Rosa

Rosa, Rosetta, zia Rosa, la signora Rosa era mia madre. La chiamavano in modo diverso, lei rispondeva sempre con lo stesso sorriso scintillante. La conoscevano un po’ tutti per via del carattere esuberante. Con mio padre si sposò nel 1959 e insieme hanno messo al mondo 4 figli. Due maschi e due femmine. Sono stati equilibrati anche in questo. Io sono venuto per ultimo dopo qualche anno, forse per sbaglio. Sarà stato così che mi piacciono gli errori.

Da ragazza tagliava i capelli, poi ha avuto un negozio di parrucchiere tutto suo. Mio padre non voleva che lavorasse però. Lei per non fargli un torto non esitò a lasciare tutto e dedicarsi alla casa e a noi figli. In realtà, non smise mai di tagliare capelli. Li tagliava a noi, in casa, ai ragazzi di tutto il palazzo in cui abitavamo, al figlio di qualche amica, gratuitamente. All’epoca ci si aiutava nei condomini, era bello vivere insieme. Col bisogno ci si sosteneva, non ci si ammazzava. Noi abitavamo al terzo piano, al sesto aveva l’abitazione un noto chirurgo, single. I clienti gli regalavano del pesce, lo portava alla signora Rosa, un uomo molto distinto, la chiamava così. La signora Rosa cucinava per lui e un po’ lo teneva per noi. Il dottore le diceva sempre:

  • Signora Rosa, l’amicizia si mantiene se il cesto va e viene… pieno. Dividiamo, sennò non le porto più il pesce da cucinare.

Spesso salivo io dal dottore a portare il pesce al forno. Mi vergognavo da matti, ma a Rosa era impossibile dir di no.

Da lei ho imparato che la maggior parte delle volte la risposta dipende da come viene posta la domanda. Lei sapeva chiedere, forse perché era la numero uno nel dare. Il suo maggior talento era quello di intuire chi avesse di fronte. In un baleno riusciva a fare breccia, con una frase, con un gesto, con una scusa. Lei penetrava e non la mollavano più, le si affezionavano tutti.

Aveva la terza media ma una conoscenza profonda delle persone e del mondo verso il quale era aperta. Forse la persona più aperta che abbia mai conosciuto. Le piacevano i buddisti, i musulmani, i cristiani e gli ortodossi. Più era gente diversa da noi, più trovava bellezza in loro, impazziva di curiosità e ne gradiva la compagnia. Una delle sue migliori amiche era indiana. Moglie di un ricercatore, per un periodo si trasferì nella nostra città. Insegnava inglese ai ragazzi al pomeriggio. Io ci andavo due volte a settimana. Il figlio di Rosa non pagava per le lezioni, mia madre si sdebitava con focacce, cene e pubbliche relazioni. In meno di tre mesi aveva fatto diventare Sudha, così si chiamava, una della nostra città, come se ci fosse nata da noi. Si erano conosciute perché, al supermercato, mia madre l’aveva fermata per chiederle cosa rappresentasse il puntino rosso sulla fronte! Da lì non si erano più mollate per il periodo di permanenza di Sudha.

Quando andavano in giro facevano a gara per chi indossasse più colori. Ho temuto che si facesse il puntino rosso anche lei.

Non aveva aiuti in casa, stirava, puliva, cucinava per non so quanta gente. Al pomeriggio andava spesso in campagna anche, a coltivare l’orto.

Sempre con il sorriso stampato, due enormi orecchini e i suoi occhi verdi. Trucco poco, non le piaceva molto. Un giorno tornando a casa, stava scaricando una cassetta di frutta dall’auto. Le si affiancarono due ragazzi americani di origine orientale (faccia da giapponesi). Le chiesero quanto costasse la frutta, volevano comprarla. Mi trovavo nei paraggi e le tradussi la frase. Prese la cassetta di frutta e gliela mise tra le braccia.

  • Prendete, prendete, digli che possono prenderla!

Ahivoglia che i ragazzi tentassero di rifiutare.

  • Mamma! Ma non la vogliono!

