Solo gusto

E’ qualche giorno che accompagno sia AAAAA che BBBBBB agli allenamenti.

Oggi avevano allenamento alla stessa ora. Quando sono andato a prenderli AAAAA era in palestra a fare pesi, BBBBB era già seduto fuori che aspettava.

Mi sono messo seduto vicino. Lorenza e Antonella mi avevano detto di provare a portarli da qualche parte, con una scusa. Creare un diversivo. Cercare di non fare solo il percorso casa- scuola calcio. Fermarsi al supermercato con una scusa, per prendere qualcosa.

Finora le mie allenatrici non hanno sbagliato un colpo. Continuo a seguire i loro comandamenti.

BBBBB deve sistemare lo schermo del telefono che è rotto. Ne approfitto.

Paperino: BBBBB perché invece che aspettare qua, non andiamo a vedere di riparare il tuo telefono?

BBBBB: No

Paperino: Dai, che facciamo qua. Inganniamo l’attesa.

BBBBB: Va bene.

Wow penso.

Mentre camminiamo incrocio Mimma, la madre di un compagno di AAAAA.

Mi guarda con BBBBB al fianco. Strabuzza gli occhi e mi fa un sorriso gigante. Sa della mia situazione, come un po’ tutti i genitori della scuola calcio.

La superiamo, avverto che continua a guardarmi e mi giro. Mi alza il pollice. Forse è più felice lei di me, in labiale mi dice ‘’in bocca al lupo’’!

Io mi sento come quando a quattordici anni passeggiavo con la mia fidanzatina. Lo vorrei mostrare a tutti il mio BBBBB.

Gli sono usciti i baffetti e qualche pelo alle gambe. Lo guardo.

Paperino: BBBBB! Che pelazzi che ti sei fatto!

Silenzio. Ma ha una smorfia di orgoglio. Gli ha fatto piacere l’osservazione.

Paperino: Dai, vedrai che se andiamo adesso, te lo fanno presto il telefono.

Lo porto nel posto giusto. Nel negozio ci sono due miei amici, simpatici e con la battuta pronta.

BBBBB li conosce. Sarà un modo per farlo sentire a casa e rompere il ghiaccio.

Durante il viaggio risponde sempre a monosillabi ma gli scappa anche qualche risposta compiuta. Ho la sensazione che la breccia si stia aprendo.

Scendiamo dall’auto, mi segue a due tre metri. Questo non è strano. Si è sempre trascinato BBBBB. Non è tipo da guidare un plotone. Massimo risultato con il minimo sforzo per lui.

Entro nel negozio, non ci sono altri clienti e i miei due amici sono dietro al bancone.

Antonio: Paperino! Buonasera!

Li guardo e rido.

Paperino: (Ad alta voce) Signori ecco a voi…. BBBBB!

Faccio una presentazione con inchino.

I miei due amici fanno le feste a BBBBB che non vedono da un bel po’. Lui ride sotto i baffetti.

Gli piace da matti stare al centro dell’attenzione.

Antonio mi promette la riparazione in breve. Tornerò a prenderlo.

Torniamo a prendere AAAAA alla scuola calcio.

In auto non sono più monosillabi. Non c’è un vero e proprio discorso ma mi parla un po’ della scuola. Ho una sensazione strana. Sono agitato. Non mi pare vero. E’ come se finalmente si stia mollando anche lui. Cerco di non far trapelare nulla.

Arriviamo alla scuola calcio, AAAAA ha finito la palestra. Andiamo via, preferisce anche lui fare la doccia a casa, oggi.

Sfotto un po’ AAAAA, gli tocco i bicipiti.

Paperino: ammazza che muscoli! E chi sei!

AAAAA ride.

Sapete che sto frequentando una palestra tostissima? Faccio cross- fit. Tutto corpo libero, una specie di ginnastica da marines. Ci venite?

BBBBB si gira, mi guarda dalla testa ai piedi e…

BBBBB: Non deve essere tanto buona come palestra.

E’ tornato. Il mio piccolo stronzo è tornato. Mi ha preso per culo da quando ha cominciato a parlare. Oggi lo ha rifatto. Non so come ho trattenuto tutto quello che avevo dentro. Mi sarebbe piaciuto chiamare qualcuno e dirgli:

lo avete sentito? E’ mio figlio questo stronzo. Io adoro quando fa così e mi è mancato da morire.

Mi sto riavvicinando forse.

Faccio finta di nulla e francamente non so come ci sia riuscito e se ci sia riuscito. Sono ancora confuso.

Entriamo in auto.

Paperino: Che vuoi dire? Tocca i bicipiti! Alzo il braccio destro e lo piego per gonfiare i muscoli.

BBBBB tocca e : Ma vaaaaaaaa.

Paperino: (Rivolto ad AAAA) Tocca tu!

AAAAA buono com’è non vuole dispiacermi.

AAAAA: Duri!

Lo stronzetto martella invece.

