47… O’ muorto

Venerdì 2 è stato il mio compleanno. 47 o’ muorto direbbero a Napoli. Ho deciso di organizzare una cena a Monteamaro. Una grigliata. Ho invitato gli amici del calcio di AAAAA con i loro genitori e ho detto a BBBBB di invitare qualche amico se avesse voluto. Visto che era a sera ho chiesto loro di rimanere a dormire da me. BBBBB alla mia richiesta mi ha risposto di no e rideva.

Mi è sembrato che non gli dispiacesse la cosa. Credo gli manchi la spinta giusta.

AAAAA non riesco a vederlo molto ultimamente. Agli allenamenti va spesso in scooter.

Giovedì è caduto con lo scooter. Niente di che, praticamente era fermo, ha perso la presa e la moto è scivolata a terra.

Mi ha chiamato Ex moglie per avvisarmi, chiedendomi di andare a prenderlo dall’allenamento, di portarlo a casa e di verificare in garage le condizioni del mezzo. Voleva esser sicura non ci fossero danni da riparare, prima di riusarla.

AAAAA è manico della precisione. Era dispiaciuto fino alle lacrime per aver ammaccato il suo scooter.

L’ho riaccompagnato a casa dopo averlo preso , mi sono fatto spiegare per bene la dinamica dell’incidente, se così si può chiamare. L’ho tranquillizzato.

Sono andato con lui in garage. Non mettevo piede lì da quasi due anni. La palazzina l’ho progettata io e ci ho vissuto per più di sei anni. Da quando vi ci siamo trasferiti, fino alla separazione. La conosco come le mie tasche, ma mi sono sentito estraneo in casa mia. Come aver visto un corpo senz’anima. Ho avuto freddo. Ho avuto la stessa sensazione quando sono tornato nel mio liceo dopo tanto tempo. Il calore dei compagni, dei professori, le urla e le risate non c’erano più. L’involucro era lo stesso ma non riuscivo a collocare dentro i bei ricordi nemmeno con la fantasia. C’era un’altra vita in giro, non la mia.

Chissà se dopo la morte l’anima se ne va in giro con la stessa sensazione.

Mio figlio, con la voce quasi rotta dal pianto ha aperto la porta del box. Mi faceva vedere la leva del freno un po’ piegata ed un minuscolo graffio sulla fiancata.

Mi stava venendo da ridere, se la sarebbe presa però.

Paperino: Non ti preoccupare, adesso vedo dove possiamo ripararla e ritornerà come nuova. Non è successo nulla di grave, si farà presto.

AAAAA: Mi hanno detto che al concessionario la riparano.

Paperino: vediamo dai, magari un meccanico si accontenta di meno. Al concessionario in genere sono più cari.

Ha chiuso lui il box ed ho approfittato del momento di intimità.

Paperino: L’ho chiesto anche a BBBBB. Domani, visto che è sera, perché non vi fermate a dormire da me?

AAAAA (senza guardarmi): No.

Paperino: Dai, si farà tardi, BBBBB mi è sembrato possibilista.

AAAAA: No , Pa, non mi va.

Paperino: Ma perché? E’ il mio compleanno, mi fareste un bel regalo.

Ha girato le spalle e se ne è andato senza guardarmi e senza salutarmi.

Sono rimasto solo nel seminterrato, ho dato un ultimo sguardo in giro come si fa nelle camere d’albergo prima di lasciare la stanza e sono andato via.

Alla cena è andato tutto bene. I ragazzi hanno giocato a basket con il canestro che ho regalato loro qualche mese fa. Noi adulti abbiamo chiacchierato del più e del meno mentre arrostivamo. Abbiamo fatto anche delle partite adulti contro ragazzi.

BBBBB ha preferito il divano e la TV. Con gli amici di AAAAA non va molto d’accordo.

Sono stato contento però perchè ogni tanto sbirciavo in casa ed ho visto che il nonno gli si è seduto vicino. Vedevo che scambiavano qualche parola. Mi sono venuti i brividi per la contentezza.

Ho approfittato di un momento in cui il nonno ronfava.

Paperino: Dorme il nonno?

BBBBB: Parla nel sonno! Dice che non trova un foglio e ti chiama!

Paperino: Eh, quello è rimbambito a 90 anni, tu ne hai 14 e stai peggio di lui!

 

Ridendo, mi ha dato il solito pugno sul braccio, che fa sempre più male ma che mi piace sempre di più.

 

Paperino: Ah! Mi ammazzerai prima o poi! Perché non vieni a tavola, stai un po’ con noi, fuori?

 

Sono riuscito a tirarlo un po’ fuori ed ha fatto qualche partita a basket anche lui.

 

Li ho riaccompagnati a casa e non ho fatto più cenno al pernottamento. Li ho salutati ed ho rubato un bacio ad entrambi.

 

Sabato ho visto solo AAAAA per il solito allenamento. Domenica avrebbe avuto la partita.

Ho chiamato BBBBB al telefono. Come al solito non mi ha risposto.

 

Domenica è il giorno in cui pranzano con me. Avrei portato AAAAA alla partita e poi preso da casa BBBBB per pranzare tutti e tre insieme.

Al mattino messaggio di whatsapp di Ex Moglie Chiedialorononame.

 

Ex Moglie: BBBBB è stato invitato a pranzo a casa di Vincenzo. AAAAA rimane con te a pranzo?

Paperino: Si rimane con me. Ma pranzando una sola volta a settimana con me, non vedo perché BBBBB debba andare da altri oggi. Rimane anche lui con me.

Ex Moglie: A parte che lo vedi tutti i giorni, può venire anche un altro giorno con te, sei tu che ti sei relegato alla domenica.

 

Il gioco è sempre lo stesso da anni ormai. Se chiedo a lei che i ragazzi pranzino con me, risponde a cantilena che devo chiedere a loro, non a lei.

Chiedo a loro e mi dicono che in settimana non vogliono, va bene alla domenica.

E lei? Puoi pranzare tutti i giorni con loro, sei tu che ti sei relegato alla domenica!

Adesso arriva domenica e mi comunica mio figlio ha un altro invito.

A volte non so chi mi ha fatto dono della pazienza. Due anni così, un altro sarebbe impazzito al mio posto, forse.

Paperino: ma domenica stanno con me!

Ex moglie: E’ stato invitato. Da tanto che non viene invitato fuori da amici, smetti di fare i dispetti a me, grazie. E comunque mettiti d’accordo con lui. Parlane con lui direttamente come fai di solito senza comunicare nulla a me!

 

Se non ci fossero i miei ragazzi di mezzo eviterei volentieri queste discussioni da idioti.

Praticamente, ora mi accusa pure di negoziare direttamente con i miei figli le cose, senza comunicare con lei.

Quando cerco di concordare con lei, sperando che mi dia la mano che non arriverà mai, mi risponde che devo parlare con i ragazzi direttamente. Sono loro a decidere.

 

Paperino: ma quali dispetti, scusa? Cercare di stare con mio figlio è un dispetto per te?

Non sono d’accordo che vada a pranzo fuori con altri. Se glielo consenti, sbagli.

Tu li conosci bene i genitori di Vincenzo, io no. Non potresti pregarli di non invitarlo proprio alla domenica che sta col padre?

(Tra le altre cose la madre di Vincenzo, è una delle testimoni nella causa di separazione. La ha inserita la mia ex moglie per testimoniare qualcosa contro di me, non so cosa. Avrò scambiato due parole con lei in tutta la mia vita. Con la mia ex moglie si sente quasi ogni giorno per telefono)

 

Ex Moglie: Ma se non sapevo neanche se oggi stesse con te! Se non lo comunichi, non lo so.

Oggi è il compleanno della madre di Vincenzo. Tu puoi scegliere un altro giorno per una volta. I genitori di Vincenzo li conosci anche tu, ma non c’entra nulla. Parlane con tuo figlio come fai di solito, senza comunicare nulla!!!

