Gluk

Domani è il giorno che aspetto da un po’. Mi sembra di avere un esame. Sono alla ricerca della stessa concentrazione . L’attesa è stata piuttosto lunga.

I ragazzi non rispondono. Il più piccolo ormai è più di un mese. Da quando mia moglie gli ha detto che non lo avrei mandato in Grecia con gli zii. Mi ha scritto l’ultimo sms: ‘voglio andare in Grecia. Perché non posso?’ Dirgli dopo,  che sarebbe potuto andare, non è servito. Mi ha messo alla porta.

Il più grande lo vedo al mattino e agli sms aveva preso a rispondermi.

Da venerdì , dopo che l’ho lasciato alla scuola guida, non risponde. Può essere che la squadra avversaria faccia sentire al gruppo il peso dell’evento. Non so che accade. Non mi angoscio più.

Mia moglie al venerdì mi ha mandato il solito messaggio che ha finito i soldi e che devo dare i soldi ai ragazzi per uscire al sabato.  Non le ho risposto.

Lorenza è stata molto gentile. Mi ha concesso un allenamento di rifinitura. Ci sono stato venerdì . Abbiamo parlato dell’udienza, abbiamo riso e scherzato . Mi ha visto bene e pronto. Mi è sembrato proprio uno di quegli allenamenti blandi che gli atleti fanno nel pre gara. Giusto per svegliare i muscoli. La rivedrò a fine agosto.

– Se accade qualcosa degna di nota e dovessi aver bisogno, chiama.

mi ha detto.

Mio padre si sta lasciando un po’ andare. Ormai vede poco, non cammina più tanto sicuro, anche. Sarà il caldo . Non lo soffre nemmeno lui, come me. Ma a quasi 90 anni, credo che picchi uguale sulle prestazioni, anche se non gli crea insofferenza. Lo perseguito per dirgli di bere. Gli fa bene e poi mi piace che si incazza come ai vecchi tempi, lo vedo vivo. Ogni volta che mi accorgo che ha qualche défaillance  in più, penso al tempo che gli rimane ed alla speranza che ho di farlo stare coi nipoti. Non ne parlo più con lui. Evito il discorso, sperando che congeli il desiderio. È il più grande stimolo che ho in questa battaglia.

  • È’ la prima battaglia Paperino . Hai un grande esercito! Ti senti preparato?
  • Sissignore! Si sta diluendo anche la fifa!

Chi ha avuto grandi paure e grandi sofferenze nella vita, si è misurato. Non è più forte. Tutti siamo forti, ma ce ne accorgiamo solo quando non abbiamo altra possibiltà che esserlo. Chi ha sofferto di più, ha misurato più degli altri la sua forza. La profondità e lunghezza delle cicatrici ne sono il metro.

Oggi mi sono svegliato alle quattro, non dormivo e alle cinque  mi sono messo a scrivere. Voglio stare da solo e concentrarmi.

Quando tu sei l’unico rumore che senti attorno, significa che sei solo. La solitudine è una condizione mentale, non fisica. A volte la cerchiamo. A me accade sempre prima di un esame.

Speravo facesse un gran caldo in questi giorni e invece stanotte ha fatto proprio fresco. Ieri c’è stata pioggia e la temperatura si è abbassata di una decina di gradi.

Da piccolo, quando pioveva mi piaceva andare in giro a cercare i ristagni d’acqua. Mi piaceva il rumore che ci faceva una pietra quando la tiravi dentro. Quel ” gluk” mezzo risucchio sordo e ovattato, mezzo tonfo mi faceva eco nel corpo. Ed era irresistibile. Ogni volta che passavo vicino ad un ristagno d’acqua , mi fermavo, cercavo una pietra e mi mettevo vicino all’acqua. Prendevo il mio tempo, come un tuffatore. Aspettavo due o tre secondi e buttavo la pietra. Il ‘gluk’ era fuori come rumore, ma mi risuonava dentro . Quando lo facevo con qualche amico vicino, quel rumore interno non lo sentivo affatto. Era tutto un altro suono.

Ormai per me era il rumore della solitudine . Oggi lo avverto ogni tanto. Mando sms ai miei figli e non rispondono . Il mio telefono è la pozza d’acqua . Ci passo vicino . Lo prendo e scrivo :

Domani ti va di andare al mare con me? Porti qualche amico anche.

‘’Gluk’’.

Cinque minuti alla partenza

E’ un po’ che non vado a vela. Problemi di lavoro, famiglia, mi ci hanno tenuto lontano. Per quasi venti anni è stato un bel divertimento. Avevamo un bel gruppo, un equipaggio discreto tecnicamente e ben affiatato. La cosa più importante, ci divertivamo.

In barca eravamo in otto. Prima delle regate ci si vedeva sul pontile, si prendeva un caffè, si chiacchierava con quelli delle altre barche, generalmente si discuteva delle condizioni meteo. Alcuni erano bersaglio di sfottò, c’era un bel clima spensierato.

Regatavamo quasi ogni domenica da fine aprile a metà giugno.

Quando il vento è teso, l’atmosfera cambia un po’. La situazione di fondo rimane più o meno la stessa. C’è aria frizzante e allegria diffusa, meno disponibilità alla perdita di tempo. I pensieri della settimana li anneghi uguale, non nel cazzeggio, nella concentrazione che metti sulla preparazione delle attrezzature. In banchina tutti sono attenti a controllare. Vento e onde preoccupano. Lo svago diventa un impegno.

Anche nella vita di tutti i giorni quando hai un appuntamento importante che si avvicina, tutto ciò che fai durante la giornata diventa un modo per trovare la giusta concentrazione. Tendi a fare tutto per bene quando sei concentrato. La meccanica, il ritmo e la ripetitività dei movimenti sono la tua speciale ritualità alla ricerca di una sicurezza. Come il saltatore in alto che prima di partire ripete in testa la rincorsa.

L’abitudine è un rito per non perdersi e ritrovarsi.

Con il vento forte le vele scaricano tonnellate di forza sulle corde (cime, per i marinai) e sui cavi di acciaio (stralli e sartie). Arrivi in porto, le bandiere sono tese al vento. Sventola forte solo la parte terminale come la lingua di un serpente. Si sente un tintinnìo continuo. Sono le cime che urtano sulle parti metalliche della barca. Il rumore è un misto tra una frustata e un suono di campanelli. Quando un velista sente il tintinnìo avverte già i dolori dei lividi sul corpo. Non ci si prepara ad una passeggiata.

Ci vuole una attenzione tripla affinchè tutto sia perfetto. Un errore nella preparazione della barca, un errore in manovra, può significare rottura di attrezzatura, danni notevoli e rischio di farsi molto male, ma molto.

Per questo un equipaggio diventa affiatato. Il vero affiatamento lo hai quando puoi metterti l’uno nelle mani dell’altro.

Quando hai qualcosa di importante da affrontare, ti circondi delle persone che reputi migliori. Selezioni e fai la scrematura. E’ come se mettessi fuori un cartello, ‘’no perditempo’’. Come quando metti la giacca migliore per una cerimonia, ti guardi allo specchio. Vuoi vederti bene perché bene ti vedano gli altri. Le persone migliori con cui vuoi stare sono lo specchio che vorresti avere.

Finiti i preparativi e le chiacchiere ci si muove, si mollano gli ormeggi.

L’uscita dal porto è a motore. La vela principale, la randa, si tira su quasi subito. Per le altre si aspetta l’ultimo momento. Si continua la chiacchiera ma è una chiacchiera di raccoglimento.

Nel nostro equipaggio ognuno aveva i suoi modi per abbattere la tensione. Lello raccontava barzellette. Ne sa e ne ricorda una quantità impressionante.

Mio fratello, detto Hulk per la stazza, scaricava tensione mettendo in ordine. E’ uno che ha bisogno di fare qualcosa di pratico per distrarsi, altrimenti meglio dormire al sole e arrostirsi. Non conosce le vie di mezzo.

Manu, il timoniere, cercava distrazione parlando di cani, la sua passione o del culo di qualche ragazza notata in banchina. Sul secondo argomento convergevano le attenzioni di tutti.

Carlo, il prodiere, detto l’uomo ragno, era l’unico a lavorare sul serio. E’ quello che rischiava più di tutti, dovendosi arrampicare in situazioni critiche anche per decine di metri. Un grillo, fisicamente. Adesso, dopo la prima figlia, faticherebbe anche lui.

Ogni tanto urlava qualcosa che si perdeva nel vento e nel chiacchiericcio di chi stava dietro.

Dopo un po’ faceva capolino a poppa (la parte posteriore della barca) sbraitando e incazzato nero perché lui lavorava e non gli si prestava la dovuta attenzione per dargli una mano. Ridevamo, era sempre la stessa storia, ma aveva fiumi di ragioni. Come ogni volta chiudeva dicendo si trattasse dell’ultima volta che sarebbe venuto. Tornava a prua e continuava a lavorare. L’incazzatura la faceva notare nei movimenti bruschi e nella maggior forza messa nel fare le cose.

La diversità è la maggiore bellezza dell’uomo per me. Ti colora la vita. Ne ha paura solo chi ha l’animo con pochi colori. Amici diversi ti fanno pensare in maniera differente. Hai chi ti sgrida, chi ti incoraggia, chi si incazza con il mondo per difenderti, chi ti racconta una storiella per farti ridere. Fanno equipaggio con te e puoi scegliere chi ascoltare a seconda del tuo stato d’animo. E’ una ricchezza e la hai a tua disposizione.

Qualcuno stappava un birra, qualcuno chiudeva gli occhi e si godeva il sole e il vento. Francesco si dedicava alla musica. Chi tentava di mangiare un panino era immediatamente redarguito da quel rompipalle di mio fratello. Il suo ordine mentale doveva per forza essere recepito dagli altri. Si sarebbe mangiato tra una regata e l’altra, aveva sentenziato. Contraddire Hulk non era consigliabile per ovvie ragioni e poi perché è un bambinone. Se non si fa come dice lui, si offende. Meglio dargli ragione sui panini che su altro.

Io tenevo un orecchio alle barzellette di Lello e mi preparavo gli strumenti per navigare. La navigazione e il senso dell’orientamento sono sempre stati il mio forte. Ero io ad usarli in barca. Mi assicuravo che tutto funzionasse. Orologio per il conto alla rovescia, strumenti di navigazione. Al collo portavo una bussola da rilevamento. Mi serviva a verificare la velocità delle altre barche rispetto alla nostra.

Mi affiancavo al timoniere e a Francesco e si parlava della tattica e delle condizioni meteo che mi ero studiato dal giorno prima.

Mi è sempre piaciuto occuparmi di strategia e sono sempre stato un secchione.

Anche questa volta ho studiato. L’udienza si avvicina. I miei strumenti di navigazione sono stati la calma e la pacatezza. Ho cercato di non perdere la bussola anche se hanno fatto di tutto per farmela perdere. Tutto sommato mi pare di esserci riuscito. Anche in questo caso l’ho tenuta ben stretta intorno al collo la bussola. La rotta per me è stata sempre ben definita e sotto controllo. Qualche fuori rotta c’è stato ma l’ho corretto con l’aiuto di chi ha avuto la pazienza di starmi vicino.

Una cosa molto bella della vela, specie in condizioni estreme, è che si esce per non fare errori. Vince chi sbaglia meno. Può essere talmente disastroso un errore, che già non commetterne è una vittoria. Una scelta giusta o sbagliata può regalarti una vittoria o una sconfitta, ma la cosa fondamentale è non sbagliare.

Tutto deve avvenire con un sincronismo perfetto.

In tutti questi mesi ho sbagliato più di qualche volta. Ho lavorato duramente per capire quali fossero gli errori da non fare. Sono stato da una consulente, adesso frequento il centro di mediazione familiare, ho creato un blog.

Mi nutro del pensiero degli altri. Ho bisogno del pensiero diverso. A volte mi sembra di non avere idee personali ma di essere un convogliatore di idee altrui, le mie, non mi bastano.

Rubo i pensieri degli altri e mi riempio le tasche.

Sono stato ore ed ore a sfogarmi con amici, parenti e conoscenti. Ho cercato una sponda per mettere fuori le mie paure e capire giusto da farsi. Paura ne ho avuta molta. Ho sofferto. Anche in questo caso vorrei sbagliare il meno possibile.

Il momento più esaltante di una regata inizia  quando danno i dieci minuti alla partenza. Dall’interno della barca viene portata in coperta la vela di prua adatta alle condizioni meteo marine del momento.E’ tattica anche questa. Non far capire agli avversari fino all’ultimo che tipo di vela si vuol tirare su per non dare riferimenti.Un buon equipaggio è bravo a montare le vele in poco tempo. Più tardi si tira su la vela di prua, più tardi si danno riferimenti agli avversari.A dieci minuti viene data una specie di allerta dalla giuria con esposizioni di bandiere particolari, suoni di tromba e avvisi via radio.La tensione sale ma non è quella massima ancora. Si tergiversa sopra e sotto incrociando le altre imbarcazioni. Si scruta, cercando di capire che tipo di attrezzatura stanno per montare gli altri o che lato della linea di conviene scegliere.

Molto del mio tempo lo sto consumando cercando di capire cosa tirar fuori in aula e cosa no. So che alla fine prevarrà l’istinto del momento. Ma fare programmi aiuta molto. Si sa che chi fa e disfa, non perde mai tempo.

La vera bagarre inizia ai cinque minuti. Si spengono i motori e si viaggia solo a vela. Solo a vela la barca manovra meno facilmente.  Ci sono le onde, il vento, il sole. Gli unici rumori rimangono gli ordini a bordo e lo sgranocchiare dei verricelli che girano. Le vele sono tutte su. Gli equipaggi manovrano tutti in un fazzoletto d’acqua. E’ pericoloso. Le barche non devono superare una linea immaginaria costituita dalla barca giuria e una boa posta  sul campo di regata. Continuano ad andare su e giù vicino alla linea, ma stando attenti a non oltrepassarla. Dopo il segnale di partenza possono tagliare la linea immaginaria, non prima. Pena la squalifica. In barca tutti sono ai posti di manovra. Il timoniere da ordini secchi. Non alza molto la voce per non far sentire le sue intenzioni agli altri equipaggi.