BBBBB: Tu al massimo potresti fare il sollevatore di polemiche!

Paperino: Ah si? Ti faccio vedere io. Dammi 5 mesi e vedi che pettorale che mi ritorna. Di quelli da pulsazioni stile braccio di ferro!

BBBBB: Sogna sogna, tanto è gratis.

Paperino: Invece dovreste venirci anche voi qualche volta.

Facciamo flessioni, addominali, squat. Serie da 100 anche! Datemi qualche mese e vi faccio vedere che papà vi ritrovate! Che avete fatto in palestra oggi?

AAAAA: Un po’ di tutto. Ho sollevato 10 kg. Bucci ne fa trenta.

Paperino: Effettivamente Bucci è una bestia. Mi assomiglia fisicamente…

Con la coda dell’occhio guardo BBBBB che è seduto dietro. Gli ho tirato la volata praticamente.

BBBBB: si, te lo sei mangiato Bucci!

…è diventato anche più stronzo di quando l’ho lasciato.

Ridiamo tutti e tre.

Alle otto sono andato a ritirare il telefono, portato a casa e consegnato ad AAAAA che è uscito a prenderlo. AAAAA è quello che mi ha sdoganato ufficialmente ormai.

Dopo un po’ ho scritto un messaggio a BBBBB: Funziona?

Passa mezz’ora mi compare il suo nome sul telefono. Un sms.

Non accadeva da mesi. Non l’ho aperto subito.

Quando aspetti una cosa per così tanto tempo e ti sembra di raggiungerla, sembra che perdi la forza per goderne. In realtà è il momento in cui realizzi che hai avuto la forza di affrontare la fatica. Fai una carezza ai tuoi muscoli ed al tuo cervello che hai tenuto tesi per così tanto tempo. Li rilassi un attimo. La tensione ti ha logorato, non ti sei spezzato. Ti compiaci con te stesso. Non hai parole, c’è solo gusto. Un gusto lo guasti se tenti di descriverlo. Non lo farò oltre.

Se ne erano andati. A testa bassa e con tutte le mie forze me li sono andati a riprendere. Ne ho prese di mazzate, ma forse sono vicino. Non devo perderli ora.

Verrà il difficile e devo esserci.

Apro l’sms.

BBBBB: grazie.

Paperino: Grazie a te, bacio.

 

Achille e la tartaruga

Giovedi 22 settembre appuntamento al centro di mediazione. Oramai bazzico da un po’ da queste parti. Ho persino capito dove parcheggiare senza dover pagare. Significa essere di casa.

Il centro si trova in una palazzina uffici appena fuori le vecchie mura della città. E’ una zona costruita con il boom edilizio degli anni 60. L’edificio si affaccia nella piazza del vecchio ospedale. Da un ventennio ne hanno fatto uno più grande fuori città. In realtà, a guardarlo, il vecchio sembra più nuovo del nuovo, come spesso accade alle strutture pubbliche di ultima generazione. E’ un posto a cui sono affezionato, ci sono nato e quando ci passo davanti lo sento come uno di famiglia.

La palazzina del centro di mediazione è molto più recente. Una struttura moderna cemento e vetro. Ha l’affaccio nella piazza, ma si entra da un ingresso laterale. Il granito grigio scuro a pavimento e pareti fa l’ingresso un po’ buio e tetro. C’è un corridoio molto lungo che porta ad un ascensore.

La pulsantiera dell’ascensore indica il nono piano. In realtà i piani sono solo quattro. Un fatto singolare, un guasto elettronico. Forse l’ascensorista aveva delle velleità non compiute. Da quando frequento il centro questa cosa mi fa sorridere. Mi piace pensare che l’ascensorista sognasse di arrivare al cielo.

Arrivo sempre per primo, mi fanno accomodare nella solita stanza in fondo a destra. Ci sono le quattro sedie pronte, senza tavolo. C’è una nuova nota di colore. Le sedie non sono tutte nere. Nella posizione dove in genere siedono le mediatrici, ci sono due sedie gialle. Un giallo intenso, quasi fluorescente.

Caratterialmente amo sparigliare, avrei voluto sedermi su una delle sedie gialle, scombinando gli equilibri. Il pensiero mi ha sfiorato con un ghigno. Mi diverte molto cambiare le carte in tavola, ma non è cosa gradita alle donne ed io ne aspetto tre. Sarebbe incauto. Sotto sotto le donne sono conservatrici, apprezzano i cambiamenti quando sono loro a determinarli. Lascio perdere.

A differenza delle scale condominiali, la stanza è luminosissima. C’è una grande finestra che Lorenza mi spalanca per cambiare l’aria, dice. Mi chiede se ho problemi a rimanere da solo con la porta chiusa. In attesa che arrivino tutti, lei finisce altro.

  • Dove mi metti sto. Le dico.