 

Comincio a pensare che la faccenda assume toni sempre più grotteschi. Forse sto diventando grottesco anche io quando tento di trovare una ragione in tutto ciò. Di fatto cinque minuti dopo arriva il messaggio di BBBBB.

BBBBB: Pa, oggi vado a pranzo da Vincenzo.

Paperino: Lo sai che domenica pranzi con me. Ieri non mi hai nemmeno risposto al telefono.

BBBBB: Oggi non voglio venire, voglio pranzare da Vincenzo.

Paperino: Mi dispiace, mangerai un altro giorno da Vincenzo.

BBBBB: Voglio andare da Vincenzo che è il compleanno di Caterina, sua madre.

Dentro di me ho pensato: ‘’Pure sta stronza si mette, ma non si può fare i cazzi suoi?’’

Paperino: Allora pranziamo insieme martedì. La prossima volta però, rispondi al telefono o mi richiami quando trovi una chiamata. Mi avvisi per tempo.

BBBBB: Questa settimana abbiamo già cenato venerdì insieme.

Paperino: Già, era il mio compleanno, ricordi?

Rispondi al telefono e mi avvisi per tempo, altrimenti sarò costretto a dirti di no per un’altra volta.

 

Un tentativo ridicolo di imporre qualcosa a mio figlio. Se ne fotterà altamente.

Ho sbagliato anche a riprenderlo. Dargli la contezza che può fottersene, lo aiuterà a farlo di più in seguito.

Tra qualche giorno sarò davanti al giudice.

Mi sento sempre più come un’anima priva di corpo. Parlo e nessuno mi sente, nessuno si accorge. Non si accorgerà nemmeno lui o se si accorge emetterà un provvedimento salomonico con cui potrò farmi un bel quadretto da appendere.

Forse va bene così per davvero e sono io a non capire. Sono fuori dal mio corpo e fuori dal mondo. Vedo cose che non esistono probabilmente. Dovrei ragionare meglio su questo.

Sono convinto di subire una ingiustizia, sono convinto che i miei figli stiano subendo una ingiustizia. Sono cose che probabilmente vedo solo io.

Le mediatrici dopo due mesi hanno sostanzialmente nicchiato sul problema, il giudice se ne è fottuto. Sarà solo un mio problema?

E’ sempre più forte la voglia di scomparire. E’ il momento che la mia carcassa si vada a riprendere l’anima e se la porti in giro a strafottersene come fanno tutti.

Due settimane fa, in preda allo scazzo ho inviato il mio curriculum ad un colosso delle costruzioni che cerca un responsabile per l’estero. Quasi per gioco.

Sono interessati al mio curriculum e mi hanno chiamato per un colloquio. Questa la risposta.

Quando me lo hanno comunicato, avrei voluto dire: Guardate che stavo scherzando! Non l’ho mandato seriamente il curriculum!

Non so se mi faranno una proposta di lavoro o meno.

Da quando è successo, sto pensando che forse sarebbe l’unico modo per sparigliare una situazione sotto scopa come questa.

Andrò a sentire che mi dicono, magari mi diranno che non sono adatto o magari sono adatto e non accetterò. Ho ricominciato a sentirmi vivo però, proprio il giorno in cui festeggio i miei 47. O’ muorto.

 

 

Il gregario

Per due settimane in mediazione ci siamo andati singolarmente, prima io, poi mia moglie.

Alla fine della mia seduta singola, Lorenza ed Antonella mi hanno chiesto di provare a convincere i ragazzi a venire a pranzo con me, o a fare i compiti. Bisogna far sì che stiamo insieme per qualcosa che non sia solo il calcio. Bisogna spezzare la routine per evitare la stasi.

Paperino: Io ci provo, lo sapete. Ci provo da sempre. Continuerò.

Lorenza: Vedrai, parleremo anche con tua moglie e troveremo il modo di farti dare una mano.

Ho sentito Lorenza per fissare le date per i prossimi incontri e per telefono mi è sembrato che fosse molto positiva dopo averla incontrata.

Pensare che il lupo perda pelo e vizio è dura, ho provato a convincermene.

Lorenza: Tu prova a invitare i ragazzi, vedrai che le cose miglioreranno, anche tua moglie sta facendo un lavoro che la porterà ad essere più collaborativa. Questo il senso del discorso, più o meno.

I fatti stavolta non hanno dato ragione a Lorenza da subito. Non sarà una  cilecca. Forse è solo che  il suo ottimismo sia una cosa alla lunga ed io l’abbia interpretato come un qualcosa di più immediato. Mi ero abituato così.

Sabato ho chiesto per l’ennesima volta ai ragazzi di pranzare insieme. Ho avuto il solito no in risposta.

Mi sono ricordato della conversazione telefonica con Lorenza ed ho chiesto aiuto a mia moglie.

Paperino: Ho invitato BBBBB a pranzo. Mi ha detto di no. Che ne dici se vado lo stesso a prenderlo a scuola e lo porto a mangiare qualcosa?

Moglie: Che domanda è?

Paperino: Riformulo. Vado io a prendere BBBBB da scuola?

Moglie: Lui va a piedi con gli amici, chiediglielo.

Chiediglielo. Le ho appena scritto che mi ha detto no. Meglio lasciar perdere. Né più né meno di quello che mi diceva otto mesi fa.

Non ho replicato.

Mia moglie collabora solo se costretta, sotto coercizione. Ha iniziato a collaborare quando il giudice lo ha imposto. Non cambierà.

Ha collaborato perché Lorenza e Antonella le mettevano pressione.

Per lei, che i ragazzi mi vedano non è una cosa necessaria, solo sufficiente a pararsi il culo. Chissà se lo capiranno mai, brava com’è a camuffarsi da pecorella.

La conversazione distesa con Lorenza le avrà sciolto la paura e la sua collaborazione oramai un miraggio.

Del resto, non posso sperare che arrivi il settimo cavallegeri e mi salvi.

Devo continuare a incassare i miei no nel frattempo. Lavorarci su con chiunque possa aiutarmi.

In questi mesi ho imparato quanto possa far male un no.

Qualcosa di buono c’è sempre.

Non me ne ero mai accorto. Un no ti ammazza certe volte. Chissà quanti ne ho detti a mio padre e lo ho fatto sentire così. Povero.

Da quando sono tornato a casa con lui non ne ho detto nemmeno uno. E’ uscito dal mio vocabolario nei suoi confronti. Ci parlo piuttosto. Gli spiego perché penso che una cosa non si possa fare o non sia possibile.

Nel mio caso c’è anche l’adolescenza di mezzo. Non riesco ancora a dipanare quali no siano da adolescente,  quelli che mi sarei preso indipendentemente dalla separazione.

Questo me lo hanno sempre detto.

‘’Considera che c’è anche il fatto che i tuoi ragazzi sono adolescenti!’’

I miei ragazzi stanno diventando ometti e devo adeguarmi a vivere il rapporto con loro in modo diverso da quanto fossi abituato in precedenza.

Devo imparare a fare il gregario nella loro esistenza.

So bene cosa fa un gregario, nella vita mi è capitato spesso di esserlo. Devo farlo con loro ora.

Un gran gregario è quello che non fa grandi cose, ne fa tante piccole per far fare cose grandi agli altri.

E’ dura accettarlo.

L’adolescenza è quel momento in cui da autore di un dipinto, si diventa cornice nell’esistenza dei figli. Non ti guarda nessuno, ma una bella cornice è in grado di esaltare un bel quadro.

Lo sforzo del gregario deve essere costante, le grandi cose sono rare, le piccole possono essere più frequenti, ci vuole fatica.

Alle piccole cose ci si abitua, l’abitudine porta alla disattenzione. Bisogna essere pronti a convivere con la disattenzione dei propri figli.

Il gregario è abituato e non ricevere complimenti e ringraziamenti da nessuno.

Non corre per quello. Corre perchè ama farlo ed è quello che sa fare.

Il destino del gregario è che si accorgano di lui quando è assente, perché l’importanza dell’abitudine la cogli con la mancanza.