Il prodiere si mette come una polena alla punta della barca. Con una mano si tiene al cavo di acciaio per non cadere in acqua. Onde e spruzzi lo sbattono. L’altra mano la ha stesa ben in vista per tutti. Segnala la distanza dalla linea immaginaria. Ci sono delle regole nella navigazione. Bisogna dare delle precedenze per mare, così come sulle strade. In acqua non ci sono i cartelli stradali però. E’ un po’ più complicato . Due equipaggi esperti che si avvicinano con le loro barche sanno esattamente chi ha la precedenza. La cosa diventa problematica quando in poco spazio si trovano una ventina di barche. In quel caso tutti pensano di avere la precedenza. Ne sono convinti. Come arrivare ad un incrocio semaforizzato in ora di punta e trovarlo spento. Nel disordine passa chi è prepotente, non chi ha ragione.Se l’equipaggio sa il fatto suo, non si fa infinocchiare dalle urla e dalla prepotenza altrui.

Chi ha la precedenza, in mare la deve chiedere. La parola magica è ‘’acqua’’. Acqua in regata significa appunto: ‘’spostati e fammi passare perché ho la precedenza’’. In una bolgia come quella del pre-partenza le urla tra una barca e l’altra sono assordanti.Bisogna stare tranquilli ed essere determinati. Sbagliare in quel momento è come per un ciclista perdere il pedale nella volata finale.

Ho cercato di evitare lo scontro con mia moglie negli ultimi tempi. Ho avuto netta la sensazione che lei cercasse la bagarre. E’ il suo terreno quello. Penso che volesse spingermi nel suo campo.

A volte ci sono riuscito, a volte meno. Però ho capito e individuato qual è l’errore che non devo commettere. Alzare i toni fa il suo gioco. I miei toni saranno pacati e cercherò di usare tutta la determinazione di cui sono capace.

Ai cinque minuti inizia un carosello infernale. La barca giuria e la boa che segnano la linea di partenza sono le uniche cose a rimanere ferme. Tutto il resto mulina vorticosamente. Barche che ruotano e avanzano minacciose una contro l’altra. Urla forsennate per precedenze inesistenti. Verricelli che girano rumoreggiando come la corda di un orologio.

Vento, onde e spruzzi rendono il quadro adrenalinico.

In mare il buon senso dovrebbe prevalere sempre e così avviene generalmente. Qualche volta però, qualcuno si ritira con un bel buco sulla chiglia. Se c’è uno scontro è il minore dei mali che possa accadere.

I miei pensieri stanno cominciando ad essere vorticosi a pochi giorni dall’udienza. Sono stato calmo e pacato finora, adesso rischio di aggrovigliarmi.

Mi vengono in mente le cose più disparate. L’altro giorno ripensavo al fatto che mia moglie avesse detto al piccolo che non volessi mandarlo in Grecia.
Da allora lui non mi parla più nonostante poi, avessi acconsentito. Dove è il buon senso in tutto ciò? Ho tanti perché che mi ruotano in testa. Sto cercando di fermarli. Voglio frenare questo vortice.

I timonieri hanno già scelto il punto da cui vogliono partire e attraversare la linea immaginaria. In genere si tenta di fermare la barca mettendo le vele in direzione del vento e facendole sventolare come una bandiera. E’ una situazione di stasi. E’ il momento più difficile. A barca ferma con le vele che sbattono forte sei pericoloso per te e per le altre barche. Non puoi manovrare. Sei su una barca che pesa tonnellate e non puoi decidere tu dove mandarla. Vicino a te tante altre barche nelle stesse condizioni. E’ il movimento che ti consente la manovra. Quando poi decidi di muoverti, non parti mai dritto. La barca a vela nei primi secondi in cui le vele vengono caricate dal vento si muove in senso trasversale. Per un gioco di forze tra parte immersa e pressione del vento sulle vele, la direzione diventa in avanti, invece che di lato. Sono leggi fisiche, per molti pare un miracolo che la barca possa muoversi quasi contro vento.

Toccherà anche a me muovermi controvento.

Ho tutto da perdere. Lo so bene che mia moglie parte col favore dei pronostici. Farà la parte della povera abbandonata e mi dipingerà come uno stronzo. Cercherò di non sbandare e muovermi dritto anche se soffieranno contro lei e il suo avvocato.

In barca c’è chi deve stare attento alle manovre, chi, meno impegnato, butta gli occhi a 360 gradi per controllare che qualcuno non ti rovini addosso. Al timoniere vengono trasferiti pochi messaggi e chiari.

In quel momento la tensione è alle stelle. Il timoniere tiene d’occhio le vele, tiene d’occhio le altre barche, tiene d’occhio il braccio del prodiere che ben steso a prua gli indica la distanza dalla linea immaginaria che non deve superare. Nessuno fiata più. Solo il navigatore scandisce il tempo.

Negli ultimi giorni è accaduta una cosa strana. I miei amici che mi sono stati vicini in tutti questi mesi hanno smesso di dirmi la loro.

Come se sapessero che adesso tocca a me e a chi mi guida. Non ha senso aggiungere altro. Potrebbe generare solo confusione. Ho sentito intorno un sacro rispetto per la mia solitudine. Come se mi avessero detto:

  • forza, ti siamo stati accanto, ora tocca a te.

Mancano sessanta secondi. Una voce alla radio dalla barca giuria indica preceduto da un colpo di tromba:

  • un minuto, un minuto alla partenza!

Il navigatore sa che deve scandire il tempo al timoniere e all’equipaggio. Si sono accordati per dare il tempo ogni cinque secondi fino a meno trenta secondi. Poi ogni secondo. Piano e chiaro per non farsi ascoltare dagli altri.

La barca è quasi ferma in questo momento. Le vele sono state mollate e si sono messe a bandiera senza pressione. Le onde alte fanno oscillare la barca.

Il navigatore chiama i trenta secondi. Il timoniere dà gli ultimi ordini.

  • Cominciate a cazzare (per i mariani cazzare significa tirare la corda).

Le vele, cazzando, prendono pressione. La barca lentamente si muove di lato.Una volta in partenza ho visto due alberi agganciarsi e spezzarsi. Gli equipaggi per fortuna ne uscirono illesi, non c’era nemmeno moltissimo vento.

Dopo qualche secondo che il navigatore :

  • trenta, ventinove, ventotto…

la barca prende a muoversi in avanti. Il prodiere continua a dare la distanza dalla linea. Il timoniere finalmente dà il segnale.

  • Vele a segno! Partiti, partiti!

Ha calcolato che con la velocità della barca si raggiungerà la linea nel tempo giusto per non essere squalificati.

  • Cazza Cazza Cazza!!!!

Si incita chi regola le vele. Per cazzare le vele con vento forte ci vuole forza. Hulk, in quel momento mulinella con tale forza che sradicherebbe un albero. Meglio non trovarsi nelle vicinanze.

Le vele sono a segno. L’equipaggio si mette tutto in posizione, seduti da un lato con le gambe fuoribordo. I pesi vengono disposti per raddrizzare la barca che con la pressione del vento tende a sbandare.

Gli spruzzi delle onde spaccate dalla prua ti stemperano tensione e sudore.

Viene data la regolazione di fino alle vele.

Chi regola le vele urla:

  • Target, target!

Si è raggiunta la velocità ottimale, le vele sono regolate perfettamente, i pesi dell’equipaggio sono giustamente riposti.

Il timoniere è più rilassato. In assetto, la barca va quasi da sè. Spacca le onde che è una meraviglia. Si sente la potenza del vento sulle vele e la reazione in avanti dello scafo. Sembra di stare su un cavallo di razza.

Il prodiere rimane a prua per verificare che allo scadere del tempo la barca sia giustamente entro la linea e non si rischi la squalifica. Poi rientra anche lui in assetto.

Ci si guarda e si sorride. Si scambiano molti cinque. E’ andata anche questa.

Gli ultimi giorni per me saranno così. Mi fermerò in attesa tentando di frenare i vortici in testa . Se potessi fermerei le pulsazioni del cuore anche.

Il giorno dell’udienza metterò a segno le mie vele e partirò. La mia partenza sarà da posizione giusta. Mi sono preparato un vita per questo. Seguirò le regole ed il buon senso. Sono fatto così. Si dice che solo le cose mai iniziate non finiscano.

Novanta, la paura.


La paura è una brutta bestia. E’ un toro che va afferrato per le corna, non le puoi girare intorno.

Se le giri intorno finisci nel suo vortice e non ne esci più. Ti inghiottisce. Devi affrontarla di petto e ci vuole una buona dose di coraggio. Il coraggio se non lo hai te lo costruisci quando sei stanco, sconfitta su sconfitta.

Io ci combatto ogni giorno con la paura. Una piccola grande paura è la timidezza. Sono stato un gran timido e lo sono tutt’ora. Prima ero sopraffatto, ora mi difendo. La timidezza la definisco una paura leggera, light per usare un inglesismo. Non è una roba soffocante, che ti fa mancare l’aria. Ti annebbia la vita però. E’ come avere il parabrezza appannato. Ti costringe ad andare molto piano anche se la strada è tutta per te e potresti pigiare sull’acceleratore.

L’altro giorno ero al bar. Affianco a me c’era il fratello di un mio caro amico che si gustava il suo cappuccino. Un uomo di una certa età, con il volto segnato dal tempo. Lo guardavo, avevo capito che non mi avesse riconosciuto.

Lo saluto? O Faccio finta di nulla?

Tempo fa avrei girato lo sguardo dall’altra parte. Non sarebbe accaduto nulla, non è nulla di importante il saluto ad una persona qualsiasi. Non ti cambia la vita, pensi.

Non è vero invece. Rinunciare è peggio che perdere. Se perdi almeno ci hai provato.

La sconfitta la sciogli nel ricordo della battaglia.

La rinuncia ti logora invece, hai perso a tavolino e ti rimane il desiderio di fare un tentativo.

Devi batterti ed è più facile batterti per le piccole cose. E’ un buon allenamento.

E così che l’altro giorno:

  • Ciao, sei il fratello di Giovanni, vero?

Mi guarda sorpreso e tirando il collo un po’ indietro sulla difensiva:

  • Sì.

L’aria rimane interrogativa, non lo dice, ma la domanda ‘’tu chi sei’’, si legge tra le rughe.

  • Ciao Antonio, sono Paperino. Ci siamo conosciuti da Giovanni, ricordi?

Gli porgo la mano per stringerla, ricambia. Le mani non si mollano per qualche secondo come se dal contatto potesse venire il riconoscimento.

  • Veroooooo, scusami. Non ti avevo riconosciuto. Ciao, come stai?
  • Bene, me la cavo!
  • Tu?
  • Bene, dai. Ti posso offrire qualcosa?
  • No ti ringrazio, stavo per andare via, ho un po’ di fretta. Salutami Giovanni.
  • Certo, ti ringrazio Paperino, ciao, stammi bene.

Sorrideva lui, sorridevo io.

Questo dialogo non ha cambiato nulla nella vita di Antonio né, ahimè, nella vita di Paperino.

Qualcosa di positivo è accaduto però:

  • Sono stati generati due sorrisi che potevano non esserci.
  • Paperino ha vinto contro la timidezza, la volta successiva sarà ancora più sicuro.
  • Una piccola vittoria non ti aggiusta la giornata, ma una sconfitta, anche se piccola,

l’avrebbe guastata.

Noi timidi ci blocchiamo spesso per stupidaggini. In mezzo alla gente siamo una catastrofe. Al ristorante per esempio. Hai bisogno del cameriere, mano alzata, dito indice in evidenza.

  • Scusi! Cameriere….

Per il cameriere che passa, sei diafano. Sembra che il timido l’abbia scritto in faccia ‘’non mi considerare anche se ti chiamo’’.

Ti guardi intorno, scruti gli altri. Hanno mica visto il maldestro tentativo andato a vuoto? Ti passi la mano nei capelli come se volessi sistemarli.

Assumi una faccia che vuol dire:

– Voglio sistemarmi i capelli. Visto che c’ero, ho anche chiamato il cameriere! Non era il mio obiettivo principale. Cosa avete da guardare?

Dopo un po’ ci riprovi. Aspetti che il cameriere questa volta passi veramente vicino. Se non ti vede e non ti sente, gli puoi toccare una spalla. Con un tocchetto, senza essere troppo invadente. Stavolta pianifichi per non fare brutta figura, non sono ammessi errori. Agli altri tavoli hanno sguardi severissimi, sembra che stiano aspettandoti al varco.

Sei talmente concentrato sui movimenti del cameriere nella sala che non ascolti praticamente nulla di ciò che si dice al tuo tavolo.

Il cameriere finalmente si avvicina. Rimanendo seduto sollevi il busto, metti il petto in fuori. Sembri un felino pronto ad assalire la preda. Sei ben puntato sul bordo della sedia. Il sorriso di cortesia è già pronto.

Calcoli il tempo per sparare il tuo ‘’scusi’’ come un campione olimpico del tiro a piattello.

Al momento giusto, quando il cameriere è a un metro e mezzo di distanza, alzi il braccio con eleganza. Indice su con movimento plastico. Ostenti sicurezza.

  • Scusi!

Con tono deciso.

Non vuoi che lo blocca quello del tavolo accanto per un braccio?

La timidezza è così, ti concentri sugli altri invece che pensare alla tua vita e poi comunque fai una figura di merda.

Le spalle si affossano. Sprofondi nella sedia, nello sprofondare ti guardi di nuovo intorno. I volti dei vicini sono impietosi stavolta. Hanno colto tutti che sei un imbranato e non ci sai fare. Magari stanno ridendo per fatti loro. Ma a te sembra che tutti ti deridano.

Vorresti pagare il conto ed andartene.

Se combatti le tue paure ad un certo punto la vita cambia. Prendi coscienza delle tue debolezze e non temi di mostrarle.

Scopri che non te ne frega nulla degli altri nel locale, anzi, se li coinvolgi, possono darti una mano. Se ti guardano dopo che il tuo tentativo va a vuoto, sorridi, rotei l’indice in aria, ti alzi dalla sedia e accenni ad un ballo. Fai ridere chi sta a tavola con te e ti conquisti il sorriso di qualcuno al tavolo accanto. Passa il cameriere e quello del tavolo accanto lo ferma per te.

C’è una sottile differenza tra il chiedere aiuto e condividere una difficoltà.