Mi sono ricordato di quello che mi diceva mia madre. Pare che da piccolo, mi lasciasse per terra a giocare, su di una coperta. Si allontanava, non mi sentiva fiatare per ore, tanto che si dimenticasse di me. Poi preoccupata, tornava e mi ritrovava nella stessa posizione a giocare o magari addormentato, riverso per terra. Mi sono sempre sopportato bene, col tempo ho notato che non è una gran cosa in termini di carriera e vantaggio sociale. Nel mondo esterno vince chi scalcia e chi picchia più forte. Mia moglie in questo è una professionista, lei vive uno stato di guerra continuo con qualunque cosa le capiti a tiro. Farebbe causa alle mosche.

Dopo l’ennesima gomma di automobile che forava prendendo lo spigolo del marciapiedi mi chiamò al telefono comunicandomi l’intenzione di voler fare causa al Municipio. Il motivo: ‘’fanno i marciapiedi troppo larghi’’. La cosa preoccupante era che non fosse per nulla una battuta.

In quindici anni mi è capitato molte volte di mettere la mano sulla fronte e chiudere gli occhi. In quella posizione, ho capito che se fai una lieve pressione sul bulbo oculare con le palpebre chiuse, riesci a scacciare i pensieri che ti infestano la mente. Me ne faceva venire parecchi.

Sono state due ore toste questa volta. Lorenza ed Antonella si sono stancate molto.

Nei giorni precedenti riportavo BBBBB a casa dopo l’allenamento grazie alle indicazioni di Lorenza e con il gentile aiuto di mia moglie che evitava di andarci. Lei un po’ lo ingannava di proposito. Gli diceva che sarebbe andata a riprenderlo e poi mi presentavo io, da solo. Non è riuscita a dirgli ‘’viene tuo padre’’, in sintesi.

La prima volta ho dovuto faticare a convincerlo a seguirmi. Il fatto che lei gli promettesse di tornare a prenderlo ha creato qualche problema.

Ho dovuto usare un po’ di risolutezza di fronte al suo diniego. Gli ho preso la borsa e ho cominciato a camminare:

Peperino: Dai su, forza.

BBBBB: No, viene la mamma, me lo ha promesso.

Paperino: Non viene ti dico, ci siamo messi d’accordo, lei non può.

BBBBB: No, non voglio.

Paperino: Dai su, dai ti porto io. Non cambia nulla, che vuoi che sia. Dai ciccio forza.

BBBBB: No

Alla fine la mia risolutezza ha avuto la meglio. BBBBB è testardo ma bonaccione.

Purtroppo arrivato a casa si è messo a piangere. La forzatura evidentemente lo ha fatto stizzire.

Lei forse non aspettava altro. Mi ha chiamato, rimproverandomi.

Sono sicuro che lo ha fatto con i ragazzi presenti. Mentre mi parlava pensavo ai ragazzi che sentivano, ho cercato di minimizzare e di non farla alterare ulteriormente. Avrebbe denunciato il mio comportamento a Lorenza e Antonella, ha detto. Avrei fatto un abuso a suo modo di vedere.

Così è stato.

Non va bene così, ha detto Lorenza. Con i ragazzi siate chiari. Non va bene ingannarli.

Benedizione! ho pensato.

Ho rincarato.

Paperino: Scusami, ma dimentichi che è mio figlio? Posso dire a mio figlio di entrare in auto? O no? Non l’ho mica torturato. E poi se torna a casa e piange non puoi telefonare per rimproverarmi davanti a loro. Devi esser certa che non farei mai del male a mio figlio. Se fai così alimenti il loro distacco. Dai un alibi ai loro comportamenti.

Moglie: Non sono modi! Obbligare un ragazzo ad entrare in auto! Già è successo l’altra volta, lo hai anche spinto con la mano! Ero presente!

Paperino: Ma non l’ho spinto.

Moglie: Meno male che ci sono loro! Verranno a testimoniare. Si, hai messo la sua testa giù e lo hai obbligato ad entrare.

Paperino: Ma non dire fesserie.

Lorenza: Ma quanto sono grandi sti ragazzi?

Paperino: BBBBB è quasi quanto me, secondo te posso averlo messo di peso in auto?

Moglie: Lo hai fatto.

Paperino: Ma cosa dici? Se tu gli fai pensare che il fatto che venga con me è solo una possibilità, non cambierà mai. Se gli prometti che lo vai a riprendere e poi non vai, non va bene. Se mi rimproveri davanti a loro, dai forza al loro comportamento. A parti invertite stai tranquilla che mi sarei incazzato con loro. Altro che rimproverarmi. Avresti dovuto dirgli: ‘’ti è andata bene che papà non ti ha dato un ceffone’’. Quello è tuo padre e vai in auto con lui senza tante storie. Ci vuole tanto?

Moglie: Se loro non vogliono non puoi obbligarli, stanno soffrendo.

Antonella: Lui sta tentando di dirti che forse dovreste essere più collaborativi davanti a loro. Mostrarvi uniti almeno su queste cose.