Non ci fu verso. La cassetta era loro. I giappoamericani se ne andarono dopo 500 inchini con tutta la cassetta. Aveva formato un capannello di curiosi nel frattempo e commentò:

  • Era pallido pallido, poveretto… un po’ di frutta gli farà bene!

Rideva di gusto e contagiava con il suo sorriso enorme. Risero tutti quanti.

Qualche volta ho fatto finta di non conoscerla, chinavo la testa e cercavo di nascondermi. All’epoca mi vergognavo dei suoi modi. Che hpeccato. Avevo accanto una regina e non lo sapevo.

Mia madre girava con vestiti colorati, spesso in pantofole e magari anche coi bigodini in testa. A volte sembrava una di quelle matrone africane, le mancava solo la cesta in testa anche se i bigodini ci somigliavano.

Un’altra volta mi ritrovai due ragazze canadesi in casa. Non ho capito come avesse fatto ad adescarle, loro non parlavano italiano e lei non parlava una parola di inglese. Le convinse a venire a pranzo a casa per assaggiare le sue polpette, disse.

– E poi hanno la faccia di brave ragazze! In Canada non sanno nemmeno che sono le polpette, sicuro! Almeno ricorderanno qualcosa del viaggio!

Rimasero nostri ospiti per una settimana, se le portava in giro dappertutto, al mare, in piazza a fare la spesa e in campagna a coltivare l’orto. Le ragazze impazzirono per ‘’Rose’’, non volevano più ripartire.

Per lei era un modo per fare esercitare noi figli con l’inglese. Aveva la fissa dell’inglese. Non saperlo era il suo grande cruccio e voleva a tutti i costi che noi figli lo imparassimo.

Non potrei parlare di mia madre senza parlare del suo alter ego. Aurora, era la sua migliore amica. La signora del piano di sotto. Aurora è una donna riservata e casalinga. L’esatto opposto di mia madre. Grandi fumatrici e bevitrici di caffè entrambe, parlavano parlavano, fumavano fumavano, bevevano caffè…

Si confidavano e si sotenevano. Aurora non conosce malizia, è una donna sincera e con mia madre erano una cosa sola come solo due donne sanno essere. Per andare così d’accordo con mia madre bisognava essere di cuore aperto. Aurora aveva un cuore enorme, e lo ha tutt’ora, visto che vive ancora.

Per Aurora mia madre credo fosse la porta sul mondo. Usciva pochissimo da casa. Per Rosa, Aurora era un porto sicuro in ogni momento. Erano belle insieme, sembravano una cosa indissolubile.

Di me diceva sempre:

Questo mio figlio è strano, sempre taciturno. A scuola va benissimo. Due cose la stranivano:

la prima che fossi silenzioso, per lei quasi una roba da curare. La seconda che andassi molto bene a scuola. I miei tre fratelli più grandi faticavano un po’. Non le sembrava vero di uscire da scuola e camminare a mezzo metro da terra dopo i colloqui. Se studiavo sempre, lo facevo anche per lei. Da piccolo sono stato un grande osservatore. Mi piacerebbe oggi poterle dire:

  • Mamma, ti osservavo in silenzio perché mi lasciavi a bocca aperta.

Ognuno di noi ha il proprio tempio personale e nel tempio c’è il Sancta Sanctorum, la parte più riservata in cui può entrare il sacerdote e pochi altri.

Nel mio, di Sancta Sanctorum, troneggiano i ricordi di mia madre. Un cofanetto di preziosi che non c’è bisogno di assicurare, non me li porta via nessuno.

Ha amato mio padre, direi che lo ha venerato come una geisha sa fare. Forse per questo lui non si è più risposato o fidanzato, pur rimasto vedovo a soli sessanta anni.

In casa eravamo in sei. C’erano due bagni. Uno era per mio padre, l’altro per noi cinque, compresa lei. Quattro posti a sedere sui divani, uno per mio padre dove non ci si poteva sedere nessun altro. Per i tre rimasti ci si doveva menare tra fratelli. Lei vedeva pochissima tv. Le piacevano i film drammatici che vedeva ogni tanto. Piangeva a fontanella con dei lacrimoni enormi. La sfottevamo e rideva con le lacrime, come quando piove col sole.