Nel secondo caso l’aiuto è reciproco. Anche condividere una difficoltà è un aiuto. Chi ti dà una mano non risponde ad una richiesta. E’ più libero, si imbarca nella difficoltà con te.

Vincere le piccole paure è un trampolino per superare le grandi.

Ci sono paure che ti paralizzano. L’elenco sarebbe infinito. Ognuno ha le sue fobie particolari, legate ad episodi della vita, a piccoli e grandi spaventi.

Vivendo in campagna, in una zona un po’ isolata, ho avuto sempre paura a rientrare in casa da solo.

Mio padre ha costruito la casa e non ha voluto fare un bel muro di cinta, come fanno alcuni. La recinzione della nostra casa è una rete metallica, c’è una siepe di arbusti sul confine, ma si vede bene attraverso. Dall’esterno si vede benissimo l’interno e altrettanto dall’interno del giardino verso la strada. Oltre ad un discorso di privacy un bel muro alto tre metri mi avrebbe fatto sentire protetto.

Ho sempre pensato a questa cosa, ma non avevo mai chiesto una spiegazione.

Un giorno facendo una passeggiata chiesi la ragione della scelta a mio padre.

  • Papà, ma perché hai fatto la recinzione trasparente e non un bel muro di cinta? Non sarebbe stato più sicuro?

Mi rispose placidamente, come se aspettasse la domanda da anni.

  • Ti senti più sicuro se lo vedi il pericolo o se non lo vedi?
  • Già… se lo vedo.
  • E secondo te un malintenzionato che oltrepassa la recinzione esterna, si sente più sicuro se può agire indisturbato o se dalla strada qualcuno lo può vedere?

Quelle risposte di mio padre mi danno un fastidio tremendo,  non ammettono replica per quanto sono semplici e vere.

E’ così è per tutte le paure. Se ci trinceriamo dietro un muro, nessuno avvertirà il pericolo che corriamo. A lungo andare non avremo nemmeno la lucidità per avvertire che si sta avvicinando.

Se viviamo le nostre paure in modo trasparente, chi ci sta intorno le potrà condividere. Anche noi saremo in grado di avvertire il pericolo che arriva e prepararci ad affrontarlo.

Erigere muri è un modo per rinunciare ad affrontare la vita.

Sono mesi che cerco di capire che muro si è alzato tra i ragazzi e me.

Ho passato gli ultimi due giorni in Calabria. Sono andato a vedere un torneo di Calcio di mio figlio più grande. Ho invitato il piccolo a venire con me. Gli ho mandato un sms. Non mi ha risposto.

Il giorno prima di partire, mentre accompagnavo il più grande alla scuola guida gli ho dato la crema protettiva per il sole e l’Autan. Avevo sentito dagli altri genitori che lì avrebbe fatto molto caldo e sarebbe stato pieno di zanzare.

Ha preso i due flaconi. In quel momento c’ero io che avevo fatto qualcosa per lui e lui che la accettava. Non era solo una crema a passare dalle mie mani alle sue.

Una cosa ‘normale’ tra padre e figlio. E’ quello che ci manca da mesi purtroppo.

Ho avvertito chiara la sua contentezza per la normalità del momento.

Il recinto tra me e lui c’è sempre, ma sembra stia diventando trasparente. Ci siamo letti in faccia le difficoltà.

Sono stati due giorni molto belli. Ho fatto del mio meglio. Ho portato del gatorade a tutta la squadra tra una partita e l’altra. Ogni tanto mi avvicinavo a mio figlio e gli chiedevo se avesse bisogno di qualcosa. Non lo ho assillato. L’ho lasciato in compagnia della squadra ma gli ho fatto sentire la mia presenza. Contavo le volte che si avvicinavano gli altri genitori ai figli e facevo uguale. Non volevo strafare.

Vorrei parlargli, ma la paura ancora ha il sopravvento. Ha accettato di vedermi a condizione che non gli parli dei problemi. Ho paura che se infrango la condizione si ritiri di nuovo dietro il muro invalicabile. Forse è come mio padre. Hanno lo stesso nome pure. Ha messo il recinto e lo ha reso trasparente. Provo a mostrarmi con le mie debolezze. Chissà che non decida di condividere.

Ce la sto mettendo tutta. Non perderò a tavolino.

Il peccato originale

Ieri mi chiama il mio amico fraterno Francesco. Non è il mio avvocato nella separazione, mi dà comunque consigli da amico e da avvocato.

  • Te ne posso raccontare una?
  • Si dimmi.
  • Ero in centro, vicino ad una farmacia. Avevo la piccola in braccio. Sono arrivati i tuoi suoceri.
  • Ah che culo! Giornata fortunata allora.
  • Ahahaha… aspetta, che è bella questa. E’ uscito dall’auto tuo suocero. L’ho salutato e mi ha risposto a denti stretti. Poi, mi sono accorto che c’era tua suocera in auto. Era proprio lì, davanti a me.

I miei suoceri Francesco lo conoscono benissimo. Anzi, mia moglie la conobbi tramite lui. Adesso che ci penso mi ha rifilato diverse sole nel tempo. E’ una delle cose che devo rinfacciargli.

Amicizia è quando puoi dare a qualcuno colpe delle tue disgrazie senza che se la prenda a male. Ti scarichi un po’ e poi ci ridi su con lui. Chi ha molti amici ha pochi sensi di colpa.

  • Che è successo?
  • Nulla, l’ho salutata e non mi rispondeva. Faceva finta di essere intenta a gestire il telefono. Io mi sono sbracciato, ma nulla.
  • Che pretendevi? Non sai com’è?
  • Aspetta, ti dico, non è finita.
  • Ah!
  • Dopo un po’ è arrivata mia moglie con il piccolo.

Roberta, la moglie di Francesco è stata alunna di mia suocera che insegnava in un liceo.

  • Finalmente ha abbassato il finestrino. Pensavo mi salutasse. Invece ha detto ‘’ saluto solo lei!’’ Riferito a mia moglie.
  • Ahahahaha … fantastica. E tu?
  • E io rivolto a mia moglie ho detto: ‘’Roberta, saluta solo te! Hai capito?’’
  • Ahahahaha… che imbecille. Ma si può? E perché poi?
  • Che ne so. E’ tua suocera, se non lo sai tu! Odia te e per la proprietà transitiva dell’odio, odia anche me.

Francesco è colpevole di essere mio amico fraterno. A casa di mia moglie la colpa è tutto.

Mia suocera non si smentisce. Questo episodio mi ha fatto toccare con mano tutto il suo livore. Ho avuto netta la sensazione di vedere la punta di un iceberg.

Lei è un iceberg, non che sia di ghiaccio. Anzi, parla talmente tanto che lo scioglierebbe col fiato un iceberg. E’ un iceberg perché i nove decimi di ciò che pensa sono sommersi e pericolosi. Chissà che discorsi avranno sentito i miei ragazzi in tutti questi mesi. E’ una donna subdola e infelice.

Subdola perché non agisce mai frontalmente ed è attenta alla convenienza, mai spontanea.

Non avrà mai detto ai ragazzi frasi del tipo:

  • Ragazzi, non parlate con quel pezzo di merda di vostro padre.

No, così mai. Mia suocera non dice parolacce, a colmare il gap provvede la figlia ahimè. Mia suocera lavora di fino, cesella.

Avrà detto:

  • Ragazzi, state vicino alla mamma. Lei è buona, brava e corretta. La stanno facendo soffrire (impersonale). Mi raccomando, fatelo per la nonna che vi vuole tanto bene.

Il tutto, mettendo fuori un musetto a cuoricino e voce da poverella.

Quando ero in casa e assistevo a queste scene mi sembrava di essere al cabaret. Adesso che ne pago le conseguenze, rido un po’ meno.

La felicità di un uomo è molto legata alle sue capacità relazionali. Più capacità si hanno, più possibilità ci sono di essere felici in mezzo agli altri. Lei non ha amiche, nemmeno una.

La sua vita sociale pare sia terminata quando ha scoperto che mio suocero scopasse le sue amiche. Per lo meno sedicenti amiche. Non è proprio amicizia così. Con una, sembra lo abbia proprio colto in flagrante.

Da quel giorno ha cessato di vivere Lei, ha cessato di vivere Lui.

Da allora Lui non fa un passo senza di Lei. Li chiamavo ‘’prendi due paghi uno’’ o ‘’kikì e kokò’’. Forse nemmeno al cesso va più da solo. Se penso a mio suocero mi sento stretto nei vestiti.

Non è un uomo perspicace né affascinante. Piuttosto rozzo nei modi, aveva dalla sua buone fattezze fisiche. Era quel che si dice un bell’uomo. Lo è tutt’ora per la sua età. Insegnava in un istituto tecnico ed i suoi studenti mi raccontavano che si è dato parecchio da fare con le colleghe. Alcuni favoleggiano di storie con studentesse. Ma si sa, i ragazzi, specie gli adolescenti, fantasticano.

Dopo l’episodio della flagranza di reato si è accucciato buono buono alla moglie. Credo che sia stata la condizione per non essere sbattuto fuori da casa. L’oro in famiglia lo aveva portato lei con una eredità. Certo, con mia suocera alle calcagna ventiquattrore al giorno, se fosse riuscito a farla nuovamente fessa, sarebbe stato da premio della giurìa o almeno da menzione speciale.

Mia suocera è alle sue costole tutto il giorno e tutti i santi giorni dell’anno. I giorni sono santi perché lei si sente una santa donna. Cristo è morto in croce, lei ha tollerato il tradimento. Siamo lì come levatura.

Effettivamente sono rimasti insieme, ma ogni giorno lei gli ricorda il suo sacrificio come se dicesse messa. Ogni giorno non è un modo di dire, è proprio ogni giorno, se non più volte al giorno. Lui prende questa bella comunione come una pillola della pressione.

Ogni occasione è buona per la liturgia. Se a lui scappa una risata per esempio, lei lo redarguisce immediatamente dicendogli:

Ridi ridi tu, che lo sai fare bene. Lo sanno tutti che sai ridere, vero?

Ogni frase, ogni battuta finisce con un richiamo al tradimento subìto, diretto o indiretto.

Le allusioni sono costanti e mi ricordano molto quelle di Marlon Brando nel padrino.

Tra noi della ‘’famigghia’’, non c’è bisogno di parlare… ci capiamo.

Eppure mi sarebbe piaciuto che lei un giorno gli avesse detto davanti a tutti: ‘’tu, brutto stronzo, ti sei scopato la vicina di casa!’’ Invece no, lo chiamava uccel di bosco, canterino, ballerino, pisellino accompagnato da risata isterica e amara. Lo ha fatto almeno per i quindici anni che li ho frequentati.

Non ho mai capito come si possa vivere in una simile situazione. Anche ad essere credenti, per l’inferno si può aspettare dopo esser passati a miglior vita. Cercarselo in terra è una perversione. Il volto dell’uomo infatti, è deturpato dal supplizio. Le sue rughe sono afflosciate verso il basso, come tutte le altre parti del corpo visibili. Quelle non visibili, immagino anche. Mia suocera lo sta uccidendo lentamente facendogli pagare la colpa ogni giorno con interessi elevatissimi. E’ una usuraia della colpa, roba da film dell’orrore.

Il tradimento ha segnato tutta la famiglia.

Mia moglie era convinta che avessi un’ amante già al secondo giorno di matrimonio.

In realtà non l’ho mai tradita fin tanto che abbiamo avuto rapporti. Non l’ho tradita per anni dopo anche. Mi saziavo di figli e lavoro. Non era vita però, non quella che volevo per lo meno. Mi stavo snaturando e altrettanto penso succedesse a lei.

Traditori poi si nasce, secondo me. Per un traditore seriale il piacere è istantaneo. Il godimento è un picco di piacere breve e intenso. Per me il vero godimento è la somma infinita di tanti piccoli bei momenti. E’ una condizione di benessere prolungata. Il picco ti soddisfa al momento ma ti lascia la sete, come un bicchiere di coca cola.

Tra me e mia moglie il rapporto, senza la minima complicità, si inaspriva sempre più. Aumentavano le sue parolacce di pari passo con i miei silenzi.

Se un giorno leggerà questo blog si metterà un po’ l’anima in pace, forse.

Anzi, le lancio un messaggio nella bottiglia:

‘’Tutte quelle che pensavi fossero state mie amanti, non lo sono state’’.

Sempre che prenda per buono ciò che scrivo.

La convinzione che avessi altre donne e non glielo confessassi l’aveva persuasa che fossi un bugiardo. Mi dava del bugiardo ormai per tutto, anche se le avessi detto di non aver trovato un detersivo al supermercato . E’ una roba tremenda non essere creduto per ogni cosa che dici. Più era futile il motivo della presunta bugia, più ci rimanevo male.

Ha trasferito questo anche ai miei ragazzi. Tra le cose che mi hanno ferito di più in questi mesi è sentirmi dare del bugiardo da mio figlio. Ancora mi brucia.

Non ho mai avuto bisogno di raccontare bugie per fortuna ed è una cosa che non mi piace affatto.

La gelosia ha segnato anche mia cognata. Lei, nonostante questa cicatrice familiare, si è andata a trovare il più grande seduttore della città. Lo ha scoperto una volta con un’altra donna in casa. Il chiavistello della porta ha fatto sì che i fedifraghi potessero rivestirsi.

Mio cognato Bernardo, oltre ad essere un grande seduttore, è un uomo molto ricco. Come fai a non perdonarlo. Concedevano i papi le indulgenze, non vuoi che lo si faccia nel nostro piccolo? La simonia è una pratica sempre di moda, non mi piace, ma non mi sento di biasimarla. Il moralismo lo considero peggio.

La ricerca della colpa è uno dei pilastri della famiglia di mia moglie. Ho sempre pensato che il senso di colpa sia un modo per darsi addosso e vivere infelici. Per loro trovare il colpevole è un modo di scaricare un po’ della loro infelicità.

Segnali che tutto non fosse a posto li ho ricevuti un giorno in maniera inequivocabile.

Avevo preso un cane per i ragazzi. Un labrador. Era servito a sbloccare la paura per gli animali dei miei piccoli.