Sono mesi che vado avanti così, ci vuole forza a sopportare tutto questo. Me la sta facendo pagare in questo modo. Più mostro attaccamento ai ragazzi, più gode del fatto che mi rigettino.

E’ vergognoso che tutto questo possa accadere. Sbotto.

Paperino: Ti sei fatta una domanda? Perché stanno venendo con me ora e prima non lo facevano? Perché per un anno non son venuti e vengono proprio ora? Te lo sei chiesto? Tu che dici che fai di tutto per farli venire con me! Come mai ora? Avanti, hai una risposta? Perché hai aspettato che lo dicesse un giudice? Perché non prima? Un anno è passato. Cosa è cambiato? Perché quando ti ho invitata io, qui, al centro di mediazione, non ci sei venuta? Cosa è cambiato, me lo sai dire?

Moglie: No, io sto insistendo…

Paperino: Ecco! Brava!!!!! Finalmente… Stai? Cosa? I-n-s-i-s-t-e-n-d-o!!! Questa è la parola magica. Se avessi insistito prima, oggi non saremmo qua! E se i ragazzi non fanno quello che diciamo, devi insistere di più, non rimproverarmi!

Antonella e Lorenza mi lasciano parlare, non aggiungono altro.

Moglie: Ma che dici, io ho fatto di tutto per convincerli.

Fiato sprecato, penso. Mi son dovuto sorbire le solite accuse stupide. Non avrei fatto il padre, sarei stato assente, non ho capacità di dialogo coi ragazzi. Lei non può fare per me, se non son capace di riattivare il dialogo, lei cesserà di essere disponibile come lo è stata finora. Lei ha sempre invogliato i ragazzi a stare con me, ma contro la loro volontà, decisi a non vedermi, nulla ha potuto. La causa di questo rigetto dei miei figli è il mio cambiamento. Farnetica di una mutazione genetica, proprio. I ragazzi non mi riconoscono, avrebbero difficoltà di riconoscimento causato dalla mia mutazione. Roba da laboratorio, insomma. Questo il succo dei discorsi. Stomachevole. Quando discussione mi prende lo stomaco, divento intollerante.

Lorenza e Antonella la riempiono di complimenti per lo sforzo che sta facendo. La stanno lavorando, penso. Tra un po’ le assestano il colpo. Ed il colpo arriva. Lo sferra sempre Lorenza.

Lorenza: Perché non facciamo che i ragazzi facciano i compiti con il padre?

Moglie: Beh… si certo se vogliono, per me ben venga.

Lorenza: (Rivolta a me) Per te potrebbe andare?

Paperino: Ci mancherebbe. Li ho sempre fatti i compiti con i miei figli, mi piacerebbe eccome.

Lorenza: Ecco allora dobbiamo provarci. Magari in qualcosa dove tu non riesci ad assisterli. Che ne so, la matematica per esempio!

Moglie: Si, la matematica non è proprio il mio forte.

Lorenza: Ecco, magari il padre ingegnere, potrà fare qualcosa per loro.

Moglie: Quello che non ha mai fatto!

Paperino: Ma perché devi dire queste cose? Io facevo i compiti con i ragazzi ogni sera. Te lo sei dimenticato? Tornavo alle 8 e dalle 8 in poi AAAAA mi ripeteva tutto. Dov’eri tu?

Moglie: mah.

Come si fa a difendersi da tutto ciò? Che chance hai contro qualcuno che dice delle cose non vere sul tuo conto? Posso accettare un giudizio. Il giudizio dà fastidio ma bisogna accettare che qualcuno veda le cose in maniera diversa. Io mi ritengo affettuoso, lei può pensare diversamente. Mi vede arido. D’altra parte se ci separiamo, non la pensiamo allo stesso modo su tante cose. Non posso accettare che si menta su fatti oggettivi. Che io facessi i compiti con i ragazzi non è una roba opinabile. E’ un dato. Mentire sul proprio conto può essere un gesto istintivo per difendersi. Mentire sul conto degli altri è il male. Lo fa qualcuno che vuole il tuo male. Accadeva quasi ogni giorno che io studiassi coi ragazzi. Non sporadicamente.

Il dialogo costruisce, lo scontro distrugge.

Il dialogo c’è se i due interlocutori vogliono affermare le proprie ragioni, anche diverse e contrastanti. Se uno dei due più che affermare le proprie ragioni vuole il male dell’altro, il dialogo cessa, inizia lo scontro. Chi più chi meno, ci si rimette entrambi. E’ una legge della fisica. Nessuno dei due esce indenne. Nel nostro caso ci rimettono i figli che sono in mezzo.

Lorenza e Antonella ci danno appuntamento dopo quasi tre settimane. Poi comprendo che avremo degli incontri singoli in mezzo. Ci assegnano un compito.

Pensare una modalità di affido. Quanti giorni da me, quanti da lei. Arrivare al prossimo incontro con una proposta di gestione settimanale dei ragazzi. Nel frattempo, far sì che mi vedano e senza inganno. Anche per fare dei compiti, magari.