Mio padre avvisava sempre per telefono quando stava per tornare a casa.

Lei ci sistemava tutti come se fossimo orchestrali e stesse arrivando il direttore.

  • Non fate macello che sta arrivando vostro padre!

Lo trattava da re praticamente e lui ricambiava.

Quando facevamo i discoli ci inseguiva con la scopa nel corridoio di casa e ce la lanciava addosso con una precisione nel mancarci incredibile. Quando proprio la facevamo arrabbiare ci minacciava:

  • Se non la finisci mi costringi a dirlo a tuo padre!

Era il massimo della pena.

Le piacevano le feste. Al fine settimana andavamo tutti nella casa di campagna. Aveva sempre tanti ospiti. Mio padre era un tipo molto schivo all’epoca ed ogni tanto si lamentava di avere sempre tanta gente tra i piedi.

Lei tuonava:

  • Smettila! Sennò uno come te, solo rimane!

Neanche lui riusciva a tenerle testa.

In quelle feste penso di aver assistito a vari miracoli. La dispensa era vuota ma lei riusciva a tirare fuori cibo per decine di persone. Una sorta di miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Non ho mai capito come facesse.

Abbiamo avuto una vita agiata, mio padre lavorava tanto e guadagnava bene. Erano tempi in cui questa equivalenza valeva ancora.

Faceva attività in proprio però, quindi capitavano periodi in cui bisognava stringere la cinta fortissimo.

Quei periodi me li ricordo bene. Il sintomo era che al pomeriggio per merenda mi toccava pane olio e zucchero e alla sera spesso, il riso col latte.

Non so come, mi convinceva che fossero le cose più buone al mondo. Sapeva porgere, penso fosse quello il segreto.

Il culmine della stagione era senz’altro Natale. Le feste si facevano tutte a casa di Rosetta. Le amiche la chiamavano così, per i miei coetanei era zia Rosa. Lei preparava un grande albero di Natale che non era un abete. Manco a dirlo facesse una cosa normale.

Si faceva prendere un albero di fico spoglio, lo verniciava di bianco e lo addobbava con mille colori.

Aveva una mente davvero colorata.

Era un via vai di gente. Avevamo venti anche trenta persone al giorno in casa nei giorni di festa.

Lei, senza batter ciglio al mattino dopo si svegliava all’alba e ripuliva tutto.

Di sottofondo, Pino Daniele o Mina.

Pino Daniele un giorno lo incontrò. Era con mio padre in autostrada e incontrò Pino con la band ad una stazione di servizio.

Non so bene cosa combinò, si favoleggia in proposito nella mia famiglia. So solo che a casa ho la foto di mia madre tra Pino Daniele e il sassofonista di colore della band con il sassofono tra le mani. Su un foglio a parte, la dedica di Pino a mia madre.

Nell’ultima parte della sua vita incominciò a dedicarsi al restauro. I miei fratelli erano grandi ormai ed io a sufficienza da non essere seguito passo passo. Avevo 18 anni.

Aveva un po’ di tempo in più e si era inventata un’attività. Aveva conosciuto un restauratore, un tale Gigante. Non ho mai capito se fosse il vero cognome o il soprannome dell’uomo.

Passava a prendere questo Gigante dalla bottega, andava per campagne e comprava a poco prezzo dei mobili di cui i contadini volevano disfarsi. Vecchie cassapanche, culle in legno, credenze. Le rimetteva a posto reinterpretandole spesso. Una culla per esempio, oggi è il nostro mobile bar. I mobili li teneva per sè, li regalava alle sorelle o a qualcuna delle tante amiche con cui doveva disobbligarsi.

Da tempo sentivo nominare questo Gigante. Un giorno lo conobbi.

Gigante era alto circa un metro e cinquanta, aveva un braccio solo ed era sordomuto.

Mia madre ci parlava a gesti, o in labiale, lo chiamava con una pacca sulla spalla. Lui per indicarle che il mobile era di legno buono faceva un segno con il pollice dell’unica mano. Lo strisciava sulla guancia. Se davvero buono oltre a strisciarsi il pollice sulla guancia, roteava il palmo della mano in aria.