Sono cresciuto in mezzo agli animali, mia moglie ne aveva un sacro terrore invece. I miei figli avevano ereditato da lei questa fobia. Ho una foto con la mia testa nella bocca di un pastore tedesco con cui giocavo da bambino e con cui mi spartivo il sonno. Non potevo vedere che i miei ragazzi mi saltassero in braccio alla vista di un cagnolino. Mi venne in mente di prendere un cane. Dovevo sparigliare in qualche modo.

Dopo un paio d’anni di vita da balcone, decidemmo di trasferirlo nel giardino di mia suocera. Mia moglie non voleva che entrasse in casa. Lì si sarebbe fatto compagnia con una cocker e sarebbe stato più libero.

I primi tempi, dopo il trasferimento, continuavo a portarlo in giro per una passeggiata. Una volta anche in campagna da mio padre. Avevo anche dimenticato il fatto.

Purtroppo, dopo un po’ di tempo, il cane si è ammalato di leishmaniosi.

Tornai a casa e mia suocera mi annunciò il problema. Ovviamente, come in uso nella famiglia, non era importante discutere della malattia e della eventuale cura per la povera bestia. L’importante era definire la colpa.  Come aveva potuto il cane ammalarsi in una casa così perfetta e con lei che non ha eguali nella gestione di tutto? I pappataci sono banditi da quella casa così come i peccati. Come se la leishmaniosi si prendesse solo in ambienti sconsacrati.

Fu facile per mia suocera. Sentenziò infatti:

  • Il veterinario mi ha detto che il cane la leishmaniosi l’ha presa quel giorno, due anni fa, in campagna da te.

A quel punto avevo diverse strade:

  • chiamare la neuro;
  • dare un nobel al veterinario che probabilmente sarebbe stato pronto a qualsiasi dichiarazione pur di togliersela dai coglioni;
  • fare finta di nulla e coglionarla sulla falsa riga del veterinario.

Scelsi come mi capitava spesso la terza opzione:

  • Ah, però. In gamba questo veterinario. Ha individuato anche il nome e cognome del pappatacio infetto oltre l’indirizzo?
  • Scherza scherza, il problema è serio.

Lo so bene che il problema è serio, il tuo è serissimo, pensai.

Se pensassimo a riconoscere i desideri nostri e degli altri piuttosto che le colpe, saremmo tutti più felici.

 

 

Il Dispiacere

Ho dato corso a tutti i consigli, cercando di prendere il meglio, rielaborare e fare il meglio.

Almeno quello che io ho ritenuto essere il meglio.

Avevo detto a mia moglie che all’ora di pranzo avrei portato i ragazzi al dentista.

Il piccolo non lo vedo dal giorno della sua cresima. Sta facendo gli esami di terza media. Gli mando gli in bocca al lupo via SMS. Non risponde mai.

Il più grande da una settimana lo porto al mattino alla scuola guida. Si sta aprendo lentamente. Va sempre un po’ meglio. Qualche giorno fa gli avevo detto che avrei portato entrambi a pranzo fuori dopo il dentista, o se avessero voluto, a comprare qualche cosa di vestiario.

Sembrava dovesse essere una bella giornata. Ero un po’ agitato. Sono 10 mesi e due giorni che non sto con loro a pranzo.

Nelle giornate così faccio sempre la barba con più precisione del solito e metto una camicia bianca. Il bianco mi fa sentire più luminoso.

Volevo stare messo bene per i miei ragazzi.

Prendo il grande e in auto mi dà due brutte notizie.

  • Il torneo in Calabria non si fa più.

Avrebbe dovuto fare un torneo nel Weekend e sarei andato a vederlo giocare.

  • Ah, coma mai?
  • Non so, ieri ce lo ha detto il Mister, all’allenamento.
  • Devo farmi ridare i soldi?
  • No, aspetta. Sta vedendo se ne facciamo un altro.
  • Ah, e quando sarebbe?
  • La settimana successiva.
  • Mi piacerebbe vederti. Ma oggi pranziamo insieme?
  • No, non possiamo dobbiamo mangiare prima del dentista.
  • Ah, peccato. Ma possiamo andare a comprare qualcosa.
  • No ci vado con i miei amici domani se mi dai i soldi.
  • Aspettiamo i saldi allora.

Devo aver fatto una smorfia.

Il dispiacere, quando arriva, è sempre sotto forma di smorfia.

Lascio il più grande alla scuola guida e, mentre sono in auto, mi arriva un messaggio del piccolo.

A volte penso che siamo noi a tirarci dietro le brutte cose. Mi succedeva ogni tanto quando studiavo in Università. Se fossi stato ben disposto accadeva che il professore mi chiedesse proprio l’argomento che avrei voluto dire. Se fossi stato impaurito, accadeva l’esatto contrario. Come se la mente dell’interlocutore captasse il mio pensiero.

Stamattina ero agitato effettivamente, ma avevo messo su la camicia bianca. Non pensavo andasse male. Mi porta bene in genere. Sentirmi luminoso mi aiuta molto. Nonostante il bianco esterno, forse il mio stato d’animo era di colore opposto. Non saprei proprio. Ci avevo messo tutto me stesso stamattina per incoraggiarmi. Avevo richiamato tutte le energie in soccorso.

Il messaggio del piccolo:

  • Al dentista vado con la mamma.

E poi voglio andare in Grecia. Perché non posso?

 

Non si è fatta attendere. Mia moglie aveva provveduto immediatamente a informare i ragazzi che ”quello stronzo del padre non volesse che loro andassero in Grecia”.

Mi fermo lato strada. Leggo, rileggo. Guardo fuori, c’è molta luce, ho difficoltà a tenere gli occhi aperti. Forse è il dispiacere che mi chiude gli occhi. Dopo la smorfia, il dispiacere ti fa abbassare le palpebre.

  • E’ una emergenza questa? Ho bisogno di aiuto, ma non so se è una emergenza.

Mi dico.

Lorenza, la dottoressa del Centro di mediazione stava per partire in ferie. Mi aveva dato la sua disponibilità a contattarla in caso di emergenza.

La lingua italiana è troppo sfumata. Quello che è emergenza per me può essere una cazzata per un altro. Mi da fastidio disturbare la gente. Fatico a tenere aperti gli occhi però, il dispiacere in arrivo deve essere proprio tanto. Forse è una emergenza, meglio chiamare.

Le racconto quanto accaduto. Mi sgrida.

  • Cosa ti aspettavi da tua moglie? Te lo avevo detto! Non sai che il mondo funziona così (alzando la voce)?
  • Lo so Lorenza, nutrivo una piccola speranza…
  • Ahhhh ….Mi verrebbe di gridare! Cerca di usare la cosa a tuo favore. Invita il piccolo a parlarne e poi gli dici che troverai un accordo con la madre. Hanno bisogno di essere rassicurati.

La ringrazio per i consigli, è stata molto gentile.

Anche se ti danno una mano, col dispiacere ti senti anche un po’ solo e scoperto. Ti viene una sensazione di freddo in genere. Col dispiacere è come se avessi una febbriciattola.

Scrivo al piccolo:

  • Perché non ci vediamo e mi dici? Con la mamma troviamo senz’altro un punto d’accordo.

Silenzio.

 

Mi guardo la camicia bianca. E’ strano come a seconda dello stato d’animo il bianco che riflette la luce possa essere scintillante o accecante, creare senso di piacevolezza o fastidio. Dipende da quanta ombra fa l’anima, forse.

 

Scrivo un messaggio alla madre.

  • I ragazzi mi dicono che li accompagni tu al dentista? Confermi?
  • Devono mangiare prima perché dopo non possono e poi il piccolo vuole che venga io, ci vediamo alle 13,15.
  • Se non c’è bisogno non vengo proprio allora.

Sono risentito perchè per l’ennesima volta si mette in mezzo.

  • Intanto è un modo per riavvicinarti al piccolo, poi non ho i soldi altrimenti disdico. Mi versi i soldi altrimenti.
  • Riavvicinarmi a lui? e lo accompagni tu? Non puoi dirgli che lo raggiungi dopo? Non capisco perché lo debba accompagnare tu. Veramente non capisco.
  • Ma vuole così, è già agitato per gli esami, ma abbi pazienza. Allora devi venire oppure devo disdire? Fammi sapere.
  • Agitato per un controllo ai denti? Ma quando mai? Anche il grande lo accompagni tu? Pure lui agitato? Se il piccolo è agitato, rimanda il dentista. Lo accompagnerò dopo gli esami. Oggi passo e prendo il grande.
  • Ma che dici ?! Devono controllarlo.
  • Se è agitato lo controllano dopo gli esami. Non cambia nulla.
  • Comunque se il tuo problema sono io, peggio per te. I miei figli vogliono che venga al dentista e io verrò. Se tu non vuoi venire, fai come credi.Per il resto parla con tuo figlio che lo vedi tutte le mattine. Ti faccio arrivare la fattura del dentista.
  • Io pago il 50%. Le spese mediche si dividono. Dovresti agevolare il rapporto con me, potresti evitare di venire.
  • Sei tu che non sei in grado, altrimenti verresti oggi.
  • Ma io vengo, dovresti essere tu a lasciarmi un po’ col piccolo.
  • Guarda che non ho problemi io, è il ragazzo che non vuole per ora, ma se non ti fai vedere e sentire da tempo, che vuoi da me.
  • Ma scusa ma che dici. Ma se non mi rispondono mai. Anche dire ai ragazzi che non voglio che vadano in Grecia è testimonianza di un modo di fare infantile. Che motivo c’è? Cerca di maturare, stai facendo del male ai ragazzi. Li uccidi così.
  • Hai detto di no ad una vacanza che per loro è importante dopo un anno duro e faticoso e a cui loro tengono e lo sai. Se lo fai per ripicca, fai male, placa la tua rabbia nei miei confronti e pensa al loro bene.
  • Sono gli adulti a discutere e prendere delle decisioni. Coinvolgere i ragazzi per metterli contro di me è una bassezza. Nessuna ripicca. I ragazzi, per mandarli fuori, ho bisogno di sentirli a telefono e sapere che fanno. In queste condizioni non sto per nulla tranquillo. Con queste cose non si scherza.
  • Nessuno fa bassezze. Fa comodo a te crederlo per non ammettere le tue colpe. Ma vedremo cosa dirà il giudice. Buon Lavoro. Io sono reperibile comunque, caro. Se hai problemi a venire al dentista figurati, ma è peggio per te. Impara il rispetto per la madre dei tuoi figli e placa il tuo rancore e fatti un esame di coscienza. Forse vedrai qualche risultato invece di ricattare e dire bugie.
  • Non ho alcun problema. Mi sarebbe piaciuto stare un po’ solo con mio figlio. Ma temo sia utopia. Non capisco a che ricatti ti riferisci, smettila con questa parola che me la ripetono anche i ragazzi.
  • Ma che dici?! Loro la dicono a me e poi è evidente in tutto quello che fai e che dici forse se qualcuno esterno te lo spiegasse sarebbe meglio. Ciao, Buona giornata. Non ho tempo da perdere io.

Eppure avevo la camicia bianca oggi.

Ripenso a tutti i consigli che mi hanno dato in questi giorni. Mi dicono tutti di pensare solo ai ragazzi. Non dovrei negare il viaggio.

Il dispiacere lentamente ti vuota la testa anche.

In questo momento la mia testa è vuota di miei pensieri. Mi fanno male anche le gambe.

Il dispiacere agisce anche sui quadricipiti femorali.

Dopo un po’:

  • Se ritieni di partire in Grecia coi ragazzi fallo pure. Sappi che il non sentirli e saperli lontano accrescerà il mio stato d’ansia. Cercherò di sopportarlo, se loro è questo che desiderano . Se mi facessi scrivere e rispondere da loro forse sarebbe meglio. Siete in sei e c’è un solo uomo. Se tu ti senti di assumerti la responsabilità, fai pure. Ricordati che i ragazzi non vedono il nonno da mesi e non gli rispondono  al telefono . È una vera barbarie che stai avallando . Ti prego di non usare la parola ricatto coi ragazzi perché spesso la hanno ripetuta a me. Non ho mai ricattato nessuno. Ci vediamo al dentista, così faccio il mio in bocca al lupo al piccolo per gli esami. Domani sarò fuori per lavoro. Ciao

 

  • Cerca si smetterla di parlare di accuse e barbarie sappi che hai stancato di offendere e accusare te l’ho già detto. Sappi che tutto sarà messo agli atti e verificato per il resto fatti tu un esame di coscienza te l’ho gia detto e ti prego di limitarti a dare solo una risposta ai messaggi e non considerazioni personali che saranno giudicate da chi di competenza per il resto ci vediamo dal dentista.

 

  • Perché dirmi che ricatto e sono un bugiardo non è una offesa? È un tuo complimento?

 

Vado al dentista. Lascio perdere le liti con mia moglie. Oggi penso di aver chiuso. Non otterrò nulla. Mi faccio trascinare sul suo terreno e non serve a nessuno se non a lei e al suo livore.

Non ci sarà un seguito.

Il dispiacere serve anche a questo. Ti mette il peso giusto per toccare il fondo.

Arrivo al dentista. Non ci sono ancora, li aspetto in sala di attesa. Dopo un po’ arrivano. Metto fuori il mio miglior sorriso. Mia moglie è avanti, il resto della truppa è dietro. Saluto mia moglie, non risponde. Saluto il piccolo che è secondo, testa bassa e dice un ciao. E’ come me in questo, non ce la fa a non ricambiare un saluto. Saluto il grande. Al mattino mi sta salutando sempre. Stavolta non risponde, si uniforma alla madre.

Deglutisco.

La sala d’attesa è piena. I posti a sedere sono occupati. Vorrei parlare col piccolo ma ha la testa nel telefono e una donna seduta accanto. Aspetto un po’. Viene chiamata proprio la donna che è accanto a lui, si libera il posto. Con uno scatto anticipo tutti e mi siedo.

  • Ciao, come stai? Sei teso?
  • Non risponde.

Gli accarezzo la guancia con l’indice.

  • Ehi!

Purtroppo si alza e se ne va.

A volte il dispiacere dopo che ti porta sul fondo, ti fa anche scavare.

I presenti che hanno guardato la scena, mi guardano. Mia moglie raggiunge il piccolo e gli dice di stare calmo e tranquillo. Il più grande anche lui è seduto ed ha la testa nel telefono.

Mi alzo, vado alla reception e chiedo di pagare il conto. Almeno faccio qualcosa.