Sabato BBBBB ha una partita. Ne approfitto, mi faccio prestare la moto da mio fratello e lo vado a prendere in moto. Esce sorridendo. Non cambia però, risponde sempre a monosillabi.

Si fa male al tallone durante la partita. Mi precipito a vedere che si è fatto. Mi sembra contento delle attenzioni, ma il suo atteggiamento è costante.

Nell’intervallo della partita vado a cambiare la moto con l’auto. Non fa la doccia e sudato in moto si ammazzerebbe. Lo riaccompagno in auto, siede sempre al sedile di dietro, come fossi il suo autista. Ascolta musica.

Paperino: Che ascolti?

BBBBB: Video su facebook.

Paperino: Ahhhh… se mi iscrivessi a facebook solo per te? Mi daresti l’amicizia?

BBBBB: No.

Paperino: Come no? Lo farei solo per te, mono amico.

BBBBB: non do l’amicizia ai parenti.

Paperino: Ma noi siamo parenti stretti!

BBBBB: Peggio.

 

Achille era veloce, velocissimo. Pare che fosse il più veloce dell’antichità. La tartaruga l’animale più lento che l’uomo conoscesse.

Achille correva dieci volte più veloce. Fecero una gara un giorno. La tartaruga partiva con dieci metri di vantaggio ed era sicura che Achille non l’avrebbe mai presa.

Achille fece 10 metri per raggiungerla, la tartaruga ne fece uno più avanti ed Achille non la raggiunse.

Achille Fece un metro per raggiungerla e la tartaruga fece 10 cm in avanti, nello stesso tempo.

Achille percorse come un fulmine i 10 cm e la tartaruga si spostò di un centimetro.

Forse Achille non prenderà mai la tartaruga nel paradosso di Zenone.

Mi piacque molto quando lo lessi al liceo. Al di là del significato filosofico mi piaceva pensare che Achille e la tartaruga si divertissero un mondo  sulla spiaggia.

A me basta una spiaggia e le mie due tartarughe. Inseguire non mi pesa.

Al passaggio a livello

Mio figlio più piccolo giovedì fa la cresima. E’ un giorno speciale, essendo anche il giorno del mio compleanno. L’ho saputo da mia moglie della Cresima, per una richiesta di compartecipazione alle spese.

Non ho il dono della fede. Nutro un grande rispetto per chi crede, lo vedo come un qualcuno che riesce dove io non ci sono riuscito. Più che laico, sono sempre stato un po’ anarchico di carattere. L’idea del dogma mi è stata sempre stretta come se indossassi un vestito due taglie inferiori. A tratti mi procura claustrofobia. Mi piacerebbe credere però. Sarebbe una gran bella cosa.

A casa di mia moglie si dicono devoti invece. Ci tengono molto ai sacramenti ed alle festività religiose. Da loro per la prima volta ho festeggiato Sant’Antonio, anche se non c’era nessuno che si chiamasse così in casa. E’ un santo importante, dicono. Il rispetto di queste sacralità è la Pietà Cristiana. Un sentimento che viene da lontano, anche i latini lo annoveravano tra le qualità del buon padre di famiglia. Per i romani era la pietas,  con qualche sfumatura diversa. Nel caso dei familiari di mia moglie  la pietà cristiana la vedo un po’ vuota di carità. Pensano molto ai cazzi loro prima, alla faccia anche di Sant’Antonio credo.

Senz’altro frequentano la chiesa più di me. Quando ci entrano abbozzano un inchino, fanno il segno della croce e si baciano il dito. Specie mia suocera, dopo essere entrata in chiesa inspiegabilmente si trasforma. L’atteggiamento è come di chi si volesse scusare del suo ingombro. La testa tende ad incassarsi tra le spalle nascondendo il collo, le spalle si stringono tra di loro. Anche le labbra si uniscono a cuoricino. Gli occhi diventano languidi, sono sempre bassi ed evitano di incrociare chicchessìa. La consistenza sembra la parte molle della lumaca. Mio suocero invece pare il suo guscio tanto è impettito e suona vuoto.

Una volta glielo dissi.

  • Mi sembri Actarus, sai?
  • Come? E che è? Una malattia?
  • Quando entri in chiesa ti trasformi come Actarus ai tempi di Goldrake. Hai presente Goldrake, il cartone animato? Si trasforma in un razzo missile?! In chiesa ti trasformi, come Goldrake e salvi l’umanità. Mi fai impazzire.
  • Ahahahaha, hai sempre voglia di scherzare tu!

Ero serissimo.

Comunque mio figlio si cresima solo per la famiglia di mia moglie. Nessuno dei miei è stato invitato. Io sono stato informato per le spese, credo. Non tirerò fuori un centesimo.

Si avvicina il giorno, il due è alle porte.

Scrivo a mio figlio, un sms. Pare li riceva.