Con i propri figli bisogna esserci sempre, abituarli alla presenza. In questo modo forse di tanto in tanto ti cercheranno.

Il gregario è abituato al silenzio perché di lui non si parla finché c’è.

Il gregario è abituato ad esserci, non si tira mai indietro.

Il gregario ha la forza ed ama.

AAAAA ha superato gli esami di guida per il ciclomotore, ha la patente. Il giorno dell’esame era tesissimo. Ci siamo andati insieme all’esame.

Appuntamento alle 12 per provare con lo scooter della scuola guida. L’esame sarebbe stato alle 14.

Mentre provava gli sono andato a comprare dei pezzi di focaccia e dei biscotti con la nutella. Li abbiamo mangiati insieme in auto. Lui annegherebbe nella nutella.

C’erano gli altri ragazzi, il proprietario della scuola guida e sua moglie.

Per fortuna la chiacchera non mi manca e le chiacchere hanno aiutato a sciogliere un po’ di stress.

Appena è arrivato l’esaminatore AAAAA ha scaricato la punta di tensione mollandomi un ceffone sulla spalla. Pesante, si fa grande. L’ho guardato compiaciuto. Tre mesi fa, non mi rivolgeva la parola. Qualcosa cambia.

E’ andato tutto bene, più facile di quel che si pensasse.

Quando l’esaminatore gli ha dato l’Ok, ho visto la felicità sul suo volto. L’ho abbracciato. Ha messo la patente in tasca e mi ha chiesto di poter tornare a casa in moto.

Paperino: Sai la strada?

AAAAA: Non benissimo

Paperino: Ti accompagno per un tratto.

Abbiamo fatto un bel pezzo insieme, lui in moto dietro ed io in auto avanti. Non lo avrei voluto mollare più.

Devo essere gregario ora, mi son detto.

Quando siamo arrivati in una zona che potesse riconoscere tranquillamente, mi sono fermato con l’auto. Ho accostato e abbassato il finestrino.

Paperino: Da qui te la ricordi la strada?

AAAAA: Si si, da qui si.

Paperino: Bene, vai ora.

E sta attento, ti prego.

AAAAA: Si.

Ho guardato lui che andava e me nello specchietto. Avevo un sorriso stampato in volto che mi è rimasto per almeno qualche minuto.

Era carico di tutta la dolcezza che potessi avere a disposizione. Ho trattenuto le lacrime, mi sarebbero uscite delle caramelle dagli occhi.

Un pezzo di me era felice perché leggeva la felicità sul suo volto, un pezzo di me moriva perché c’è la paura di vederlo andare in moto, perché c’è la tristezza di vederlo ormai crescere ed allontanarsi, perché c’è il tempo che passa.

Bisogna essere uomini in certi momenti, no? Così pare.

Ho cercato di esserlo e ho cominciato a fare il gregario . Magari mi cercherà.

Al passaggio a livello

Mio figlio più piccolo giovedì fa la cresima. E’ un giorno speciale, essendo anche il giorno del mio compleanno. L’ho saputo da mia moglie della Cresima, per una richiesta di compartecipazione alle spese.

Non ho il dono della fede. Nutro un grande rispetto per chi crede, lo vedo come un qualcuno che riesce dove io non ci sono riuscito. Più che laico, sono sempre stato un po’ anarchico di carattere. L’idea del dogma mi è stata sempre stretta come se indossassi un vestito due taglie inferiori. A tratti mi procura claustrofobia. Mi piacerebbe credere però. Sarebbe una gran bella cosa.

A casa di mia moglie si dicono devoti invece. Ci tengono molto ai sacramenti ed alle festività religiose. Da loro per la prima volta ho festeggiato Sant’Antonio, anche se non c’era nessuno che si chiamasse così in casa. E’ un santo importante, dicono. Il rispetto di queste sacralità è la Pietà Cristiana. Un sentimento che viene da lontano, anche i latini lo annoveravano tra le qualità del buon padre di famiglia. Per i romani era la pietas,  con qualche sfumatura diversa. Nel caso dei familiari di mia moglie  la pietà cristiana la vedo un po’ vuota di carità. Pensano molto ai cazzi loro prima, alla faccia anche di Sant’Antonio credo.

Senz’altro frequentano la chiesa più di me. Quando ci entrano abbozzano un inchino, fanno il segno della croce e si baciano il dito. Specie mia suocera, dopo essere entrata in chiesa inspiegabilmente si trasforma. L’atteggiamento è come di chi si volesse scusare del suo ingombro. La testa tende ad incassarsi tra le spalle nascondendo il collo, le spalle si stringono tra di loro. Anche le labbra si uniscono a cuoricino. Gli occhi diventano languidi, sono sempre bassi ed evitano di incrociare chicchessìa. La consistenza sembra la parte molle della lumaca. Mio suocero invece pare il suo guscio tanto è impettito e suona vuoto.

Una volta glielo dissi.

  • Mi sembri Actarus, sai?
  • Come? E che è? Una malattia?
  • Quando entri in chiesa ti trasformi come Actarus ai tempi di Goldrake. Hai presente Goldrake, il cartone animato? Si trasforma in un razzo missile?! In chiesa ti trasformi, come Goldrake e salvi l’umanità. Mi fai impazzire.
  • Ahahahaha, hai sempre voglia di scherzare tu!

Ero serissimo.

Comunque mio figlio si cresima solo per la famiglia di mia moglie. Nessuno dei miei è stato invitato. Io sono stato informato per le spese, credo. Non tirerò fuori un centesimo.

Si avvicina il giorno, il due è alle porte.

Scrivo a mio figlio, un sms. Pare li riceva.

  • Ti va di andare a comprare qualcosa per la cresima con me al pomeriggio?

Ti passo a prendere?

Nessuna risposta.

Passo a mia moglie:

  • Il piccolo non risponde. Gli ho chiesto se volesse uscire con me al pomeriggio per comprare qualcosa.

Risponde

  • Intanto le prove della cresima sono state spostate al pomeriggio, non potrebbe.
  • Vado a vederlo, allora.

Poi comincia la solita tiritera sui soldi.

  • Ti informo che siamo senza soldi.
  •  Vengono con me e non ci sono problemi.
  •  I ragazzi devono anche uscire, puoi dargli dei soldi.
  •  Se il piccolo esce con me glieli do volentieri.
  •  Ma se non volesse uscire puoi darglieli lo stesso e poi parlo dei soldi della spesa. Ho anticipato i soldi per la chiesa, 30 euro, te lo ricordo.
  •  Se stanno con me, non hai bisogno di spesa.
  •  Frasi inutili visto che sai che non vengono con te da dicembre che non avete rapporti e pensi che di botto vengano per magia? Non ti avvicini da mesi a loro ma se ci riesci ben venga. Ora per piacere lasciami stare.
  • Certo, cosa ci vuole. Sono il padre, ricordi? Dammi una mano piuttosto che assecondarli. Stasera non li fare uscire. Vedi che vengono poi con me.

Fine delle trasmissioni.

 

Intorno alle 16 e 15 parcheggio nel piazzale della chiesa.

Con la sua aria svagata vedo sbucare mio figlio piccolo dall’angolo. Ha sempre l’aria di chi è quasi per caso in un posto. Mi fa una grande simpatia oggi, più del solito.

Lo vedo e mi viene da sorridere.

Esco dall’auto, mi metto sulla sua strada. Passa, gira la testa dall’altra parte come se non mi volesse vedere.

  • Ehi ciao, vieni un attimo qua.

Accenna ad un ciao con la mano e basta. Va via. Venti metri dopo ci sono tutti i suoi amici. Si unisce al gruppo. A quella età quando diventano mucchio, fai fatica a distinguerli. Sono tutti uguali, indistinti ed indistinguibili. Bei ragazzi con la faccia pulita. La presenza degli amici mi inibisce, mi sento intruso, non mi avvicino. Avvicinarsi a tale allegria e spensieratezza con qualche pensiero triste, non va bene. Rimango nell’imbarazzo per un po’, poi decido di andare a prendere un caffè da Fabio, il bar dietro casa che non frequento più ormai. Invito per telefono Luigi, un mio amico.