Dopo un po’ chiamano mio figlio più grande e il piccolo prende il suo posto sulla poltrona. Mia moglie è sempre nella stanza come se dovesse vigilare.

Mi avvicino a lui e mi piego, seduto sui talloni.

  • Ehi, non vuoi proprio salutarmi?

Fa di nuovo per alzarsi e andarsene.

  • No, stai tranquillo. Non ti disturbo. Rimani seduto.

Gli dico poggiandoli una mano sulla spalla.

Mi avvicino a mia moglie a bassa voce:

  • Ma scusa, non vedi che se ci sei tu diventa tutto più complicato? Neanche il grande mi parla ed al mattino quando siamo soli lo fa.

Lei prende il telefono dalla borsa, armeggia con quello. Sento un bip. Mi avvicina il telefono reggendolo in mano.

Ha cominciato a registrare.

Il piccolo la guarda. La guarda anche un’altra donna che è nella stanza.

  • Ripeti pure queste accuse che stai dicendo. Allora cosa dicevi? La mia presenza ti complica le cose? Ripeti dai!

Mi chino su mio figlio. Gli do un bacio sulla testa.

  • In bocca a lupo per gli esami. Papà domani è fuori per lavoro. Ti voglio bene.

Il dispiacere dopo che ti ha fatto scavare il fondo, ti strappa il cuore.

Domani però rimetterò una camicia bianca. In questi mesi ho imparato a farle veramente bianche. Prima a mollo, con il detersivo a mano per una notte. Bio presto dice mia zia, non altri. Al giorno dopo in lavatrice con un goccio di aceto.

Bianche e profumate.

 

 

 

Il gorgo

 

Mi hanno spostato l’udienza. Una bella posta certificata mi annuncia che l’udienza è stata rimandata dal 14 luglio al 18 luglio. Non potrò simulare la presa della Bastiglia la cui ricorrenza è il 14, speriamo di conquistare altro. Al 18 non mi pare si ricordi qualcosa di importante. E’ il mio personale gioco con la paura e con la scaramanzia. Mi piace cercare dei riferimenti importanti nelle date. In genere gli slittamenti di udienze avvengono di settimane, se non mesi. Quattro giorni sono davvero pochi. Mi sono ripromesso di verificare se lo spostamento riguarda tutte le cause del giorno o solo la mia.

Rifletto su ogni commento che ricevo, respiro le sensazioni di chi mi scrive. Per me è molto importante conoscere un punto di vista neutro. Alcuni mi chiedono il permesso di esprimere una opinione. Mi verrebbe da dire:

  • Ma come! Hai perso del tempo a leggere le cavolate che scrivo! Fai di me quello che vuoi!

A volte ho la sensazione di annegare nel gorgo della situazione. Mi dà sicurezza il parere di qualcuno che legge ed esprime una opinione. Mi sembra una mano amica che mi aiuta a uscire fuori dal risucchio.

Con il blog ne ho sto avendo tante di mani tese. Qualcuno ha la foto sul profilo, riesco a farmi una idea del tipo di persona che mi scrive. Mi incuriosiscono tutti. Do una sbirciata ai siti di ognuno, cerco di ricostruire una identità. Mi piacerebbe conoscere persona per persona.

Trovo blog neutri, qualcuno molto intimo e personale. Alcuni strani, c’è della gente davvero particolare in giro!

Alcuni dichiarati con nome e cognome, sempre che siano veri, alcuni con nomi di fantasia, come me. Anche se per me Paperino è come dire fuocherello.

Scrivere mi sta aiutando molto, è un impegno che mi allontana il bisogno.

A volte quando mi capita qualcosa di cattivo, penso a come poterlo raccontare e mi distraggo.

E’ molto intimo il momento in cui uno sta con i propri pensieri. C’è disponibilità a raccontare. Anche se sono in ufficio, mi sento come se fossi tornato a casa, mi fossi messo in abiti più comodi e finalmente scalzo. Togliere le scarpe e le calze è una liberazione dall’oppressore. Ogni giorno una festa per l’indipendenza per me.

Sto usando questo blog per raccontare la mia storia. Man mano che la data della prima udienza sia avvicina sale anche la tensione e aumentano i vortici del gorgo.

Di buono c’è che è il periodo dell’anno che prediligo questo. Adoro il caldo e la luce. Non chiudo mai le tende di notte e al mattino, mi piace svegliarmi con la luce che mi acceca. Sono uno dei pochi che lascia l’auto al sole, per godere del volante che scotta quando ci entro.

Se non ho ospiti in auto che ne morirebbero, lascio anche i finestrini chiusi per una trentina di secondi. Mi prendo tutto l’effetto sauna.

In questo periodo, i vignaioli lo sanno, si tolgono le foglie più giovani delle viti, quelle alte. Si fa la cimatura. Si ottengono due risultati:

  • si assicura maggior nutrimento al frutto che le foglie giovani ruberebbero. Il vino prenderà più zucchero.
  • l’acino per proteggersi dal sole fa più strati di buccia. Come facciamo noi che ci abbronziamo. Nella buccia ci sono gli strati nobili che rendono il vino buono.

Farò la cimatura anche io per il diciotto di luglio, taglierò i capelli più corti e nell’attesa mi lascio nutrire dal sole e dalla luce.

Per la battaglia è il mio terreno ideale. Mi auguro che il 18 luglio ci siano 40 gradi così muoiono tutti i nemici. Dalle nostre parti non è così difficile, il sole spacca davvero le pietre.

La tensione non mi fa dormire bene di notte. Anche in questo il blog mi sta aiutando. Mi sveglio e rimango a leggere per un’oretta, spesso i commenti ai post. Leggo e penso.

Molti che hanno commentato i miei post si sono espressi con termini di condanna per mia moglie e per la sua famiglia. Si sono schierati al mio fianco. Sono stato piuttosto pesante nel descriverli, mi sono sfogato.

Ho cercato di rendere le cose per quello che sono però. Rimane una mia visione. Non ce ne sarebbe bisogno ricordarlo forse, ma lo faccio lo stesso. Mi fa stare in pace. Andrebbe ascoltato il punto di vista dei miei bersagli per avere un quadro completo.

Questo blog non è proprio anonimo. Per cinque, sei persone, Paperino sono proprio io. Mi dicono che ciò che scrivo corrisponde a ciò che avviene. Mi fa pensare che nonostante la rabbia non abbia perso la lucidità. Un giorno se i miei ragazzi leggessero quanto ho scritto forse non avranno sdegno. Non ho inventato nulla.

I miei amici mi rimproverano per essere troppo poco reattivo nei confronti delle cose che subisco. Non riesco ad attaccare se di mezzo ci sono i miei figli. Ogni volta che faccio qualcosa penso sempre a loro. A cosa potrebbero pensare, ai danni che potrebbero ricevere. Di questo passo li ho allontanati.

Lorenza del centro di mediazione me lo ha detto:

– Come vuoi che cambino le cose se non cerchi un diversivo? Ad avere un atteggiamento costante non ricavi nulla.

Ultimamente mia moglie si era un po’ tranquillizzata con le invettive nei miei confronti. Sembrava quasi calma. Tanto è che avevo nutrito la speranza che avesse trovato qualcuno, un fidanzato o amico. Anche mia cognata che lavora con me, sono quindici giorni che al mattino mi saluta, si rivolge quasi con antica familiarità.

In un primo momento ho pensato che l’avvicinarsi della udienza in tribunale le stia riconducendo a miti consigli.

E’ stata sicuramente una sua concessione quella di accompagnare mio figlio alla scuola guida. Dopo mesi di spalle girate, silenzi e mancate risposte ha accettato di farsi accompagnare da me in auto. Piano piano si sta aprendo. Dai monosillabi del primo giorno è passato a dirmi qualche parola.

Al telefono continua a non rispondere.

Gli avevo promesso di non affrontare i nostri problemi durante il viaggio da casa alla scuola guida. Zitti Zitti gli avevo scritto. Sto tenendo fede alla parola data. C’è anche paura: paura di perdere quel che ho riconquistato con tanta fatica, paura di fargli del male e paura della paura. Se non vuole parlare con me della situazione è perché non vuole soffrire suppongo. Io glielo sto concedendo. Per ora mi basta tenerlo quei cinque minuti sul sedile accanto. Gli offro ogni giorno la colazione ma mi dice sempre che l’ha già fatta.

Stamattina era assonnato, si è svegliato tardi mi ha detto. Aveva i due vortici di capelli in testa più ritti del solito. Me lo guardo bene dalla testa ai piedi in quei cinque minuti. Penserà che sono diventato uno scanner. Ci sono molti silenzi, provo con tanti argomenti ma dopo un po’ è dura se hai di fronte un monosillabo. Oggi sono riuscito a interessarlo. Siamo passati davanti ad un edificio e:

  • Vedi questo edificio?
  • Si
  • Tanto tempo fa era una pesa pubblica. Qui intorno c’erano gli stabilimenti vinicoli. Arrivavano i camion, misuravano il peso dell’uva. Il camion passava pieno e poi vuoto sulla pesa, una bilancia gigante. Dalla differenza tra peso a vuoto e peso a pieno carico ricavavano il peso del frutto. Il dato era ufficiale per il pagamento.

Non ha detto una parola ma ho visto i suoi occhi attenti. Si è anche girato a guardare fisso l’edificio. E’ stato bello, mi sono sentito di nuovo padre per un attimo.

Lorenza, al centro di mediazione mi ha detto che devo cercare di impostare un nuovo rapporto. Devo assolutamente trovare il modo di parlare con mio figlio, non lasciare che tutto filtri attraverso le parole di sua madre. Ci sto provando, forse prendendola un po’ troppo alla larga ma c’è la situazione, c’è la rabbia, c’è l’adolescenza.

Annaspo in realtà, è vero che ottieni risultati quando termini le scuse. Le mie sono solo scuse.

Venerdì un messaggio di mia moglie che mi ha chiarito molte cose e dato una risposta ai comportamenti positivi e sue concessioni.

Quando il diavolo ti accarezza, vuole la tua anima. Così è il proverbio ed il diavolo si è palesato su whatsapp:

  • Colgo l’occasione per dirti che Alberta (sua sorella) e Bernardo (mio cognato) hanno invitato in Grecia i ragazzi come regalo per la cresima e la promozione. Siccome loro ci tengono molto e per non cambiare le abitudini visto che sono abituati a fare le vacanze insieme ogni anno e visto che non avrei altre alternative economiche quest’anno credo sia giusto che andiamo pertanto ti farò sapere l’eventuale data.
  • Mi dispiace ma non sono d’accordo. I ragazzi non vedono il padre da mesi, non rispondono al telefono né al padre né al nonno e tu pensi alle vacanze con loro?

La improvvisa distensione era per rabbonirmi e strappare il mio consenso. Dovevo immaginarlo che nulla era per nulla. Io il consenso l’ho negato, è stata una risposta di istinto.

Lorenza dice che ho sbagliato . Avrei dovuto trovare una alternativa. Il no senza alternative rinnova il muro contro muro che schiaccia i ragazzi. Le ho promesso che ci avrei riflettuto su.

Mi sono stancato di non contare nulla però. Sono mesi che non esisto. Dovrei accettare anche che facciano le vacanze dove e come dicono loro? E’ questo il loro bene?

Mi sono stancato anche di provare a pensare che il loro bene coincide con il mio. Una volta tanto posso pensare a stare bene anche io e vedere che succede.

Tra le altre cose finiranno il viaggio in Grecia e poi toccherà ai nonni materni portarli in vacanza. Ogni anno li portano in vacanza in un villaggio in multiproprietà dove i ragazzi si divertono molto effettivamente, è pieno di loro coetanei. Va bene anche quello, figuriamoci , potrei mai dire di no al divertimento dei miei figli?

Papà magari lo vedranno l’anno prossimo, se si comporta bene. Il nonno, se campa.

Vorrei tanto trovare il bandolo della matassa e uscire dal gorgo.

Up and Up

 

Parto dal mio ufficio alla zona industriale.

Entro in auto come se fossi al primo appuntamento. Al mattino avevo fatto la barba per bene dedicando un po’ più di cura al contropelo. Nessun graffio . Come diceva mia madre, ho la pelle d’asino. Potrei fare la barba anche con la motozappa.

L’auto fa schifo. Da quando mi sono separato è peggio del solito, un po’ ufficio, un po’ spogliatoio, un po’ deposito. Meno male che ho smesso di fumare.

Faccio cinque sei metri in retromarcia. Mi fermo, torno indietro. Perdo qualche minuto a rassettare. Che deve pensare mio figlio? ‘’Papà è sciatto’’?

Il pensiero va ai festeggiamenti del giorno prima. Il fatto di passare a prendere mio figlio mi aveva riacceso e molti mi hanno detto:

  • Stai coi piedi per terra.

Ho fatto i conti senza l’oste, forse. E se oggi non mi vuol vedere più? Scaccio via il pensiero come si fa con una mosca.

Non ho avvisato Katia. Di questa piccola apertura ho avvisato tutti tranne che lei.

Le mando un messaggio, le farà piacere avere notizie. Ma anche se non le facesse piacere, fa piacere a me dargliele.

Ho vinto la timidezza anni fa, anche se la partita è ancora aperta tra me e lei.

La timidezza ti fa perdere due volte. La prima perché perdi una occasione o più di una. La seconda, perché non fare ciò che vorresti , ti crea frustrazione. Due a zero. Risultato secco.

  • Ciao Katia, oggi vado a prendere mio figlio da casa e facciamo delle commissioni. Grazie di tutto 🙂

Dopo qualche minuto:

– Caro, vorrei farti vedere il mio sorriso ora, dopo aver letto il tuo messaggio! Sono davvero contenta per te, grazie, se hai bisogno chiamami.

Ok, per ora tutto bene.

Vedi? Con un sms hai pareggiato una partita destinata alla sconfitta. Mi dico.

Avevo ricevuto un in bocca al lupo da molti, mancava lei all’appello. Mi aveva seguito nella prima fase. Avrò altri difetti, la riconoscenza so bene cosa è, la ho nel sangue.

Rimarrò povero. Se sei riconoscente tanto prendi tanto dai. La somma algebrica della riconoscenza è zero. Povero ma felice come si suol dire.