  • Ti va di andare a comprare qualcosa per la cresima con me al pomeriggio?

Ti passo a prendere?

Nessuna risposta.

Passo a mia moglie:

  • Il piccolo non risponde. Gli ho chiesto se volesse uscire con me al pomeriggio per comprare qualcosa.

Risponde

  • Intanto le prove della cresima sono state spostate al pomeriggio, non potrebbe.
  • Vado a vederlo, allora.

Poi comincia la solita tiritera sui soldi.

  • Ti informo che siamo senza soldi.
  •  Vengono con me e non ci sono problemi.
  •  I ragazzi devono anche uscire, puoi dargli dei soldi.
  •  Se il piccolo esce con me glieli do volentieri.
  •  Ma se non volesse uscire puoi darglieli lo stesso e poi parlo dei soldi della spesa. Ho anticipato i soldi per la chiesa, 30 euro, te lo ricordo.
  •  Se stanno con me, non hai bisogno di spesa.
  •  Frasi inutili visto che sai che non vengono con te da dicembre che non avete rapporti e pensi che di botto vengano per magia? Non ti avvicini da mesi a loro ma se ci riesci ben venga. Ora per piacere lasciami stare.
  • Certo, cosa ci vuole. Sono il padre, ricordi? Dammi una mano piuttosto che assecondarli. Stasera non li fare uscire. Vedi che vengono poi con me.

Fine delle trasmissioni.

 

Intorno alle 16 e 15 parcheggio nel piazzale della chiesa.

Con la sua aria svagata vedo sbucare mio figlio piccolo dall’angolo. Ha sempre l’aria di chi è quasi per caso in un posto. Mi fa una grande simpatia oggi, più del solito.

Lo vedo e mi viene da sorridere.

Esco dall’auto, mi metto sulla sua strada. Passa, gira la testa dall’altra parte come se non mi volesse vedere.

  • Ehi ciao, vieni un attimo qua.

Accenna ad un ciao con la mano e basta. Va via. Venti metri dopo ci sono tutti i suoi amici. Si unisce al gruppo. A quella età quando diventano mucchio, fai fatica a distinguerli. Sono tutti uguali, indistinti ed indistinguibili. Bei ragazzi con la faccia pulita. La presenza degli amici mi inibisce, mi sento intruso, non mi avvicino. Avvicinarsi a tale allegria e spensieratezza con qualche pensiero triste, non va bene. Rimango nell’imbarazzo per un po’, poi decido di andare a prendere un caffè da Fabio, il bar dietro casa che non frequento più ormai. Invito per telefono Luigi, un mio amico.

Sono duecento metri, faccio la strada a piedi. Per raggiungere il bar passo proprio davanti alla mia ex casa.

Mentre mi avvicino, vedo che stanno uscendo mio figlio più grande con un amico, Andrea. Anche lui vicino di casa. Andrea abita proprio di fronte al bar, si staranno dirigendo lì.

Lo chiamo. Non mi risponde, gira la testa e va via accelerando. Saluto Andrea che contraccambia, un filo imbarazzato. Mio figlio avanti accelera, Andrea dietro che lo segue, io al seguito dei due.

Alzo la voce

  • Non mi saluti?

Nessuna risposta.

Decelero e lascio prendere loro qualche metro di vantaggio. Guardo nel portafogli, due pezzi da cinquanta. Magari mi avvicino e gli do dei soldi.

Si fermano davanti al portone di casa di Andrea, aspettano che qualcuno apra.

Mi avvicino, mio figlio si gira verso il muro. Gli prendo il braccio, per spingerlo a guardarmi e gli dico:

  • Ehi, non mi saluti?

Con un gesto brusco si divincola e mi dice

– Ma vai vai!

Gli tiro uno schiaffo, un buffetto con la punta delle dita. Non un ceffone.

Ehi, che modi sono?

Intanto aprono il cancello, lui abbassa la testa, prende il telefono.

Capisco che chiama mia moglie, è in lacrime e si allontana.

Entrano in casa di Andrea.

Immagino che stia arrivando mia moglie per fare da giustiziere.

La aspetto per affrontarla.

  • – Che hai fatto?
  • – Mi ha risposto male e gli ho dato un buffetto.
  • – Chiamo i carabinieri!
  • – Chiama chi vuoi.
  • – Prende il telefono e fa per fare un numero.
  • – Io ho da fare, lo vuoi capire! Non posso stare a casa col patema che c’è un pazzo in giro che picchia mio figlio. Adesso ti faccio passare i guai!
  • – Non l’ho picchiato, chiedi a lui prima e ad Andrea, che era presente.
  • – Gli ho solo tirato un buffetto. Piange per nervoso, non perché gli abbia fatto male.

Mi lascia scambia delle parole con Luigi che nel frattempo mi aveva raggiunto ed entra in casa di Andrea.

La gente nel bar guarda. Non me ne sono reso conto ma dobbiamo aver combinato un bel casino.