Sono duecento metri, faccio la strada a piedi. Per raggiungere il bar passo proprio davanti alla mia ex casa.

Mentre mi avvicino, vedo che stanno uscendo mio figlio più grande con un amico, Andrea. Anche lui vicino di casa. Andrea abita proprio di fronte al bar, si staranno dirigendo lì.

Lo chiamo. Non mi risponde, gira la testa e va via accelerando. Saluto Andrea che contraccambia, un filo imbarazzato. Mio figlio avanti accelera, Andrea dietro che lo segue, io al seguito dei due.

Alzo la voce

  • Non mi saluti?

Nessuna risposta.

Decelero e lascio prendere loro qualche metro di vantaggio. Guardo nel portafogli, due pezzi da cinquanta. Magari mi avvicino e gli do dei soldi.

Si fermano davanti al portone di casa di Andrea, aspettano che qualcuno apra.

Mi avvicino, mio figlio si gira verso il muro. Gli prendo il braccio, per spingerlo a guardarmi e gli dico:

  • Ehi, non mi saluti?

Con un gesto brusco si divincola e mi dice

– Ma vai vai!

Gli tiro uno schiaffo, un buffetto con la punta delle dita. Non un ceffone.

Ehi, che modi sono?

Intanto aprono il cancello, lui abbassa la testa, prende il telefono.

Capisco che chiama mia moglie, è in lacrime e si allontana.

Entrano in casa di Andrea.

Immagino che stia arrivando mia moglie per fare da giustiziere.

La aspetto per affrontarla.

  • – Che hai fatto?
  • – Mi ha risposto male e gli ho dato un buffetto.
  • – Chiamo i carabinieri!
  • – Chiama chi vuoi.
  • – Prende il telefono e fa per fare un numero.
  • – Io ho da fare, lo vuoi capire! Non posso stare a casa col patema che c’è un pazzo in giro che picchia mio figlio. Adesso ti faccio passare i guai!
  • – Non l’ho picchiato, chiedi a lui prima e ad Andrea, che era presente.
  • – Gli ho solo tirato un buffetto. Piange per nervoso, non perché gli abbia fatto male.

Mi lascia scambia delle parole con Luigi che nel frattempo mi aveva raggiunto ed entra in casa di Andrea.

La gente nel bar guarda. Non me ne sono reso conto ma dobbiamo aver combinato un bel casino.

Luigi mi dice:

  • Non credo che ci siano speranze , sai? Non riesce a capire che adesso dovrebbe rimproverare il figlio perché non ti saluta e non ti risponde o perché ti ha risposto in maniera maleducata. Non fare queste sceneggiate con te. Non lo farà, però. Dovrebbe anche costringerlo a uscire, per parlarti. Tu non stare ad angustiarti. Hai fatto bene.

Esce mia moglie. Credo che la abbiano convinta   che non è nulla.

Credo anche che Andrea abbia avvalorato la mia versione dei fatti. Esce, non ha più in mente di denunciarmi, almeno.

Luigi fa uno strenuo tentativo. Parla ancora con mia moglie.

– Sai, se glielo dice la madre, magari lui esce a parlare col padre. E’ importante che parlino ora.

E’ importante sempre, ma ora in maniera particolare per quello che è accaduto. Potrebbe essere il momento per chiarire.

  • Voi non ci credete, ma io provo sempre a convincerli a parlare col padre. Che voi non ci crediate poi, è un altro conto, così come pensare che sia io a manipolarli.

Intervengo.

  • Perdonami, nessuno dice che tu non lo faccia. I ragazzi però vanno educati. Non basta dire loro ”parlate con vostro padre”. Se non rispondono al telefono, glielo togli il telefono! A parti inverse, stai tranquilla che io mi sarei comportato così. Non avrei mai permesso che i miei figli non rispondano alla madre al telefono. Glielo avrei tolto immediatamente. Così si educano i ragazzi.
  • Ma vai…. Chi te le dice queste cose, Lorenza? La dottoressa del centro della famiglia che hai corrotto?
  • Ho corrotto? Ma che dici? Ma perché pensi sempre che qualcuno macchini alle tue spalle?
  • Siiiii… ripete le stesse cose che dici tu, che credi che sia cretina io?
  • Ma forse dice le stesse cose solo perché sono cose di buon senso! Ci hai pensato?
  • Basta, dire cose su questi ragazzi. Sono ragazzi eccezionali, con due palle così e nonostante tu abbia abbandonato il tetto coniugale loro non hanno perso un colpo. Io non ti permetto di dire queste cose di loro.

Interviene Luigi di nuovo.

  • Ma tu dovresti intervenire più pesantemente coi ragazzi, non solo dirglielo. Tu li devi obbligare a tenere un dialogo col padre. Potrà essere anche conflittuale, ma il dialogo ci deve essere e solo tu puoi fare in modo che ci sia, attualmente. Vivono con te.
  • Certo che lo faccio, ma ci vuole pazienza. Non come fa il signore che vuole tutto e subito.
  • Ascoltami, ti prego. Sono passati nove mesi e le cose peggiorano. Non te ne rendi conto? Non può passare tanto tempo. Sto perdendo qualsiasi autorità e autorevolezza nei loro confronti. Non potrò più fare il padre a breve.
  • Il tuo metodo quale è quello di alzare le mani?
  • Per favore, mi ha risposto male, gli ho dato un buffetto. L’ho richiamato all’ordine, anche per sms le volte che risponde mi risponde in malo modo. E non era uno schiaffo.
  • Non ti qualificano più come padre, e questo non è colpa mia. Quindi non puoi presentarti e trattarli così.

Luigi tenta ancora disperatamente.

  • Non lasciare che i problemi tra di voi influenzino il rapporto col padre. Quello dovresti agevolarlo comunque.
  • Voi non lo conoscete quanto è bugiardo quest’uomo, per questo lo difendete.
  • No, non voglio proprio entrare nel merito di quelli che sono i problemi fra di voi.
  • E’ invece è questo il problema. E’ il suo carattere che crea problemi con tutti e quindi anche con i figli.
  • Non voglio mettermi in mezzo.
  • Tu sei stato chiamato?
  • No, vedi io abito qua e mi ero venuto a prendere il caffè. Mi dispiace della situazione e se posso tento di dare un aiuto, ma posso stare zitto.
  • Io so solo che sono stata chiamata da mio figlio in lacrime. Peggio per lui, ha fatto dei passi indietro. Io ora me ne vado.
  • Non ti sembra invece che dovresti fare qualcosa per avvicinare il figlio al padre?
  • Io non vedo l’ora che arrivi il quattordici luglio perché quest’uomo non lo voglio più vedere.
  • Ma il problema non è tra voi due, scusami.

Intervengo di nuovo.

  • Scusami, a parti inverse io non avrei permesso questo distacco di un figlio dalla madre.
  • Caro mio, in questi mesi tu non hai fatto nulla per evitarlo.
  • Ma che stai dicendo?
  • Io me ne vado, ci sarà una udienza e parleremo là.
  • Ma io parlo dei ragazzi, che c’entra l’udienza.
  • Certo, parleranno anche loro.

La discussione è continuata per un po’. E’ uscito anche il padrone di casa presso cui si era rifugiato mio figlio. Mi ha dato delle pacche verbali , dicendo che capiva la situazione e che provava anche lui a darmi una mano per quel che poteva.

Alla fine lo scontro con mia moglie sembrava avesse depresso più lui e Luigi di me.

Torno nel piazzale della chiesa e prendermi l’auto. Luigi mi accompagna. Incrocio Brizio e Susanna. Gli racconto dell’accaduto e mi ricordano di provare a parlare col parroco.

Nemmeno loro sono frequentatori della comunità. Però per affetto mi dicono che se funziona tornano in chiesa! Mi vogliono bene.

