.

Il più grande da una settimana lo porto al mattino alla scuola guida. Si sta aprendo lentamente. Va sempre un po’ meglio. Qualche giorno fa gli avevo detto che avrei portato entrambi a pranzo fuori dopo il dentista, o se avessero voluto, a comprare qualche cosa di vestiario.

Sembrava dovesse essere una bella giornata. Ero un po’ agitato. Sono 10 mesi e due giorni che non sto con loro a pranzo.

Nelle giornate così faccio sempre la barba con più precisione del solito e metto una camicia bianca. Il bianco mi fa sentire più luminoso.

Volevo stare messo bene per i miei ragazzi.

Prendo il grande e in auto mi dà due brutte notizie.

  • Il torneo in Calabria non si fa più.

Avrebbe dovuto fare un torneo nel Weekend e sarei andato a vederlo giocare.

  • Ah, coma mai?
  • Non so, ieri ce lo ha detto il Mister, all’allenamento.
  • Devo farmi ridare i soldi?
  • No, aspetta. Sta vedendo se ne facciamo un altro.
  • Ah, e quando sarebbe?
  • La settimana successiva.
  • Mi piacerebbe vederti. Ma oggi pranziamo insieme?
  • No, non possiamo dobbiamo mangiare prima del dentista.
  • Ah, peccato. Ma possiamo andare a comprare qualcosa.
  • No ci vado con i miei amici domani se mi dai i soldi.
  • Aspettiamo i saldi allora.

Devo aver fatto una smorfia.

Il dispiacere, quando arriva, è sempre sotto forma di smorfia.

Lascio il più grande alla scuola guida e, mentre sono in auto, mi arriva un messaggio del piccolo.

A volte penso che siamo noi a tirarci dietro le brutte cose. Mi succedeva ogni tanto quando studiavo in Università. Se fossi stato ben disposto accadeva che il professore mi chiedesse proprio l’argomento che avrei voluto dire. Se fossi stato impaurito, accadeva l’esatto contrario. Come se la mente dell’interlocutore captasse il mio pensiero.

Stamattina ero agitato effettivamente, ma avevo messo su la camicia bianca. Non pensavo andasse male. Mi porta bene in genere. Sentirmi luminoso mi aiuta molto. Nonostante il bianco esterno, forse il mio stato d’animo era di colore opposto. Non saprei proprio. Ci avevo messo tutto me stesso stamattina per incoraggiarmi. Avevo richiamato tutte le energie in soccorso.

Il messaggio del piccolo:

  • Al dentista vado con la mamma.

E poi voglio andare in Grecia. Perché non posso?

 

Non si è fatta attendere. Mia moglie aveva provveduto immediatamente a informare i ragazzi che ”quello stronzo del padre non volesse che loro andassero in Grecia”.

Mi fermo lato strada. Leggo, rileggo. Guardo fuori, c’è molta luce, ho difficoltà a tenere gli occhi aperti. Forse è il dispiacere che mi chiude gli occhi. Dopo la smorfia, il dispiacere ti fa abbassare le palpebre.

  • E’ una emergenza questa? Ho bisogno di aiuto, ma non so se è una emergenza.

Mi dico.

Lorenza, la dottoressa del Centro di mediazione stava per partire in ferie. Mi aveva dato la sua disponibilità a contattarla in caso di emergenza.

La lingua italiana è troppo sfumata. Quello che è emergenza per me può essere una cazzata per un altro. Mi da fastidio disturbare la gente. Fatico a tenere aperti gli occhi però, il dispiacere in arrivo deve essere proprio tanto. Forse è una emergenza, meglio chiamare.

Le racconto quanto accaduto. Mi sgrida.

  • Cosa ti aspettavi da tua moglie? Te lo avevo detto! Non sai che il mondo funziona così (alzando la voce)?
  • Lo so Lorenza, nutrivo una piccola speranza…
  • Ahhhh ….Mi verrebbe di gridare! Cerca di usare la cosa a tuo favore. Invita il piccolo a parlarne e poi gli dici che troverai un accordo con la madre. Hanno bisogno di essere rassicurati.

La ringrazio per i consigli, è stata molto gentile.

Anche se ti danno una mano, col dispiacere ti senti anche un po’ solo e scoperto. Ti viene una sensazione di freddo in genere. Col dispiacere è come se avessi una febbriciattola.

Scrivo al piccolo:

  • Perché non ci vediamo e mi dici? Con la mamma troviamo senz’altro un punto d’accordo.

Silenzio.