Si va al bagno di emozione, emozioni come se piovesse oggi. Alzo la musica in auto:

Per uno strano caso, up&up dei coldplay:

Fixing up a car to drive in it again

Searching for the water

Hoping for the rain

Up and up

Up and up

Sistemo la macchina per guidare ancora

Cercando l’acqua Sperando che piova

Su su, dai

Su su, dai

E’ incredibile come la musica si appiccichi agli stati d’animo e alle situazioni a volte.

Up & Up mi ricorda molto mio figlio.

Spesso gioca da centrale in difesa, detta i tempi al suo reparto. Quando c’è da ripartire urla sempre ai compagni:

  • Su, Su Dai.

Quanto mi piace sentire urlare il capitano!

Sono venti minuti dall’ufficio a casa. La strada non la faccio da un bel po’, mi sono disabituato. Mi viene un bel magone. Tanti ricordi.

C’è l’auto di mio suocero fuori da casa. Te pareva. Questi cani, una ciotola di cazzi loro, mai! E’ la tensione che mi provoca un rigurgito di rabbia. Magari è passato solo per fare una cortesia.

Telefono a mio figlio. Squilla, ma non risponde. Mando un sms: sono fuori, esci?

Scaccio ancora la mosca di prima. Risponderà.

Eccolo. Bermuda, maglia, scarpe da tennis. Un figo mio figlio.

Quando ero a casa scherzavo con entrambe. Facevano qualche porcheria o si comportavano da cretini, mi alzavo in piedi, mi battevo forte il petto con le mani e gridavo:

  • Si! Si! E’ mio figlio! Sono il padre! Simulavo orgoglio per le porcherie che facevano.

Ridevamo.

Lo facevo per scherzo ma sono stato sempre orgoglioso dei miei ragazzi. Mi piacciono.

Ogni volta che lo vedo mi pare sempre più grande.

Entra in auto e toglie le mani dalla tasche.

  • Ciao!

Non risponde. Cominciamo bene.

Metto in moto e mi dirigo verso la scuola guida. Prendo il fascicolo con la documentazione da preparare.

  • Vedi? Ci vogliono foto tessera, codice fiscale, visita medica, versamenti. Vediamo di fare il più possibile stamattina. Intanto direi di fare le foto tessera. Le hai a casa?
  • – No, non credo.

Ha detto la prima parola dopo mesi! Non credevo che la burocrazia potesse sciogliere i sentimenti!

  • Ok, allora andiamo alla stazione, lì so che c’è una macchina per farle.

Ha risposto. Il No gli è uscito con una fatica boia, ma è uscito.

  • Ho visto che avete vinto il torneo domenica.

Ancora silenzio. Mi ricordo della promessa: Zitti Zitti. Non riesco a trattenermi e poi zitti zitti forse era riferito ai nostri problemi non ‘’ al più e al meno ‘’ !

  • Hai giocato a centrocampo o in difesa?
  • Un po’ e un po’.

Parla. La testa è verso il finestrino, dall’altra parte.

Non fa nulla che siano due parole, per me è come fare una fila di due ore per prendere un autografo da una star. Lui oggi è la mia star.

– Dove hai visto la partita ieri?

– Alla scuola calcio.

Penso e ripenso a cosa posso dire per coinvolgerlo. Alzo un po’ la musica, magari si rilassa.

Rimetto il cold play, up & up. Mi piace molto.

Trying to empty out the ocean with a spoon

Up and up

Cercando di prosciugare l’oceano con un cucchiaio,

Su Su, dai

Già… vuotare l’oceano con un cucchiaio. La vita è una impresa.

  • Forte la squadra che avete battuto in finale?

– Si

– Mi hanno detto che hai tirato il rigore in finale. Dopo che da piccolo ne sbagliasti uno non volevi tirarne più, ora ci hai preso gusto vero?

Silenzio.

Angels in the marble waiting to be freed

Just need love

Angeli nel marmo che aspettano di essere liberati

Hanno solo bisogno d’amore

Vorrei fargli una carezza e liberarlo. E’ impietrito dal suo orgoglio. Ne ho avuto tanto anche io alla sua età. La vita poi ti colpisce duro. Se non impari a essere plastico ti spezzi.

Arriviamo in stazione. Usciamo dall’auto e ci dirigiamo verso la macchina per le foto.

Io cammino avanti, lui mi sta due passi dietro. Non vuole starmi accanto.

Faccio finta di nulla e procedo.

Entra e si siede sullo sgabello rotante. Chiudo la tenda poi faccio capolino con la testa.

  • Ti serve una mano?
  • No

Sento che si sitema. Da fuori gli dico ridendo.

  • Ou! Cerca di fare una bella faccia che questa foto ti rimane a vita sulla patente!

L’altro giorno, al centro di mediazione Lorenza mi aveva detto:

  • Non ti parlano perché ti colpiscono dove sei forte.
  • Si effettivamente la dialettica non mi manca.
  • Esatto, loro inconsciamente lo sanno e sanno che se andate su quel campo te la danno vinta. Ora non vogliono.

Up and Up

Saying We’re gonna get it, get it together

Su Su, dai.

Dicendo, Riusciremo, riusciremo a riprenderci

Già, dicendo… forse riusciremo a riprenderci. Devo riuscire a sbloccarlo un pochino. Qualche parola, almeno qualche altra parola.

Lo porterò alla scuola guida e poi all’ufficio postale a pagare i bollettini dei versamenti. Ci sarà coda ed avremo un altro pochino di tempo.

Entriamo alla scuola guida, c’ero stato già il giorno prima.

Avevo fatto come i giocatori che scendono a testare il campo prima della partita. Volevo che tutto fosse perfetto per il mio principe.

C’è la moglie del titolare che ci riceve con calore. Mio figlio ha un muso lungo fino a terra. Guardiamo gli orari ed opta per frequentare al mattino. Cerco di fare il simpatico, per cortesia verso il calore ricevuto. Compenso l’atteggiamento di mio figlio. Facendo la media tra me e lui, la sensazione generale potrebbe essere quasi normale!

Ci mettiamo di nuovo in auto.

Vedo i suoi piedi che ormai sono piedoni.

  • Quanto fai di piede ora?
  • 43
  • Hai il mio piede ormai.
  • Anche se adesso sembra stia crescendo il mio, sai? Prendo il quarantaquattro anche. Pare che con l’età il piede perda la curvatura e quindi si distenda e si allunghi.

Silenzio.

Tra me e me:

  • Argomento del cacchio effettivamente. Mi metto a parlare di ortopedia! Non riesci proprio a trovare qualcosa di più divetente? E meno male che la dialettica è il tuo campo. A volte vorrei picchiarmi fortissimo.

All’ufficio postale mi lascia praticamente da solo a fare la fila, se ne sta in disparte a guardare il telefono. Quanto mi piacerebbe che mi parlasse, che mi dicesse del suo dolore. Ho fatto una promessa però. Zitti Zitti. Mi accontento di guardarlo.

How can people suffer how can people part

Yes I wanna know show me how to heal it up

Quanto le persone possono soffrire quanto le persone possono dividersi

Si voglio saperlo mostrami come guarire

  • Finito, visto? Manca solo il certificato medico ora e le copie dei tuoi documenti personali.

Ancora silenzio.

Riprendiamo l’auto. Siamo alle strette finali.

  • Hai bisogno di qualcosa? Vorresti andare a comprare qualcosa?
  • Mi devo comprare le scarpe.
  • Andiamo adesso?
  • No ora ho un impegno, se puoi, lasciami i soldi, le compro dopo.
  • Ah, va bene.
  • Poi dovrei fare un torneo di calcio, dovrei pagare l’iscrizione.
  • Ah che bello! Dove?
  • In Calabria, il 24, 25 e 26 di giugno.
  • Caspita una bella trasferta.
  • C’è il nuovo allenatore?
  • Si
  • Come sono gli allenamenti? E’ meglio del vecchio?
  • Si
  • Va bene, andrò alla scuola calcio e pagherò il torneo.

Magari vengo a vederti in Calabria.

Stiamo per arrivare a casa. Non sono state tante le parole, La fila è stata lunga ma alla fine l’ho preso l’autografo della mia star.

Esce dall’auto.

  • Ci sentiamo? Se hai bisogno di essere accompagnato o preso dalla scuola guida, ti ci porto volentieri!

Silenzio.

Se ne va.

Up & up & up

Fixing up a car to drive in it again

When you’re in pain

When you think you’ve had enough

Don’t ever give up

Su Su, dai.

Sistemo la macchina per guidare ancora

Quando stai soffrendo

Quando pensi di averne avuto abbastanza

Non ti arrendere mai

 

Su su, dai. Musica per le mie orecchie.

 

La comprensione

Il giorno della cresima è stato particolarmente duro.

Dal mattino mi sono arrivati gli auguri di buon compleanno, ho risposto in automatico, tipo segreteria. Con la testa ero già in chiesa. Ore 18.00.

Al mattino sono stato svegliato dalle mie gazze. In campagna da mio padre la mia stanza ha una porta finestra in ferro che volge a oriente. Al mattino il sole inonda di luce la stanza. Non è quello a svegliarmi. Nemmeno il gallo. Anzi, sfatiamo questo mito che il gallo canti all’alba. Il gallo canta quando gli pare a lui, anche a notte fonda. Almeno, il mio è un anarchico. Al mattino invece, appena il sole è un po’ alto, ho quattro o cinque gazze che mi beccano l’infisso esterno in ferro. Le gazze sono attirate dal luccichìo. L’infisso in ferro colpito dai raggi del sole luccica. Si avvicinano e beccano.

Al primo giorno mi hanno fatto prendere un’accidenti, sembrava che qualcuno volesse forzare la porta. Dal secondo giorno in poi, aperta la tenda, seduto sul letto, rimango un po’ a guardarle. Sono la più bella sveglia che avessi mai avuto le mie amiche ladre. E sono puntuali! D’estate la loro sveglia è più o meno alle 6 del mattino, in inverno un po’ più tardi.

Doccia e barba fatta con particolare cura, in genere sono piuttosto sbrigativo. A seguire tutto con calma. Ho addosso una sensazione strana. Alla cresima di mio figlio non è stato invitato nessuno della mia famiglia, nemmeno io veramente. Avevo comunicato a mia moglie che sarei andato comunque.

Ho passato la mattinata a bighellonare, centro commerciale, caffè con un amico, piccole commissioni. Ero teso.

A mezzogiorno raggiungo mio padre. Pranziamo insieme oggi, festeggio il compleanno con lui. Mi chiede se è il caso che venga in chiesa. Lo guardo, ci penso qualche secondo poi:

  • Lascia perdere papà, prova a chiamarlo e magari gli fai un pensiero se ti va.

Non volevo sottoporre un uomo vecchio alla umiliazione di vedersi girare le spalle da un nipote. Sarebbe stata troppo per lui, devastante per me e un domani anche per i miei figli, forse.

  • Vorrei fargli gli auguri, mi componi il numero di telefono?

Mi dice porgendomi il telefonino.

  • Certo

Cerco il numero e invio.

Passo il telefono a mio padre.

Non era una preghiera la mia, non so pregare. Ho desiderato con tutto me stesso che mio figlio rispondesse.

Vedevo la faccia di mio padre e con la mente contavo gli squilli del telefono. Ero in apnea.

Dopo il quinto suono libero ho ripiegato la speranza.

Quando finisce, la speranza è una roba brutta. Per questo dicono che sia l’ultima a morire. Quando ero più piccolo e mi ripetevano questa frase mi divertivo a controbattere:

  • Come fate a dirlo?

Se è l’ultima a morire, davvero l’ultima, chi controlla che muoia? Forse non muore mai!

Da adulto ho scoperto che muore, e quando muore fa male.

Mio figlio come sempre non ha risposto. Mio padre come sempre ha abbozzato un sorriso:

  • Non avrà sentito.

Non si è scomposto per nulla e ha aggiunto:

  • Abbiamo un biglietto?

Esiste una fase della vita in cui siamo predisposti ad apprendere. E’ il momento in cui immagazziniamo le informazioni e le teniamo per noi. Il trasporto emotivo e intellettuale è dall’esterno verso l’interno. Ci appropriamo del mondo esterno con avidità.

Esiste un’altra fase invece, che è quella della comprensione. In questa fase, il movimento è inverso, dall’interno verso l’esterno.

Avvolgiamo le cose con la nostra mente ed il nostro animo, non ce ne appropriamo.

E’ il vero amore, quello maturo e consapevole.

Ero in ansia per mio padre. Sapevo però che a quell’ennesima delusione non avrebbe battuto ciglio. Credo che sia così quando di speranze ne hai viste morire tante nella vita. Comprendi e ami senza aspettative.

Il problema è per me che ancora non comprendo come così piccole aspettative non possano essere corrisposte. Lui invece comprende e per questo è molto più di me.

Vado nel soggiorno, estraggo un bigliettino da una scatola. L’avevo vista qualche giorno prima rovistando tra le vecchie cose. Lo porgo a mio padre.

Scrive il biglietto:

Auguri infiniti. Il nonno.

Mette dei soldi nella busta e me la da.

  • Dagli questa da parte mia.

Questo momento non lo dimenticherò, ne sono certo. Avrei potuto tagliare anche una fetta dell’amore per quanto fosse consistente.

La confusione mi è svanita improvvisamente. Sarei andato in chiesa senza aspettative.

Arrivo alle 17,45 nel piazzale della chiesa. E’ già pieno di auto, trovo posto a fatica.

Entro in chiesa e vedo la testa nera di mio figlio sulla destra. Mi avvicino. Mia cognata è seduta accanto a lui. Ha in braccio la sua piccola. Giulia, ha quattro anni e i boccoli biondi dei genitori.

Se è lì, mia cognata sarà la madrina di mio figlio.

Alla panca accanto c’è seduta solo mia moglie, dietro di lei mio figlio più grande e mio cognato.

Arrivo, abbraccio mio figlio piccolo e gli do un bacio. Non risponde. Saluto mia cognata e mi siedo nella panca accanto a mia moglie.

Le dico:- Ciao!

Non risponde, si alza e se ne va, prende posto alla panca dietro accanto a mio cognato e mio figlio grande.

Giusto per stemperare la tensione! Penso.

Mi giro verso mio figlio più grande allora. Gli tocco il naso con un dito e :

  • Ciao, tu sempre deciso a non salutarmi?