Lascio Luigi ed entro in chiesa. Il piccolo non c’è, le prove della cresima sono terminate. La chiesa brulica di gente, in gran parte donne che sembrano aver molto da fare. Evidentemente fervono i preparativi per le cerimonie.

Fermo un frate che è enorme. Credo debba aprire la seconda anta della porta per passarci. Mi fa impressione.

  • Salve Padre, cerco il parroco.

Dovevo fare qualcosa. Non nutrivo grandi speranze nel dialogo col parroco, ma proprio per questo dovevo provarci. Le grandi imprese nascono sempre quando si pensa di fare tutt’altro.

  • Vedi in giro. Non so dov’è.

Mi aggiro per la chiesa e per i vari locali adiacenti, Sagrestìa, Oratorio.

Nessuna traccia. Sto per mollare ma finalmente mi imbatto in lui.

E’ solo, che culo. In genere i parroci sono circondati da uno stuolo di persone.

E’ un ragazzo, avrà poco più di trenta anni. Occhi azzurri buoni.Vanno bene come speranza.

  • Buonasera padre. Ha cinque minuti per me?
  • Certo, dimmi pure.
  • Sa padre, mio figlio fa la cresima il due giugno. Purtroppo ho una situazione difficile in casa. Io e mia moglie ci stiamo separando e non ho un dialogo con i ragazzi.

Mi blocca.

  • Dovete riprovarci.
  • – No vede padre, è quasi un anno che non viviamo più insieme.
  • Che significa! Venite qua che vi faccio tornare insieme io.
  • – Penso che non si possa padre. Comunque ero qui per i ragazzi, se lei mi potesse aiutare in qualche modo.
  • – I ragazzi vedono il sacramento tradito e soffrono, l’ho vissuto anche io sulla mia pelle.
  • – Si certo padre.
  • – Parla con tua moglie e venitemi a trovare.
  • – Va bene, padre. Ci penso. Grazie.
  • – Ciao.

Esco, penso che la mia depressione sia arrivata ai livelli di Luigi e il papà di Andrea. Se prima c’era un gap tra me e loro, penso di averlo colmato abbondantemente. Non è colpa sua, la grande impresa però non c’è stata. Cosa posso dire, è il suo modo di vedere la cosa e nei suoi abiti è legittimo. E’ solo che forse ora non mi può aiutare. Almeno così mi pare.

Me ne ritorno a casa, in campagna.

Non ho voglia di fare in fretta. Avrei voglia di perdermi in realtà. Prendo la strada più lunga che attraversa due passaggi a livello. Ho la speranza che passi un treno, trovi la sbarra abbassata e possa stare qualche minuto ad attendere.

I passaggi a livello in campagna sono uno dei posti più affascinanti che conosca. Dopo un po’ che stai in campagna hai quasi il bisogno di sentire che il moderno esista. La quiete ti anestetizza e hai bisogno di un po’ di adrenalina per riprenderti. Il passaggio a livello da piccolo era la mia porta verso il futuro. Durante i mesi estivi, in campagna, finiti tutti i giochi che avrei potuto inventarmi, mi prendeva un po’ di malinconia. Il silenzio in quei momenti mi annoiava. Prendevo la bici e facevo un paio di kilometri verso la ferrovia. Mi avvicinavo alle sbarre, abbandonavo la bici fuori strada e mi sedevo ad aspettare su di una pietra. Prima, da campagnolo provetto, verificavo che non ci fossero serpi sotto. Così mi aveva insegnato il nonno. Il treno lo avverti prima ancora di sentirne il rumore o di vederlo. E’ la natura intorno ad agitarsi e ad annunciare l’arrivo. Gli alberi lungo la ferrovia si svuotavano degli uccelli. L’atmosfera si caricava, i peletti delle braccia da preadolescente si rizzavano e sembrava che così accadesse alla natura intorno. Lo seguivo con lo sguardo poi. Passava veloce e il suo vento sulla faccia mi caricava da matti. Inforcavo la bici con la mia dose di adrenalina e tornavo indietro fischiettando.

Il primo passaggio a livello purtroppo è aperto. Rimango un po’ deluso.

Faccio i due kilometri che lo separano dall’altro. Chiuso per fortuna.

Mi avvicino alla barra e spengo il motore. Esco dall’auto e tiro un sospiro di sollievo. Cerco una pietra e aspetto il treno.

 

 

 

 

 

L’uomo invisibile

Ritornati dal Torneo di Pasqua è rimasto un bel legame con i genitori degli altri ragazzi. Su mia iniziativa avevamo creato un gruppo su Whatsapp, per le comunicazioni di servizio durante il torneo. Avevo inserito anche qualche genitore che era rimasto a casa, così potevamo mandargli le foto .

Ci eravamo ripromessi di organizzare una rimpatriata e così è stato. Nico, il mio compagno in auto, aveva prenotato una pizzeria per sabato. Ci si chiedeva sul gruppo se fossero venuti o meno i ragazzi. Io non potevo esprimere la mia, non sapendo nemmeno dove fossero i miei.

Il mio contatto i miei figli lo avevano bloccato. Erano rimasti nel gruppo da me creato su whatsapp e mi piaceva immaginare che mi lasciassero una porticina aperta. Rimaneva l’ultimo canale di comunicazione.

Avevo messo come immagine del gruppo una vignetta con Charlie Brown e Snoopy disegnati di spalle.

Charlie dice a Snoopy

– qual è il doppio di sei?

Snoopy risponde:

– siamo!

Usavo il gruppo per mandare il buon giorno al mattino e per tutto quello che mi veniva da dire. Da molte settimane non rispondevano più, ma era pur sempre uno spiraglio.

Nel mio immaginario era come infilare dei pizzini sotto la porta della loro cella. Un modo per tenere viva la mia presenza, anche se non mi volevano vedere.

Me li immagino come prigionieri, ma forse il vero prigioniero sono io, penso.

Preoccupato che non sapesse da altri della serata con i genitori dei suoi compagni, di buon ora, scrissi a mio figlio più grande:

– Domani mi hanno invitato a mangiare una pizza i genitori dei tuoi compagni di squadra. Non so se vengono i figli pure, ma se volessi venire, ne sarei felice. Un bacio e buona giornata a tutti e due.

La comunicazione per messaggi mi ricorda la mia infanzia. Mandi un messaggio  e ogni tanto controlli se ti è arrivata la riaposta. Mia madre mi mandava a controllare se le galline avessero fatto l’uovo. Mi armavo di mazza fuori dal recinto. Avevo una paura fottuta del gallo. Entravo con circospezione con la mazza ben salda in mano, mi avvicinavo alla tettoia dove sotto erano posizionate le cassette per la cova delle galline.

La prendevo larga, il gallo era davvero grosso o io molto piccolo, non so.

Arrivato alla tettoia, con un occhio sbirciavo nelle cassette, con l’altro tenevo d’occhio il bestione.

Quasi sempre l’uovo c’era. Sorridevo e lo portavo felice in casa.

Da tempo, le uova dei miei figli non le vedevo più.

Poco prima delle otto di mattina, invece, arriva la risposta. Trovo una supposta più che un uovo.

– E non ti vergogni? Hai proprio una bella faccia tosta, mi devi mettere sempre in difficoltà per far vedere che sei bravo, ma tanto lo capiranno e poi ti avevo già detto di non mettermi in difficoltà con i miei amici e ti intrometti, vergognati.

Mi siedo. Ho bisogno di una pausa.

Che brutta parola per un ragazzo. Che brutta parola in genere. Vergogna è una roba che ho sempre associato alle cose più misere dell’uomo. Ludibrio, scherno, sopraffazione. Quanto è tosta che mio figlio mi dica di vergognarmi. Che male. Cosa gli dico? Provo a imbastire una risposta:

– Di cosa mi devo vergognare?

Perché non parliamo e mi spieghi?

Cosa ti crea difficoltà?

Nessuna risposta, e la cosa più brutta viene dopo.