 

Mi guardo la camicia bianca. E’ strano come a seconda dello stato d’animo il bianco che riflette la luce possa essere scintillante o accecante, creare senso di piacevolezza o fastidio. Dipende da quanta ombra fa l’anima, forse.

 

Scrivo un messaggio alla madre.

  • I ragazzi mi dicono che li accompagni tu al dentista? Confermi?
  • Devono mangiare prima perché dopo non possono e poi il piccolo vuole che venga io, ci vediamo alle 13,15.
  • Se non c’è bisogno non vengo proprio allora.

Sono risentito perchè per l’ennesima volta si mette in mezzo.

  • Intanto è un modo per riavvicinarti al piccolo, poi non ho i soldi altrimenti disdico. Mi versi i soldi altrimenti.
  • Riavvicinarmi a lui? e lo accompagni tu? Non puoi dirgli che lo raggiungi dopo? Non capisco perché lo debba accompagnare tu. Veramente non capisco.
  • Ma vuole così, è già agitato per gli esami, ma abbi pazienza. Allora devi venire oppure devo disdire? Fammi sapere.
  • Agitato per un controllo ai denti? Ma quando mai? Anche il grande lo accompagni tu? Pure lui agitato? Se il piccolo è agitato, rimanda il dentista. Lo accompagnerò dopo gli esami. Oggi passo e prendo il grande.
  • Ma che dici ?! Devono controllarlo.
  • Se è agitato lo controllano dopo gli esami. Non cambia nulla.
  • Comunque se il tuo problema sono io, peggio per te. I miei figli vogliono che venga al dentista e io verrò. Se tu non vuoi venire, fai come credi.Per il resto parla con tuo figlio che lo vedi tutte le mattine. Ti faccio arrivare la fattura del dentista.
  • Io pago il 50%. Le spese mediche si dividono. Dovresti agevolare il rapporto con me, potresti evitare di venire.
  • Sei tu che non sei in grado, altrimenti verresti oggi.
  • Ma io vengo, dovresti essere tu a lasciarmi un po’ col piccolo.
  • Guarda che non ho problemi io, è il ragazzo che non vuole per ora, ma se non ti fai vedere e sentire da tempo, che vuoi da me.
  • Ma scusa ma che dici. Ma se non mi rispondono mai. Anche dire ai ragazzi che non voglio che vadano in Grecia è testimonianza di un modo di fare infantile. Che motivo c’è? Cerca di maturare, stai facendo del male ai ragazzi. Li uccidi così.
  • Hai detto di no ad una vacanza che per loro è importante dopo un anno duro e faticoso e a cui loro tengono e lo sai. Se lo fai per ripicca, fai male, placa la tua rabbia nei miei confronti e pensa al loro bene.
  • Sono gli adulti a discutere e prendere delle decisioni. Coinvolgere i ragazzi per metterli contro di me è una bassezza. Nessuna ripicca. I ragazzi, per mandarli fuori, ho bisogno di sentirli a telefono e sapere che fanno. In queste condizioni non sto per nulla tranquillo. Con queste cose non si scherza.
  • Nessuno fa bassezze. Fa comodo a te crederlo per non ammettere le tue colpe. Ma vedremo cosa dirà il giudice. Buon Lavoro. Io sono reperibile comunque, caro. Se hai problemi a venire al dentista figurati, ma è peggio per te. Impara il rispetto per la madre dei tuoi figli e placa il tuo rancore e fatti un esame di coscienza. Forse vedrai qualche risultato invece di ricattare e dire bugie.
  • Non ho alcun problema. Mi sarebbe piaciuto stare un po’ solo con mio figlio. Ma temo sia utopia. Non capisco a che ricatti ti riferisci, smettila con questa parola che me la ripetono anche i ragazzi.
  • Ma che dici?! Loro la dicono a me e poi è evidente in tutto quello che fai e che dici forse se qualcuno esterno te lo spiegasse sarebbe meglio. Ciao, Buona giornata. Non ho tempo da perdere io.

Eppure avevo la camicia bianca oggi.

Ripenso a tutti i consigli che mi hanno dato in questi giorni. Mi dicono tutti di pensare solo ai ragazzi. Non dovrei negare il viaggio.

Il dispiacere lentamente ti vuota la testa anche.

In questo momento la mia testa è vuota di miei pensieri. Mi fanno male anche le gambe.

Il dispiacere agisce anche sui quadricipiti femorali.