Non dice una parola.

Mio cognato affettuoso invece:

  • Ciao, come stai?

Giulia mi vede e rivolta alla madre.

  • C’è lo zio!!!

Prende il braccio di mio figlio piccolo che le sta accanto e cerca di girarlo verso di me.

  • C’è lo zio!!!

Mio figlio non si gira. Allora passa alle maniere forti Giulia.

Gli prende la testa e la gira con le mani.

  • Lo zio!!!

La guardo e sorrido. Mi nascondo la faccia tra le mani, come ero abituato a giocare con lei.

Mi sorride e viene da me.

  • Zio, dopo vieni a casa della nonna?
  • Ciao Giulia, che bella che sei. Sei elegantissima!

Cerco di cambiare discorso, ma femmine si nasce. Togliere un pensiero dalla testa ad una femmina è una ingenuità da maschio.

  • Allora? Vieni dalla nonna dopo?
  • Forse Giulia, forse. Tu mi vuoi?

Non mi risponde, ride e corre dalla madre. Ogni tanto mi guarda con lo sguardo furbo e mi sorride. E’ irresistibile. Ricambio.

Mi giro a guardare mio figlio più grande seduto dietro. E’ seduto, ha la testa bassa ed il telefono tra le mani. Digita nervosamente fingendo di essere preso.

– Hai deciso di non salutarmi allora?

Non risponde.

Lo lascio stare. Mi giro e continuo a fare i giochi di sguardi con Giulia.

Alle spalle sento le voci dei miei suoceri. Nel frattempo accanto a me si erano sedute altre due persone. Mia suocera saluta i ragazzi e chiede a mia moglie dove può sedersi.

  • Siete venuti tardi e ci hanno fregato il posto!

Credo che alludesse a me.

Saluto mia suocera.

Non si gira nemmeno a guardarmi. Non risponde.

In un istante valuto tutte le opzioni possibili. Faccio l’unica cosa che posso fare in quel momento. Rimango seduto e mi guardo intorno cercando di non pensare a chi mi circonda.

Oggi è il giorno della comprensione, mi ripeto.

Mio figlio piccolo ogni tanto mi guarda con la coda dell’occhio. Non riesco a capire se lo fa per sbaglio, o perché vuole vedermi.

Sento che dietro si scambiano i posti. Poi capisco che i miei suoceri prendono il posto di mio figlio grande proprio alle mie spalle. Lui va da qualche altra parte e mio cognato viene a sedersi accanto a me.

Mi chiede di farmi un po’ in là, così può tenere a bada Giulia senza che dia fastidio a cresimando e madrina.

Con mio cognato non ho problemi. Ci facciamo una chiacchierata e ogni tanto mi da qualche informazione sotto voce.

  • Stiamo lavorando, è dura però! Bisbiglia quasi.

Il più duro è tuo figlio grande. Adesso si è convinta anche mia moglie a collaborare e tua moglie sta dicendo ai ragazzi di chiamarti. Stamattina, per esempio, ha insistito coi ragazzi perché ti chiamassero per farti gli auguri di buon compleanno.

  • Senti Bernardo, non mi dire queste cose.

Non basta dire ai ragazzi di chiamare, giusto per lavarsi la faccia.

I ragazzi vanno guidati. Se lei non si adopera per dargli delle regole, una educazione, che si faccia da parte. Il far finta lo ritengo ancora più squallido.

Io non lo avrei permesso.

Se i ragazzi non rispondono al telefono. Gli togli il telefono per una settimana. Vediamo se continuano a non rispondere.

A cosa serve dire di rispondere e poi fottersene se non lo fanno. Giusto per far vedere? Per lavarsi la coscienza? Meglio non farlo, guarda.

  • Lo so fratello, lo so. Ma stiamo lavorando, fidati. Ci vuole tempo.
  • Certo se mi siedo e lei si allontana come se avessi la peste, che esempio vuoi che sia per i ragazzi. Ti pare un gesto distensivo?
  • Si, ma lo sai com’è.
  • Bernardo, io non posso tollerare più. C’è in gioco una posta troppo grande. Il tempo passa e i ragazzi crescono. Io li perderò così.

La cerimonia prosegue, mio figlio grande è sparito. Mi godo la vista del piccolo almeno.

Sento la voce dei miei suoceri dietro. Mia moglie si muove a destra e sinistra facendo foto e filmati col telefono.

Mio cognato fa qualche foto e gli chiedo di passarmela. Lo fa di nascosto. Mi invia un paio di foto con whatsapp.

Arriva la fine della messa. Mio figlio è sorridente e contento. Vado in auto e prendo i regali, il mio e quello di mio padre. Appena il vescovo dice andate in pace, mi avvicino a mio figlio, lo abbraccio e gli do una borsetta.

  • Dentro c’è il mio regalo e quello del nonno. Auguri amore mio. Lo abbraccio forte. Anche da parte del nonno. Ti aspetta , sai?
  • OK. Mi risponde stavolta.

Saluto mio cognato e la piccola Giulia. Mio cognato mi bisbiglia:

  • Vieni a trovarmi di mattina!
  • OK, Bernardo. Verrò

Mio figlio più grande è sparito. Vado via.

Oggi doveva essere il giorno della comprensione, ma non sono sufficientemente maturo evidentemente.

Io fatico ancora a comprendere.

 

 

 

 

Al passaggio a livello

Mio figlio più piccolo giovedì fa la cresima. E’ un giorno speciale, essendo anche il giorno del mio compleanno. L’ho saputo da mia moglie della Cresima, per una richiesta di compartecipazione alle spese.

Non ho il dono della fede. Nutro un grande rispetto per chi crede, lo vedo come un qualcuno che riesce dove io non ci sono riuscito. Più che laico, sono sempre stato un po’ anarchico di carattere. L’idea del dogma mi è stata sempre stretta come se indossassi un vestito due taglie inferiori. A tratti mi procura claustrofobia. Mi piacerebbe credere però. Sarebbe una gran bella cosa.

A casa di mia moglie si dicono devoti invece. Ci tengono molto ai sacramenti ed alle festività religiose. Da loro per la prima volta ho festeggiato Sant’Antonio, anche se non c’era nessuno che si chiamasse così in casa. E’ un santo importante, dicono. Il rispetto di queste sacralità è la Pietà Cristiana. Un sentimento che viene da lontano, anche i latini lo annoveravano tra le qualità del buon padre di famiglia. Per i romani era la pietas,  con qualche sfumatura diversa. Nel caso dei familiari di mia moglie  la pietà cristiana la vedo un po’ vuota di carità. Pensano molto ai cazzi loro prima, alla faccia anche di Sant’Antonio credo.

Senz’altro frequentano la chiesa più di me. Quando ci entrano abbozzano un inchino, fanno il segno della croce e si baciano il dito. Specie mia suocera, dopo essere entrata in chiesa inspiegabilmente si trasforma. L’atteggiamento è come di chi si volesse scusare del suo ingombro. La testa tende ad incassarsi tra le spalle nascondendo il collo, le spalle si stringono tra di loro. Anche le labbra si uniscono a cuoricino. Gli occhi diventano languidi, sono sempre bassi ed evitano di incrociare chicchessìa. La consistenza sembra la parte molle della lumaca. Mio suocero invece pare il suo guscio tanto è impettito e suona vuoto.

Una volta glielo dissi.

  • Mi sembri Actarus, sai?
  • Come? E che è? Una malattia?
  • Quando entri in chiesa ti trasformi come Actarus ai tempi di Goldrake. Hai presente Goldrake, il cartone animato? Si trasforma in un razzo missile?! In chiesa ti trasformi, come Goldrake e salvi l’umanità. Mi fai impazzire.
  • Ahahahaha, hai sempre voglia di scherzare tu!

Ero serissimo.

Comunque mio figlio si cresima solo per la famiglia di mia moglie. Nessuno dei miei è stato invitato. Io sono stato informato per le spese, credo. Non tirerò fuori un centesimo.

Si avvicina il giorno, il due è alle porte.

Scrivo a mio figlio, un sms. Pare li riceva.

  • Ti va di andare a comprare qualcosa per la cresima con me al pomeriggio?

Ti passo a prendere?

Nessuna risposta.

Passo a mia moglie:

  • Il piccolo non risponde. Gli ho chiesto se volesse uscire con me al pomeriggio per comprare qualcosa.

Risponde

  • Intanto le prove della cresima sono state spostate al pomeriggio, non potrebbe.
  • Vado a vederlo, allora.

Poi comincia la solita tiritera sui soldi.

  • Ti informo che siamo senza soldi.
  •  Vengono con me e non ci sono problemi.
  •  I ragazzi devono anche uscire, puoi dargli dei soldi.
  •  Se il piccolo esce con me glieli do volentieri.
  •  Ma se non volesse uscire puoi darglieli lo stesso e poi parlo dei soldi della spesa. Ho anticipato i soldi per la chiesa, 30 euro, te lo ricordo.
  •  Se stanno con me, non hai bisogno di spesa.
  •  Frasi inutili visto che sai che non vengono con te da dicembre che non avete rapporti e pensi che di botto vengano per magia? Non ti avvicini da mesi a loro ma se ci riesci ben venga. Ora per piacere lasciami stare.
  • Certo, cosa ci vuole. Sono il padre, ricordi? Dammi una mano piuttosto che assecondarli. Stasera non li fare uscire. Vedi che vengono poi con me.

Fine delle trasmissioni.

 

Intorno alle 16 e 15 parcheggio nel piazzale della chiesa.

Con la sua aria svagata vedo sbucare mio figlio piccolo dall’angolo. Ha sempre l’aria di chi è quasi per caso in un posto. Mi fa una grande simpatia oggi, più del solito.

Lo vedo e mi viene da sorridere.

Esco dall’auto, mi metto sulla sua strada. Passa, gira la testa dall’altra parte come se non mi volesse vedere.

  • Ehi ciao, vieni un attimo qua.

Accenna ad un ciao con la mano e basta. Va via. Venti metri dopo ci sono tutti i suoi amici. Si unisce al gruppo. A quella età quando diventano mucchio, fai fatica a distinguerli. Sono tutti uguali, indistinti ed indistinguibili. Bei ragazzi con la faccia pulita. La presenza degli amici mi inibisce, mi sento intruso, non mi avvicino. Avvicinarsi a tale allegria e spensieratezza con qualche pensiero triste, non va bene. Rimango nell’imbarazzo per un po’, poi decido di andare a prendere un caffè da Fabio, il bar dietro casa che non frequento più ormai. Invito per telefono Luigi, un mio amico.

Sono duecento metri, faccio la strada a piedi. Per raggiungere il bar passo proprio davanti alla mia ex casa.

Mentre mi avvicino, vedo che stanno uscendo mio figlio più grande con un amico, Andrea. Anche lui vicino di casa. Andrea abita proprio di fronte al bar, si staranno dirigendo lì.

Lo chiamo. Non mi risponde, gira la testa e va via accelerando. Saluto Andrea che contraccambia, un filo imbarazzato. Mio figlio avanti accelera, Andrea dietro che lo segue, io al seguito dei due.

Alzo la voce

  • Non mi saluti?

Nessuna risposta.

Decelero e lascio prendere loro qualche metro di vantaggio. Guardo nel portafogli, due pezzi da cinquanta. Magari mi avvicino e gli do dei soldi.

Si fermano davanti al portone di casa di Andrea, aspettano che qualcuno apra.

Mi avvicino, mio figlio si gira verso il muro. Gli prendo il braccio, per spingerlo a guardarmi e gli dico:

  • Ehi, non mi saluti?

Con un gesto brusco si divincola e mi dice

– Ma vai vai!

Gli tiro uno schiaffo, un buffetto con la punta delle dita. Non un ceffone.

Ehi, che modi sono?

Intanto aprono il cancello, lui abbassa la testa, prende il telefono.

Capisco che chiama mia moglie, è in lacrime e si allontana.

Entrano in casa di Andrea.

Immagino che stia arrivando mia moglie per fare da giustiziere.

La aspetto per affrontarla.

  • – Che hai fatto?
  • – Mi ha risposto male e gli ho dato un buffetto.
  • – Chiamo i carabinieri!
  • – Chiama chi vuoi.
  • – Prende il telefono e fa per fare un numero.
  • – Io ho da fare, lo vuoi capire! Non posso stare a casa col patema che c’è un pazzo in giro che picchia mio figlio. Adesso ti faccio passare i guai!
  • – Non l’ho picchiato, chiedi a lui prima e ad Andrea, che era presente.
  • – Gli ho solo tirato un buffetto. Piange per nervoso, non perché gli abbia fatto male.

Mi lascia scambia delle parole con Luigi che nel frattempo mi aveva raggiunto ed entra in casa di Andrea.

La gente nel bar guarda. Non me ne sono reso conto ma dobbiamo aver combinato un bel casino.

Luigi mi dice:

  • Non credo che ci siano speranze , sai? Non riesce a capire che adesso dovrebbe rimproverare il figlio perché non ti saluta e non ti risponde o perché ti ha risposto in maniera maleducata. Non fare queste sceneggiate con te. Non lo farà, però. Dovrebbe anche costringerlo a uscire, per parlarti. Tu non stare ad angustiarti. Hai fatto bene.

Esce mia moglie. Credo che la abbiano convinta   che non è nulla.

Credo anche che Andrea abbia avvalorato la mia versione dei fatti. Esce, non ha più in mente di denunciarmi, almeno.

Luigi fa uno strenuo tentativo. Parla ancora con mia moglie.

– Sai, se glielo dice la madre, magari lui esce a parlare col padre. E’ importante che parlino ora.

E’ importante sempre, ma ora in maniera particolare per quello che è accaduto. Potrebbe essere il momento per chiarire.

  • Voi non ci credete, ma io provo sempre a convincerli a parlare col padre. Che voi non ci crediate poi, è un altro conto, così come pensare che sia io a manipolarli.

Intervengo.