Sorrisi e rimasi sbalordito.

Le chiesi:

  • Mamma, ma come fa Gigante con un braccio solo?
  • Gigante è un mago. Mi disse.

La maga era lei invece e per diciotto anni mi ha fatto vivere una magìa.

L’altro giorno ho incontrato una sua amica. Una vecchietta ormai.

Non la avevo riconosciuta. Si è avvicinata e mi ha detto:

  • Ma sei il figlio di Rosa?
  • Si, Ciaoooooo! Come stai?
  • Ti ho riconosciuto dal sorriso, è come quello di tua madre.

Mai complimento è stato più bello per me.

Gli oggetti allo specchio….

imageKatia all’ultima seduta di counseling mi da un compito. Prendi un quaderno, scrivi tutte le emozioni che riconosci, descrivendo la sensazione fisica che si accompagna. Se puoi, cerca di ricordare anche le smorfie del tuo viso e prova a riprodurle allo specchio.

Ma si può? Mi sento un po’ tirato per le orecchie a svolgere, ma sono stato sempre un tipo diligente e mi sono messo di buona lena ad eseguire il mio compitino. Invece del quaderno, ho cominciato ad usare il ‘’note’’ del mio Iphone. Più pratico.

Arrivato il momento di guardarmi allo specchio, ho avuto un po’ di difficoltà. La mia indole ha fatto attrito e resistenza. Ma a cosa serve tutto ciò?  Qualche mese fa al pensiero di annotare le emozioni e di fare le facce conseguenti allo specchio, mi sarei sentito ridicolo. La vita cambia repentinamente però, più velocemente di quanto si possa immaginare.

E cosa  avrei detto a 30 anni di me, se avessi pensato me a 45, in queste condizioni?

A quarantacinque anni, passerai molto tempo a cogliere le tue emozioni e a fare facce allo specchio!

Coglione! avrebbe detto me di me futuro!

A sentire la mia conselour invece è proprio questo il mio male. Sentirmi ridicolo solo perchè metto a nudo le mie emozioni. Mi rimprovera per questo.

Mi avvio allo svolgimento del  tema come un bue portato in palestra, anzi, se potessi, raglierei.

Quando hai poco, non puoi fare molta selezione,  non ci riesci. Prendi tutto quello che viene, pensi solo a riempirti. Smetti di fare lo schizzinoso. Quando hai fame, una pasta scaldata ti pare un pasto divino.

Ho provato in questi giorni a riprodurre davanti allo specchio i vari stati d’animo, ma non mi riesce di scostarmi di molto dalle emoticons di whatsapp. Quella tipo urlo di Munch mi riesce benissimo, è quella che mi da più soddisfazione!

Ma soprattutto, una volta che riconosco le emozioni, come faccio a trasmetterle ai miei ragazzi che nemmeno mi parlano? Questa domanda mi sono dimenticato di farla a Katia. Dovrei scrivere delle domande e portarmele dietro, penso. La memoria non mi basta più. La necessità dei pizzini va di pari passo con gli occhiali da vicino. Comincio a pensare che sono gli occhialetti a far dimenticare le cose!

Perche fino a qualche mese fa avevo un rapporto splendido con i ragazzi, senza fare tutti questi studi davanti allo specchio? Cosa è cambiato ora?

Mi sento come quando da studente mi chiedevo perché dovessi  studiare Lucia e Renzo. A cosa mi servono nella vita? Ora mi ritrovo a essere simile ai capponi di Renzo,  mi becco da solo però.

Oggi sono andato alla partita del più grande. E’ stata una partita importante, si è giocato l’intero campionato tra le prime due della classifica. Stavolta non ho provato nemmeno a chiedergli di accompagnarlo. La cosa mi ha preoccupato, questa inerzia potrebbe significare cedimento e non voglio. Arrivo un po’ nervoso al campo.

Ho preso il caffè di rito con gli altri genitori e sono salito sulla tribuna. Mentre guardo in giro per scorgere qualche volto amico da salutare, abbasso lo sguardo, proprio davanti a me, seduto accanto ai suoi amici, mio figlio piccolo. E’ a mezzo metro e non lo ho visto!