Dopo un po’:

  • Se ritieni di partire in Grecia coi ragazzi fallo pure. Sappi che il non sentirli e saperli lontano accrescerà il mio stato d’ansia. Cercherò di sopportarlo, se loro è questo che desiderano . Se mi facessi scrivere e rispondere da loro forse sarebbe meglio. Siete in sei e c’è un solo uomo. Se tu ti senti di assumerti la responsabilità, fai pure. Ricordati che i ragazzi non vedono il nonno da mesi e non gli rispondono  al telefono . È una vera barbarie che stai avallando . Ti prego di non usare la parola ricatto coi ragazzi perché spesso la hanno ripetuta a me. Non ho mai ricattato nessuno. Ci vediamo al dentista, così faccio il mio in bocca al lupo al piccolo per gli esami. Domani sarò fuori per lavoro. Ciao

 

  • Cerca si smetterla di parlare di accuse e barbarie sappi che hai stancato di offendere e accusare te l’ho già detto. Sappi che tutto sarà messo agli atti e verificato per il resto fatti tu un esame di coscienza te l’ho gia detto e ti prego di limitarti a dare solo una risposta ai messaggi e non considerazioni personali che saranno giudicate da chi di competenza per il resto ci vediamo dal dentista.

 

  • Perché dirmi che ricatto e sono un bugiardo non è una offesa? È un tuo complimento?

 

Vado al dentista. Lascio perdere le liti con mia moglie. Oggi penso di aver chiuso. Non otterrò nulla. Mi faccio trascinare sul suo terreno e non serve a nessuno se non a lei e al suo livore.

Non ci sarà un seguito.

Il dispiacere serve anche a questo. Ti mette il peso giusto per toccare il fondo.

Arrivo al dentista. Non ci sono ancora, li aspetto in sala di attesa. Dopo un po’ arrivano. Metto fuori il mio miglior sorriso. Mia moglie è avanti, il resto della truppa è dietro. Saluto mia moglie, non risponde. Saluto il piccolo che è secondo, testa bassa e dice un ciao. E’ come me in questo, non ce la fa a non ricambiare un saluto. Saluto il grande. Al mattino mi sta salutando sempre. Stavolta non risponde, si uniforma alla madre.

Deglutisco.

La sala d’attesa è piena. I posti a sedere sono occupati. Vorrei parlare col piccolo ma ha la testa nel telefono e una donna seduta accanto. Aspetto un po’. Viene chiamata proprio la donna che è accanto a lui, si libera il posto. Con uno scatto anticipo tutti e mi siedo.

  • Ciao, come stai? Sei teso?
  • Non risponde.

Gli accarezzo la guancia con l’indice.

  • Ehi!

Purtroppo si alza e se ne va.

A volte il dispiacere dopo che ti porta sul fondo, ti fa anche scavare.

I presenti che hanno guardato la scena, mi guardano. Mia moglie raggiunge il piccolo e gli dice di stare calmo e tranquillo. Il più grande anche lui è seduto ed ha la testa nel telefono.

Mi alzo, vado alla reception e chiedo di pagare il conto. Almeno faccio qualcosa.

Dopo un po’ chiamano mio figlio più grande e il piccolo prende il suo posto sulla poltrona. Mia moglie è sempre nella stanza come se dovesse vigilare.

Mi avvicino a lui e mi piego, seduto sui talloni.

  • Ehi, non vuoi proprio salutarmi?

Fa di nuovo per alzarsi e andarsene.

  • No, stai tranquillo. Non ti disturbo. Rimani seduto.

Gli dico poggiandoli una mano sulla spalla.

Mi avvicino a mia moglie a bassa voce:

  • Ma scusa, non vedi che se ci sei tu diventa tutto più complicato? Neanche il grande mi parla ed al mattino quando siamo soli lo fa.

Lei prende il telefono dalla borsa, armeggia con quello. Sento un bip. Mi avvicina il telefono reggendolo in mano.

Ha cominciato a registrare.

Il piccolo la guarda. La guarda anche un’altra donna che è nella stanza.

  • Ripeti pure queste accuse che stai dicendo. Allora cosa dicevi? La mia presenza ti complica le cose? Ripeti dai!

Mi chino su mio figlio. Gli do un bacio sulla testa.

  • In bocca a lupo per gli esami. Papà domani è fuori per lavoro. Ti voglio bene.

Il dispiacere dopo che ti ha fatto scavare il fondo, ti strappa il cuore.

Domani però rimetterò una camicia bianca. In questi mesi ho imparato a farle veramente bianche. Prima a mollo, con il detersivo a mano per una notte. Bio presto dice mia zia, non altri. Al giorno dopo in lavatrice con un goccio di aceto.

Bianche e profumate.