Il nome di mio figlio più grande con la dicitura ‘’ha abbandonato’’.

Mi sarebbe piaciuto parlare con questi di Whatsapp, per trovare una dicitura un po’ meno forte di ‘’ha abbandonato’’. L’abbandono è un qualcosa di irreversibile. Avrebbero potuto pure scrivere un bel ‘’ciao torno tra poco’’, sarebbe più umano.

Non sanno che c’è chi soffre degli abbandoni?

Il grande è andato via, chiuso, game over.

Che direbbero Charlie Brown e Snoopy? Adesso fottiti, probabilmente.

– Maledetto! Dico a me stesso.

Ma che cazzo! Ma come ti viene di scrivergli della cena!

Io non sudo quasi mai, solo la tensione mi fa sudare. Grondo.

Ma perché si è arrabbiato? Cosa c’è di male ad andare in pizzeria con gli altri genitori?

Ho pensato che fosse una roba di buon senso dirglielo, perché non lo sapesse da altri.

Comincio a pensare che il buon senso non ti rende felice.

Un mio amico, figlio di separati, mi ha raccontato che la cosa che ricorda dei primi tempi della separazione dei genitori era proprio il senso di vergogna.

Si vergognava ogni volta che in pubblico veniva fuori o poteva intuirsi il fatto che i suoi genitori fossero separati.

Erano gli anni ottanta , qualcosa è cambiato. In classe di mio figlio, quasi la metà dei ragazzi sono figli di separati.

Mi ricordo mio padre. Una volta intuì che avessi delle difficoltà. Non ricordo bene il motivo, ma ero visibilmente giù. Mi si avvicinò. Restò qualche minuto in silenzio, io anche, con la testa bassa. Non mi chiese il perché stessi così. Forse per riprendermi mi sarebbe bastato sentirlo vicino. Dopo un po’ mi disse:

– Non devi avere paura di nulla figlio mio, il mondo è tuo e ti aspetta. Non fare come il millepiedi che nella paura di non sapere quale piede muovere per primo, rimane immobile. Tu nei hai mille di piedi, avanti.

Mi irrorò di coraggio. Oggi è una cosa che mi ripeto ogni volta che mi sento in difficoltà.

L’ho ripetuto anche ai miei di figli. Ma evidentemente non sono stato all’altezza dell’originale.

A sera, la seconda pugnalata.

Prendo il cellulare e leggo il nome del piccolo e di seguito ‘’ ha abbandonato’’.

Anche lui. Potevo prevederlo.

Oramai potevo parlare con un muro. Era uguale.

Devo fare qualcosa, ci penserò nel fine settimana.

Una delle caratteristiche di mia moglie è la sua capacità di infilare il dito nella piaga. E’ un talento di tante donne, ma alcune lo hanno sviluppato maggiormente. Mia moglie è una fuoriclasse. La dimensione di questa qualità la rendeva unica e faceva in modo che stesse sui coglioni ai più. Quasi tutti gli amici mi hanno confessato, dopo la separazione, che la sopportavano solo perché mia moglie.

Puntuale, con tutto il suo talento, dopo settimane di silenzio, un suo messaggio su whatsapp.

Leggo un numero nel corpo del testo, 150. Si tratta di soldi, suppongo. Prima di leggere il testo guardo l’immagine che ha messo sul suo profilo Whatsapp.

Una frase di Ligabue: Credo nel rumore di chi sa tacere.

Mi viene da ridere. Se c’è una persona che non sa tacere, questa è lei. Negli ultimi tempi ho visto che ha cambiato spesso immagine del profilo. In genere frasi stupide, di quelle che hanno un senso se dette dall’autore con il carico della sua originalità. Come il prosciutto di Parma o il Parmigiano che quando li mangi a Parma hanno tutto un altro sapore.

Mi si accende la speranza che la sua irrequietezza sia dovuta ad un corteggiamento. Un tempo le donne, se corteggiate, cambiavano spesso abiti, acconciatura, dettagli. Ora cambiano spesso immagine di profilo se vogliono mettersi in mostra. Magari, volesse il cielo.

Vado al corpo del testo:

– Sei pregato di fare il versamento delle misere 150 euro settimanali almeno il lunedì mattina visto che rimaniamo senza soldi già dal venerdì e devo poter fare la spesa per far mangiare i tuoi figli, visto che già ci stanno prestando i soldi, grazie.

Il grazie finale è la sua firma ed ahimè l’ho ritrovato in qualche brutto messaggio proveniente dai miei figli, come se ci fosse il suo imprinting.

Conto fino a dieci. Continuo a leggerla:

– Tra l’altro ti ricordo di aggiungere qualcosa in più visto che i ragazzi sono in fase di sviluppo e non hanno vestiti che vanno quindi devo provvedere ad acquistare qualcosa per la primavera.

Non credo che abbia mai saputo dell’esistenza delle virgole. D’altra parte non le usava nemmeno nel parlato.

– E anche rimborsa queste spese che allego grazie.

Sono fuori sede e non sono riuscito a farle il bonifico che faccio ogni lunedì. Lo avrei fatto nel primo pomeriggio. Quanto vorrei fargliela pagare in qualche modo. Il mio avvocato mi ha obbligato a non parlare più con lei di denaro. Mi ha detto anche di staccare le utenze come sky e fastweb a mio nome, ma non me la sono sentita ancora. Le toglierei ai ragazzi.

Continuo a leggere whatsapp. Quattro foto in allegato. Scontrini per farmaci da banco e una ricevuta di un hotel per 140 euro. L’hotel che ha pagato da poco al torneo dei ragazzi in Abruzzo.

Rabbia, vorrei cantargliene quattro. Venendo in Abruzzo mi ha tolto la possibilità di riallacciare un minimo di rapporto con mio figlio più grande e vorrebbe che le pagassi anche il conto dell’hotel!

Resisto.

Scrivo al mio amico avvocato. Faccio una istantanea dello schermo e gliela mando.

Mi fai sapere se posso dire che non pago se i ragazzi non dovessero sbloccarmi come contatto sui telefoni? E se continuano a non rispondermi? Mi chiede il rimborso dell’hotel in Abruzzo, mi fai sapere come posso rispondere?

Lui mi risponde:

Ti chiamo tra un po’.

La rabbia è troppa per aspettare, ma continuo a scrivere a lui:

Sai in realtà vorrei rispondere:

‘’vaffanculoateaquellegrandissimeputtanedituamadreetuasorellaequelrimbambitodituopadreetuttalatuarazzadimerda’’.

Mi risponde:

bravo, comincia così e finisci con ‘’ecco ecco’’.

Per fortuna mi fa ridere.

Non ce la faccio a trattenermi oltre, le scrivo:

I ragazzi hanno bloccato il mio numero telefonico e non posso comunicare con loro. Sono sotto la tua responsabilità e non mi sembra stia facendo un grande lavoro visto quello che accade. Ti rammento che le spese vanno concordate. Non posso riconoscere spese se non concordate. Mi hai sempre detto che non puoi intervenire su di loro perché sono grandi. Bene, se ci sono spese da fare per vestiario, fammi chiamare direttamente. Sono grandi, come dici tu e possono farlo. Sarò felice di parlare con loro e di accompagnarli.

Risponde lei:

Non ti hanno bloccato i messaggi, tu scrivi quando ti pare e quando vuoi,  quando ti pare sparisci. E’ normale che non ti parlano e meno male che ci sono io che mi occupo di loro. Non fare la vittima. Le spese concordate te le ho dette. Tu invece non hai neanche chiesto al più piccolo di venire con te al torneo e non hai detto ai ragazzi che andavi, si vede che i soldi ci sono solo per te, mi sa. (la punteggiatura è mia)

Da quando me ne sono andato da casa ogni santo giorno ho telefonato ai miei figli e ho scritto loro messaggi a ripetizione. Da prima di Natale hanno preso a non rispondermi più al telefono e quasi mai ai messaggi. Da un mese circa nemmeno una parola.