La faccia smarrita. evidentemente lui mi ha visto ed è fortemente in imbarazzo. Sto lì da almeno due minuti a distanza di carezza e non mi accorgo di lui.  Lo guardo, un tuffo al cuore. Lo saluto, mi risponde a fatica, mi metto accanto a lui, lo abbraccio e lo bacio sulla testa. Si divincola e gira la testa dall’altra parte. Mi rendo conto che ci sono i suoi amici e le sue amiche, ha tredici anni e per un adolescente non deve essere il massimo farsi vedere abbracciare e baciare dal proprio papà in condizioni normali, figuriamoci nelle nostre.

Faccio in tempo a chiedergli come stia, mi risponde che sta  bene, bofonchiando, poi  accentua il suo divincolarsi e mi offre quasi la schiena.

Evito di creargli imbarazzo e mi metto a sedere due file più su accanto ad altri genitori. Mi sento come ad avere una fetta di torta davanti, ma ne posso mangiare solo un pezzetto per via della dieta. La lascio e provo una mancanza fisica.

Stasera mi sono messo davanti allo specchio ed ho provato ad eseguire il mio compitino.

Che emozione è il tuffo al cuore? E’ quello che ti capita quando non ti aspetti di vedere qualcuno e quel qualcuno è la persona più importante della tua vita? Come te la rappresento Katia?

Rimango fisso immobile davanti allo specchio. Mi cade una lacrima, poi un’altra. Piango, ma non è un pianto amaro, è un pianto neutro. Non è nè gioia nè dolore. O meglio è gioia e rabbia allo stesso tempo che si compensano. Capita anche che piova col sole, mi sembra così.  Il mio cuore è felice, nel naso ho ancora l’odore di mio figlio, tra le braccia sento la sua morbidezza,  ma piango. Sono arrabbiato perché era lì e mi trattenevo per non creargli imbarazzo e perché probabilmente, se mi fossi avvicinato di nuovo si sarebbe allontanato.

Spero di essere riuscito a rappresentartela questa emozione, Katia. Magari sono riuscito a trasmettere qualcosa anche al mio piccolo, che sarebbe meglio. Parlo da solo con lo specchio.

Davanti a me c’è Vincenzo il migliore amico di mio figlio.

Comincia la partita, io divido i miei occhi tra mio figlio piccolo seduto due file più avanti e mio figlio più grande che in campo si gioca il campionato.

Succede un qualcosa di strano. Vincenzo per tutta la partita non fa che chiedermi pareri sulle squadre, sui giocatori, su ogni.

Sono troppo preso e concentrato sui miei ragazzi, su ogni mossa che fanno, uno in campo e l’altro sugli spalti per accorgermi che Vincenzo mi parla da mezz’ora. Rispondo automaticamente come i risponditori automatici, quelli che ti dicono:’’ prema uno se vuoi questo, prema due se vuoi quello ‘’ …tu invece vorresti tanto un operatore di quelli: ‘’buonasera sono Giovanni, come posso esserle utile!’’.

Arriva l’intervallo, mi giro sulla sinistra e sotto alla tribuna, ai bordi del campo, vedo tutto il clan di mia moglie.  C’è lei, il padre, la madre, mia cognata, il marito di lei con la piccola, una amica con il marito anche. Sono allegri e felici, ridono e scherzano.

Mi danno nausea, per fortuna sono lontani. La cosa mi urta anche, provo un po’ di gelosia. Un tempo il pallone era a mio esclusivo appannaggio. Guarda quanti sono oggi! E non sanno nemmeno se il pallone è tondo o quadrato. Che nervi.

Mi guardo allo specchio, non piango più. Si accentuano le rughe sul volto, aumenta la salivazione, deglutisco. Mi prende allo stomaco, si accartoccia come la carta del pane e la mia faccia sembra un pomodoro maturo e sfatto. I denti si serrano.

Mio figlio e Vincenzo si sono alzati e sono in giro con gli  altri ragazzi, li perdo di vista.