Luigi mi dice:

  • Non credo che ci siano speranze , sai? Non riesce a capire che adesso dovrebbe rimproverare il figlio perché non ti saluta e non ti risponde o perché ti ha risposto in maniera maleducata. Non fare queste sceneggiate con te. Non lo farà, però. Dovrebbe anche costringerlo a uscire, per parlarti. Tu non stare ad angustiarti. Hai fatto bene.

Esce mia moglie. Credo che la abbiano convinta   che non è nulla.

Credo anche che Andrea abbia avvalorato la mia versione dei fatti. Esce, non ha più in mente di denunciarmi, almeno.

Luigi fa uno strenuo tentativo. Parla ancora con mia moglie.

– Sai, se glielo dice la madre, magari lui esce a parlare col padre. E’ importante che parlino ora.

E’ importante sempre, ma ora in maniera particolare per quello che è accaduto. Potrebbe essere il momento per chiarire.

  • Voi non ci credete, ma io provo sempre a convincerli a parlare col padre. Che voi non ci crediate poi, è un altro conto, così come pensare che sia io a manipolarli.

Intervengo.

  • Perdonami, nessuno dice che tu non lo faccia. I ragazzi però vanno educati. Non basta dire loro ”parlate con vostro padre”. Se non rispondono al telefono, glielo togli il telefono! A parti inverse, stai tranquilla che io mi sarei comportato così. Non avrei mai permesso che i miei figli non rispondano alla madre al telefono. Glielo avrei tolto immediatamente. Così si educano i ragazzi.
  • Ma vai…. Chi te le dice queste cose, Lorenza? La dottoressa del centro della famiglia che hai corrotto?
  • Ho corrotto? Ma che dici? Ma perché pensi sempre che qualcuno macchini alle tue spalle?
  • Siiiii… ripete le stesse cose che dici tu, che credi che sia cretina io?
  • Ma forse dice le stesse cose solo perché sono cose di buon senso! Ci hai pensato?
  • Basta, dire cose su questi ragazzi. Sono ragazzi eccezionali, con due palle così e nonostante tu abbia abbandonato il tetto coniugale loro non hanno perso un colpo. Io non ti permetto di dire queste cose di loro.

Interviene Luigi di nuovo.

  • Ma tu dovresti intervenire più pesantemente coi ragazzi, non solo dirglielo. Tu li devi obbligare a tenere un dialogo col padre. Potrà essere anche conflittuale, ma il dialogo ci deve essere e solo tu puoi fare in modo che ci sia, attualmente. Vivono con te.
  • Certo che lo faccio, ma ci vuole pazienza. Non come fa il signore che vuole tutto e subito.
  • Ascoltami, ti prego. Sono passati nove mesi e le cose peggiorano. Non te ne rendi conto? Non può passare tanto tempo. Sto perdendo qualsiasi autorità e autorevolezza nei loro confronti. Non potrò più fare il padre a breve.
  • Il tuo metodo quale è quello di alzare le mani?
  • Per favore, mi ha risposto male, gli ho dato un buffetto. L’ho richiamato all’ordine, anche per sms le volte che risponde mi risponde in malo modo. E non era uno schiaffo.
  • Non ti qualificano più come padre, e questo non è colpa mia. Quindi non puoi presentarti e trattarli così.

Luigi tenta ancora disperatamente.

  • Non lasciare che i problemi tra di voi influenzino il rapporto col padre. Quello dovresti agevolarlo comunque.
  • Voi non lo conoscete quanto è bugiardo quest’uomo, per questo lo difendete.
  • No, non voglio proprio entrare nel merito di quelli che sono i problemi fra di voi.
  • E’ invece è questo il problema. E’ il suo carattere che crea problemi con tutti e quindi anche con i figli.
  • Non voglio mettermi in mezzo.
  • Tu sei stato chiamato?
  • No, vedi io abito qua e mi ero venuto a prendere il caffè. Mi dispiace della situazione e se posso tento di dare un aiuto, ma posso stare zitto.
  • Io so solo che sono stata chiamata da mio figlio in lacrime. Peggio per lui, ha fatto dei passi indietro. Io ora me ne vado.
  • Non ti sembra invece che dovresti fare qualcosa per avvicinare il figlio al padre?
  • Io non vedo l’ora che arrivi il quattordici luglio perché quest’uomo non lo voglio più vedere.
  • Ma il problema non è tra voi due, scusami.

Intervengo di nuovo.

  • Scusami, a parti inverse io non avrei permesso questo distacco di un figlio dalla madre.
  • Caro mio, in questi mesi tu non hai fatto nulla per evitarlo.
  • Ma che stai dicendo?
  • Io me ne vado, ci sarà una udienza e parleremo là.
  • Ma io parlo dei ragazzi, che c’entra l’udienza.
  • Certo, parleranno anche loro.