Mi ripeto, stai calmo, è solo una cretina che ti provoca. Aggiungo:

Lo sai che il piccolo non risponde da un mese nemmeno ai messaggi, vedo che non si può parlare con te, fa nulla. Ti ripeto che le spese vanno concordate. Quindi ti prego di rendermi edotto prima, se ci sono spese mediche. Per le altre attendo che mi chiamino i ragazzi.

Lei: Non ti conviene, comunque al piccolo potevi chiederlo con i messaggi se volevi. Le spese mediche sono quelle e non si possono concordare prima. Le spese dei vestiti… vado io a prenderli , quindi puoi anticiparmi qualcosa grazie.

Non hanno vestiti, non gli va nulla grazie.

Poi ti farò la foto degli scontrini, ovviamente, come al solito. E ricordati di non permetterti a offendere il mio lavoro di madre, pensa ai tuoi comportamenti. Ricordalo sempre e da oggi sei pregato di limitare i tuoi pareri personali e rimanere nei ranghi e nei limiti delle spese grazie.

Capisco a questo punto che è entrata in gioco sua sorella. Ci sono parole come limitare e ranghi che non sono nel vocabolario usuale di mia moglie, lo sono invece in quello di mia cognata, che conosco bene perché lavora con me. Non ho la prova, ma la quasi certezza.

Me ne accorgo anche dal fatto che le risposte arrivano dopo qualche minuto. Sicuramente sono precedute da consultazione.

Continuo:

Mi dispiace, ma così non va bene. Non credo di offendere nessuno. Parlo di fatti.

Lei: Vedremo, buona giornata.

Io: Mi dici che i ragazzi sono grandi, approfitta per farmi parlare con loro!

Lei: Se puoi versami i soldi, al lunedì mattina.

Io: Se possibile, senz’altro. Per le spese mediche, ho bisogno di sapere se stanno male i miei figli. Quindi, ti prego di avvisarmi. Fammi parlare con loro. Voglio avere la certezza che i farmaci siano per loro, non ti dispiacere.

Lei: Ancora scuse, per non provvedere neanche a questo. Non fa niente, Ciao.

Io: Accuse?

Lei: Buona giornata.

Io: Attendo che mi chiamino i ragazzi.

Lei: Sai che non lo faranno, per questo scrivi questo,  per cosa poi.

Io: Lo devono fare, sarebbe una grande cosa se lavorassi in tal senso. Mi auguro che possa farlo.

Lei: Già fatto e rifatto, cerca tu di modificare il tuo modo di porti, forse andrebbe meglio. Comunque non ho più nulla da dire, le spese sono quelle, fai tu poi, grazie.

Io: Fammi sapere quando i ragazzi stanno male, mi fai chiamare, provvedo personalmente ai farmaci. Se provvedi tu, vorrei almeno sapere da loro cosa hanno. Mi pare di non chiedere nulla di strano. E’ nei miei doveri, anzi. Per le altre spese attendo di essere chiamato da loro. Mi hai detto che loro decidono. Per me sarà un piacere provvedere, se posso. Non mi hai nemmeno fatto vedere le pagelle. Se questo è il tuo modo di operare, stiamo freschi. Approfitto per ricordarti dei miei effetti personali che sono ancora a casa: abiti, libri, orologi.

Lei: Tutte eresie, ti prego di limitarti grazie.

Percepisco che le mie parole sono andate a segno. Le sorelline non replicano, non hanno argomenti e affondo.

Io: Saresti così gentile da comunicarmi la data dei colloqui?

Domani vengo a prenderli per portarli a scuola. Magari potresti convincerli in tal senso.

Eresie… anche queste?

Nessuna risposta?

Devono essersi bloccate davanti al fatto che, per rimborsare le spese dei farmaci, abbia chiesto di poter parlare coi ragazzi e sapere da loro che stanno male.

Sono felice per aver tenuto testa a mia moglie, ma mi rimane il senso di pesantezza per le parole amare di mio figlio.

Chissà cosa staranno dicendo a quei ragazzi.

Sarà mia suocera con il suo perbenismo falso?

Sarà mia moglie di rimbalzo a mia suocera?

Forse mia cognata. Anche se lei con il suo speciale attaccamento al denaro la vedo concentrata sulle indagini patrimoniali e su come spillarmi quanti più soldi possibile. E’ la più camaleontica del gruppo e potrebbe essere la vera musa ispiratrice di cotanta merda.

Da tempo in ufficio va in giro tra i colleghi con foto di donne. Sembra che le foto le siano state fornite da mia moglie e lei indaghi. Vogliono  verificare se sono donne conosciute, mie probabili amanti.

Cerca di avere informazioni dettagliate sulle mie attività, anche. Vuole capire se ho altra fonte di reddito.

Oramai è diventata una macchietta e non se ne rende conto. Per fortuna chi mi circonda mi stima. Lei ci parla, fa la civetta per accattivarsi il collega, puntualmente vengo informato.

Stamattina sono andato davanti a casa. Arrivato alle 7.30, in tempo per vederli uscire.

In quel momento arriva nei pressi del cancello il vicino di casa con due damigiane. Viene verso di me per salutarmi. Che palle penso, ma proprio adesso dovevi venire? Alcune persone non hanno proprio il dono dell’opportunità. Tu ti stai giocando molto e ti vengono a parlare della porta del garage che non si chiude. Tutte a me capitano.

Loro escono dal cancello, mi passano davanti. Mia moglie e mio figlio grande, di corsa, quasi scappassero. Non mi guardano nemmeno in faccia. Il vicino si rende conto della situazione, fa segno col capo verso mia moglie, mi guarda ed alza gli occhi al cielo. Non la può sopportare nessuno, ha litigato con tutti anche nel palazzo.

Dico a gran voce: Buongiorno!

Il piccolo si gira e mi saluta a bassa voce:

Buongiorno.

Alemeno uno. Grazie piccolo mio!

Entro in auto, è vero che rimandare aumenta la paura, ma affrontare, aumenta il coraggio. Mi sento bene.

Dopo un po’ incalzo, continuo l’attacco su Whatsapp.

– Sabato mattina o pomeriggio sono disponibile a uscire coi ragazzi per comprare qualcosa. Se volessero pranzare o cenare con me mi farebbero felice. Ho ancora il contatto bloccato da loro. Se riferisci, te ne sarei grato. Lo avrei fatto stamattina sotto casa, ma siete scappati via senza salutare. Ciao.

Lei: Intanto i messaggi non sono bloccati e puoi scrivere. Stamattina quando e cosa??

Ma tu guarda che stronza! So già dove vuole andare a parare. E’ quello che raccontano in giro lei e la sorella. Io ho abbandonato i ragazzi non fregandomene più nulla di loro e sarebbe per questo che loro non mi vogliono vedere.

E’ la giustificazione socialmente utile alla loro cattiveria.

Adesso do corpo alle voci che sento in giro.

Sono davvero delle merde, un’associazione a delinquere della peggior specie.

Sono diventato un uomo invisibile e vogliono che diventi invisibile anche per i ragazzi.

Rispondo:

Non mi hai visto?

C’era anche il vicino, ricordi?

O hai problemi con la memoria?

 

Dopo un’ora, lei:

Per piacere potresti lasciarmi stare grazie.

 

 

 

 

 

 

Teodoro, dono degli dei.

Credo che un indicatore della intelligenza sia la capacità di accorgersi dell’esistenza degli uomini e delle cose. Allo stessa stregua, la disattenzione verso cose e uomini  è sinonimo di stupidità. L’intelligenza è un dono degli dei.

Oggi il mio primogenito ha fatto una partita. Si è giocato fuori casa, in un paese a 50 km di distanza.

Non avendo ormai più  notizie dai miei ragazzi, mi informo  sugli orari da altri genitori.  In genere, in occasione delle trasferte, ci si raduna presso la scuola calcio di buon ora. Si  parte poi  con la carovana di auto alla volta dello stadio fuori città. Il buon Gabriele mi aveva informato: partenza 8,45.