Scambio qualche parola sulla partita con gli altri genitori. La squadra perde, mio figlio in campo però lotta e gioca bene, tutto papà… J

Ricomincia la partita, secondo tempo.

I ragazzi tornano al loro posto, cerco di sentire i discorsi del piccolo con le amiche ma con il rumore di fondo del pubblico non riesco a carpire le parole. Non mi ha mai dato tanto fastidio un rumore di fondo.

Vincenzo prende delle patatine dalla busta del suo vicino, si gira e me le offre direttamente dalle sue mani, con quella naturalezza che solo i ragazzi hanno: Vuoi una patatina? Quasi fossi il suo compagno di banco.

Lo guardo. Ho un attimo di esitazione, sto per dire no. Guardo la patatina e gli dico:” grazie Vincenzo”. Il ragazzo mi stava coccolando da mezz’ora e non me ne ero accorto. Riavvolgo il nastro del primo tempo in mente. Si era accorto della reazione di mio figlio che mi aveva allontanato, Vincenzo è un ragazzo intelligente e da più di mezz’ora che cercava di coinvolgermi per consolarmi forse.

Mi guardo allo specchio. I miei occhi scondinzolano, abbozzo un sorriso a bocca chiusa, la testa si inclina leggermente su una spalla come a cercare un appoggio. Che bravo Vincenzo, penso. Mi ha voluto bene, mi accarezzava virtualmente e neanche me ne ero accorto.

Se il migliore amico di mio figlio mi tratta bene, può essere che loro non parlino poi così male di me, penso. Mi si riaccende una speranza. Sono più di cinque minuti che sono davanti allo specchio. Il tempo passa.

Avevo un’auto americana. Mi ricordo che sullo specchietto retrovisore c’era un adesivo: The objects in the mirror are closer than they appear. (Gli oggetti allo specchio sono più vicini di quello che sembrano)

Leggevo spesso quella frase. Gli americani sono maniaci per la sicurezza e da buon italiano commentavo:”sti  americani potevano risparmiarsela questa banalità”. Leggevo e ci riflettevo molto quando ero in auto, stando sullo specchietto mi balzava continuamente agli occhi. Avrei potuto staccare l’adesivo ma non l’ho mai fatto, mi solleticava la fantasia e cercavo un significato nascosto, più filosofico di quello pratico.

Adesso mi pare chiaro cosa cercavo. Stare allo specchio mi sta avvicinando a me stesso. L’esercizio di Katia, serve proprio a questo forse. Mi devo riappropriare di me stesso per offrire il meglio di ciò che sono.

In casa me lo hanno sempre detto, per far stare bene chi ti sta intorno, devi stare bene prima tu. Se vado in giro con questi occhi tristi, smarrito, come vuoi che chi mi sta intorno stia bene o mi riconosca?

Una persona che ha avuto una esperienza simile alla mia mi ha detto:

Quando torneranno e passerà la sofferenza quello che ricorderai è tutto il tempo che hai buttato a soffrire.

La partita finisce. E’ stata emozionante, i ragazzi hanno perso ma hanno giocato bene. Mio figlio più piccolo scende di corsa dalle tribune. Mi precipito a toccargli la testa e gli dico: Ciao! Non si gira a guardarmi, ma ricambia il ciao. E’ qualcosa!

Saluto Vincenzo.

E’ tardi, mi metto a nanna. Oggi non è andata così male, mi sono portato avanti con i compiti e l’oggetto nello specchio si è avvicinato di molto.

Teodoro, dono degli dei.

Credo che un indicatore della intelligenza sia la capacità di accorgersi dell’esistenza degli uomini e delle cose. Allo stessa stregua, la disattenzione verso cose e uomini  è sinonimo di stupidità. L’intelligenza è un dono degli dei.

Oggi il mio primogenito ha fatto una partita. Si è giocato fuori casa, in un paese a 50 km di distanza.

Non avendo ormai più  notizie dai miei ragazzi, mi informo  sugli orari da altri genitori.  In genere, in occasione delle trasferte, ci si raduna presso la scuola calcio di buon ora. Si  parte poi  con la carovana di auto alla volta dello stadio fuori città. Il buon Gabriele mi aveva informato: partenza 8,45.