La discussione è continuata per un po’. E’ uscito anche il padrone di casa presso cui si era rifugiato mio figlio. Mi ha dato delle pacche verbali , dicendo che capiva la situazione e che provava anche lui a darmi una mano per quel che poteva.

Alla fine lo scontro con mia moglie sembrava avesse depresso più lui e Luigi di me.

Torno nel piazzale della chiesa e prendermi l’auto. Luigi mi accompagna. Incrocio Brizio e Susanna. Gli racconto dell’accaduto e mi ricordano di provare a parlare col parroco.

Nemmeno loro sono frequentatori della comunità. Però per affetto mi dicono che se funziona tornano in chiesa! Mi vogliono bene.

Lascio Luigi ed entro in chiesa. Il piccolo non c’è, le prove della cresima sono terminate. La chiesa brulica di gente, in gran parte donne che sembrano aver molto da fare. Evidentemente fervono i preparativi per le cerimonie.

Fermo un frate che è enorme. Credo debba aprire la seconda anta della porta per passarci. Mi fa impressione.

  • Salve Padre, cerco il parroco.

Dovevo fare qualcosa. Non nutrivo grandi speranze nel dialogo col parroco, ma proprio per questo dovevo provarci. Le grandi imprese nascono sempre quando si pensa di fare tutt’altro.

  • Vedi in giro. Non so dov’è.

Mi aggiro per la chiesa e per i vari locali adiacenti, Sagrestìa, Oratorio.

Nessuna traccia. Sto per mollare ma finalmente mi imbatto in lui.

E’ solo, che culo. In genere i parroci sono circondati da uno stuolo di persone.

E’ un ragazzo, avrà poco più di trenta anni. Occhi azzurri buoni.Vanno bene come speranza.

  • Buonasera padre. Ha cinque minuti per me?
  • Certo, dimmi pure.
  • Sa padre, mio figlio fa la cresima il due giugno. Purtroppo ho una situazione difficile in casa. Io e mia moglie ci stiamo separando e non ho un dialogo con i ragazzi.

Mi blocca.

  • Dovete riprovarci.
  • – No vede padre, è quasi un anno che non viviamo più insieme.
  • Che significa! Venite qua che vi faccio tornare insieme io.
  • – Penso che non si possa padre. Comunque ero qui per i ragazzi, se lei mi potesse aiutare in qualche modo.
  • – I ragazzi vedono il sacramento tradito e soffrono, l’ho vissuto anche io sulla mia pelle.
  • – Si certo padre.
  • – Parla con tua moglie e venitemi a trovare.
  • – Va bene, padre. Ci penso. Grazie.
  • – Ciao.

Esco, penso che la mia depressione sia arrivata ai livelli di Luigi e il papà di Andrea. Se prima c’era un gap tra me e loro, penso di averlo colmato abbondantemente. Non è colpa sua, la grande impresa però non c’è stata. Cosa posso dire, è il suo modo di vedere la cosa e nei suoi abiti è legittimo. E’ solo che forse ora non mi può aiutare. Almeno così mi pare.

Me ne ritorno a casa, in campagna.

Non ho voglia di fare in fretta. Avrei voglia di perdermi in realtà. Prendo la strada più lunga che attraversa due passaggi a livello. Ho la speranza che passi un treno, trovi la sbarra abbassata e possa stare qualche minuto ad attendere.

I passaggi a livello in campagna sono uno dei posti più affascinanti che conosca. Dopo un po’ che stai in campagna hai quasi il bisogno di sentire che il moderno esista. La quiete ti anestetizza e hai bisogno di un po’ di adrenalina per riprenderti. Il passaggio a livello da piccolo era la mia porta verso il futuro. Durante i mesi estivi, in campagna, finiti tutti i giochi che avrei potuto inventarmi, mi prendeva un po’ di malinconia. Il silenzio in quei momenti mi annoiava. Prendevo la bici e facevo un paio di kilometri verso la ferrovia. Mi avvicinavo alle sbarre, abbandonavo la bici fuori strada e mi sedevo ad aspettare su di una pietra. Prima, da campagnolo provetto, verificavo che non ci fossero serpi sotto. Così mi aveva insegnato il nonno. Il treno lo avverti prima ancora di sentirne il rumore o di vederlo. E’ la natura intorno ad agitarsi e ad annunciare l’arrivo. Gli alberi lungo la ferrovia si svuotavano degli uccelli. L’atmosfera si caricava, i peletti delle braccia da preadolescente si rizzavano e sembrava che così accadesse alla natura intorno. Lo seguivo con lo sguardo poi. Passava veloce e il suo vento sulla faccia mi caricava da matti. Inforcavo la bici con la mia dose di adrenalina e tornavo indietro fischiettando.

Il primo passaggio a livello purtroppo è aperto. Rimango un po’ deluso.

Faccio i due kilometri che lo separano dall’altro. Chiuso per fortuna.

Mi avvicino alla barra e spengo il motore. Esco dall’auto e tiro un sospiro di sollievo. Cerco una pietra e aspetto il treno.