Mando il messaggio di rito a mio figlio: Ti vengo a prendere alle 8,30!

Sapevo già che avrebbe rifiutato, ma non posso darmi per vinto prima di provarci.

Risposta quasi immediata: No, in primis non voglio e poi ho chi mi accompagna.

In primis…. Caspita, penso. Latino. Il mio piccolo uomo fa il primo liceo scientifico e quindi comincia a masticare un po’ di latino.

La risposta era veramente brutta, ma  da un po’ sono preparato a queste risposte e quasi impermeabilizzato. Mi concentro sulle parole, come se il particolare mi potesse far dimenticare il tutto. Ho frequentato il liceo classico e quello che ha attirato la mia attenzione nella frase sono state le  due parole: In primis.

Mio figlio che infila due parole in latino! Non ci sarebbe da meravigliarsi, se la cava benissimo a scuola, ma la cosa mi ha dato il senso del tempo che passa ed il fatto che probabilmente me lo vedrò uomo senza accorgermene, così come mi sto perdendo lo studio delle declinazioni.

Ero solito seguirlo nei compiti quando ero a casa, ora non so nemmeno cosa stia studiando.

Provo una grande frustrazione. Proprio ciò in cui sono stato sempre forte, lo studio e l’amore per esso, non potrò più travasarlo ai miei figli. Questa è davvero una interruptio!

Non ci sarò quando leggeranno di Paolo e Francesca, di Ulisse e della semenza dei suoi compagni. Non ci sarò per tante cose. Probabilmente non saprò dei primi amori e delle prime delusioni. Mi perderò tutte le prime. Eppure mi sento di poter dare tanto. E’ veramente frustrante.

Vivo una quiete disperata per questo, solo la rabbia non mi fa rassegnare.

Amore disperato e rabbia. Mi vengono  in mente i più famosi versi di   Catullo.

Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris.
Nescio, sed fieri sentio et excrucior.

(Ti odio e ti amo. Come possa fare ciò, forse ti chiedi.
Non lo so, ma sento che così avviene e me ne tormento.)

L’interruzione di un grande amore genera una grande rabbia.

Avrà usato il latino per farmi vedere che lo sta imparando? O è una frase che ha sentito da qualcun’ altro? A volte mi sento come le adolescenti che tolgono i petali alla margherita e dicono: mi sta pensando? o non mi sta pensando?

Sa bene del mio legame e il mio amore per le lingue antiche, magari era un modo per richiamare forte la mia attenzione e dirmi tra le righe, ti voglio bene.

Mi illudo forse, ma decido di giocare e  replicare in latino. Riprendo le parole di Catullo che era nei miei pensieri in quel momento:

Excrucior fili mi, quia causam nescio.

(Mi tormento figlio mio, perchè non capisco il motivo).

Ovviamente nessuna risposta. Poi aggiungo in Italiano: mi dispiace che non voglia venire con me.

Se mi avesse scritto quelle due parole in latino per attirare la mia attenzione, ora è contento che gli abbia risposto a tono.

Intanto ritorno al dettaglio per non smarrirmi: ho chi mi accompagna. Cerco di immaginare chi lo accompagni. Sarà uno del clan, il nonno o lo zio. Il fratello di mia moglie che non vedo da mesi.

L’attenzione e la sensibilità verso le emozioni altrui sono la forma più pura di generosità e di intelligenza. Nella famiglia di mia moglie sono un po’ deficitari da questo punto di vista, in maniera particolare gli uomini della famiglia.  Quindi non può che essere uno dei due a fare l’accompagnatore.

Ad uno dotato di un minimo di sensibilità e di intelligenza emotiva non  verrebbe mai di recarsi ad un appuntamento col figlio di un altro, sostituendosi al padre e sapendo  per giunta che anche il padre sarà presente. Sono coinvolto nella cosa, ma la ritengo vergognosa in assoluto, al di là del mio personale coinvolgimento. Credo che mai mi presterei a qualcosa del genere. Ma a ciascuno il suo.

Arrivo al raduno. Mi guardo intorno, mio figlio ancora non c’è. Qualche altro genitore mi vede. Un tempo arrivavo sempre con mio figlio, eravamo inseparabili. Mi vedono da solo, provo un filo di imbarazzo,  tutti sanno della situazione ma non fanno domande.

Si avvicina Teodoro. Scambiamo due chiacchiere. Mi piace andare alle partite anche per questo. Chiacchiero con gli altri papà e mi trovo molto bene. Gente semplice e senza fronzoli.

Dopo cinque minuti arriva mio figlio. L’accompagnatore manco a dirlo  è mio cognato, appunto. Gli indicatori di intelligenza non hanno fallito. Mio figlio esce dall’auto e nemmeno mi saluta. Mi ha visto bene, ma forzatamente non gira la testa verso di me per non incrociare il mio sguardo. Raggiunge il capannello dei suoi compagni. Ha il broncio, lo vedo da lontano. Mio cognato esce dall’auto e si avvicina per salutarmi.

” Ciao” dico.

”Ciao”, e quasi per scusarsi, ”erano mesi che non lo vedevo giocare ed ho pensato di fare un salto oggi”.

Non mi piacciono le frasi di circostanza e in tono dimesso:” Certo, con me non è voluto venire, mi ha detto che aveva qualcuno che lo accompagnava”.

”Io non c’entro nulla” mi fa.

Il primo pensiero è: emerito coglione, se non c’entri nulla, cazzo ci fai qua! Poi mi ricordo che ho di fronte un trentenne, non è un padre e  soprattutto non è un aquila.

”Non ti preoccupare” gli faccio.

” No, non mi preoccupo, non c’entro proprio nulla” insiste.

Niente da fare penso, se uno è coglione è coglione. Non potevo aspettarmi qualcosa di diverso.  Da un lato vuol dirmi che non si preoccupa di aver fatto una roba da pezzi di merda, anzi lui è tranquillo, dall’altra mi dice che comunque non c’entra nulla.

Sorrido amaro e gli dico: ” Ciao, ci vediamo”.

Torno dagli altri genitori. Due o tre  degli altri papà mi fanno: ”Chi è quello?”

”Il fratello di mia moglie” dico in modo rassicurante, come se sapessi della cosa.

Avevo capito che la domanda era retorica. Probabilmente sapevano tutti chi fosse, ma volevano testimoniarmi  la loro solidarietà. Era un modo per dire: ”Sto pezzo di merda, come si permette ad accompagnare tuo figlio, dal momento che tu sei qua? Siamo con te”

La mia risposta a metà tra il rassicurante ed il rassegnato era servita a sedare il loro astio solidale.

Si parte. Teodoro mi commuove. Aveva seguito tutto. Dall’arrivo di mio figlio al dialogo con mio cognato ed evidentemente aveva letto bene il mio stato d’animo. ”Sei solo?” Mi dice. Lo guardo e non rispondo, abbozzo un  sorriso  con le spalle ben giù. Credo che bastasse  vedermi in quel momento, non c’era bisogno di risposte. Lui in auto aveva la moglie ed il figlio più grande, diciottenne. Fa un cenno al figlio diciottenne e lo invita a farmi compagnia. In quel gesto, sento un senso di calore immenso. Avrei voluto rifiutare, ma il calore del gesto e la sua semplicità sono stati talmente grandi che non mi sono sentito di opporre alcuna resistenza. Aspetto che Antonio entri in auto e mi metto come sempre al comando della carovana. Tutti, da sempre, me lo fanno fare. Conosco bene le strade da farsi  perchè per lavoro sono sempre in giro e poi ho notevole dimestichezza con gli strumenti di navigazione. Quando c’è da raggiungere una meta nuova, il capo  carovana sono io.  La presenza di Antonio in auto mi riempie di gioia, mi attenua la malinconia della solitudine e la rabbia nel vedere il viso di mio figlio nell’auto del coglione. In trenta minuti siamo a destinazione. Io,  il coglione, mio figlio e gli altri.

Grazie Teodoro, dono degli dei.