Mando il messaggio di rito a mio figlio: Ti vengo a prendere alle 8,30!

Sapevo già che avrebbe rifiutato, ma non posso darmi per vinto prima di provarci.

Risposta quasi immediata: No, in primis non voglio e poi ho chi mi accompagna.

In primis…. Caspita, penso. Latino. Il mio piccolo uomo fa il primo liceo scientifico e quindi comincia a masticare un po’ di latino.

La risposta era veramente brutta, ma  da un po’ sono preparato a queste risposte e quasi impermeabilizzato. Mi concentro sulle parole, come se il particolare mi potesse far dimenticare il tutto. Ho frequentato il liceo classico e quello che ha attirato la mia attenzione nella frase sono state le  due parole: In primis.

Mio figlio che infila due parole in latino! Non ci sarebbe da meravigliarsi, se la cava benissimo a scuola, ma la cosa mi ha dato il senso del tempo che passa ed il fatto che probabilmente me lo vedrò uomo senza accorgermene, così come mi sto perdendo lo studio delle declinazioni.

Ero solito seguirlo nei compiti quando ero a casa, ora non so nemmeno cosa stia studiando.

Provo una grande frustrazione. Proprio ciò in cui sono stato sempre forte, lo studio e l’amore per esso, non potrò più travasarlo ai miei figli. Questa è davvero una interruptio!

Non ci sarò quando leggeranno di Paolo e Francesca, di Ulisse e della semenza dei suoi compagni. Non ci sarò per tante cose. Probabilmente non saprò dei primi amori e delle prime delusioni. Mi perderò tutte le prime. Eppure mi sento di poter dare tanto. E’ veramente frustrante.

Vivo una quiete disperata per questo, solo la rabbia non mi fa rassegnare.

Amore disperato e rabbia. Mi vengono  in mente i più famosi versi di   Catullo.

Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris.
Nescio, sed fieri sentio et excrucior.

(Ti odio e ti amo. Come possa fare ciò, forse ti chiedi.
Non lo so, ma sento che così avviene e me ne tormento.)

L’interruzione di un grande amore genera una grande rabbia.

Avrà usato il latino per farmi vedere che lo sta imparando? O è una frase che ha sentito da qualcun’ altro? A volte mi sento come le adolescenti che tolgono i petali alla margherita e dicono: mi sta pensando? o non mi sta pensando?

Sa bene del mio legame e il mio amore per le lingue antiche, magari era un modo per richiamare forte la mia attenzione e dirmi tra le righe, ti voglio bene.

Mi illudo forse, ma decido di giocare e  replicare in latino. Riprendo le parole di Catullo che era nei miei pensieri in quel momento:

Excrucior fili mi, quia causam nescio.

(Mi tormento figlio mio, perchè non capisco il motivo).

Ovviamente nessuna risposta. Poi aggiungo in Italiano: mi dispiace che non voglia venire con me.

Se mi avesse scritto quelle due parole in latino per attirare la mia attenzione, ora è contento che gli abbia risposto a tono.

Intanto ritorno al dettaglio per non smarrirmi: ho chi mi accompagna. Cerco di immaginare chi lo accompagni. Sarà uno del clan, il nonno o lo zio. Il fratello di mia moglie che non vedo da mesi.

L’attenzione e la sensibilità verso le emozioni altrui sono la forma più pura di generosità e di intelligenza. Nella famiglia di mia moglie sono un po’ deficitari da questo punto di vista, in maniera particolare gli uomini della famiglia.  Quindi non può che essere uno dei due a fare l’accompagnatore.

Ad uno dotato di un minimo di sensibilità e di intelligenza emotiva non  verrebbe mai di recarsi ad un appuntamento col figlio di un altro, sostituendosi al padre e sapendo  per giunta che anche il padre sarà presente. Sono coinvolto nella cosa, ma la ritengo vergognosa in assoluto, al di là del mio personale coinvolgimento. Credo che mai mi presterei a qualcosa del genere. Ma a ciascuno il suo.