  • Perdonami, nessuno dice che tu non lo faccia. I ragazzi però vanno educati. Non basta dire loro ”parlate con vostro padre”. Se non rispondono al telefono, glielo togli il telefono! A parti inverse, stai tranquilla che io mi sarei comportato così. Non avrei mai permesso che i miei figli non rispondano alla madre al telefono. Glielo avrei tolto immediatamente. Così si educano i ragazzi.
  • Ma vai…. Chi te le dice queste cose, Lorenza? La dottoressa del centro della famiglia che hai corrotto?
  • Ho corrotto? Ma che dici? Ma perché pensi sempre che qualcuno macchini alle tue spalle?
  • Siiiii… ripete le stesse cose che dici tu, che credi che sia cretina io?
  • Ma forse dice le stesse cose solo perché sono cose di buon senso! Ci hai pensato?
  • Basta, dire cose su questi ragazzi. Sono ragazzi eccezionali, con due palle così e nonostante tu abbia abbandonato il tetto coniugale loro non hanno perso un colpo. Io non ti permetto di dire queste cose di loro.

Interviene Luigi di nuovo.

  • Ma tu dovresti intervenire più pesantemente coi ragazzi, non solo dirglielo. Tu li devi obbligare a tenere un dialogo col padre. Potrà essere anche conflittuale, ma il dialogo ci deve essere e solo tu puoi fare in modo che ci sia, attualmente. Vivono con te.
  • Certo che lo faccio, ma ci vuole pazienza. Non come fa il signore che vuole tutto e subito.
  • Ascoltami, ti prego. Sono passati nove mesi e le cose peggiorano. Non te ne rendi conto? Non può passare tanto tempo. Sto perdendo qualsiasi autorità e autorevolezza nei loro confronti. Non potrò più fare il padre a breve.
  • Il tuo metodo quale è quello di alzare le mani?
  • Per favore, mi ha risposto male, gli ho dato un buffetto. L’ho richiamato all’ordine, anche per sms le volte che risponde mi risponde in malo modo. E non era uno schiaffo.
  • Non ti qualificano più come padre, e questo non è colpa mia. Quindi non puoi presentarti e trattarli così.

Luigi tenta ancora disperatamente.

  • Non lasciare che i problemi tra di voi influenzino il rapporto col padre. Quello dovresti agevolarlo comunque.
  • Voi non lo conoscete quanto è bugiardo quest’uomo, per questo lo difendete.
  • No, non voglio proprio entrare nel merito di quelli che sono i problemi fra di voi.
  • E’ invece è questo il problema. E’ il suo carattere che crea problemi con tutti e quindi anche con i figli.
  • Non voglio mettermi in mezzo.
  • Tu sei stato chiamato?
  • No, vedi io abito qua e mi ero venuto a prendere il caffè. Mi dispiace della situazione e se posso tento di dare un aiuto, ma posso stare zitto.
  • Io so solo che sono stata chiamata da mio figlio in lacrime. Peggio per lui, ha fatto dei passi indietro. Io ora me ne vado.
  • Non ti sembra invece che dovresti fare qualcosa per avvicinare il figlio al padre?
  • Io non vedo l’ora che arrivi il quattordici luglio perché quest’uomo non lo voglio più vedere.
  • Ma il problema non è tra voi due, scusami.

Intervengo di nuovo.

  • Scusami, a parti inverse io non avrei permesso questo distacco di un figlio dalla madre.
  • Caro mio, in questi mesi tu non hai fatto nulla per evitarlo.
  • Ma che stai dicendo?
  • Io me ne vado, ci sarà una udienza e parleremo là.
  • Ma io parlo dei ragazzi, che c’entra l’udienza.
  • Certo, parleranno anche loro.

La discussione è continuata per un po’. E’ uscito anche il padrone di casa presso cui si era rifugiato mio figlio. Mi ha dato delle pacche verbali , dicendo che capiva la situazione e che provava anche lui a darmi una mano per quel che poteva.

Alla fine lo scontro con mia moglie sembrava avesse depresso più lui e Luigi di me.

Torno nel piazzale della chiesa e prendermi l’auto. Luigi mi accompagna. Incrocio Brizio e Susanna. Gli racconto dell’accaduto e mi ricordano di provare a parlare col parroco.

Nemmeno loro sono frequentatori della comunità. Però per affetto mi dicono che se funziona tornano in chiesa! Mi vogliono bene.

Lascio Luigi ed entro in chiesa. Il piccolo non c’è, le prove della cresima sono terminate. La chiesa brulica di gente, in gran parte donne che sembrano aver molto da fare. Evidentemente fervono i preparativi per le cerimonie.

Fermo un frate che è enorme. Credo debba aprire la seconda anta della porta per passarci. Mi fa impressione.

  • Salve Padre, cerco il parroco.

Dovevo fare qualcosa. Non nutrivo grandi speranze nel dialogo col parroco, ma proprio per questo dovevo provarci. Le grandi imprese nascono sempre quando si pensa di fare tutt’altro.

  • Vedi in giro. Non so dov’è.

Mi aggiro per la chiesa e per i vari locali adiacenti, Sagrestìa, Oratorio.

Nessuna traccia. Sto per mollare ma finalmente mi imbatto in lui.

E’ solo, che culo. In genere i parroci sono circondati da uno stuolo di persone.

E’ un ragazzo, avrà poco più di trenta anni. Occhi azzurri buoni.Vanno bene come speranza.

  • Buonasera padre. Ha cinque minuti per me?
  • Certo, dimmi pure.
  • Sa padre, mio figlio fa la cresima il due giugno. Purtroppo ho una situazione difficile in casa. Io e mia moglie ci stiamo separando e non ho un dialogo con i ragazzi.

Mi blocca.

  • Dovete riprovarci.
  • – No vede padre, è quasi un anno che non viviamo più insieme.
  • Che significa! Venite qua che vi faccio tornare insieme io.
  • – Penso che non si possa padre. Comunque ero qui per i ragazzi, se lei mi potesse aiutare in qualche modo.
  • – I ragazzi vedono il sacramento tradito e soffrono, l’ho vissuto anche io sulla mia pelle.
  • – Si certo padre.
  • – Parla con tua moglie e venitemi a trovare.
  • – Va bene, padre. Ci penso. Grazie.
  • – Ciao.

Esco, penso che la mia depressione sia arrivata ai livelli di Luigi e il papà di Andrea. Se prima c’era un gap tra me e loro, penso di averlo colmato abbondantemente. Non è colpa sua, la grande impresa però non c’è stata. Cosa posso dire, è il suo modo di vedere la cosa e nei suoi abiti è legittimo. E’ solo che forse ora non mi può aiutare. Almeno così mi pare.

Me ne ritorno a casa, in campagna.

Non ho voglia di fare in fretta. Avrei voglia di perdermi in realtà. Prendo la strada più lunga che attraversa due passaggi a livello. Ho la speranza che passi un treno, trovi la sbarra abbassata e possa stare qualche minuto ad attendere.

I passaggi a livello in campagna sono uno dei posti più affascinanti che conosca. Dopo un po’ che stai in campagna hai quasi il bisogno di sentire che il moderno esista. La quiete ti anestetizza e hai bisogno di un po’ di adrenalina per riprenderti. Il passaggio a livello da piccolo era la mia porta verso il futuro. Durante i mesi estivi, in campagna, finiti tutti i giochi che avrei potuto inventarmi, mi prendeva un po’ di malinconia. Il silenzio in quei momenti mi annoiava. Prendevo la bici e facevo un paio di kilometri verso la ferrovia. Mi avvicinavo alle sbarre, abbandonavo la bici fuori strada e mi sedevo ad aspettare su di una pietra. Prima, da campagnolo provetto, verificavo che non ci fossero serpi sotto. Così mi aveva insegnato il nonno. Il treno lo avverti prima ancora di sentirne il rumore o di vederlo. E’ la natura intorno ad agitarsi e ad annunciare l’arrivo. Gli alberi lungo la ferrovia si svuotavano degli uccelli. L’atmosfera si caricava, i peletti delle braccia da preadolescente si rizzavano e sembrava che così accadesse alla natura intorno. Lo seguivo con lo sguardo poi. Passava veloce e il suo vento sulla faccia mi caricava da matti. Inforcavo la bici con la mia dose di adrenalina e tornavo indietro fischiettando.

Il primo passaggio a livello purtroppo è aperto. Rimango un po’ deluso.

Faccio i due kilometri che lo separano dall’altro. Chiuso per fortuna.

Mi avvicino alla barra e spengo il motore. Esco dall’auto e tiro un sospiro di sollievo. Cerco una pietra e aspetto il treno.

 

 

 

 

 

Vietato parlare al conducente, ma fatelo

 

– BASTA ASPETTARE. Devi agire, fai sentire la tua presenza.

– Se non ti rispondono al telefono e ti hanno bloccato i contatti, al mattino vai sotto casa.

– Devono sapere che tu ci sei comunque.

– Non lasciarle prendere il sopravvento.

– Non farti escludere

– Intervieni con qualcuno che possa aiutarti, carabinieri.

– Possibile che lei non capisca che fa male ai suoi figli?

– Ma possibile che non si possa fare nulla? L’avvocato non può intervenire?

– Non considerarli per un po’. Non farti vedere né sentire.

Quando sei stanco, perdi un po’ della tua volontà. C’è anche un modo di dire , prendere per sfinimento. E’ così, la stanchezza ti fa accondiscendente. Ti fai trasportare perché non hai la forza di guidare. Chiedi un cambio guidatore, magari riesci a farti un sonnellino.

Guidate voi per favore, io vorrei riposare!

Purtroppo alla guida di te stesso non si mette nessuno, c’è solo tanta gente che parla al conducente. Vogliono capire la strada e aiutarlo a trovare una scorciatoia. Lo fanno perché gli vogliono bene. Lo farei anche io. E’ un ronzìo fastidioso per le orecchie , ma irradia calore in tutto il corpo e il conducente lo vuole. Ne ha bisogno.

In questo periodo alla sera è bello, non fa freddo e hai qualche ora di luce per svuotarti e ricaricare le pile. Riposa il cervello, la stanchezza si concentra sulle spalle. Quelle non riesco a decontrarle. E’ bello anche al mattino, fa caldo ma non troppo, in genere c’è un gran sole. Un getto violento di acqua calda sotto la doccia scioglie i muscoli, la rasatura della barba aiuta a sentirsi luminosi e freschi.

Stamattina mi sono svegliato di buzzo buono.

E’ da qualche giorno che vado sotto casa dei miei ragazzi.

Saluto ma non sono ricambiato. Il primo giorno è stata dura. Anche il secondo ed il terzo, un po’. Poi mi sono abituato a non essere ricambiato. Il dolore dopo un po’ lascia la forma e ti ci adagi comodo.

In genere escono da casa alle 7,40. Oggi sono in ritardo.

7,45 ancora nulla.

Ma andranno a scuola?

Faccio mente locale sulle feste comandate o le possibili vacanze. Non mi risulta nulla, saranno solo in ritardo.

7,47, eccoli. Sento sempre un filo di agitazione quando escono. Mi batte il cuore più forte.

Per un attimo mi ricordo che 47 è u’muort.

Uhm…. Non si mette bene.

Esco dall’auto.

  • Buongiorno!

Alzo un po’ il tono della voce, gli altri giorni era stato troppo basso e non mi avevano sentito, forse.

Mia moglie ha il braccio alzato.

Che strano, penso.

Sono senza occhiali e socchiudo gli occhi per mettere a fuoco. Ha qualcosa in mano.

  • Che fa?

I ragazzi lato marciapiede testa bassa si avvicinano alla sua auto. Lei lato strada col braccio ancora alzato, procedono in parallelo.

Finalmente si avvicinano e metto a fuoco. Ha il telefono in mano. Sta filmando.

  • Mi filma!

Mi blocco un attimo. La telecamera mi inibisce. Non sono un attore in fin dei conti.

I ragazzi, sempre con la testa bassa, entrano in auto. Lei ancora fuori che filma. Il più grande siede al sedile davanti, il piccolo dietro.

Che belli che sono i miei figli, però. In questo anno son diventati due giovanotti.

Adesso portano tutti e due gli occhiali. Non ero molto favorevole a che li mettessero, hanno un disturbo di astigmatismo molto lieve. Mio cognato, ottico, metterebbe gli occhiali anche ai cani. Lui è uno che viene ascoltato e nella famiglia di mia moglie, ‘’lo ha detto mio cognato’’ conta più di un ‘’lo ha detto la televisione’’. E’ nella parte più alta del tabellone. Credo che anche il parroco sia sotto di lui.

  • Perché mi riprende con la videocamera?

Mi distraggo un attimo dai ragazzi. Anche mia moglie entra in auto. Controluce, dal vetro anteriore dell’auto, non riesco a vedere i corpi dentro. Fa un po’ effetto specchio.

Distintamente vedo la telelecamera del telefono che mia moglie tiene ben piazzata davanti al cruscotto, con la mano destra. C’è il flash acceso.

Accende l’auto, cambia mano per reggere il telefono ed inserire la marcia, poi lo riprende con la destra.

Faccio un saluto con la manina. Un ciao e sorrido.

Credo di avere un sorriso da ebete stampato. Devo chiederle di passarmi il video, per verificare!

Si avvicinano, e si ferma vicino a me. Con la manovra mi piazza mio figlio grande a pochi centimetri.

Lei continua a filmare. Riprende me fuori dall’auto, chinato con la testa vicino al finestrino e mio figlio che è seduto davanti. Ci separa il vetro. I ragazzi evitano di incrociare il mio sguardo e guardano avanti. Pensavo aprissero il finestrino per dirmi qualcosa. Mio figlio,  invece, chiude quei due centimetri che erano rimasti aperti.

Mi sembra irreale la scena.

La telecamera continua a videostranirmi.

Busso al vetro e dico a mio figlio:

Ciao! Non mi saluti?

Ho lo stesso imbarazzo di quando ti riprendono ai matrimoni e devi per forza dire qualcosa. In quel momento non ti viene mai nulla da dire. In genere ti senti in obbligo  e dici una stronzata di cui ti pentirai per almeno qualche ora.

Mio figlio più grande fa un gesto con la mano per dire a mia moglie di procedere, mio figlio più piccolo è impietrito, dietro, con il corpo tra i due sedili davanti.

Vanno via.

Guardo l’auto che si allontana. Risalgo sulla mia.

Mi metto di nuovo alla guida. Cerco di realizzare quanto accaduto.

Sono passate delle ore, ma ancora mi sento strano. Mi sento come un orologio molle in un quadro di  Salvador Dalì. Cerco un qualcosa per appendermi.

Qualcuno ha qualcosa da dire al conducente?