Arrivo al raduno. Mi guardo intorno, mio figlio ancora non c’è. Qualche altro genitore mi vede. Un tempo arrivavo sempre con mio figlio, eravamo inseparabili. Mi vedono da solo, provo un filo di imbarazzo,  tutti sanno della situazione ma non fanno domande.

Si avvicina Teodoro. Scambiamo due chiacchiere. Mi piace andare alle partite anche per questo. Chiacchiero con gli altri papà e mi trovo molto bene. Gente semplice e senza fronzoli.

Dopo cinque minuti arriva mio figlio. L’accompagnatore manco a dirlo  è mio cognato, appunto. Gli indicatori di intelligenza non hanno fallito. Mio figlio esce dall’auto e nemmeno mi saluta. Mi ha visto bene, ma forzatamente non gira la testa verso di me per non incrociare il mio sguardo. Raggiunge il capannello dei suoi compagni. Ha il broncio, lo vedo da lontano. Mio cognato esce dall’auto e si avvicina per salutarmi.

” Ciao” dico.

”Ciao”, e quasi per scusarsi, ”erano mesi che non lo vedevo giocare ed ho pensato di fare un salto oggi”.

Non mi piacciono le frasi di circostanza e in tono dimesso:” Certo, con me non è voluto venire, mi ha detto che aveva qualcuno che lo accompagnava”.

”Io non c’entro nulla” mi fa.

Il primo pensiero è: emerito coglione, se non c’entri nulla, cazzo ci fai qua! Poi mi ricordo che ho di fronte un trentenne, non è un padre e  soprattutto non è un aquila.

”Non ti preoccupare” gli faccio.

” No, non mi preoccupo, non c’entro proprio nulla” insiste.

Niente da fare penso, se uno è coglione è coglione. Non potevo aspettarmi qualcosa di diverso.  Da un lato vuol dirmi che non si preoccupa di aver fatto una roba da pezzi di merda, anzi lui è tranquillo, dall’altra mi dice che comunque non c’entra nulla.

Sorrido amaro e gli dico: ” Ciao, ci vediamo”.

Torno dagli altri genitori. Due o tre  degli altri papà mi fanno: ”Chi è quello?”

”Il fratello di mia moglie” dico in modo rassicurante, come se sapessi della cosa.

Avevo capito che la domanda era retorica. Probabilmente sapevano tutti chi fosse, ma volevano testimoniarmi  la loro solidarietà. Era un modo per dire: ”Sto pezzo di merda, come si permette ad accompagnare tuo figlio, dal momento che tu sei qua? Siamo con te”

La mia risposta a metà tra il rassicurante ed il rassegnato era servita a sedare il loro astio solidale.

Si parte. Teodoro mi commuove. Aveva seguito tutto. Dall’arrivo di mio figlio al dialogo con mio cognato ed evidentemente aveva letto bene il mio stato d’animo. ”Sei solo?” Mi dice. Lo guardo e non rispondo, abbozzo un  sorriso  con le spalle ben giù. Credo che bastasse  vedermi in quel momento, non c’era bisogno di risposte. Lui in auto aveva la moglie ed il figlio più grande, diciottenne. Fa un cenno al figlio diciottenne e lo invita a farmi compagnia. In quel gesto, sento un senso di calore immenso. Avrei voluto rifiutare, ma il calore del gesto e la sua semplicità sono stati talmente grandi che non mi sono sentito di opporre alcuna resistenza. Aspetto che Antonio entri in auto e mi metto come sempre al comando della carovana. Tutti, da sempre, me lo fanno fare. Conosco bene le strade da farsi  perchè per lavoro sono sempre in giro e poi ho notevole dimestichezza con gli strumenti di navigazione. Quando c’è da raggiungere una meta nuova, il capo  carovana sono io.  La presenza di Antonio in auto mi riempie di gioia, mi attenua la malinconia della solitudine e la rabbia nel vedere il viso di mio figlio nell’auto del coglione. In trenta minuti siamo a destinazione. Io,  il coglione, mio figlio e gli altri.

Grazie Teodoro, dono degli dei.